Questo sito utilizza solamente cookie di tipo tecnico necessari al normale funzionamento del sito. Cliccando su "Accetta" acconsenti all’uso dei cookie. Per rimandare la decisione clicca su "Chiudi". Clicca qui per approfondire.


Il Sole-24 ore di domenica 21 agosto riporta un'analisi sull'andamento dei prezzi del petrolio dal titolo "Solo sul lungo termine i prezzi ripiegheranno". Secondo l'autore, l'attuale rincaro del petrolio si spiegherebbe con operazioni a breve termine di investitori istituzionali, accompagnate da una forte rigidità della domanda e da una generale inadeguatezza del sistema di raffinamento rispetto alla crescente richiesta di benzina e gasolio. Sul lungo termine (ovvero il 2010) il prezzo del greggio, per quanto alto, viene previsto "abbondantemente inferiore a quello attuale" con valori, in termini reali, di 40 dollari.

Questa previsione troverebbe conforto nelle stime dell'offerta e nella sproporzione attualmente esistente tra costi di produzione e costi di mercato. Si ritiene infatti che esistano "riserve per oltre mille miliardi di barili, 41 anni di futuro consumo, i cui costi di sviluppo [estrazione] raramente superano i 10 dollari per barile".

Il messaggio di fondo dell'articolo è che i prezzi odierni del greggio dipendano sostanzialmente da questioni di mercato e di capacità produttiva. Una volta scontate le prese di beneficio degli investitori e superate le difficoltà industriali, l'offerta si riallineerà alla domanda e i prezzi scenderanno. Purtroppo queste ottimistiche conclusioni paiono basarsi su stime distorte e proiezioni in contrasto con quelle formulate dai più autorevoli istituti internazionali e governativi per l'energia. Cosa ancora più discutibile, esse si fondano su un'analisi di natura esclusivamente economica e industriale che non tiene minimamente conto delle caratteristiche fisiche dei giacimenti ed in particolare delle loro curve di esaurimento.

Iniziamo dalle stime. In un riquadro della stessa pagina si legge che l "offerta mondiale di greggio è pari a 85 milioni di barili al giorno, il che corrisponde a circa 31 miliardi di barili all'anno". Dividendo le riserve stimate (pari a 1000 miliardi) per il consumo annuo si otterrebbero, a stare larghi, 34 anni di futuro consumo e non 41 come riportato nell'articolo. Rimanendo nell'ambito puramente aritmetico, il calcolo è valido se si assume un consumo costante nel tempo. L'autore prefigura per il futuro una "domanda petrolifera che rallenterà senza scendere"(?) Cercando di interpretare, si deduce che la domanda continuerà a crescere, ma a ritmi inferiori a quelli attuali. Secondo l'OPEC, nel 2006 la domanda giornaliera dovrebbe aumentare di 1,57 milioni di barili, pari a circa il 2% del consumo attuale. Negli scenari di consumo energetico mondiale predisposti dall'IEA (International Energy Agency), si prevede un tasso di aumento della domanda di energia primaria dell'1,7% annuo da qui al 2030. In un recente modello di esaurimento della risorsa petrolifera predisposto dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (Hirsch, 2005), è stato assunto un tasso di incremento della domanda pari al 2% l'anno per un arco temporale di 20 anni. Se si adotta questo valore come riferimento, si può calcolare che le riserve di 1000 miliardi di barili andrebbero esaurite nel giro di 25 anni, un arco temporale sufficientemente breve per iniziare a preoccuparsi già oggi.

Queste stime di durata sono frutto di calcoli puramente aritmetici che non forniscono indicazioni sul reale andamento della disponibilità futura. Negli scenari di consumo prima confrontati si suppone infatti che la produzione, o meglio, l'estrazione possa mantenere volumi comparabili o anche superiori agli attuali fino al giorno prima dell'esaurimento completo delle riserve. E' realistico tutto ciò? Ovviamente no. La produttività dei campi petroliferi segue una curva caratteristica a campana che raggiunge il suo massimo quando circa metà delle risorse sono state estratte. Da quel punto in avanti, la produttività decresce inesorabilmente a prescindere dagli ulteriori sforzi estrattivi. Questo andamento è stato verificato sia per singoli giacimenti che per intere regioni petrolifere. L'estrazione di petrolio negli Stati Uniti ha raggiunto il suo massimo all'inizio degli anni '70 e da allora ha continuato a ridursi nonostante i miglioramenti tecnologici e la perforazione di nuovi pozzi. La stessa, inesorabile curva discendente è stata imboccata da alcuni anni dai pozzi del Mare del Nord.

