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Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in Agosto 2008 sul blog "Risorse, economia e ambiente". Viene ripresentato sul sito di ASPO-Italia nel Dicembre 2008 . 

 

 

1. Introduzione.


Siamo abituati al fatto che esista un "problema rifiuti". E' curioso, però, che l'esistenza stessa dei rifiuti è una cosa nuova; tipica del mondo moderno. Nel passato, i rifiuti erano un problema minore o, addirittura, non esistevano fuori dei nuclei urbani. La società agricola pre-industriale era, a tutti gli effetti pratici, una società a "rifiuti-zero". Oggi, invece, abbiamo paura di finire sommersi dai nostri rifiuti e ci domandiamo cosa farne. Dobbiamo seppellirli? Bruciarli? Riciclarli? I rifiuti sono veramente delle "materie seconde" da cui trarre energia e risorse utili, oppure qualcosa che deve essere fatta sparire al meglio possibile?

Nonostante l'importanza di queste domande, in realtà, dei rifiuti si sa poco. Se guardiamo la teoria economica convenzionale, vediamo che si occupa di tante cose: produzione industriale, manodopera, prezzi, domanda, offerta, eccetera, ma non ci troviamo i rifiuti. Prendete una "funzione di produzione" standard e non ci troverete un termine per i rifiuti. Sui rifiuti, i testi di economia tacciono o danno soltanto delle trattazioni superficiali e questo vale anche per testi che proclamano esplicitamente di occuparsi di economia dell'ambiente. Tanto per fare un esempio, nel testo recente "economia ambientale" di Barry e Martha Field (McGraw Hill, 2006), la parola "rifiuti" (waste) appare per la prima volta a pagina 341 e soltanto nel contesto dei "rifiuti pericolosi". Il meglio che la teoria economica può dire è che i rifiuti sono beni di valore negativo, ovvero delle "diseconomie". Ma perché l'industria produce beni di valore negativo? Possiamo eliminare queste diseconomie, oppure c'è qualche ragione che le rende inevitabili?

Così, ci troviamo in una situazione simile a quella della medicina prima della scoperta dei virus e dei batteri. Facciamo il possibile per affrontare il problema dei rifiuti, ma non ne conosciamo le cause profonde. Dobbiamo allora applicare nuovi strumenti e nuove idee a un problema che sta diventando importante. Per capire come stanno le cose, possiamo e dobbiamo utilizzare forme di modellizzazione che fanno parte di un nuovo campo che cerca di integrare l'economia con la fisica. Ci sono varie definizioni: "econofisica", "bioeconomia", "ecologia energetica", e altri termini, (vedi, per esempio Charles Hall (2008). In questo campo, uno dei concetti fondamentali è quello di "ritorno energetico", ovvero il rapporto fra l'energia ottenuta e l'energia investita per una certa azione in un sistema biologico o economico. Questo rapporto viene definito EROEI (energy return for energy invested) o EROI (energy return on investment).

L'EROEI è il modo più semplice di esprimere un concetto che può sembrare anche banale, ma che viene spessissimo dimenticato. Non ha senso fare un'attività economica destinata a generare profitto, oppure un'attività biologica destinata alla sopravvivenza individuale, se il suo ritorno energetico è minore dell'investimento energetico necessario. In altre parole, nessuno scaverebbe un pozzo di petrolio se ci vuole più energia per farlo di quanta poi se ne possa tirar fuori dal petrolio estratto. La stessa idea si può esprimere con altre grandezze che, nella letteratura scientifica, prendono il nome, per esempio di "ritorno energetico" (energy yield), intensità energetica, o anche "transformity", un termine inventato da Howard Odum che è stato il pioniere di questo tipo di approccio. Per il profano, è difficile orizzontarsi in questa trattazione che spesso appare astrusa, specialmente nella formulazione di Odum, dove la transformity è espressa in funzione di una grandezza chiamata "solar em-joules". Ma, una volta che siete entrati in questo ordine di idee, vi si schiude davanti un intero mondo. L'analisi energetica (EROEI o transformity, o quello che volete) è la chiave di volta per capire quello che ci succede intorno. L'EROEI è affetta da incertezze nel calcolo, ma e' un concetto molto più potente del prezzo. Non dipende dalle fluttuazioni del mercato, dalle sovvenzioni statali, o dalla percezione umana. E' una grandezza fisica che è inesorabile nel determinare se qualcosa è fattibile oppure no.

In questa analisi, vedremo che i rifiuti sono risorse a bassa resa, sia economica che energetica. In altre parole, i processi che sfruttano i rifiuti come materia prima (o, se preferite, come materia seconda) hanno un basso valore dell'EROEI. Pertanto, il loro sfruttamento richiede strutture sociali, tecnologiche ed economiche "leggere", ovvero a basso costo energetico. Al momento, tuttavia, la società industriale non sembra essere in grado di generare questo tipo di strutture per cui i rifiuti sono effettivamente un costo per l'intera società. Viceversa, un'esempio di strutture del genere si trova nell'antica tradizione contadina della "spigolatura", che era nata esattamente per questo scopo è che sfruttava risorse a bassa resa nella tradizione dei "beni comuni" o "usi civici" tipici delle società agricole.

E' possibile translare questa tradizione nella società moderna? Vedremo che, pur senza negare le difficoltà, la nostra società si sta già adattando alle nuove condizioni sviluppando strutture sociali ed economiche per la gestione dei rifiuti che ricordano quelle dell'antica spigolatura.


2. La gestione dei rifiuti nel mondo agricolo.

Abbiamo letto tutti a scuola della "Spigolatrice di Sapri" (quella dei "trecento, giovani e forti"). Probabilmente, però, pochi di noi si sono domandati chi fosse e cosa facesse esattamente questa spigolatrice che racconta la storia. Oggi, in effetti, ci siamo dimenticati dell'esistenza di una cosa che si chiamava spigolatura. Eppure, esiste ancora oggi, anche se non se ne parla. Ma esisteva in modo molto più visibile e evidente al tempo della società contadina di una volta.

