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Da qualche giorno sulla lista di discussione di ASPO Italia si dibatte delle conseguenze politiche, economiche e sociali dell'esaurimento delle risorse. Stando ai media non è un argomento di grande attualità, non se ne parla assolutamente; però le risorse del pianeta, sulle quali l'umanità fa affidamento vanno effettivamente ad esaurirsi perchè la realtà geologica e biologica le ha messe là dove sono in quantità limitate più o meno grandi ma limitate.

E'già successo nella storia che particolari civiltà abbiano dovuto fronteggiare, con successo o meno, situazioni di sopravvenuta scarsità di una o più risorse sullo sfruttamento delle quali avevano fondato la propria potenza e non dovrebbe sorprenderci il fatto cha anche la nostra civiltà dovrà trovarsi a fronteggiare una situazione analoga visto che di risorse indispensabili per il nostro modo di vivere ne sfruttiamo più d'ogni altra civiltà precedente.

Ma allora come evolverà la società dei consumi quando la disponibilità di risorse da consumare cessa di crescere ed inizia a diminuire?

Esaminando le vicende storiche, le fasi di crescita, splendore e declino di molte civiltà e imperi si potrebbe dedurre che la quantità totale delle risorse necessarie alla produzione (materie prime, manodopera, capitale, tecnologie) e la tendenza a crescere o a ridursi che tale massa di risorse ha influiscono sui modelli sociali e politici adottati in ogni contesto, non il contrario.

Quando in una economia la massa delle risorse cresce si impongono modelli più liberali che consentono una redistribuzione crescente di reddito alla manodopera ma anche una maggiore accumulazione di capitale; infatti se è vero che questo discende dalla sottrazione di valore alla classe lavoratrice, maggiore sarà il reddito di quest'ultima, maggiore sarà il valore che le si può sottrarre, ed è ciò a cui assistiamo oggi.

Quando le risorse tendono a diminuire si impongono modelli autoritari che razionano le risorse, anche se in molti casi si incaricano di garantire comunque l'accumulo da parte di un sempre minor numero di soggetti prelevandole da una maggioranza che vede il proprio reddito diminuire ad un tasso maggiore di quello con cui si riducono le risorse totali.

Questi due modelli teorici ammettono numerosi casi particolari che potremmo imputare a vincoli quali potrebbero essere il controllo di una regione da parte di potenze straniere, il grado di apertura rispetto agli scambi internazionali o particolari condizioni ambientali, culturali o altro. Come spiegare altrimenti le opposte situazioni vigenti in regioni del mondo pur ricche di risorse quali la civile scandinavia o il Canada rispetto a molti paesi del centro africa oppressi da dittature e tormentati da guerre.

Tuttavia non vi è molta possibilità di sfuggire a questo paradigma, basti pensare a cosa è accaduto nell'ex Unione Sovietica nella quale si è cercato di ovviare politicamente ad una situazione di minor disponibilità di risorse abbandonando un regime autoritario ad economia pianificata in favore di un regime liberista: catastrofe economica tale che per tornare al PIL del 1990 si sono attesi quasi 20 anni, previa eliminazione della distorsione ultraliberista a favore di un maggiore controllo statale.

Si noti che la catastrofe "indotta" economica in Russia non solo non ha giovato alla popolazione ma nemmeno, se vogliamo, alla classe oligarchica che ne ha usufruito per oltre 10 anni ai danni del resto dei cittadini. La distorsione ultraliberista in una situazione di risorse scarse ha portato ad una rottura inattesa che, utilizzando gli stessi strumenti "democratici" introdotti dall'ultraliberismo, ha mandato al potere i nazionalisti i quali, ancora utilizzando strumenti economici cari alla finanza predatoria internazionale (catene di controllo, scatole cinesi, corruzione della pubblica amministrazione e della magistratura), si è riappropriata di quasi tutto ciò che i vecchi oligarchi avevano cedendole ad altri di propria fiducia e in minor parte ridistribuendo alla popolazione esausta. Oggi dipendenti pubblici e minatori ricevono regolarmente lo stipendio contrariamente a quanto accadeva nell'era El'cin e questo a loro basta per preferire l'autoritarismo nazionalista putiniano al liberismo da terzo mondo dell'era precedente.

Consideriamo anche alcuni esempi di società che hanno superato situazioni di scarsità delle risorse riportati da Jared Diamond nel suo libro "Collasso", i vincitori della sfida contro la mancanza delle risorse si sono avvalsi di strutture politiche e sociali contraddistinte da quote, divieti e coercizioni; regimi feudali come il Giappone degli shogun in cui i divieti erano per i comuni cittadini e non per l'oligarchia o più democratici come gli islandesi i cui capi amministrativi condividevano più o meno la vita grama di tutti gli altri.

