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DELLE COSE NASCOSTE SIN DALLA FONDAZIONE DEL MONDO

Perché non si può dire che si fanno guerre per il petrolio

di Nicola Dall’Olio
ASPO-Italia

 


Secondo René Girard, l’autore de Il capro espiatorio, alla base dell’organizzazione sociale e di ciò che noi chiamiamo “sacro” ci sarebbe un atto collettivo violento contro una vittima innocente che avrebbe messo fine ad uno stato di conflittualità generalizzata o, stando al linguaggio girardiano, di indifferenziazione mimetica del gruppo. Il mantenimento nel tempo della coesione sociale verrebbe garantito dalla reiterazione di quell’atto fondativo in forme ritualizzate attraverso l’individuazione di una vittima sacrificale, il capro espiatorio appunto, che catalizza su di sé tutte le tensioni collettive.

 

L’uccisione reale o figurata del capro espiatorio purifica la società di queste tensioni ristabilendo ogni volta l’ordine. Condizione essenziale perché il rito funzioni è che l’atto violento originario sia occultato e che la vittima espiatoria, seppure innocente, appaia colpevole liberando i persecutori (ovvero la collettività) di ogni responsabilità. L’occultamento avviene attraverso il sacro, l’imposizione di tabù e divieti, che risultano tanto più forti e stringenti, quanto più la responsabilità collettiva della violenza appare evidente e palese. L’attribuzione della colpa alla vittima sacrificale avverrebbe invece sfruttando un meccanismo psicologico e cognitivo che consente un ribaltamento simmetrico di responsabilità e ruoli senza che venga meno la coerenza di lettura della realtà, lo stesso meccanismo che, nel campo della scienza, ha consentito, fino alle verifiche sperimentali di Lavoisier, di spiegare la combustione con il flogisto, un fantomatico elemento di proprietà e funzioni opposte a quelle dell’ossigeno.

 

L’impianto interpretativo elaborato da Girard può aiutare a spiegare, tra le altre cose, perché le guerre per le risorse e, più in particolare per il petrolio, non possono essere chiamate ufficialmente con il loro vero nome nelle attuali democrazie occidentali. Uno dei risvolti più peculiari, e forse più superficialmente analizzati, della guerra in Iraq è stato infatti l’enorme sforzo comunicativo condotto in prima persona dai leader politici promotori dell’intervento e, per interposta persona, da “esperti” ed editorialisti, per convincere l’opinione pubblica della “colpa” e della pericolosità di Saddam e per occultare con prove artefatte e motivazioni false le ragioni evidenti del conflitto. Il culmine di questa insistente campagna propagandistica e mistificatoria venne raggiunto nel febbraio 2003 con il discorso fatto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU da Colin Powell, la faccia moderata e dunque credibile dell’Amministrazione Bush, che presentò le “prove definitive” del possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Saddam e dei suoi legami con al-Qaeda1.

 

Il perché di questa dispendiosa campagna disinformativa e di questa ostinazione nel negare ciò che era sotto gli occhi di tutti, può essere trovato nella necessità di celare gli inconfessabili interessi economici del comitato di affari che stava dietro all’amministrazione Bush. Ma la tesi, oltre che banale, appare alquanto riduttiva. Certo ci sono grandi lobby economiche ed industriali (non solo statunitensi) che avevano ed hanno chiari interessi e potere sufficiente per spingere i governi anglo-americani a promuovere un intervento bellico nel Medio Oriente. Ci sono le Major del petrolio che con l’intervento militare avevano l’opportunità di sbarazzarsi della concorrenza e di sfruttare i giacimenti senza correre il rischio di vedersi revocare le concessioni. C’è naturalmente il complesso industriale-militare americano che beneficia di un budget per la Difesa smisurato (più di 600 miliardi di dollari) e dispone di un potere di condizionamento proporzionale alla sua forza economica. Vi sono poi le imprese che ambiscono a ricevere, in via esclusiva, gli appalti e le commesse per la ricostruzione delle infrastrutture dei paesi bombardati.