Nel mondo contadino, era tradizione e prassi che, dopo la mietitura del grano, si desse accesso ai campi ai più poveri che potevano così raccogliere le spighe rimaste per terra. Questo si chiamava "spigolatura". Ma non si faceva soltanto con il grano; si faceva con la frutta, con il riso, con le olive e con le castagne sull'Appennino. Era una tradizione antichissima che si trova menzionata esplicitamente anche nella Bibbia. Si può parlare di spigolatura anche in contesti diversi da quelli dell'agricoltura. Per esempio, Frank McCourt ci racconta nel suo romanzo "Le ceneri di Angela" di come la sua famiglia fosse riuscita a sopravvivere negli anni 1930 in Irlanda "spigolando il carbone", ovvero raccogliendo i pezzetti di carbone caduti sui bordi della strada dai carri che lo trasportavano.

La teoria economica moderna non ha mai preso in considerazione la spigolatura. Un po' è perche lo studio dell'economia è centrato sulle attività industriali, un po' perché la spigolatura non implica un passaggio di moneta e quindi è invisibile per gli economisti di oggi. Al massimo, gli economisti possono considerare le spighe cadute per terra come delle "diseconomie" che dovrebbero essere eliminate. Eppure, se la spigolatura è esistita per tanti secoli in una società povera come lo era quella contadina, è difficile pensare che fosse una diseconomia.

Possiamo spiegarci la funzione della spigolatura se usciamo dall'economia classica e usiamo invece i metodi i quella che si chiama, a volte, "bioeconomia" o "economia ecologica" (Hall 2008). Cerchiamo allora di esaminare la spigolatura in termini di energia guadagnata e energia spesa, ovvero di quel rapporto che viene definito EROEI (energy return on energy invested). Ogni attività, sia essa economica come biologica, deve rendere più energia di quanta ne consumi. Altrimenti non ha senso.

L'agricoltura è un'attività destinata a produrre energia in forma di calorie alimentari. Ma coltivare il grano è un'attività che ha un costo energetico e, anche quello, può essere misurato in calorie alimentari, perlomeno per l'agricoltura pre-industriale. Secondo le stime disponibili (Lough 1999), l'agricoltura di quell'epoca aveva un EROEI intorno a 1-5. Ovvero, nella migliore delle ipotesi, l'agricoltura rendeva 5 unità di energia per ogni unità di energia impegnata nella coltivazione. Era una resa sufficiente per sostenere la civiltà agricola di un tempo, ma neanche lontanamente sufficiente per la società industriale di oggi che si basa tutta sui combustibili fossili. I fossili hanno avuto fino ad oggi delle rese energetiche enormemente superiori a quelle dell'agricoltura. Estrarre il petrolio ai "tempi d'oro" (gli anni 1930-1950) aveva un'EROEI di oltre 100, secondo i dati disponibili. Nessuna sorpresa che i contadini di una volta fossero poveri mentre noi moderni, che estraiamo il petrolio, siamo ricchi (o meglio, lo siamo stati fino ad oggi).

Con un EROEI di 1-5, in agricoltura non c'è molto margine per fare errori. Sicuramente, nella società contadina tutto era ottimizzato e sappiamo bene che non si buttava via niente. Per questo, sembrerebbe strano che un'attività come la mietitura lasciasse delle spighe per terra. Era veramente una diseconomia, un'imperfezione? In realtà, è probabile che l'ottimizzazione del processo di mietitura includesse il fatto che non si raccoglieva il 100% del raccolto.

Ben pochi di noi oggi hanno esperienza diretta dell'uso della "falce fienaia" di una volta. Da quello che si può capire dai racconti dei vecchi e dalle rievocazioni, si può capire che mietere il grano era un lavoro durissimo: si trattava di andare avanti falciando a tutta forza, sotto il sole d'estate e per tutta la giornata (si sa che i contadini erano gente robusta). Ora, la linea dei contadini che avanzava falciando non poteva essere efficiente al 100%: un po' perché si sarebbero disturbati a vicenda, un po' perché non potevano perder tempo dietro a ogni ciuffo che rimaneva indietro. Il mestiere del falciatore è di falciare, non di raccattare ogni spiga che casca per terra.

Non abbiamo studi dettagliati su questo punto per cui mi devo limitare a fare un'ipotesi. Comunque, mi sembra probabile che l'EROEI della mietitura avesse il suo valore massimo per una certa frazione, inferiore al 100%, di spighe raccolte. Ovvero, se i mietitori si fossero fermati a raccogliere le spighe cadute per terra avrebbero aumentato il loro sforzo, riducendo il valore dell'EROEI del processo. Questo è, incidentalmente, un principio ben noto in economia: il principio dei ritorni decrescenti.

Entra in scena adesso la spigolatura. Come è possibile che riuscisse a sfruttare risorse che che la mietitura trascurava? La dura legge dell'EROEI deve valere anche per la spigolatura. Ma, se la spigolatura esisteva ed era così diffusa, evidentemente, doveva per forza avere una resa energetica accettabile. Questo era possibile per vari motivi. Il primo era la semplicità della tecnologia; lo spigolatore non usava utensili, mezzi di trasporto o attrezzature. Semplicemente, camminava per i campi raccogliendo quello che trovava. Oggi, chiameremmo la spigolatura un processo "a filiera corta."

Inoltre, la spigolatura era fatta da singoli individui o, al massimo, da gruppetti spontanei. Ovvero, non aveva i costi della gerarchia di un'organizzazione. E' noto in tempi moderni (Lough 1996) che l'efficienza di un'organizzazione è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'organizzazione stessa. Gli spigolatori, quindi, ottimizzavano anche questo parametro. In sostanza, la spigolatura utilizzava pochissima energia ed era molto simile al metodo usato dagli antichi cacciatori e raccoglitori di epoche pre-agricole, notoriamente più efficienti degli agricoltori che lo hanno sostituiti.

