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Il cibo è energia. E occorre energia per produrre cibo. Questi due fatti, presi insieme, hanno sempre determinato i limiti biologici alla popolazione umana, e sempre lo faranno.

Lo stesso è vero per ogni altra specie animale: il cibo deve fornire a chi lo mangia più energia di quella necessaria per procurarselo. Sventura alla volpe che spende più energia cacciando conigli di quella che può ottenere mangiando i conigli che cattura. Se questo bilancio energetico remane negativo troppo a lungo, ne consegue la morte; per una specie intera, il risultato è una moria, che può anche portare all'estinzione.

Gli uomini sono diventati dei veri campioni nello sviluppo di nuove strategie per aumentare la quantità di energia - e cibo - estratti dall'ambiente. L'imbrigliamento del fuoco, l'addomesticamento di piante ed animali, l'adozione di vomeri e aratri, lo sviluppo di reti di canali di irrigazione, e l'uso di animali da tiro - sviluppi avvenuti sull'arco di decine di migliaia di anni - hanno tutti avuto questo fine.

Il processo è stato graduale e lento. Non soltanto furono sviluppati nuovi strumenti ma, nel corso dei secoli, piccole invenzioni e leggere modifiche degli strumenti esistenti - dalle falci ai collari per cavalli - consentirono uno sfruttamento più efficiente della potenza dei muscoli e degli animali.

Questo sviluppo ebbe luogo nell'ambito di un quadro di limiti naturali. L'apporto annuale di radiazione solare al pianeta è sempre stato immenso rispetto alle esigenze umane (e lo è tuttora), ma è tuttavia finito, e per quanto gli uomini si appropriassero solo di una piccola porzione di questa abbondanza, la stragrande maggioranza di questa radiazione assolve funzioni che fecero indirettamente da sostegno all'esistenza umana - creando correnti d'aria attraverso il riscaldamento della superficie terrestre e sostenendo le vite di un numero incalcolabile di varietà di creature sulla terra e negli oceani.

La quantità di potenza muscolare umana disponibile era limitata dal numero di umani, i quali, ovviamente, dovevano essere alimentati. Gli animali da tiro (allevati per la loro potenza muscolare) comportavano anch'essi dei costi energetici, in quanto dovevano pure essere alimentati e necessitavano anche di cure di vario tipo. Di conseguenza, anche con intelligenti raffinamenti di strumenti e tecniche, con la selezione di nuove varietà vegetali e di bestiame, era inevitabile che gli uomini raggiungessero un punto di rendimenti decrescenti nella loro capacità di continuare ad incrementare il loro raccolto energetico, e dunque la dimensione della loro popolazione.

Nel diciannovesimo secolo questi limiti iniziarono a diventare evidenti. Fame e carestie erano state per lungo tempo diffuse in tutte le regioni del pianeta, anche le più ricche. Tuttavia, per gli europei, la migrazione della popolazione in eccesso verso altre nazioni, la rotazione delle colture, e l'applicazione di letame e compost stavano gradualmente rendendo questi eventi meno frequenti e gravi. I coltivatori europei, realizzando la necessità di nuove sorgenti di azoto per continuare a nutrire popolazioni crescenti e sempre più urbanizzate, iniziarono ad adoperare guano importato da isole situate al largo delle coste del Cile e del Perù. I risultati furono gratificanti. Tuttavia, dopo solo alcuni decenni, questi depositi di guano iniziarono ad esaurirsi. A quel punto, verso la fine dell'ottocento, la popolazione mondiale era circa il doppio di quello che era all'inizio del secolo. Una nuova crisi si prospettava.

Invece, la crisi fu nuovamente evitata di stretta misura, questa volta grazie ai combustibili fossili. Nel 1909, due chimici tedeschi di nome Fritz Haber e Carl Bosch, inventarono un processo per sintetizzare l'ammoniaca a partire dall'azoto atmosferico e dall'idrogeno contenuto nei combustibili fossili. Il processo inizialmente usava carbone come materia prima, ma successivamente fu adattato al gas naturale. Dopo la fine della Grande Guerra tutte le nazioni, una dopo l'altra, iniziarono a costruire impianti basati sul processo Haber-Bosch; oggi questo processo produce ogni anno 150 milioni di tonnellate di fertilizzanti a base di ammoniaca, che forniscono ai campi una quantità di azoto equivalente a quella introdotta annualmente da tutte le sorgenti naturali messe assieme.