 

Ma è indubbio che questi “affari”, fatti sulla pelle di altre persone e volti ad arricchire e ad aumentare in modo smisurato il potere di una ristretta minoranza con i soldi del contribuente e con quelli dei risparmiatori che sostengono il crescente debito federale americano, possono essere portati avanti solo se il cittadino medio, il vero finanziatore della guerra, sia esso americano o meno, rimane tranquillo, non vede troppo intaccato il suo tenore di vita e le sue aspirazioni di benessere materiale, continua ad alimentare e ad espandere l’immensa macchina dei consumi di cui è anche il principale motore e propulsore. Questa è una condizione indispensabile sia per il funzionamento dell’attuale sistema economico e produttivo che per il mantenimento dell’establishment politico. Se infatti il tenore di vita si dovesse troppo deteriorare, se le abitudini di consumo dovessero d’improvviso modificarsi nel senso di una riduzione e limitazione, non solo si incepperebbe la macchina produttiva, ma salterebbe anche l’intero apparato politico che verrebbe accusato non tanto (o non solo) di avere consentito l’arricchimento di potentati privati attraverso il danaro pubblico, quanto di non avere saputo garantire uno standard di vita che la maggioranza dei cittadini occidentali dà ormai per acquisito e che per prima non intende negoziare. Per mantenere questo tenore e stile di vita c’è bisogno però di mantenere inalterati i flussi di energia che lo alimentano sotto forma di combustibili fossili, garantendosi un accesso privilegiato, se non esclusivo, alle poche e sempre più ridotte riserve disponibili a livello mondiale.

 

E’ chiaro quindi che c’è un legame a doppia mandata, che lega indissolubilmente, che lo si voglia o meno, l’interesse del gruppo di potere con quello del cittadino medio e che la guerra viene fatta, in misura diversa, sia per conto dell’uno che per conto dell’altro, con la differenza che il secondo non ne è consapevole o sufficientemente informato. E allora perché, in un sussulto democratico, non mettere gli elettori-consumatori di fronte alle proprie responsabilità, alle conseguenze geopolitiche del proprio stile di vita? Perché non dire che se si vuole continuare per alcune generazioni con l’attuale livello di consumi e con gli attuali prezzi dell’elettricità e dei combustibili occorre assicurarsi con la forza risorse energetiche sempre più scarse? Perché non spiegare che non ci si può permettere che le riserve di idrocarburi medio-orientali finiscano nelle mani di altri paesi o di regimi ostili pena il rischio di rimanere a secco e di passare rapidamente da una posizione di dominanza ad una di sudditanza quale il mondo occidentale non conosce da secoli? Da dove deriva questo pudore, questa vergogna, questa reticenza a svelare uno stato di cose da tutti comprensibile e di cui tutti siamo responsabili? Cosa c’è realmente da nascondere?

 

Indubbiamente la politica della trasparenza è un esercizio sempre rischioso a cui i governi delle democrazie occidentali non sono più abituati. Con le vere ragioni verrebbero alla luce gli immensi affari dei gruppi di potere che traggono vantaggio dalla guerra, le commistioni opache tra politica e grandi imprese private, gli enormi conflitti d’interesse di molti esponenti di governo. In una distaccata consultazione democratica, si potrebbe inoltre mettere in discussione l’assunto che l’intervento armato sia la migliore strategia, quella che porta più stabilità, che meglio garantisce nel tempo il mantenimento di quella disparità di accesso alle risorse energetiche indispensabile per sostenere il modello di consumo e di benessere. Qualcuno potrebbe mettere in guardia dai rischi di una pura politica di dominio e arrivare anche a domandarsi se un mondo solcato da muri più o meno invisibili e da disparità imposte sia un luogo sicuro e piacevole da viverci, se non esistano alternative praticabili a questo modello, se non c’è modo di ridurre i consumi e la dipendenza energetica dai combustibili fossili. Ma non è solo questo che temono i governi, non sono solo queste le ragioni per cui non può essere detta la verità. Ce n’è una molto più profonda, potenzialmente molto più sconvolgente, che tocca il substrato ideologico su cui si fondano le democrazie occidentali e che spiega anche come mai l’ipocrisia e l’omertà sulle reali motivazioni della guerra accomuni tutti i paesi e gli schieramenti politici, ne siano essi sostenitori od oppositori.

 

I partiti ed i governi europei dichiaratisi contrari alla guerra in Iraq si sono infatti ben guardati dal rivelare le ragioni ultime che l’hanno provocata e dall’indicare le azioni da intraprendere per evitare il suo ripetersi. Essi hanno condannato l’intervento bellico come mezzo di risoluzione dei conflitti, ne hanno criticato l’efficacia nell’estirpare il terrorismo o nel promuovere la stabilità e la democrazia, ma non hanno mai avuto il coraggio di svelarne pubblicamente i retroscena. Solo per fare un esempio, in Italia, paese che ha manifestato in massa per la pace, l’allora opposizione di centro-sinistra non ha sentito il dovere di informare l’opinione pubblica che le forze militari italiane erano stanziate a Nassirya per salvaguardare le concessioni petrolifere accordate in precedenza all’ENI da parte dell’esecrato regime di Saddam2. Perché questa come altre cose non si possono dire ufficialmente?