Un altro motivo per il quale la spigolatura era così efficiente è più sottile e ha a che vedere col suo valore sociale. Partiamo dal fatto che nessuna società è efficiente al 100% nell'allocazione delle risorse in termini di forza-lavoro. In altre parole, ogni società ha sempre un certo numero di disoccupati e semioccupati. Nella società agricola, in particolare, non tutti si potevano impegnare a tempo pieno nell'attività agricola vera e propria, per esempio le donne che erano impegnate anche nelle attività domestiche. Ma c'erano anche altre persone, ragazzi, disabili, anziani e altri, che non potevano accollarsi il lavoro agricolo pesante. Tutte queste persone erano potenzialmente un costo energetico per la società, dato che producevano meno di quanto non consumavano. Ora, se queste persone spigolavano, annullavano, o comunque riducevano, questo costo. La spigolatura, in altre parole, aumentava la resa energetica dell'intera società.

Questo è un punto fondamentale dell'analisi energetica dei processi. L'analisi EROEI standard prende in considerazione soltanto i costi strettamente inerenti al processo esaminato, detti anche "costi interni". I costi che il processo genera (o riduce) nella società sono detti "costi esterni" e non vengono considerati per convenzione. Tuttavia, anche questi costi possono essere quantificati dall'analisi che fa uso del concetto di "transformity". Ci ritorneremo sopra quando parleremo dei metodi moderni di trattamento dei rifiuti. Qui, mi limito a menzionare che la spigolatura era un tipico processo "win-win" (vinci-vinci) come dicono gli Americani. Ovvero, beneficiava tutta la società, non solo gli individui che la praticavano. Considerate la necessità che aveva la società contadina di adattarsi alle fluttuazioni del raccolto in relazione al clima, alle epidemie periodiche, e a tutti gli altri parametri che influenzavano l'economia agricola pre-industriale. In un'annata buona, c'era bisogno di più manodopera, in una meno buona la manodopera poteva essere in eccesso. La spigolatura, probabilmente, formava un "polmone" di risorse che permetteva un adattamento efficiente alle fluttuazioni della resa agricola. Era un po' come la nostra cassa integrazione. Notate anche come la spigolatura riduceva il rischio di conflitti sociali violenti dando una valvola di sfogo alla sezione più povera della società. Questi conflitti non potevano che peggiorare l'EROEI della società e quindi la spigolatura aveva anche questo effetto benefico.

La spigolatura non era soltanto un particolare processo produttivo; era integrata in tutto il sistema economico della società agricola; specializzato nella gestione di risorse a bassa resa energetica. Quella parte del raccolto che era oggetto di spigolatura era un "bene comune;" o "uso civico". Era un elemento tipico dell'economia agraria che includeva anche cose come i pascoli, la raccolta dei funghi, la legna per scaldarsi, eccetera. Esistevano parole specifiche per indicare questi beni: fungatici, pascolatici, legnatici, eccetera; tutte parole che oggi sono andate perse con la sparizione dei beni comuni. Notate anche qui la flessibilità delle strutture della società contadina. La proprietà dei campi era privata, ovviamente, ma per il periodo della spigolatura (e solo per quel periodo) diventava un bene comune.

La ragione di gestire la spigolatura nell'ambito di un bene comune è probabilmente un'altra conseguenza della sua bassa resa. Una proprietà privata ha dei costi in forma di recinzioni, guardiani, atti notarili, tassazione, eccetera. Un bene comune non ha niente del genere, non è recintato, non ha atti formali, non ha guardiani, non è soggetto a tasse. Tutte cose che peserebbero eccessivamente sulla resa limitata dei beni che può produrre.

Sui beni comuni (o "commons" in inglese) è molto nota l'analisi di Garrett Hardin che va sotto il nome di "tragedia dei beni comuni". Secondo Hardin, l'esistenza dei beni comuni innesca un meccanismo che, alla fine, genera la distruzione dei beni stessi. L'esempio portato da Hardin è quello di un ipotetico pascolo dove ogni pastore è libero di portare quante pecore vuole. Siccome ogni pastore ha un vantaggio nel portare al pascolo più pecore possibile, il risultato è che ci sono troppe pecore e l'erba viene distrutta. In termini moderni, questo fenomeno lo chiamiamo "sovrasfruttamento".

Il meccanismo di Hardin si verifica nei sistemi economici che gli economisti chiamano di "libero accesso". Un esempio fra i più antichi è la selvaggina che il diritto romano considerava una "res nullius", un "bene di nessuno". Ma, se nella caccia si ingenerano fenomeni di sovrasfruttamento, il risultato è un disastro. Oggi, la selvaggina non si può più considerare "res nullius" e la caccia è fortemente regolata in modo da evitare, almeno in parte, il sovrasfruttamento. In molti casi, la privatizzazione si è rivelata l'unico rimedio possibile. Come sappiamo, Geordie fu impiccato con una corda d'oro per aver rubato sei cervi dal parco del re. Il parco del re non era un "bene comune" e non poteva esserlo. Ci sono tantissimi esempi di beni che devono essere privatizzati o strettamente regolati per evitare che vengano sovrasfruttati.