I combustibili fossili offrirono anche altri modi di estendere i limiti naturali della capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana (capacità di carico).

I primi trattori a vapore iniziarono ad essere adoperati, in modo limitato, nel diciannovesimo secolo; ma fu dopo la prima guerra mondiale che la dimensione e l'efficacia delle macchine agricole aumentò drammaticamente, e la scala del loro utilizzo esplose, specie in Nord America, Europa ed Australia, dagli anni '20 fino agli anni '50. Nell'ultimo decennio dell'ottocento circa un quarto della terra coltivabile degli Stati Uniti doveva essere usata per produrre cereali destinati ad alimentare i cavalli - la maggior parte dei quali lavoravano nelle fattorie. Il motore a combustione interna fornì un nuovo tipo di cavalli, i cavalli-vapore, e di conseguenza aumentò la quantità di terra arabile disponibile per nutrire gli esseri umani.

Dopo la seconda guerra mondiale i chimici svilupparono un numero sempre maggiore di pesticidi sintetici ed erbicidi, usando le conoscenze che erano state sviluppate nei laboratori che avevano lavorato al perfezionamento di esplosivi ed altri strumenti chimici di guerra. I pesticidi non soltanto aumentarono i raccolti in Nord America, Europa ed Australia, ma ridussero l'incidenza delle malattie trasmesse dagli insetti come la malaria. Il mondo iniziò a godere dei benefici di "una vita migliore attraverso la chimica", anche se i costi ambientali, in termini di inquinamento delle acque e dei suoli e di danni alle specie più vulnerabili, sarebbero diventati apparenti solo più tardi.

Negli anni '60 le pratiche agricole chimico-industriali iniziarono ad essere esportate verso quello che all'epoca era chiamato il Terzo Mondo: questo processo, che fu entusiasticamente denominato Rivoluzione Verde, consentì di triplicare la produzione di cibo nel corso del mezzo secolo seguente.

Allo stesso tempo la scala e la velocità della distribuzione di cibo aumentò. Anche questo costituì un modo di incrementare la capacità di carico, anche se in una maniera più sottile.

Il commercio di cibo risale ai tempi del Paleolitico; tuttavia, con gli avanzamenti nelle tecniche di trasporto, le quantità e le distanze coinvolte aumentarono gradualmente. Anche qui i combustibili fossili furono responsabili di una drammatica discontinuità nel tasso di crescita, precedentemente lento. Prima con la ferrovia e la macchina a vapore, poi con camion ed aerei, immense quantità di cereali e quantità anche maggiori di carne, vegetali e prodotti tipici iniziarono a muoversi dalle campagne alle città, da regione a regione, e da continente a continente.

William Catton, nel suo classico libro Overshoot, definisce il commercio di beni essenziali destinati a sostenere la vita umana con il termine "espansione del campo d'azione" (1). La capacità di carico è sempre limitata dal bene di cui c'è minore disponibilità, come fu realizzato da Justus von Liebig circa un secolo e mezzo fa. Se una regione può produrre molto cibo ma non ha giacimenti sfruttabili di minerali, la sua capacità di carico è limitata dalla mancanza di metallo per la produzione di attrezzi agricoli. Un'altra regione può avere i metalli, ma essere arida o avere poco terreno coltivabile; in questo caso, la capacità di carico è limitata dalla mancanza di cibo. Se si trova un modo di compensare la scarsità locale traendo vantaggio da una abbondanza distante (ad esempio esportando minerali ferrosi o attrezzi finiti dalla regione A per aumentare la produzione di cibo nella regione B, e poi esportando cibo da B ad A), la capacità di carico totale delle due regioni può essere incrementata in modo sostanziale. Questo può essere rozzamente quantificato con una formula:

CC di A+B > (CC di A) + (CC di B)

Dal punto di vista sia ecologico che economico, questo è il motivo per cui i popoli commerciano tra loro. Ma il commercio è stato storicamente limitato dalla quantità di energia che poteva essere dedicata al trasporto dei beni. I combustibili fossili hanno espanso, temporaneamente ma enormemente, questo limite.