 

Ma perché si manderebbe in frantumi la più colossale delle illusioni, si svelerebbe il non detto che cela la contraddizione sempre più stridente tra il sistema di valori in cui ci riconosciamo e su cui si fondano le nostre democrazie ed il sistema economico e di consumo che sta alla base del nostro benessere materiale. Viviamo e cresciamo in un contesto comunicativo e culturale che ci sollecita a consumare senza sosta e che senza sosta genera e diffonde, attraverso gli organi di informazione, la pubblicità, la profusione e l’incessante ricambio dei beni di consumo, l’idea che il nostro stile di vita, il nostro benessere, sia sostanzialmente indipendente dalle risorse disponibili a scala globale e non costituisca di per sé un condizionamento o una limitazione al benessere e alla libertà di altre popolazioni. Il modello di sviluppo basato sulla crescita economica continua, che noi stessi alimentiamo, ci viene presentato come aperto e accessibile a tutti gli abitanti del pianeta, moralmente neutro, privo di implicazioni geopolitiche, libero da vincoli di ordine fisico e ambientale.

 

Le enormi disparità di ricchezza a livello mondiale, lo stato di indigenza e di asservimento lavorativo di miliardi di persone, la conflittualità insanabile di determinate aree del pianeta, la depredazione e devastazione di ambienti e risorse naturali, quando portati all’evidenza dei media, non paiono avere relazione alcuna con il nostro sistema economico, con la nostra condotta di consumatori, con le nostre azioni e scelte quotidiane, ma dipendere piuttosto da cause endemiche di svariata natura, di volta in volta geografiche, politiche, storiche, culturali. Se, al contrario, viene evidenziato un concorso diretto da parte della nostra società, esso viene esclusivamente attribuito a specifici gruppi o categorie, siano esse le spietate multinazionali o i complici governi guerrafondai e imperialisti, che possono essere agevolmente accusati di agire secondo mere logiche di profitto e di potere contrarie ai valori in cui ci riconosciamo.

 

In entrambi i casi il responsabile è sempre altro, esterno, diverso, noi non ci percepiamo, né come individui, né come collettività, implicati in queste situazioni di violenza e di degradazione sociale e ambientale, in questo Male che affligge in luoghi distanti l’umanità e la Terra, ma anzi siamo i primi a volerlo risolvere e sanare. La grande partecipazione emotiva e le spontanee donazioni in occasione di catastrofi naturali che colpiscono popolazioni povere di aree remote, come nel caso dello Tsunami indonesiano, le campagne mediatiche a favore della lotta alla povertà e della cancellazione del debito, gli interventi nelle aree colpite da carestia, sono lì a dimostrare il nostro genuino slancio umanitario, la nostra sincera intenzione di alleviare le sofferenze degli altri e di diffondere il benessere e la libertà, nella misura del possibile, a tutti gli abitanti del pianeta. Attraverso queste ripetute espressioni di buona volontà, noi ci riconfortiamo nell’idea di rappresentare in qualche modo il Bene, il modello politico, sociale e morale di riferimento, di essere in fondo i primi difensori dei diritti umani e i veri detentori dei valori di libertà, uguaglianza e pace cui si dovrebbe ispirare ogni forma di convivenza civile tra i popoli. In altri termini noi troviamo conferma della sostanziale buona coscienza della nostra condotta sia come individui, che come società.

 

Se d’improvviso i governanti dei paesi occidentali, attraverso i principali mezzi di informazione, si rivolgessero alla propria opinione pubblica, ai propri elettori, per dire che l’attuale livello di benessere materiale, l’attuale stile di vita e di consumo, è reso possibile da una politica estera di dominio e di rapina delle risorse naturali; se rivelassero che il suo mantenimento futuro dovrà sempre più basarsi sull’esclusione dal benessere di ampie porzioni della popolazione mondiale, sull’imposizione, mediante la forza economica o militare, di disparità di affluenza e di consumo; se spiegassero con sincerità che le guerre nel Golfo Persico sono state fatte e saranno fatte, anche e soprattutto, per garantire adeguate forniture di combustibili fossili a basso costo a beneficio dell’intero sistema economico-produttivo, compresi i singoli consumatori-elettori; se in breve dicessero la verità, come si suppone dovrebbe accadere in democrazia, si svelerebbe di colpo tutta l’infondatezza dell’ideologia della buona coscienza e verrebbe al contempo alla luce il meccanismo mistificatorio che l’ha creata e alimentata.