Tuttavia, se gli "usi civici" sono sopravvissuti nella pratica comune per migliaia di anni, è chiaro che non potevano portare consistentemente a una tragedia da sovrasfruttameno. Certamente, questa tragedia non si verificava con la spigolatura del grano. Infatti, il modello di Hardin non si applica a questo tipo di sistemi per diverse buone ragioni. C'erano, in primo luogo, prassi, leggi e regole che limitavano lo sfruttamento dei beni comuni. Ma il meccanismo che impediva il sovrasfruttamento era dovuto alla natura stessa di bassa resa energetica dei beni comuni. Per scatenare la tragedia di Hardin, occorre che il bene sfruttato possa produrre un surplus tale da far si che quelli che ne fruiscono possano investire in uno sfruttamento più intenso. Ovvero, nel modello, bisogna che una pecora renda abbastanza soldi da poter permettere al pastore di comprare un'altra pecora. Ma risorse povere come legnatici, fungatici e pascoli di alta montagna non restituiscono profitti del genere. Chi raccoglie spighe di grano lo fa in un'ottica di sussistenza; non ne ricava profitti. Quindi, la resa dei beni comuni è troppo bassa per dare origine al sovrasfruttamento. Il modello di Hardin, in questo caso, non si applica.

In sostanza, viene fuori da questi ragionamenti che l'agricoltura pre-industriale era un sistema flessibile che gestiva le risorse in modo ottimale, riuscendo a chiudere quasi completamente i cicli di produzione e ottenere quello che oggi chiameremmo "sostenibilità". Questo non vuol dire idealizzare l'agricoltura come se fosse la mitica Arcadia. L'agricoltura, incluso quella preindustriale, può essere estremamente distruttiva e, in particolare, sovrasfruttare la "risorsa suolo". Questo si è verificato molte volte nella storia umana, come ci racconta, per esempio, Clive Ponting nel suo libro "Nuova storia verde del mondo" del 2007. Ma ci sono anche state società che sono riuscite a mantenersi in un equilibrio stabile con il suolo e, in ogni caso, la distruttività dell'agricoltura non è neanche lontanamente paragonabile a quella della società industriale.

Vorrei anche specificare che tutto questo ragionare sull' "ottimizzazione" delle risorse nella società agricola non va confuso con altri usi, assai criticabili, dello stesso termine. Più di una volta, qualcuno ha cercato di ottimizzare l'agricoltura eliminando lo "spreco" dei beni comuni e della spigolatura. Il risultato è stato spesso disastroso; basti ricordare l'esempio della "legge della spigolatura" del 1932 nell'Unione Sovietica che condannava a morte per fucilazione chi fosse stato sorpreso a spigolare perchè "danneggiava l'agricoltura". Non servi' certamente, anzi, probabilmente peggiorò le conseguenze dell "holodomor", la grande carestia che causò forse otto milioni di vittime in quelgli anni.

Esiste poi un grossolano stravolgimento del concetto di evoluzione biologica che va sotto il nome di "darwinismo sociale" e che vuole che la società si possa ottimizzare sulla base del principio della "sopravvivenza del più adatto." Questa teoria è stata, purtroppo, messa in pratica dai nazisti tedeschi con lo sterminio di massa delle persone ritenute un peso per la società. Teoria stupida, oltre che infame, se la confrontiamo con l'intelligente adattamento della società contadina che invece cercava di dare un posto e un minimo di risorse a tutti.

Inoltre, il concetto di "ottimizzazione" nella società contadina non implica affatto che si debba trascurare il lato di solidarietà umana della spigolatura. Al contrario, il concetto di spigolatura ha dei profondi risvolti umani, etici, e religiosi che - in Europa e nel mondo Mediterraneo - si sono espressi attraverso i concetti di carità cristiana. La Bibbia, per esempio, ordina esplicitamente, sia nel Deuteronomio che nel Levitico, ai proprietari dei campi di lasciare qualcosa da spigolare per i poveri. In altre regioni del mondo, concetti equivalenti sono stati espressi in altre forme culturali e religiose, ma è la stessa cosa. I mietitori al lavoro sapevano che le spighe che loro lasciavano cadere sarebbero state raccolte da qualcuno che ne aveva bisogno. Ne lasciavano cadere qualcuna in più apposta? Non lo possiamo sapere, ma può darsi. La solidarietà è parte del fatto di essere umani.


3. I rifiuti della società industriale.

Se proviamo ad applicare i concetti che abbiamo discusso alla società moderna, vediamo che non c'è posto per la spigolatura. La società industriale è nata sfruttando risorse ad alto contenuto energetico che permettevano di sviluppare processi ad alto EROEI. Queste risorse sono state prima il carbone e poi, soprattutto, il petrolio. Come si diceva, la resa energetica della società agricola, in termini di EROEI, era dell'ordine di 2-5 mentre quella dell'estrazione del petrolio dei tempi d'oro era oltre 100; ovvero almeno venti volte superiore. Con una resa così buona, ovvero un EROEI così ampio, era tale la ricchezza generata che non c'era bisogno per nessuno di spigolare (perlomeno in teoria). Il mondo industriale si poteva permettere pensioni di anzianità, cassa integrazione, assistenza sanitaria pubblica e tante altre cose. Le strutture sociali del mondo industriale sarebbero state impensabili nel mondo contadino che, semplicemente, non poteva permettersi niente del genere.

Ma, se il petrolio ci ha portato ricchezza, ci ha portato anche problemi. Come abbiamo visto nel caso dell'agricoltura, nessun sistema produttivo può essere efficiente al 100%. Era tanto abbondante la produzione industriale del mondo petrolifero che siamo stati quasi sommersi dai risultati della sua inefficienza. Ci siamo trovati del tutto impreparati a gestire la massa di rifiuti prodotti, non avendo nessuna esperienza del genere nelle migliaia di anni di società contadina che hanno preceduto quella industriale. I rifiuti moderni sono effettivamente una "diseconomia" ovvero un costo per la società. Li possiamo anche chiamare un "costo esterno" inerente all'attività industriale.