Il risultato finale dell'introduzione dei fertilizzanti chimici, più la meccanizzazione dell'agricoltura, più l'aumento del raggio d'azione dei trasporti e del commercio, è stato non soltanto un triplicamento dei raccolti, ma anche una simile esplosione della popolazione umana, che è cresciuta di cinque volte dall'alba della rivoluzione industriale.

L'agricoltura a un bivio

Tutto questo sarebbe bello e buono se fosse sostenibile, ma in caso contrario una temporanea esuberanza della specie umana sarebbe stata comperata a spese di una successiva moria senza precedenti nella storia. Dunque, per quanto tempo può essere sostenuto l'attuale regime? Passiamo brevemente in rassegna alcune delle attuali tendenze nella produzione globale di cibo e vediamo come sono correlate al crescente utilizzo di combustibili fossili a basso costo.

Superficie arabile: Per millenni, la quantità totale di superficie arabile è aumentata gradualmente grazie all'abbattimento di foreste e boscaglia e all'irrigazione di terra che sarebbe altrimenti troppo arida per essere coltivata. Questa quantità ha raggiunto un massimo nei due decenni scorsi e sta ora decrescendo a causa della salinizzazione dei terreni irrigati e dell'implacabile crescita delle città, con i loro edifici, strade e parcheggi. L'uso dell'irrigazione è diventato più diffuso grazie alla disponibilità di energia a basso costo per il funzionamento delle pompe, mentre l'urbanizzazione è principalmente un effetto dei trasporti a basso costo consentiti dai carburanti e dell'abbandono delle campagne da parte di contadini impossibilitati ad acquistare macchinari agricoli e incapaci di competere con essi. Le strade che ricoprono i terreni agricoli sono costruite a partire dal petrolio, e l'innalzamento di nuovi edifici è stato facilitato dalla meccanizzazione dei processi di costruzione e dalla facilità di trasporto dei materiali.

Strato fertile del suolo: I suoli esistenti si sono formati nell'arco di migliaia e milioni di anni a un tasso medio di un centimetro ogni 200 anni. La quantità di suolo disponibile per i contadini sta oggi decrescendo ad un tasso allarmante, principalmente a causa dell'erosione causata dall'acqua e dal vento. Nelle Grandi Pianure degli Stati Uniti circa metà della quantità di suolo presente all'inizio del secolo scorso è oggi perduta. In Australia, dopo due secoli di uso dei terreni da parte degli europei, più del 70% dei terreni è seriamente degradato (2). L'erosione è per buona parte legata all'aratura, che frattura e allenta il suolo; di conseguenza, da quando l'introduzione dei trattori a gasolio ha reso l'aratura più facile, il tasso di perdita del suolo è drammaticamente aumentato.

Numero di contadini come percentuale della popolazione: Negli Stati Uniti, all'inizio del secolo scorso, 70 per cento della popolazione viveva in zone rurali e coltivava la terra. Oggi meno del due per cento degli americani coltiva la terra per vivere. Questo cambiamento è avvenuto principalmente perché le macchine agricole a motore hanno rimpiazzato il lavoro manuale, il che implica che sono necessari meno contadini. Centinaia di migliaia - forse milioni - di famiglie che desideravano disperatamente di coltivare la terra non poterono continuare a farlo perché non potevano permettersi le nuove macchine, e non potevano competere con i loro vicini che le possedevano. Un altro modo di dire ciò è che le economie di scala (consentite dalla meccanizzazione) diedero un vantaggio a proprietari di appezzamenti sempre più vasti. Ma la perdita di coltivatori significò anche una perdita graduale di conoscenza su come coltivare e una perdita di cultura agricola rurale. Oggi molti coltivatori non fanno che seguire le istruzioni riportate sulle confezioni di fertilizzanti e pesticidi, e vivono così distanti dai loro vicini che i loro figli non hanno alcuna voglia di continuare l'attività agricola.

Biodiversità delle varietà di piante coltivate: Sta diminuendo drammaticamente a causa delle fusioni avvenute nell'industria delle sementi. Gli agricoltori dell'isola di Bali, in Indonesia, un tempo coltivavano 200 varietà di riso, ognuna adattata ad un diverso microclima; oggi vengono usate solo quattro varietà. Nel 2000 la Semenis, la più grande azienda produttrice di sementi del mondo ha eliminato il 25 per cento della sua linea di prodotti allo scopo di ridurre i costi. Questo massiccio consolidamento genetico attualmente in corso è anche indotto dalla centralizzazione dell'industria delle sementi (le tre più grandi aziende del settore - DuPont, Monsanto e Novartis - oggi rappresentano il 20 per cento del commercio totale di sementi), che è a sua volta una conseguenza della globalizzazione, a sua volta basata sull'uso dei combustibili fossili.