Pur sempre, in ogni caso, autoritari, nel senso che in essi la legge impone un limite ai livelli medi di consumo procapite. Penso che le differenze culturali, filosofiche e sociali siano importanti per determinare quanto democratica è la ripartizione d'autorità delle risorse scarse più che nel determinare la situazione stessa. Le stesse possono anche determinare la strategia vincente o perdente, o l'eventuale cambio di rotta.

Alla luce di questa interpretazione, la parabola della antica civiltà romana può essere d'esempio se volessimo capire come le nostre strutture sociali e culturali reagirebbero in una situazione di scarsità di risorse, del resto culturalmente discendiamo da quella tradizione. I nostri progenitori svilupparono una delle culture più democratiche e con welfare state più notevoli dell'antichità, finchè ebbero grande abbondanza di risorse grazie alle vittorie militari dell'era repubblicana fu possibile un continuo progredire del diritto, concessione progressiva della cittadinanza romana ad ogni provincia ed un welfare state che prevedeva distribuzioni gratuite di granaglie a tutti i capi famiglia dell'Urbe, per non parlare delle terme gratuite, dell'acqua corrente in ogni città (alla fontanella, ma già sarebbe un sogno per gran parte del mondo ancora oggi), l'istruzione diffusa e le strade pubbliche senza pedaggio.

Per varie ragioni, non ultima quella citata da molti autori, del sovrasfruttamento agricolo dell'area mediterranea, risoltosi nella desertificazione di ampie zone del nordafrica che in tempi repubblicani erano considerate granai dell'impero e nel disboscamento quasi totale delle regioni costiere mediterranee, la civiltà romana si trovò a disporre di risorse sempre minori e costi amministrativi e militari crescenti. Una delle contromisure fu il progressivo affermarsi del potere del Princeps o Imperator sul Senato. L'autoritarismo politico ed economico dell'imperatore consente la redistribuzione d'autorità delle risorse sempre più scarse e di mantenere l'ordine in un impero in declino. Già ai tempi di Diocleziano le cose si dovevano esser messe molto male perchè si dovette imporre un calmiere sui prezzi (totalmente inefficace), vincolare gli eredi alle professioni dei padri e dividere l'impero in quattro affinchè ciascun tetrarca potesse esercitare l'autorità più efficacemente sul proprio segmento. In sintesi l'involuzione autoritaria e la decadenza della civiltà romana alle prese con la scarsità di risorse sembra rispettare l'ipotesi fatta e non promette affatto bene per noi.

Oltre a studiare soluzioni per far fronte all'esaurimento delle risorse, come le energie rinnovabili, l'agricoltura sostenibile e il riciclo dei materiali sarebbe utile avere anche innovazioni di tipo culturale, teorizzare una politica economica della "conservazione e distribuzione delle risorse".
Appare chiaro che, sul fronte della redistribuzione di risorse decrescenti, con le lotte sindacali per l'aumento contrattuale o la richiesta di prestazioni sociali più generose non si risolvono i problemi che abbiamo di fronte, perchè queste forme di redistribuzione valgono in un contesto di crescita economica; in un quadro di recessione l'inflazione e i tagli alla spesa pubblica distruggono in breve le conquiste di anni.

Se guardiamo alle famiglie con reddito che non arrivano alla terza o quarta settimana, quanti di essi hanno acceso mutui esorbitanti, o spendono quote consistenti di reddito per mantenere due o più auto o acquistare prodotti di consumo compulsivo media-indotto ovviando poi con il prestito facile della finanziaria di turno? Non è certo sul come permettere a queste persone di continuare a condurre la vita di prima che dobbiamo arrovellarci. Alcuni politici oggi passano il tempo a fare questo provocando in prospettiva danni ancor maggiori.

Una politica corretta dovrebbe informare i cittadini sui rischi della civiltà dei consumi, sensibilizzare sul problema delle risorse, della produzione di cibo che non cresce più nonostante l'aumento della popolazione, dell'acqua potabile o irrigua che non basta più, del pescato oceanico che decresce ogni anno, del clima che cambia, della produzione di idrocarburi che stenta, dell'inquinamento da polveri killer che uccide lentamente; queste non sono "balle di ambientalisti con la cultura del no" sono dati oggettivi che chiunque può reperire sui report dell'ONU, della FAO, della IEA, del World Watch Institute e molti altri enti.