La curva della produzione mondiale non è che l'aggregazione delle curve di produzione delle varie aree petrolifere. La maggior parte di queste sono già da tempo in declino e il loro contributo è destinato a divenire sempre più marginale. Altre aree hanno da poco passato o stanno per raggiungere il picco ed anche per queste si prevede un contributo produttivo via via decrescente. Secondo l'IEA la produzione petrolifera mondiale, nel medio e lungo periodo, tenderà sempre più a provenire dai paesi dell'OPEC e in particolare da quelli medio-orientali. Le quote perse dai paesi non OPEC non potranno essere in alcun modo compensate da ulteriori aumenti di produzione dei giacimenti medio-orientali che sono da tempo sfruttati e che si stanno avvicinando anch'essi al loro picco produttivo.

Per ragioni fisiche, ancor prima che industriali, la scarsità del petrolio convenzionale, e quindi il conseguente rincaro del prezzo, si manifesterà molto prima del completo esaurimento delle risorse e tale andamento non potrà essere invertito a meno di un clamoroso crollo della domanda. Stando alle più accreditate stime delle riserve mondiali e del relativo picco di produzione, quanto sta accadendo sui mercati fa pensare che si sia ormai molto vicini a questo punto di non ritorno.

Continuare ad affrontare la questione in un'ottica meramente economica e congiunturale, lanciando segnali ottimistici e tranquillizzanti che portano a credere in un ritorno al petrolio facile, non aiuta a prendere contromisure idonee e tempestive alla futura, se non già presente, penuria di petrolio. Analisi di questo tipo non fanno che ritardare la presa di coscienza collettiva sulla scarsità fisica delle risorse petrolifere e sulla necessità di agire fin da adesso, a tutti livelli, da quello governativo a quello del singolo consumatore, per avviare una difficile e costosa transizione energetica che richiederà interventi strutturali sia sul lato dell'offerta (sotto forma di sostituti del petrolio), che su quello della domanda (sotto forma di riduzione dei consumi e di aumento dell?efficienza). Ogni ulteriore dilazione rischia di rendere più alto il costo economico e sociale di questa incerta transizione che non ha precedenti nella Storia, sia per i volumi energetici in gioco che per i ristretti margini temporali disponibili per realizzarla.