Produzione di cereali pro-capite: Nel 2004 sono stati prodotti in totale 2029 milioni di tonnellate di cereali; questo è stato in termini assoluti un record. Ma nei due decenni scorsi la popolazione è cresciuta più velocemente della produzione di cereali, per cui in realtà ci sono meno cereali disponibili a testa. In più, le riserve di cereali stanno diminuendo. Secondo Lester Brown, dell'Earth Policy Institute, "in ciascuno degli ultimi quattro [...] anni la produzione è stata inferiore al consumo. I disavanzi di quasi 100 milioni di tonnellate avuti nel 2002 e di nuovo nel 2003 sono stati i maggiori mai registrati" (3). Questa tendenza suggerisce che la strategia di aumentare la produzione di cibo attraverso l'uso dei combustibili fossili sta già fornendo rendimenti decrescenti.

Clima globale: Il clima viene destabilizzato in maniera sempre maggiore a causa del famoso effetto serra, creando agli agricoltori problemi che al momento sono relativamente piccoli, ma che probabilmente cresceranno fino ad assumere proporzioni catastrofiche entro uno o due decenni. Il riscaldamento globale è oggi universalmente riconosciuto come il risultato delle emissioni di CO2 dovute alla combustione di combustibili fossili.

Disponibilità di acqua dolce: Negli Stati Uniti, l'85 per cento dell'uso di acqua dolce è indirizzato alla produzione agricola, il che richiede di attingere ad antiche falde a un ritmo molto maggiore del loro tasso naturale di ricostituzione. Globalmente, man mano che le falde si abbassano, pompe sempre più potenti vengono usate per sollevare l'acqua destinata all'irrigazione, il che richiede una quantità sempre maggiore di energia. Secondo il Worldwatch Institute e l'ONU, entro il 2020 praticamente ogni paese si troverà a fronteggiare una scarsità di acqua dolce.

Efficacia di pesticidi ed erbicidi: Negli Stati Uniti nell'arco degli ultimi due decenni l'uso di pesticidi è aumentato di 33 volte, e tuttavia ogni anno una quantità sempre maggiore di raccolto viene persa a causa degli infestanti, che stanno evolvendo forme di immunità più rapidamente di quanto i chimici riescano ad inventare nuovi veleni. Come la decrescita della produzione di cereali pro-capite, questo andamento suggerisce un rendimento decrescente rispetto all'iniezione nel processo di produzione agricola di quantità ancora maggiori di combustibili fossili.

Adesso aggiungiamo a questo quadro l'imminente picco della produzione mondiale di petrolio. Questo renderà più costoso l'uso delle macchine, più costosa la produzione di fertilizzanti e più costosi i trasporti. Se da un lato, come abbiamo visto, l'adozione dei combustibili fossili ha creato una serie di problemi alla produzione mondiale di cibo, il declino nella disponibilità di petrolio a basso costo non risolverà immediatamente questi problemi; in effetti, nel breve periodo li esacerberà, portando le sobbollenti crisi al punto di ebollizione.

Ciò avverrà perché l'entità della nostra dipendenza dai combustibili fossili ha raggiunto proporzioni enormi.

Negli Stati Uniti l'agricoltura è direttamente responsabile di ben più del 10 per cento di tutti i consumi nazionali di energia. Ogni anno vengono spesi più di 1500 litri di petrolio equivalenti per nutrire ogni americano. Circa un terzo di questa quantità va nella produzione di fertilizzanti, 20 per cento per far funzionare i macchinari, 16 per cento per i trasporti, 13 per cento per l'irrigazione, 8 per cento per l'allevamento del bestiame (mangimi esclusi), e 5 per cento per la produzione di pesticidi. Questo calcolo non include i costi energetici di imballaggi, refrigerazione, trasporto ai venditori al dettaglio e cottura.

La maggior parte del cibo prodotto nel mondo viene trasportato per mezzo di camion, anche se questo metodo è dieci volte più costoso energeticamente del trasporto con treni o chiatte. Aerei a reazione refrigerati trasportano una piccola ma crescente frazione di cibo, quasi interamente verso le ricche nazioni industrializzate, a 60 volte il costo energetico del trasporto via mare.