 


Ci si ritroverebbe ingannati dai nostri stessi rappresentanti sul piano profondo e “sacro” dei valori e delle convinzioni che guidano e giustificano la nostra condotta quotidiana e che riteniamo alla base delle nostre organizzazioni sociali. Ci si scoprirebbe attori colpevolmente inconsapevoli di una dinamica persecutoria, fin qui abilmente dissimulata ed occultata, nella quale risultiamo complici dei mali che vorremmo estirpare, delle ingiustizie e delle miserie che intendiamo risolvere, delle guerre contro cui con forza protestiamo. Persino molti di quelli che sono scesi in piazza con le bandiere della pace scoprirebbero con orrore i propri stendardi imbrattati di sangue. Una simile scoperta, una simile presa di coscienza collettiva, se si producesse di colpo, senza transizioni e adeguata preparazione, avrebbe effetti a dir poco destabilizzanti, sia a livello di biografia individuale che, soprattutto, di ordinamento politico ed economico. Essa minerebbe alla base la fiducia nelle istituzioni democratiche e nella capacità dell’attuale sistema economico di garantire il benessere per tutti. Rischierebbe di paralizzare i consumi e di provocare uno stravolgimento delle attuali forme di produzione.

 

Per le classi di governo interessate, per profitto o per potere, al mantenimento dello status quo e per tutte le altre incapaci di immaginare alcuna forma di sviluppo alternativa a quella consumistica della crescita continua, appare quindi vitale proteggere la menzogna della buona coscienza, evitando con cura che le implicazioni geopolitiche del modello economico di cui sono espressione possano divenire di dominio pubblico. Le moderne democrazie occidentali, a differenza di quanto accadeva nel periodo coloniale quando non si percepiva alcun bisogno di dissimulare o giustificare le politiche di conquista e di imperialismo, sembrano di fatto condannate, per la loro stessa storia e natura, all’ipocrisia e a rinnegare continuamente i principi di trasparenza di governo e di universalità dei diritti cui professano di ispirarsi. L’aspetto realmente vizioso e antidemocratico di questo stato di cose, è che la stessa ideologia della buona coscienza, espressa nella retorica della difesa dei diritti umani, dell’esportazione dello sviluppo e della libertà, venga sfruttata strumentalmente, insieme ad una oculata disinformatija, per nascondere ed occultare agli occhi dell’opinione pubblica il lato oscuro, inconfessabile e violento delle proprie contraddizioni.

 

Come tutte le ideologie ben radicate, l’ideologia della buona coscienza è infatti implicita e conservativa. Essa agisce sottotraccia come filtro interpretativo della realtà, seleziona e organizza il flusso informativo esterno, impone con forza oggettiva letture e giudizi di valore scartandone a priori altri, tende continuamente ad autoconvalidarsi escludendo o rigettando tutto quanto potrebbe metterla in discussione. Attraverso questo filtro potente e sotterraneo, noi cittadini delle democrazie occidentali costruiamo la nostra identità come soggetti morali in rapporto al mondo che ci circonda, agli altri popoli, alle altre nazioni, all’ambiente naturale, diamo un senso e una giustificazione alle nostre azioni come singoli e come società e allo stesso tempo valutiamo e giudichiamo quelle degli altri. Proprio perché posta a fondamento della nostra identità, dell’immagine che abbiamo di noi stessi, l’ideologia della buona coscienza è molto rigida, estremamente refrattaria alle evidenze contrarie.

 

Noi non possiamo e non riusciamo a immaginarci nelle vesti, seppure indirette, di persecutori, non possiamo pensare che in nome e per conto nostro vengano uccisi civili inermi, vengano imposte sofferenze e miseria a milioni di persone con il solo scopo di mantenere uno stato di disparità e un sistema di potere funzionale al nostro benessere e ai profitti di un’esigua minoranza; rifiutiamo ostinatamente di crederci, cercheremo smentite o giustificazioni di comodo, perché se tutto questo fosse vero entreremmo in crisi, saremmo costretti a rivedere i presupposti morali che hanno guidato e regolato la nostra vita, a riconsiderare il senso e il peso delle nostre azioni, la validità dei valori di cui ci riteniamo portatori. Si innesca un meccanismo automatico e inconscio di rimozione e censura, quello stesso che ci impedisce di ammettere e riconoscere i nostri cattivi pensieri, le nostre pulsioni violente e omicide. Esso agisce come una barriera che si dimostra tanto più impenetrabile ed opaca tanto più i riscontri della realtà sembrano porsi agli antipodi di quanto ci immaginiamo che debba essere.