Si dice spesso che i rifiuti sono "risorse" o "materie seconde" ma, come le spighe di grano lasciate nei campi, sono risorse a bassa resa energetica; ovvero, richiedono molta energia per essere sfruttate in confronto a quella che possono produrre. Come tali, si prestano male ai metodi di sfruttamento industriale ai quali siamo abituati. Infatti, i metodi che abbiamo sviluppato per trattare i rifiuti sono stati, invero, primitivi, costosi o tutte e due le cose insieme. Per lungo tempo, non abbiamo saputo fare di meglio che seppellire i rifiuti mischiati tutti insieme in grandi buche. Più di recente, è venuto di moda bruciarli in grandi fornaci. I sistemi di riciclaggio sono ancora più recenti; in teoria molto migliori sia dell'incenerimento che della discarica ma, anche qui, costosi. Tutti questi sistemi, nonostante i proclami più o meno esagerati fatti dai loro fautori, sono veramente un peso economico, ovvero delle diseconomie, per la società. Così come stanno le cose oggi, bisogna pagare un prezzo, sia economico che energetico, per liberarsi dei rifiuti.

Evidentemente, i sistemi che abbiamo sviluppato per trattare i rifiuti sono ben lontani dall'elegante semplicità dell'antica spigolatura. Si parla di recupero delle "materie seconde" e di "termovalorizzazione", ma ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato in questi termini se non riusciamo ad ottenerne uno straccio di profitto, se non per mezzo di ampie sovvenzioni pagate dalle tasse dei cittadini. Cosa stiamo facendo di sbagliato?

Vediamo di fare una piccola analisi. Possiamo cominciare dall'incenerimento con recupero energetico - processo che alcuni chiamano con il curioso termine di "termovalorizzazione". Il prodotto utile di questo processo è energia in forma di energia elettrica. Così, abbiamo il vantaggio che possiamo direttamente comparare l'energia investita nella costruzione e gestione dell'inceneritore con l'energia ottenuta dall'inceneritore stesso. Ovvero, possiamo calcolare direttamente l'EROEI del processo.

Su questo punto, possiamo rifarci al lavoro di Otoma e altri del 1997, che ci dice che la produzione di energia elettrica da rifiuti ha un EROEI uguale a circa 2. Questo valore è stato sostanzialmente confermato dagli studi posteriori; per esempio possiamo dedurre un valore simile dai dati riportati da Ulgiati (2008). Ora, un EROEI uguale a 2 è molto inferiore a quello delle tecnologie commerciali per la produzione di energia che hanno valori, tipicamente, superiori a 10. Tuttavia, anche con un EROEI di 2, in principio, si guadagna qualcosa. Probabilmente, l'EROEI della spigolatura non era più alto di così.

Ciononostante, non riusciamo a rendere l'incenerimento dei rifiuti un processo economico. Senza le tasse che paghiamo sullo smaltimento dei rifiuti e - soprattutto - senza il contributo speciale per l'incenerimento che, in Italia, va sotto il nome di CIP6, gli inceneritori non darebbero alcun profitto economico. Come mai?

Qui, dobbiamo tener conto che l'EROEI è una misura soltanto parziale dell'efficienza di un processo complesso come quello dell'incenerimento. Un EROEI maggiore di uno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché un processo sia economicamente fattibile. L'analisi dell'EROEI, infatti, considera soltanto i costi interni di un processo, ovvero quelli strettamente correlati all'operazione del processo stesso. Non considera i molteplici costi esterni che sono dovuti alla struttura stessa della società che gestisce i processi. Nel caso dell'incenerimento, questi costi includono 1) i costi amministrativi e 2) i costi derivati dall'inquinamento e 3) quelli che derivano dalla distruzione di materie prime che devono essere rimpiazzate.

Se ci ragioniamo sopra, vediamo che questi costi non sono per niente trascurabili. Prendiamo in considerazione i costi amministrativi: un inceneritore ha una sovrastruttura amministrativa molto pesante. Ci sono segretarie, notai, ragionieri, commercialisti, revisori dei conti, eccetera. Inoltre, ha un'interfaccia di relazioni pubbliche: giornalisti, pubblicitari, quelli che portano le scolaresche a visitarlo, eccetera. Infine, i profitti dell'inceneritore devono includere le tasse che servono a pagare parlamentari, militari, cassintegrati, presentatori televisivi, nani, ballerine, professori universitari, eccetera. Tutti questi elementi non sono presi in considerazione dall'analisi dell'EROEI ma contano e, sicuramente, contano parecchio.

Consideriamo ora i costi relativi all'inquinamento. L'inceneritore non produce soltanto energia: produce anche rifiuti, come tutti i processi industriali. I rifiuti prodotti dall'inceneritore sono solidi; in forma di ceneri, e gassosi, in forma di gas serra (CO2) di polveri e altri inquinanti. Non dovremmo tener conto anche di questi rifiuti nell'analisi? Certamente si. Dovremmo aggiungere ai costi energetici dell'inceneritore quelli necessari per rimuovere la CO2 non rinnovabile emessa nell'atmosfera, e quelli derivanti dai danni alla salute umana fatti dalle polveri e dagli altri inquinanti. Questi costi sono molto difficili da calcolare. Ipoteticamente, potremmo conteggiare i costi energetici necessari per rimuovere la CO2 dall'atmosfera. Ma per quanto riguarda i danni fatti alla salute umana, sappiamo troppo poco per essere in grado di quantificarli. Sicuramente, però, non li possiamo trascurare.

Infine, c'è il concetto fondamentale che l'incenerimento trasforma materiali potenzialmente ancora utilizzabili in ceneri e gas dai quali, nella pratica, non si recupera più niente. Se vogliamo considerare tutti gli stadi del processo, non possiamo trascurare il fatto che, per esempio, se è vero che bruciare la plastica produce energia, è anche vero che questa plastica bruciata va rimpiazzata con altra plastica. Questo implica scavare pozzi di petrolio, raffinarlo, ottenerne plastica, stamparla in forma di bottiglie e altro, eccetera, tutte cose che hanno un costo energetico.