I cibi elaborati industrialmente contano per tre quarti delle vendite mondiali di cibo in termini di prezzo (ma non in termini di quantità). Questo aumenta drammaticamente i costi energetici: per esempio, una scatola da mezzo chilo di fiocchi di cereali per la colazione può richiedere più di 7000 chilocalorie di energia per la sua produzione, mentre i cereali stessi forniscono solo 1100 chilocalorie di energia all'organismo.

Complessivamente - includendo i costi energetici per le macchine agricole, i trasporti, l'elaborazione, e il petrolio e il gas naturale usati come materie prime per i prodotti chimici adoperati in agricoltura - il moderno sistema di produzione di cibo consuma circa dieci calorie di energia sotto forma di combustibili fossili per ogni caloria di energia contenuta nel cibo prodotto (4).

Ma la prova più evidente della nostra dipendenza è la dimensione della popolazione mondiale. Senza combustibili fossili la sbalorditiva crescita del numero di esseri umani che si è avuta nell'arco dell'ultimo secolo sarebbe stata impossibile. Potremo continuare a sostenere così tante persone quando la disponibilità di petrolio a basso costo diminuirà?

Nutrire una moltitudine in crescita

I problemi associati al moderno sistema di produzione di cibo sono largamente evidenti, esiste una diffusa preoccupazione riguardo alla sostenibilità dell'impresa, e c'è un crescente dibattito sulla questione di come evitare una apocalisse agricola. Nell'ambito di questo dibattito sono chiaramente emersi due punti di vista.

Il primo propone una ulteriore intensificazione della produzione industriale di cibo, primariamente attraverso l'ingegneria genetica di nuove varietà di piante coltivabili ed animali. La seconda sostiene l'agricoltura ecologica nelle sue varie forme - inclusi i metodi organico, biodinamico, biointensivo e la Permacoltura.

I critici della seconda asseriscono che le forme tradizionali di agricoltura, che non fanno uso di prodotti chimici, sono incapaci di nutrire la fiorente popolazione umana. Ecco un passaggio di John John Emsley, dell'Università di Cambridge, tratto dalla sua recensione del libro di Vaclav Smil "Enriching the Earth: Fritz Haber, Carl Bosch and the Transformation of World Food":

Se le colture vengono ruotate e il suolo viene fertilizzato con compost, letame animale e acque nere, restituendogli così la maggiore quantità possibile di azoto fissato, è possibile per un ettaro di terra fornire cibo per 10 persone - purché esse accettino una dieta principalmente vegetariana. Anche se questo tipo di agricoltura è quasi completamente sostenibile, le rese sono molto inferiori a quelle che si hanno quando la terra è fertilizzata con azoto "artificiale"; in questo caso un ettaro può facilmente nutrire 40 persone, e con una dieta varia (5).

Questo sembra apparentemente incontestabile. Tuttavia, dato che i combustibili fossili sono non rinnovabili, sarà sempre più difficile continuare a fornire fertilizzanti chimici nelle quantità attuali. L'azoto può essere sintetizzato usando idrogeno prodotto per elettrolisi dell'acqua, usando energia solare o eolica come fonte di elettricità. Ma al momento non si produce industrialmente ammoniaca in questo modo, perché farlo non è economicamente competitivo. L'introduzione e la diffusione di questo processo richiederanno molti anni e un considerevole investimento di capitale.

La bioingegneria di varietà di piante ed animali fa poco o niente per risolvere questo problema. Si può fantasticare sulla possibilità di modificare il mais o il riso per renderli in grado di fissare l'azoto come fanno i legumi, ma finora gli sforzi intrapresi in questa direzione sono falliti. Nel frattempo, l'ingegneria genetica su scala industriale di forme di vita complesse sembra porre rischi ambientali senza precedenti, come è stato ampiamente documentato, tra molti altri, dal Dr. Mae Wan-Ho (6). E l'industria della bioingegneria consuma anch'essa combustibili fossili, e assume la continua disponibilità di petrolio per trattori, trasporti, produzione di prodotti chimici, e così via.