Parma 22/08/2005

Nicola Dall'Olio
Questo indirizzo di e-mail <hr id="system-readmore" /><span style="font-weight: bold;"><br /><br style="font-weight: bold;" /></span> <br /> Il Sole-24 ore di domenica 21 agosto riporta un'analisi sull'andamento dei prezzi del petrolio dal titolo <span style="font-style: italic;">"Solo sul lungo termine i prezzi ripiegheranno</span>". Secondo l'autore, l'attuale rincaro del petrolio si spiegherebbe con operazioni a breve termine di investitori istituzionali, accompagnate da una forte rigidità della domanda e da una generale inadeguatezza del sistema di raffinamento rispetto alla crescente richiesta di benzina e gasolio. Sul lungo termine (ovvero il 2010) il prezzo del greggio, per quanto alto, viene previsto "<span style="font-style: italic;">abbondantemente inferiore a quello attuale</span>" con valori, in termini reali, di 40 dollari. <br /><br />Questa previsione troverebbe conforto nelle stime dell'offerta e nella sproporzione attualmente esistente tra costi di produzione e costi di mercato. Si ritiene infatti che esistano "<span style="font-style: italic;">riserve per oltre mille miliardi di barili, 41 anni di futuro consumo, i cui costi di sviluppo [estrazione] raramente superano i 10 dollari per barile</span>". <br /><br />Il messaggio di fondo dell'articolo è che i prezzi odierni del greggio dipendano sostanzialmente da questioni di mercato e di capacità produttiva. Una volta scontate le prese di beneficio degli investitori e superate le difficoltà industriali, l'offerta si riallineerà alla domanda e i prezzi scenderanno. Purtroppo queste ottimistiche conclusioni paiono basarsi su stime distorte e proiezioni in contrasto con quelle formulate dai più autorevoli istituti internazionali e governativi per l'energia. Cosa ancora più discutibile, esse si fondano su un'analisi di natura esclusivamente economica e industriale che non tiene minimamente conto delle caratteristiche fisiche dei giacimenti ed in particolare delle loro curve di esaurimento.<br /><br /> Iniziamo dalle stime. In un riquadro della stessa pagina si legge che l "<span style="font-style: italic;">offerta mondiale di greggio è pari a 85 milioni di barili al giorno, il che corrisponde a circa 31 miliardi di barili all'anno</span>". Dividendo le riserve stimate (pari a 1000 miliardi) per il consumo annuo si otterrebbero, a stare larghi, 34 anni di futuro consumo e non 41 come riportato nell'articolo. Rimanendo nell'ambito puramente aritmetico, il calcolo è valido se si assume un consumo costante nel tempo. L'autore prefigura per il futuro una "<span style="font-style: italic;">domanda petrolifera che rallenterà senza scendere</span>"(?) Cercando di interpretare, si deduce che la domanda continuerà a crescere, ma a ritmi inferiori a quelli attuali. Secondo l'OPEC, nel 2006 la domanda giornaliera dovrebbe aumentare di 1,57 milioni di barili, pari a circa il 2% del consumo attuale. Negli scenari di consumo energetico mondiale predisposti dall'IEA (International Energy Agency), si prevede un tasso di aumento della domanda di energia primaria dell'1,7% annuo da qui al 2030. In un recente modello di esaurimento della risorsa petrolifera predisposto dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (Hirsch, 2005), è stato assunto un tasso di incremento della domanda pari al 2% l'anno per un arco temporale di 20 anni. Se si adotta questo valore come riferimento, si può calcolare che le riserve di 1000 miliardi di barili andrebbero esaurite nel giro di 25 anni, un arco temporale sufficientemente breve per iniziare a preoccuparsi già oggi.<br /><br /> Queste stime di durata sono frutto di calcoli puramente aritmetici che non forniscono indicazioni sul reale andamento della disponibilità futura. Negli scenari di consumo prima confrontati si suppone infatti che la produzione, o meglio, l'estrazione possa mantenere volumi comparabili o anche superiori agli attuali fino al giorno prima dell'esaurimento completo delle riserve. E' realistico tutto ciò? Ovviamente no. La produttività dei campi petroliferi segue una curva caratteristica a campana che raggiunge il suo massimo quando circa metà delle risorse sono state estratte. Da quel punto in avanti, la produttività decresce inesorabilmente a prescindere dagli ulteriori sforzi estrattivi. Questo andamento è stato verificato sia per singoli giacimenti che per intere regioni petrolifere. L'estrazione di petrolio negli Stati Uniti ha raggiunto il suo massimo all'inizio degli anni '70 e da allora ha continuato a ridursi nonostante i miglioramenti tecnologici e la perforazione di nuovi pozzi. La stessa, inesorabile curva discendente è stata imboccata da alcuni anni dai pozzi del Mare del Nord. <br /><br />La curva della produzione mondiale non è che l'aggregazione delle curve di produzione delle varie aree petrolifere. La maggior parte di queste sono già da tempo in declino e il loro contributo è destinato a divenire sempre più marginale. Altre aree hanno da poco passato o stanno per raggiungere il picco ed anche per queste si prevede un contributo produttivo via via decrescente. Secondo l'IEA la produzione petrolifera mondiale, nel medio e lungo periodo, tenderà sempre più a provenire dai paesi dell'OPEC e in particolare da quelli medio-orientali. Le quote perse dai paesi non OPEC non potranno essere in alcun modo compensate da ulteriori aumenti di produzione dei giacimenti medio-orientali che sono da tempo sfruttati e che si stanno avvicinando anch'essi al loro picco produttivo. <br /><br />Per ragioni fisiche, ancor prima che industriali, la scarsità del petrolio convenzionale, e quindi il conseguente rincaro del prezzo, si manifesterà molto prima del completo esaurimento delle risorse e tale andamento non potrà essere invertito a meno di un clamoroso crollo della domanda. Stando alle più accreditate stime delle riserve mondiali e del relativo picco di produzione, quanto sta accadendo sui mercati fa pensare che si sia ormai molto vicini a questo punto di non ritorno.<br /><br />Continuare ad affrontare la questione in un'ottica meramente economica e congiunturale, lanciando segnali ottimistici e tranquillizzanti che portano a credere in un ritorno al petrolio facile, non aiuta a prendere contromisure idonee e tempestive alla futura, se non già presente, penuria di petrolio. Analisi di questo tipo non fanno che ritardare la presa di coscienza collettiva sulla scarsità fisica delle risorse petrolifere e sulla necessità di agire fin da adesso, a tutti livelli, da quello governativo a quello del singolo consumatore, per avviare una difficile e costosa transizione energetica che richiederà interventi strutturali sia sul lato dell'offerta (sotto forma di sostituti del petrolio), che su quello della domanda (sotto forma di riduzione dei consumi e di aumento dell?efficienza). Ogni ulteriore dilazione rischia di rendere più alto il costo economico e sociale di questa incerta transizione che non ha precedenti nella Storia, sia per i volumi energetici in gioco che per i ristretti margini temporali disponibili per realizzarla.<br /><br /><br />Parma 22/08/2005<br /><br />Nicola Dall'Olio<br /><br />

Feed RSS

Blog Aspo Italia

JSN Epic template designed by JoomlaShine.com