 

Ebbene la politica inconfessata del dominio sfrutta proprio questa barriera, questa zona d’ombra, ad un tempo cognitiva e psicologica, per nascondersi e dissimularsi. Fin tanto che non si rende necessario un palese intervento diretto, come un’azione bellica, la politica del dominio può essere celata agli occhi dell’opinione pubblica sfruttando semplicemente lo scarto informativo e di percezione esistente tra il contesto locale in cui operiamo le nostre scelte di consumatori e di elettori e il contesto globale in cui si esplicano gli effetti, diretti ed indiretti, di queste scelte. E’ sufficiente fare in modo che tali effetti non vengano documentati dai principali organi di informazione per renderli di fatto invisibili, compito peraltro facilitato dalla loro natura continuativa e cumulativa che li esclude in partenza dal novero delle notizie o degli “avvenimenti” rapidi usualmente proposti dai telegiornali.

 

Ma quando l’omissione non è più possibile, quando le distanze si accorciano e come collettività ci ritroviamo direttamente coinvolti in eventi che sembrano smascherare la nostra politica di dominio, mettere in dubbio la sacra integrità della nostra buona coscienza, ecco che la stessa buona coscienza viene utilizzata per occultare l’evidenza, per giustificare azioni altrimenti inammissibili, in aperto contrasto con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Con una manipolazione di stampo orwelliano, tramite i media e le dichiarazioni ufficiali viene operato un ribaltamento simmetrico dei ruoli e delle responsabilità, tipico dei contesti di persecuzione, per cui la vittima viene presentata come persecutore e il persecutore come vittima, fornendo una giustificazione morale del ricorso alla forza e alla violenza.

 

Una guerra di aggressione può così diventare una missione per promuovere la libertà e per garantire la pace, il bombardamento sistematico di ponti e infrastrutture civili un inevitabile prezzo da pagare per ristabilire la speranza, l’uccisione di persone inermi con missili o bombe a frammentazione, uno spiacevole danno collaterale nel lodevole intento di promuovere la democrazia3. Viceversa la difesa del proprio territorio con i metodi obbligati della guerriglia da parte di chi è stato invaso diventa aggressione, sempre e comunque atto vigliacco e riprovevole di terrorismo. Ciò che garantisce la tenuta del ribaltamento, l’impermeabilità all’evidenza contraria, è proprio la buona coscienza che ci impedisce di pensare che le cose siano l’opposto di quanto ci dicono, di immaginarci come persecutori.

 

La novità introdotta nella guerra in Iraq dai neocon americani (insieme al fido alleato inglese) è stata l’uso sfrontato e spudorato che si è fatto di questo meccanismo per occultare fatti di inaudita gravità le cui vere responsabilità apparivano di oscena evidenza. Quando Donald Rumsfield esortava i suoi collaboratori a pensare e proporre l’impensabile, non intendeva ciò che non può essere pensato, poiché logicamente impossibile, ma ciò che non deve essere pensato, che il normale codice di condotta, la normale coscienza ci impedisce di prefigurare come possibile in quanto moralmente inaccettabile ed in contrasto con i valori basilari in cui crediamo.

 

Ora le nostre prospettive future come società, la possibilità di evitare ulteriori conflitti, dipenderanno in gran parte dalla nostra capacità di pensare l’impensabile, ma non nel senso immaginato da Rumsfield. Se vorremo rispondere alle sfide enormi che ci vengono dalla povertà, dalla sovrapopolazione, dall’esaurimento dei combustibili fossili, dal cambiamento climatico, dalla scarsità delle risorse avremo bisogno di guardare in faccia alle contraddizioni che si celano sotto la nostra falsa buona coscienza per disinnescarne il meccanismo mistificatorio ed imparare a ricondurre a noi stessi, e non a capri espiatori di comodo, le cause dei mali che ci circondano e che ci minacciano direttamente. E’ un processo rischioso, potenzialmente destabilizzante, ma l’unico che può fornirci qualche via d’uscita per provare a convivere, come una unica comunità di destino, su questo pianeta.

 

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