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Un Commento al libro "Vedere il Tempo" di Nicola dall'Olio, Monte Università Parma Editore, 2004

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In questo libro, Nicola dall'Olio ci presenta una completa e approfondita discussione di come le idee della geologia si sono evolute nel tempo. Ma la discussione va bene al di là della sola rievocazione storica. Il centro dell'interesse è epistemologico, ovvero capire come il metodo conoscitivo si è gradualmente adattato e attrezzato per comprendere una realtà di immensa complessità e di difficilissima interpretazione: come si sia formata la terra che oggi conosciamo nel corso di miliardi di anni.

Nei libri di storia della scienza, si tende a dare grande importanza alla rivoluzione copernicana. Si tende a vedere come l'elemento chiave che separa il pensiero moderno da quello medievale la grande spallata alla cosmologia geocentrica data da uomini come Galileo, Keplero e Newton. Ci si dimentica spesso che un evoluzione parallela era avvenuta nel campo della geologia per opera di uomini come Stenone, Buffon e Hutton, che avevano dato la loro spallata a una visione che voleva una terra statica, creata da Dio in sei giorni circa 4000 anni fa, come si poteva dedurre dalla Bibbia.

Le difficoltà che la geologia fronteggiava erano enormi. Per l'astronomia, l'unica vera affermazione della Bibbia contraria alla nuova visione era quella in cui Giosué ordina al sole di fermarsi. Viceversa, a contrastare l'origine antica della terra c'era l'intero libro della Genesi. Tanto più difficile era liberarsi di queste antiche visioni a causa dell'oggettiva difficoltà della materia. Se l'osservazione del movimento degli astri è possibile in qualsiasi momento, l'osservazione di quello che era successo alla crosta terrestre nelle ere passate era ed è semplicemente impossibile e richiedeva un lavoro minuzioso di osservazione e interpretazione.

Leggendo il libro di Dall'Olio, le difficoltà e le asperità della strada percorsa ci appaiono evidenti. Siamo partiti da una visione completamente sbagliata dei fossili non come forme viventi pietrificate ma come entità parallelamente generate dalla natura in forme simili a quelle degli esseri viventi. Da li, un passo dopo l'altro, una correzione dopo l'altra, il quadro si è piano piano formato attraverso un processo di successive rivoluzioni di pensiero che Dall'Olio descrive efficacemente come:

"Sottoposte a forti pressioni e tensioni mentali, le strutture rigide delle credenze possono raggiungere per un attimo la temperatura di liquefazione e ricristallizzare subito dopo, in modo irreversibile, in una struttura mentale diversa da quella precedente".


Il risultato di circa quattro secoli di lavoro in geologia è un quadro della struttura del nostro pianeta che ha poco da invidiare in complessità e fascino con quello della struttura dell'universo sviluppato da secoli di cosmologia. La Terra ci appare come una struttura vivente, un entità in continuo movimento dinamico dove le ultime scoperte riguardanti il ciclo del carbonio ci mostrano lo stretto legame fra l'ecosfera e la geosfera, una simbiosi senza la quale il mondo sarebbe quella sterile palla liscia e uniforme che Hutton aveva paventato che sarebbe potuto essere il risultato a lungo termine delle forze erosive.

L'essenziale del libro sta in questa visione della potenza della mente umana e, allo stesso tempo, dei suoi limiti. Se da una parte l'intelligenza umana ha trionfato sull'oggettiva difficoltà della geologia come materia di studio, è anche evidente che questo trionfo è stato enormemente difficile e contrastato. Inoltre, possiamo anche pensare che non sia definitivo. Da una parte la capacità di modificare i modelli e di mantenere una fluidità dei concetti è utile, anzi necessaria, per progredire: basti pensare come la recente scoperta delle cause della catastrofica estinzione di massa del Permiano, 270 milioni di anni fa, ha sostanzialmente ribaltato i concetti cari a una certa visione gradualista che risaliva al lavoro di Lyell.