In sostanza, un sistema industriale destinato a produrre energia può dare un profitto economico nella società così com'è organizzata oggi soltanto se ha una resa energetica, ovvero un EROEI, molto maggiore di 1. Secondo Charles Hall, questo limite inferiore è intorno a 5, ma potrebbe anche essere superiore. E' chiaro quindi che la resa energetica dell'inceneritore è molto al di sotto di questo limite minimo. Quindi, non ci si deve stupire se sono necessari ampli sussidi statali perché gli inceneritori rimangano in funzione. Gli inceneritori sono una vera diseconomia.

Queste considerazioni fatte per gli inceneritori sono valide anche per gli altri metodi utilizzati per smaltire i rifiuti. La discarica è un sistema poco costoso in termini di investimenti e gestione, ma nella sua forma tradizionale non produce energia e non si prevede il recupero dei materiali conferiti. Le versioni moderne hanno la possibilità di ottenere un po' di energia ma il ritorno è scarso. Per la raccolta differenziata e riciclaggio valgono considerazioni diverse. Il riciclaggio "spinto" non prevede la produzione di energia, anche se lo si può fare in alcune versioni. Ne consegue che non possiamo applicare direttamente il concetto di EROEI per valutare la resa. Tuttavia, è possibile valutare altri parametri, per esempio il rilascio di inquinanti e di gas serra. Tutti gli studi disponibili indicano che in termini di impatto ambientale la raccolta differenziata accoppiata al riciclaggio è una strategia superiore sia all'incenerimento come alla discarica.

Ma, ciononostante, il riciclaggio come viene gestito oggi rimane una strategia costosa. Il recupero delle materie prime che si può fare mediante la raccolta differenziata non riesce a ripagare la raccolta stessa. Questo è dovuto in gran parte alle metodiche piuttosto primitive con cui la raccolta viene fatta; basata come lo è oggi sui cassonetti lungo le strade. Nella pratica, il fenomeno del conferimento improprio, ovvero il fatto che un certo numero di cittadini butta i rifiuti a casaccio, sconfigge le buone intenzioni e richiede ulteriori stadi di separazione, impianti complessi, con tutti i costi associati. Si può fare di meglio con la raccolta porta a porta che riduce i costi e migliora la qualità della separazione. Ma, anche qui, per il momento il processo non si regge economicamente da solo.

Così, nessuna delle strategie per trattare i rifiuti che abbiamo sviluppato fino ad oggi riesce ad essere economica, ovvero a trasformare i rifiuti in una risorsa. D'altra parte, se i rifiuti fossero veramente una risorsa, non li chiameremmo "rifiuti". Energia e entropia si coalizzano contro di noi e non riusciamo a trovare una tecnologia che riesca a sfruttare un materiale a bassa resa energetica e dove le materie prime recuperabili sono mischiate fra di loro.

Di per se, questo potrebbe non essere visto come un problema. Se liberarci dai rifiuti ci costa qualcosa, beh, sopportiamo e andiamo avanti. In fondo, nessuno è mai andato in bancarotta per colpa della tassa sui rifiuti urbani. Vero; fino ad oggi. Ma le cose stanno cambiando.

Stiamo cominciando a trovarci in difficoltà con il progressivo calo della resa dell'estrazione del petrolio e degli altri fossili. Con l'esaurimento dei giacimenti ad alto EROEI; ci troviamo davanti al fatto che l'EROEI medio dell'estrazione del petrolio è calato da circa 100, come era ai tempi d'oro, ai circa 15-20 di oggi. Anche l'estrazione delle materie prime si trova in difficoltà per l'esaurimento progressivo delle risorse "facili" che esistevano una volta. Questo si riflette su tutte le strutture della società e anche sulla situazione dei rifiuti.

In pratica, ci possiamo aspettare che la carenza di energia e di materie prime forzi l'industria a produrre in modo più efficiente e a produrre di meno. Di conseguenza, si produrranno meno rifiuti e rifiuti con più bassi valore in termini di contenuto energetico e di materie prime. Di conseguenza, il potere calorifico del rifiuto urbano si abbassa, mettendo in difficoltà i già poco efficienti inceneritori. Ma, in generale, questa riduzione del valore dei rifiuti metterà in difficoltà anche i sistemi di riciclaggio. E' probabile che dovremo pagare di più per smaltirli.

In sostanza, se il rifiuto è una "materia seconda", rimane comunque una materia seconda a basso EROEI che genera un surplus troppo basso per essere sfruttabile con i metodi industriali classici. Questo già basso EROEI è destinato a diminuire ulteriormente e, gi conseguenza, lo smaltimento verrà a costare più caro. Questo aumento dei prezzi va a scontrarsi con il generale impoverimento della società che non sarà più in grado di accollarsi i costi crescenti dello smaltimento dei rifiuti. In sostanza, andiamo verso una crisi sistemica che non sarà facile risolvere con i metodi tradizionali. Avremo meno rifiuti, ma il problema di sfruttarli in modo efficiente si farà sempre più importante e pressante.



4. La spigolatura dei rifiuti



Se i rifiuti sono una risorsa a resa troppo bassa per essere sfruttati con i metodi industriali tradizionali, proviamo a esaminare la questione dei rifiuti moderni alla luce della spigolatura delle società agricole. Come abbiamo visto, la spigolatura è una strategia apposita per sfruttare risorse a bassa resa. Possiamo pensare a qualcosa del genere per i rifiuti della società industriale?