Coloro che sono in favore dell'agricoltura ecologica su piccola scala tendono ad essere ottimistici riguardo alla sua capacità di alimentare grandi popolazioni. Ad esempio, il rapporto pubblicato da Greenpeace nel 2002 intitolato "The Real Green Revolution: Organic and Agroecological Farming in the South", se da un lato ammette la mancanza di ricerca comparativa sulla questione, tuttavia nota che:

In generale [...] si ritiene che (l'agricoltura organica ed agroecologica) possa portare significativi incrementi nelle rese in confronto alle pratiche agricole convenzionali. In confronto ai sistemi di coltivazione della "Rivoluzione Verde", essa è ritenuta neutra in termini di rese, ma arreca altri benefici, come la riduzione della necessità di apporti esterni (7).

I paladini dell'eco-agricoltura spesso sostengono che c'è abbondanza di cibo nel mondo; l'esistenza del problema della fame sarebbe dovuta a cattive politiche e a problemi di distribuzione. Con una migliore politica e distribuzione, tutti potrebbero essere nutriti con facilità. Di conseguenza, date le universalmente riconosciute conseguenze ambientali nocive dell'agricoltura chimica convenzionale, la scelta dovrebbe essere ovvia.

Alcuni sono anche più ottimistici, e suggeriscono che i loro metodi possano fornire rese molto più elevate di quelle dell'agricoltura meccanizzata e basata sulla chimica. Vari esperimenti hanno in effetti mostrato che l'agricoltura o il giardinaggio praticati su piccola scala e mantenendo la biodiversità possono essere considerevolmente più produttivi per ettaro delle megafattorie basate su monocolture (8). Tuttavia, alcuni di questi studi hanno ignorato i costi energetici e di produttività del letame e del compost importati nei campi oggetto dello studio. In ogni caso, e non c'è controversia su questo punto, la Permacoltura e le forme Biointensive di orticoltura sono estremamente più intensive in termini di lavoro e conoscenza dell'agricoltura industriale. Di conseguenza l'adozione di questi metodi richiederà una trasformazione economica delle società.

Dunque, anche se il problema dell'azoto può in linea di principio essere risolto con i metodi agroecologici e/o con la produzione di idrogeno dalle fonti di energia rinnovabili, ci potrebbe in ogni caso esserci davanti a noi un collo di bottiglia nella capacità di carico, a causa dell'incapacità delle società ad adattarsi abbastanza in fretta a queste diverse necessità energetiche ed economiche, ed anche a causa dei crescenti problemi menzionati sopra (perdita delle fonti di acqua dolce, clima instabile, ecc.). Secondi calcoli ampiamente accettati, gli esseri umani si stanno al momento appropriando di almeno il 40 per cento della produttività biologica primaria della Terra (9). Sembra improbabile che si possa fare molto di più, tenendo conto che siamo una singola specie. Anche se in molti circoli può non essere politicamente corretto discutere il problema della popolazione, dobbiamo riconoscere che ci stiamo avvicinando a limiti naturali fondamentali, o li abbiamo già superati, indipendentemente dalla rotta che decidiamo di seguire.

Dato che i combustibili fossili sono disponibili in quantità limitata e siamo già in vista del picco mondiale della produzione di petrolio, il dibattito sulla potenziale produttività dell'agricoltura chimica geneticamente ingegnerizzata rispetto a quella delle coltivazioni organiche e agroecologiche è abbastanza irrilevante. Dobbiamo orientarci verso un sistema di produzione di cibo che sia meno dipendente dai combustibili, anche se si dovesse rivelare meno produttivo.

L'esempio di Cuba

Un modello di come si potrebbe fare è dato da quello che è forse il migliore esempio della storia recente di una società che ha sofferto di una carestia di combustibili fossili. Alla fine degli anni '80 gli agricoltori a Cuba erano altamente dipendenti dal combustibile e dai prodotti petrolchimici importati a basso costo dall'Unione Sovietica, e usavano più prodotti chimici per ettaro dei loro colleghi statunitensi. Nel 1990, con il collasso dell'impero sovietico, Cuba perse queste importazioni e dovette fronteggiare una crisi agricola. La popolazione perse in media 10 chili a persona, e la malnutrizione divenne quasi onnipresente, specialmente tra i bambini. Il PIL cubano si ridusse dell'85% e gli abitanti dell'isola sperimentarono un sostanziale declino del loro livello materiale di vita.