Allo stesso tempo un'eccessiva fluidità rimette tutto in discussione, con il rischio di tornare alla casella di partenza. Da una parte abbiamo i vari letteralisti biblici che non accettano l'idea della terra antica, ma non è soltanto questo. Antiche idee, come quella dell' "oceano sotterraneo" erano state già dimostrate impossibili per ragioni idrostatiche dall'abate Antonio Lazzaro Moro nel 1740 ma, curiosamente,ritornano in nuove forme con l'idea di Thomas Gold e altri del "petrolio abiotico." In alcune delle versioni di questa teoria si vuole che esistano interi oceani sotterranei di petrolio dai quali potremmo attingere all'infinito carburante per le nostre SUV. Allo stesso tempo, la visione dinamica del processo di esaurimento dellle risorse minerarie, dovuta per primo a M.K. Hubbert negli anni '50, cozza contro idee prestabilite che sembrano riecheggiare quelle delle "Teorie della Terra" del '600 che volevano il nostro mondo completamente statico e immutabile.

Ma il processo di affinamento del metodo conoscitivo non si ferma. Se con Galileo e gli altri del suo tempo si era stabilito il concetto di "metodo sperimentale", non possiamo fermarci a quello e dobbiamo andare avanti. Geologia e Cosmologia, per quanto difficili, si possono abbordare con i metodi di sperimentazione-teoria che sono la base del metodo scientifico. Ma già la geologia intesa come studio dell'evoluzione geologica del pianeta è qualcosa che mal si presta alle basi sperimentali del metodo Galileiano. Rigorosamente parlando, la geologia non è una scienza sperimentale "falsificabile" secondo la definizione di Popper: non possiamo fare esperimenti ripetibili dell'estinzione dei dinosauri o della formazione delle catene montuose. Questo a portato e porta a dei malintesi e delle liti, sia con chi rifiuta di credere che la stratigrafia terrestre contenga il record delle ere passate sia con chi, come Luis Alvarez, irrompe sulla scena pretendendo di spiegare tutto con la sua teoria dell'impatto si un asteroide, a sua volta basata su esperimenti realizzati una stretta visione di fisica di laboratorio. Non è l'approccio giusto e numerose osservazioni hanno sostanzialmente ridimensionato quello che sembrava un trionfo della fisica sulla geologia.

Queste considerazioni illustrano come il processo epistemologico di costruzione di modelli (mentali o su computer) sia la base della conoscenza scientifica. Cosmologia e geologia hanno bisogno di modelli diversi, non in contrasto fra di loro, ma adatti al campo nel quale vengono usati. Altri campi della scienza hanno bisogno di modelli diversi e, oggi, si affaccia all'orizzonte un nuovo intero mondo, quello dei sistemi complessi, che anch'essi non si prestano a un'applicazione rigida del metodo sperimentale di Galileo. I sistemi complessi si evolvono lungo traiettorie oscillanti o irregolari, mai esattamente prevedibili. Fino non molto tempo da, sono stati evitati con cura da chi si occupava di "scienze esatte". Eppure, i sistemi complessi sono quelli che formano il mondo in cui viviamo: il sistema biologico, il sistema climatico, il sistema economico e financo il sistema delle relazioni umane, solo per citare alcuni esempi. Il metodo per trattare questi sistemi è stato sviluppato per la prima volta da Jay Forrester negli anni '60. Può darsi che il ventesimo secolo sarà ricordato nel futuro più che altro per la rivoluzione epistemologica della dinamica dei sistemi, un salto di qualità paragonabile a quello del metodo sperimentale di Galileo ai suoi tempi. Come per il lavoro di Galileo, quello di Forrester non è stato bene accolto fra i paradigmi dominanti del tempo. Non importa, come diceva Huxley, le nuove verità nascono come eresie e muoiono come superstizioni.

Questo di Dall'Olio non è un libro facile; è un libro di grande profondità e impegno che richiede un impegno equivalente da parte del lettore. Lo sforzo è comunque ampiamente ripagato da una trattazione che ha momenti di grandissimo fascino e di interesse.






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