In effetti, una volta che cominciamo a vedere le cose secondo questo punto di vista, vediamo che già oggi ci sono degli elementi di spigolatura nel modo in cui i rifiuti sono gestiti. Nella raccolta differenziata urbana, al cittadino viene richiesto di separare i propri rifiuti e di distribuirli in appositi contenitori. Questo è un lavoro che potrebbe essere fatto a valle, con macchinari appropriati, ma costerebbe più caro. Differenziando a monte, il cittadino riduce il costo energetico del sistema. Il lavoro del cittadino, in questo caso, è individuale e spontaneo, come lo era quello degli antichi spigolatori. A differenza di quest'ultimi, però, il cittadino non ricava nessun vantaggio pratico dalla sua buona volontà e questo è probabilmente uno dei motivi per i quali la raccolta differenziata non riesce ad andare oltre una frazione abbastanza piccola del totale dei rifiuti urbani raccolti.

Fuori dal nostro mondo industrializzato, la gestione dei rifiuti avviene spesso con metodologie molto più simili a quelle dell'antica spigolatura. Nei paesi poveri, esistono già da tempo gruppi di persone che si sono organizzati per sfruttare i rifiuti generati dalla parte ricca delle società. Sono gli spigolatori moderni che, tipicamente, operano nelle discariche, facendo un lavoro piuttosto malsano e pericoloso. Diverso è il caso di alcuni esperimenti di "ingegneria sociale" in corso, per esempio in Brasile (Gutberlet 2008), dove si cerca di incoraggiare le fasce sociali più povere a organizzarsi in cooperative che raccolgono e riciclano i rifiuti. Questi sono i cosiddetti "catadores", i raccoglitori, spesso organizzati, aiutati e istruiti dalle autorità. Questi esperimenti sembrano aver avuto un buon successo. I catadores raccolgono i rifiuti domestici, li separano manualmente, e la cooperativa dispone di semplici macchinari che ritrasformano - per esempio - la plastica in prodotti vendibili localmente. Fra gli altri esempi, il PET viene separato e trasformato in manufatti come funi per stendere i panni. Il risultato è che i catadores hanno acquisito un rispetto e un'accettazione nella loro società che prima non avevano. Da quello che si può capire, i catadores brasiliani sono orgogliosi del loro status e ne hanno buone ragioni.

Se ci spostiamo verso le società ancora definite come "ricche" vediamo fenomeni simili che si stanno generando a causa del generale impoverimento degli ultimi anni. In Italia, l'ADOC (sindacato dei consumatori) riporta il fenomeno di migliaia di pensionati che a Roma rovistano fra i banchi dei mercati dopo la loro chiusura per trovare qualcosa da mangiare. Sono i nuovi spigolatori. Un po' ovunque si verificano fenomeni del genere: nel mondo anglosassone si parla dei "binners", gruppi di persone sempre più numerosi che si arrangiano rovistando nei cassonetti dei rifiuti ("bins" in inglese)

Così, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, vediamo la nascita di un fenomeno che possiamo solo chiamare "spigolatura dei rifiuti". La differenza è l'atteggiamento. Nei paesi poveri, la spigolatura dei rifiuti è incoraggiata o perlomeno tollerata. Nei paesi ricchi; la società si irrigidisce nel rifiuto di questa pratica. In quasi tutti i paesi, il recupero dei rifiuti già conferiti nei cassonetti o nelle discariche è proibito dalla legge. In paesi come il Canada, si assiste allo squallido spettacolo di poliziotti armati che pattugliano le strade per impedire ai binners di accedere ai cassonetti. Anche da noi, il recupero dei rifiuti già conferiti da parte degli individui è considerato reato penale. Tutto questo ricorda i tempi dell URSS, anche se oggi non si fucilano gli spigolatori di rifiuti colti sul fatto.

Ci sono delle buone ragioni per questo differente comportamento. Nei paesi ricchi, i rifiuti sono artificialmente promossi a risorsa ad alta resa mediante sovvenzioni pagate dai cittadini in forma di tasse. In quanto risorsa ad alta resa, sono soggetti alla privatizzazione e allo sfruttamento industriale; per esempio procurando profitti per i gestori degli inceneritori. Nei paesi poveri, invece, la società non sarebbe in grado di accollarsi questi costi in forma di tasse. I rifiuti rimangono quello che sono veramente: ovvero risorse a bassa resa. In quanto tali; non sono interessanti per le lobby industriali e possono essere gestiti come beni comuni per il beneficio dei più poveri.

Ma le cose stanno cambiando molto rapidamente. Quelli che una volta erano i paesi "ricchi" sono ora entrati in una spirale di impoverimento che li sta portando ai livelli di quello che una volta era chiamato il "terzo mondo". L'impoverimento non colpisce tutti nello stesso modo; è accompagnato dall'aprirsi della forbice sociale con la creazione di un nuovo strato di poveri che si stanno pericolosamente avvicinando al limite della sopravvivenza fisica. Questa fascia è formata in parte da rifugiati e profughi di etnie diverse da quella italiana, ma anche in misura crescente da cittadini italiani "normali."

Queste persone potrebbero essere concretamente aiutate - e loro stessi aiutare la società italiana - se incoraggiati a "spigolare i rifiuti". Questo richiede però anche un radicale cambiamento di visione. Dovremmo cercare di smettere di considerare i rifiuti come un costo (una diseconomia) da pagarsi mediante le tasse e invece vederli come una risorsa che può essere utilizzata nell'arco di una strategia "vinci-vinci". Ovvero, come qualcosa che produce un doppio beneficio, sia alla società sia alle persone che si impegnano nella raccolta e nel riciclo. Questo implica studiare delle strategie di trattamento che siano sicure per chi le pratica; non si tratta - ovviamente - di aprire le discariche a gente armata di pale e rastrelli. Al contrario, si può e si deve organizzare questa strategia intorno al concetto di "raccolta porta a porta" attraverso un interazione volontaria fra chi produce rifiuti e chi li raccoglie - con reciproco vantaggio.

