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Questo articolo è stato pubblicato originariamente nel 2004 in Inglese su "fromthewilderness"


Traduzione di Francesco Aliprandi

di Ugo Bardi
3 Ottobre 2007 - www.aspoitalia.net




La teoria sull'origine biologica del petrolio sembra essere quella comunemente accettata da circa un secolo a questa parte. Tuttavia è rimasto un piccolo gruppo di oppositori a sostenere l'idea che, invece, il petrolio si formi a partire da materia inorganica all'interno del mantello terrestre.

Il concetto di "picco del petrolio" è strettamente collegato alla visione del petrolio stesso come una risorsa limitata. Diversi economisti rifiutano questa visione, sostenendo che la disponibilità di una risorsa è determinata dal prezzo di mercato e non da fattori fisici.

Recentemente, altre persone hanno spinto ancora oltre questa posizione: che il petrolio non sia neppure fisicamente limitato. Secondo alcune versioni della teoria del petrolio abiotico, il petrolio sarebbe continuamente creato all'interno del mantello della Terra in tali quantità che il concetto stesso di "esaurimento" perde di significato, e conseguentemente non ci sarà mai un "picco del petrolio".

Il dibattito è diventato fortemente politicizzato ed è passato dai giornali di Geologia alla stampa internazionale, ai forum e alle mailing list su internet. I proponenti della teoria abiotica sono spesso molto determinati nelle loro argomentazioni. Alcuni di loro arrivano al punto di accusare quelli che sostengono che la produzione di petrolio stia per raggiungere il picco di perseguire l'obiettivo politico di fornire a Bush una comoda scusa per invadere l'Iraq e l'intero Medio Oriente.

La discussione sul petrolio abiotico oscilla normalmente fra la scienza per iniziati e la politica venata di propaganda. Anche ammettendo che le insinuazioni politiche vengano individuate e rimosse, rimane il problema che le persone non specializzate in geologia petrolifera non hanno speranza di farsi strada senza perdersi attraverso gli oscuri dettagli scientifici (rapporti fra isotopi, biomarkers, strati sedimentari e compagnia bella).

In questa sede cercherò di spiegare l'origine del petrolio senza scendere in questi dettagli. Lo farò seguendo un approccio più generale: supponendo che la teoria abiotica sia corretta, quali sarebbero le conseguenze per noi e per la biosfera? Se scopriamo che le conseguenze non corrispondono a ciò che vediamo, possiamo tranquillamente abbandonare la teoria abiotica senza preoccuparci di seguire un corso specialistico in Geologia. Potremmo anche scoprire che le conseguenze sono così insignificanti da essere prive di rilevanza; in tal caso non ci dobbiamo neanche curare dei dettagli geologici.

Al fine di continuare la discussione, è necessario innanzitutto chiarire di che cosa stiamo parlando. Esistono in effetti due teorie sul petrolio abiotico, la "debole" e la "forte":

- Secondo la teoria "debole" il petrolio si forma abioticamente, ma ad un ritmo non maggiore di quello che i geologi teorizzano per la sua formazione secondo la teoria convenzionale. (Questa versione ha poche o nessuna conseguenza politica).

- Secondo la teoria "forte" il petrolio si forma a velocità sufficienti a riempire i giacimenti di petrolio man mano che li svuotiamo, ad un ritmo circa 10000 volte maggiore di quanto ipotizzato dalla Geologia petrolifera. (Questa ipotesi ha notevoli implicazioni politiche).

Entrambe le versioni asseriscono che il petrolio si forma dalla reazione dei carbonati con l'ossido di ferro e l'acqua nella regione detta "mantello", all'interno della Terra. Inoltre si suppone (si veda l'articolo di Gold del 1993) che il mantello sia un serbatoio talmente grande che la quantità di elementi consumatasi nella reazione non si sia esaurita nell'arco di alcuni miliardi di anni (la cosa sembra ragionevole, essendo il mantello veramente enorme).