Le autorità cubane reagirono frammentando le grandi fattorie di proprietà statale, offrendo terra alle famiglie di contadini, e incoraggiando la formazione di piccole cooperative agricole. Gli agricoltori cubani iniziarono ad adoperare buoi come sostituti dei trattori, per i quali non potevano più permettersi di acquistare il carburante. Gli scienziati cubani iniziarono a studiare i metodi biologici di controllo degli infestanti e di aumento della fertilità dei suoli. Il governo promosse ampie campagne di educazione alla produzione organica di cibo, e i cubani adottarono per necessità una dieta prevalentemente vegetariana. I salari dei lavoratori agricoli vennero aumentati, in molti casi fino a livelli superiori a quelli degli impiegati. Venne incoraggiata la creazione di orti urbani nei parcheggi e sui terreni pubblici, e comparvero migliaia di orti sui tetti delle case. Anche piccoli animali come polli e conigli iniziarono ad essere allevati sui tetti.

Come risultato di questi sforzi, Cuba riuscì ad evitare quella che avrebbe potuto essere una grave carestia. Oggi il paese si sta trasformando da una società industrializzata ad una agricola. Anche se il consumo di energia a Cuba è oggi un ventesimo di quello degli Stati Uniti, l'economia sta crescendo ad un tasso lento ma costante. La produzione di cibo è tornata al 90 per cento dei livelli pre-crisi.

La via davanti a noi

La transizione ad un sistema non più dipendente dai combustibili fossili richiederà del tempo. Bisogna sottolineare che stiamo parlando di una trasformazione sistemica - non si può semplicemente rimuovere il petrolio, sotto forma di prodotti chimici, dal presente sistema di produzione di cibo e pensare che esso continuerà a funzionare più o meno come adesso. Ogni aspetto del processo attraverso il quale ci nutriamo deve essere riprogettato. Data l'elevata probabilità che il picco della produzione mondiale di petrolio avvenga prossimamente, la transizione deve avvenire rapidamente, con il pieno sostegno materiale dei governi nazionali.

Senza combustibili a basso costo dovremo ridurre i trasporti di cibo e rendere più efficienti i trasporti necessari. Questo implica il raggiungimento di una autosufficienza locale per quanto riguarda il cibo. Implica anche problemi per le grandi città che sono state costruite in regioni aride, capaci di sostentare con le risorse locali solo piccole popolazioni. Basta considerare la produttività locale di una regione come il Nevada per comprendere l'enorme sfida rappresentata dal continuare a nutrire la popolazione di città come Las Vegas in assenza di facilità nei trasporti.

Avremo bisogno di coltivare più cibo nelle città e intorno ad esse. Al momento la città di Oakland, in California, sta dibattendo una iniziativa che renderebbe obbligatorio entro il 2015 di produrre in un raggio di ottanta chilometri dal centro della città il 40 per cento delle verdure consumate dalla città stessa (11). Se si seguisse l'esempio di Cuba, nascerebbero orti sui tetti delle case, così come l'allevamento sui tetti di animali come polli, conigli e porcellini d'India.

La localizzazione del processo di produzione di cibo significa avvicinare produttori e consumatori, ma anche affidarsi alla manifattura e rigenerazione locale di tutte le componenti del processo - dai semi agli attrezzi e ai macchinari. Questo sembra condurre ad escludere l'ingegneria genetica, che favorisce la produzione centralizzata di varietà di semi brevettate, e scoraggia la conservazione dei semi da un anno all'altro da parte degli agricoltori.

Chiaramente, occorre minimizzare gli apporti chimici all'agricoltura (diretti o anche indiretti, come quelli introdotti nel confezionamento e nell'elaborazione).

Sarà necessario reintrodurre gli animali da tiro nella produzione agricola. I buoi sono preferibili ai cavalli in molti casi, perché i primi possono nutrirsi di paglia e stoppie, mentre i secondi entrerebbero in competizione con gli uomini per i cereali.

I governi devono fornire incentivi per promuovere il ritorno delle persone alla vita agricola. Sarebbe un errore pensare a ciò solo in termini della necessità di una più ampia forza lavoro nei campi. Una agricoltura tradizionale di successo necessita di reti sociali, e una condivisione intergenerazionale di capacità e conoscenze. Non abbiamo bisogno semplicemente di più lavoratori agricoli, ma di una cultura rurale che renda il lavoro agricolo remunerativo e gratificante.