Ovviamente, a differenza del grano raccolto spigolando, i rifiuti solidi urbani, bottiglie e lattine, non hanno valore diretto per chi li raccoglie e la loro trasformazione in prodotti di valore commerciale richiede macchinari e attrezzature al di la della portata del singolo cittadino. Per questo, è necessario che la spigolatura moderna abbia un valore monetario. Ovvero, il cittadino che raccoglie e separa dovrebbe essere pagato per il lavoro che fa. Non è necessario che il rifiuto venga pagato più del suo valore di mercato; l'importante è il concetto: ovvero che chi raccoglie e separa i rifiuti viene pagato per il lavoro che fa. Data la situazione economica di molte categorie attuali, anche poco può fare la differenza per chi si trova in seria difficoltà. Si può comunque pensare a un pagarli anche di più, come si fa oggi in Germania, con un contributo dello stato che tiene conto dei costi esterni che l'attività dei riciclatori riduce - ovvero non un'elemosina ma un pagamento per un vero servizio fatto.


5. Conclusione

Da queste considerazioni emerge il concetto che dovremmo cercare di fare evolvere il nostro sistema di gestione dei rifiuti verso qualche cosa che rassomigli all'antica spigolatura. Ovvero, i rifiuti dovrebbero essere riciclati e riutilizzati usando strutture "leggere", a bassa burocrazia, che usano tecnologie semplici e ad alta efficienza, come pure cicli a filiera corta, a basso costo. In particolare, dovremmo affidarci al massimo all'iniziativa privata dei singoli e delle cooperative per diffondere nella società, soprattutto per le fascie sociali più deboli, i benefici che vengono dallo sfruttamento delle "materie seconde". Questo pone come condizione di base lo stabilire che i rifiuti - perlomeno in certe casi - sono un "bene comune" accessibile a tutti. Soltanto così, potremo mettere in gioco quei meccanismi "win-win" (vinci-vinci) che sono fondamentali per produrre una resa economica allo sfruttamento di sistemi a basso EROEI.

Purtroppo, se guardiamo le tendenze attuali, vediamo che vanno esattamente in direzione contraria. Strutture pesanti e fortemente burocratizzate, impalcatura legislativa rigida e complessa, restrizioni a tutto e a tutti, mancanza di libera concorrenza, tecnologie costose e poco efficienti, filiere lunghe o anche lunghissime. In sostanza, sembra che ci stiamo organizzando apposta per rendere lo smaltimento dei rifiuti quanto di più costoso e inefficiente si possa immaginare.

Possiamo sperare di invertire la tendenza? Per il momento, sembra proprio di no. L'attuale struttura di gestione dei rifiuti sembra impegnata più che altro nell'auto-perpetuazione, nella massimizzazione dei propri profitti, e nello sviluppo di una forma di gigantismo che non può portare altro che all'estinzione. Per quando la sparizione dei dinosauri dei rifiuti? Non sarà per agosto, e nemmeno per settembre ma, alla fine, l'universo non ha pietà per l'inefficienza.

Già oggi, comunque, l'esperienza brasiliana dimostra che è possibile organizzare i raccoglitori, i catadores, in modo che questi lavorino in sicurezza e con professionalità. Esistono già anche in Italia degli esperimenti di strutture cooperative dedicate alla raccolta e al riciclaggio dei rifiuti secondo il criterio che il rifiuto viene pagato a chi lo raccoglie e separa. Si tratta di esaminare questi casi e cercare di progredire in quella direzione e in Italia cominciano ad appareire delle interessanti iniziative in questo senso.

Nessuno è mai diventato ricco spigolando il grano, e nessuno mai diventerà ricco spigolando i rifiuti. Ma i nostri bisnonni hanno sicuramente spigolato e sono sopravvissuti e non se ne sono lamentati troppo.



- Ringraziamento: Ringrazio Jutta Gutberlet come la fonte di ispirazione per queste riflessioni


6. Bibliografia.


Queste note, come dicevo all'inizio, sono il risultato di una riflessione ancora in corso. Aggiungo qualche riferimento bibliografico, ancora incompleto

Bardi, 2008, "Il picco dei rifiuti". Ho scritto diverse cose sul fatto che la generazione dei rifiuti sembra aver raggiunto un picco e essere in diminuzione, la più recente la trovate sul blog di aspoitalia a aspoitalia.blogspot.com/2008/06/i-rifiuti-di-granada-v-il-picco-dei.html

Hall, Charles; Robert Costanza, 2008. "Ecological energetics." In: Encyclopedia of Earth. Eds. Cutler J. Cleveland (Washington, D.C.: Environmental Information Coalition, National Council for Science and the Environment). <http://www.eoearth.org/article/Ecological_energetics>

Lough, T., 1996, Energy Analysis of the structures of Industrial organizations. Energy Vol. 21, No. 2, pp. 131-139, 1996

Lough, T. 1999 "Energy, Agriculture, Patriarchy and Ecocide" di Thomas S. Lough su "Human Ecology Review", Vol. 6, No. 2, 1999 (
www.humanecologyreview.org/pastissues/her62/62dietz.pdf)

Otoma, S. et al., 1997, "Estimation of Energy recovery and reduction of CO2 emission in municipal solid waste power generation. Resources, conservation and recycling, vol 20, p. 95-117

Ponting, C., 2007, A new Green History of the World, Vintage Books, London.

Ulgiati 2008, "Life cycle assessment of urban waste management: Energy performances and environmental impacts. The case of Rome, Italy", with Francesco Cherubini and Siliva Bargigli, Waste Management, in press.


Gutberlet 2008. la spigolatura dei rifiuti in azione, la si vede in questo video
sul lavoro di Jutta Gutberlet in Brasile.

Un'inchiesta sul mondo degli spigolatori moderni si trova nel film di Agnes Varga "Gli spigolatori e la spigolatrice" (Les Glaneurs et la glaneuse), che non sembra esistere in versione italiana.

 

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