La principale conseguenza di tale meccanismo sta nel fatto che prevede una gran quantità di idrocarburi che affiorano dal mantello in superficie. Alla fine questi idrocarburi sarebbero metabolizzati da batteri e trasformati in CO2. Questo produrrebbe conseguenze sulla temperatura dell'atmosfera, che è fortemente influenzata dalla quantità di anidride carbonica (CO2) contenuta in essa. La concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera è regolata da almeno due cicli biologici: la fotosintesi e il ciclo dei carbonati e dei silicati. Entrambi hanno un meccanismo di feedback negativo che, nel lungo periodo, mantiene la concentrazione di CO2 entro un intervallo di temperatura adeguato per le creature viventi (il cosiddetto modello di Gaia).

Il petrolio abiotico - se esistesse in grandi quantità - sconvolgerebbe questi cicli. Con la versione "debole" sul petrolio abiotico è possibile che la quantità di carbonio che affiora dal mantello sia abbastanza piccola da permettere ai cicli biologici di mantenere il controllo sulla concentrazione di CO2. Tuttavia nella versione "forte" ciò è impensabile. Miliardi di anni di affioramento ci farebbero letteralmente nuotare, o peggio annegare, nel petrolio. L'atmosfera, non potrebbe contenere ossigeno.

In effetti sembra che i sostenitori credibili della teoria abiotica supportino tutti la versione "debole". Gold, per esempio, non dice mai nel suo articolo del 1993 che i pozzi petroliferi si riempiono nuovamente da soli (1). La teoria abiotica "debole" non riesce tuttavia a spiegare un buon numero di fenomeni, e principalmente com'è possibile che i depositi di petrolio siano sempre associati a periodi anossici con alte velocità di sedimentazione biologica? Eppure la teoria non è completamente insensata.

A questo punto possiamo trarre una conclusione. Qual'è la rilevanza pratica della teoria abiotica? La risposta è: nessuna. La teoria "forte" è falsa, e quindi irrilevante per definizione. Quella "debole", invece, lo sarebbe nella pratica anche se fosse vera. Andrebbero riscritti un certo numero di capitoli nei testi di Geologia, ma non avrebbe effetti sull'incombente picco del petrolio.

A dir la verità, Gold e altri sostengono che anche la versione "debole" avrebbe conseguenze sulle prospezioni ed estrazioni petrolifere. Trivellando a sempre maggiori profondità in aree solitamente escluse dalle ricerche, sostiene Gold, si ha la possibilità di trovare petrolio e gas. Questa è una asserzione molto discutibile per due motivi.

Primo, scavare diventa via via più costoso all'aumentare della profondità, e in pratica è impossibile trivellare un pozzo economicamente conveniente per profondità maggiori di quelle odierne, cioè circa 10 km.

Secondo, la Geologia petrolifera è un settore di studio empirico che si è evoluto in larga misura tramite prove ed errori. I geologi petroliferi hanno imparato sul campo [sarebbe "the hard way", n.d.T.] dove trivellare (e dove non farlo); in questo processo hanno sviluppato un modello teorico che FUNZIONA. Risulta difficile credere che generazioni di abili geologi petroliferi abbiano mancato enormi giacimenti di petrolio. Gold ha tentato di dimostrare esattamente questo, e tutto quello che che è riuscito a fare è stato estrarre 80 barili di petrolio in totale, petrolio che in seguito è risultato probabilmente derivare dalla contaminazione del fango di trivellazione. Niente impedisce ad altri di effettuare nuovi tentativi, ma finora i risultati non sono molto incoraggianti.

Quindi la teoria del petrolio abiotico è irrilevante nel dibattito sul picco del petrolio e non varrebbe la pena discuterne se non fosse per i suoi risvolti politici. Se le persone iniziano a voler dimostrare che il concetto di "picco del petrolio" è stato creato da una "cospirazione sionista" o qualcosa di simile, può accadere di tutto. Nel nostro caso, comunque, il dibattito non è più scientifico. Fortunatamente, come ha detto Colin Campbell, "le sorti del petrolio dipendono in definitiva da eventi del passato geologico che risultano immuni alla politica".

(1) Thomas Gold, della Cornell University, è stato uno dei principali sostenitori della teoria del petrolio abiotico in Occidente. La teoria, in realtà, ha le sue origini nel lavoro di un gruppo di scienziati ucraini e russi.

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