L'agricoltura richiede sapere ed esperienza, e dunque ci sarà bisogno di educare una nuova generazione di coltivatori; ma solo una parte di questa educazione può essere generica - buona parte di essa deve essere necessariamente appropriata al contesto locale.

Sarà anche necessario smantellare le mega-fattorie industriali che producono tanta parte dei cereali a basso costo oggi disponibili. L'agricoltura industriale implica delle economie di scala che saranno completamente inappropriate e ingestibili nei sistemi di produzione di cibo post-industriali. Dunque sarà necessaria una riforma agraria volta a consentire a piccoli proprietari e cooperative di coltivare i propri appezzamenti.

Perché tutto ciò avvenga, i governi devono porre termine ai sussidi all'agricoltura industriale e iniziare ad incentivare gli sforzi agricoli post-industriali. Ci sono molti modi in cui questo può essere fatto. L'attuale regime di sussidi è così dannoso che semplicemente sospenderlo potrebbe rivelarsi vantaggioso; ma, dato che è necessaria una transizione rapida, sarebbe essenziale offrire sussidi all'educazione, prestiti a interessi zero per l'acquisto di terra, e assistenza tecnica durante la transizione dalla produzione chimica a quella organica.

Infine, dati i limiti di capacità di carico, la politica del cibo deve includere una politica della popolazione. Bisogna incoraggiare le famiglie con pochi figli per mezzo di incentivi economici e migliorare la condizione economica e l'educazione delle donne nei paesi più poveri.

Tutto ciò costituisce un compito enorme, ma le alternative - non far nulla o cercare di risolvere i problemi connessi alla produzione di cibo semplicemente applicando una maggiore intensificazione tecnologica - avranno quasi certamente conseguenze disastrose. In questo caso, gli attuali coltivatori finirebbero per fallire a causa dei prezzi di carburante e prodotti chimici. Tutte le preoccupanti tendenze menzionate più sopra si intensificherebbero fino al punto in cui la capacità del pianeta Terra di sostenere la popolazione umana risulterebbe significativamente ridotta, forse in maniera permanente.

Riassumendo, la transizione ad un sistema di produzione di cibo indipendente dai combustibili fossili non costituisce una proposta utopistica. E' una sfida immensa, e richiederà livelli di creatività senza precedenti a tutti i livelli della società. Si tratta però dell'unica opzione razionale per evitare una catastrofe umanitaria su una scala mai vista prima.

Note:
(1) William Catton, Overshoot: The Ecological Basis of Revolutionary Change (1980), University of Illinois Press.
(2) Flannery, T. F., The Future Eaters (1994), Reed Books.
(3) Lester Brown, Outgrowing the Earth: The Food Security Challenge in an Age of Falling Water Tables and Rising Temperatures (2004), Norton & Norton, p. 4.
(4) David Pimentel e Mario Giampietro, "Food, Land, Population and the U.S. Economy" (1994). Vedi anche Dale Allen Pfeiffer, "Eating Fossil Fuels".
(5) www.home.cc.umanitoba.ca/~vsmil/ pdf_reviews/Nature 2001.pdf
(6) Vedi, ad esempio, Mae Wan-Ho, Genetic Engineering Dream or Nightmare?: Turning the Tide on the Brave New World of Bad Science and Big Business (2000), Continuum.
(7) www.greenpeace.org.uk/MultimediaFiles/ Live/FullReport/4526.pdf
(8) Vedi, ad esempio, www.growbiointensive.org/biointensive/brocolli.html
(9) P. M. Vitousek, et al., "Human Appropriation of the Products of Photosynthesis", Bioscience 36 (1986).
(10) Vedi, per esempio, Bill McKibben, "What Will You Be Eating when the Revolution Comes?", Harper's, April 2005. Vedi anche Dale Allen Pfeiffer, "Drawing Lessons from Experience".
(11) Conversazione con Randy Hayes, Sustainability Director della Città di Oakland, Giugno 2005.

Fonte: Museletter n. 159.
Traduzione di Emilio Martines.

Richard Heinberg è l'autore di Powerdown - Options and Actions for a Post-Carbon World. E' un giormalista, educatore, editore e conferenziere, e un membro del corpo docente del New College of California, dove insegna corsi su "Energia e Società" e "Cultura, Ecologia e Comunità Sostenibili".

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