La disponibilità delle risorse su cui facciamo affidamento si sta già riducendo e sarà necessario sostituire le risorse esauribili con risorse rinnovabili, ma senza eccedere il tasso di rinnovo di questte ultime che è un pò come se il percettore di una rendita iniziasse a spendere oltre gli interessi annuali anche parti del capitale, rimanendo al verde dopo alcuni anni. Questo significa imporre in qualche modo delle quote.

La cultura politica democratica, di tutti gli schieramenti, dovrebbe fare uno sforzo per immaginare un modo più possibile democratico di ripartire le risorse in un sistema di quote e limiti che si applichi alla tupla dei fattori produttivi (risorse, popolazione, capitale, tecnologia) citati sopra, dunque limiti al consumo di risorse, all'accumulazione di capitale, alla popolazione ed anche alla tecnologia, quando essa porti al paradosso di Jeavons, ovvero ad esempio acquistare l'auto che consuma di meno per fare poi molti più km e consumare di più.

Ma come potrebbe avvenire una distribuzione democratica delle risorse?

Se il problema sono le risorse, proviamo ad impostare un ragionamento che parte non già dagli obbiettivi di crescita ma sulla disponibiità delle stesse. Ipotizziamo che il mondo sia diviso in macro zone economiche ed auspichiamo che tali macroregioni siano in equilibrio geopolitico e che concordino nella necessità di mantenere la pace e la collaborazione.

In ciascuna macroregione vi sia una data distribuzione (R. P, K, T). Siano date per R le quantità Ra producibili annualmente, se la risorsa è rinnovabile Ra non eccede R * il tasso di rinnovo specifico, se è non rinnovabile rispetta una quota progressivamente decrescente stabilita e condivisa a livello internazionale sul modello del protocollo di Kyoto. Sia dato per la popolazione P un paniere di beni e servizi essenziali che richieda il consumo di risorse pari a Rp. In ogni macroregione e per ogni risorsa se Ra > Rp si ha un surplus che può essere commerciato con altre macroregioni o impiegato per incentivare la popolazione mediante la concessione di consumi oltre la soglia considerata essenziale in un regime di libero mercato. Se una macroregione non ha risorse da esportare e non raggiunge la quota essenziale per un paniere di risorse può accordarsi internazionalmente per esportare capitali, tecnologie o anche popolazione.

In ogni regione i prodotti e servizi essenziali dovranno essere garantiti a tutta la popolazione, il surplus potrà essere gestito in una logica di libero mercato che favorisca le capacità imprenditoriali e lo sviluppo scientifico, culturale e tecnologico. Per tale ragione la popolazione dovrà essere tenuta costante o in decrescita, solo un livello sostenibile della popolazione permette di ottenere un margine tra consumi essenziali e consumi extra tali da mantenere in vita una economia di mercato che dovrebbe essere limitata nell'ambito di tale delta. Se non lo fosse abbiamo concreti esempi per cui l'economia di mercato in un sistema con risorse limitate sarebbe lo strumento per distrarre risorse a favore di pochi. Al contrario senza una frazione di economia affidata alla proprietà privata e al libero mercato si avrebbe, anche ciò è documentato dalla storia, un problema di difficoltà a stimolare la produttività ovvero inefficienza, difficoltà di innovazione, e dunque spreco di risorse.

Tanto per chiarificare i concetti appena espressi ho formulato un esempio di transizione verso l'economia stazionaria con distribuzione democratica organizzata in fasi a partire da una tipica economia dei consumi

Fase I transizione

* riduzione degli sprechi
* investire il sussidio fossile rimanente per la sostituzione con fonti rinnovabili
* politica di riduzione della popolazione
* parziale chiusura agli scambi internazionali che tornano ad essere regolati secondo accordi bilaterali

Fase II trasformazione

* riduzione dei consumi superflui, redirezione della forza lavoro precedentemente impiegata per tali prodotti e servizi verso il settore primario (assegnazione di terre, cura di boschi, produzione di energia rinnovabile) o produzione di quei beni essenziali fabbricabili domesticamente e non più acquisiti sul mercato globalizzato.

Fase III regime stazionario

* valutazione annuale delle risorse primarie disponibili localmente, determinazione del consumo massimo ammissibile e di quello minimo vitale, determinazione del consumo interno e dei deficit/surplus da importare/esportare (anche come prodotti finiti) all'estero nell'ambito degli accordi bilaterali con altri paesi
* si determina una ripartizione semi rigida tra popolazione attiva nella produzione primaria e nella produzione di beni e di servizi.
* i produttori primari pagano come tasse in natura parte della loro produzione ricevendo in cambio i servizi pubblici essenziali (istruzione, sanità, ordine pubblico. etc), parte la autoconsumano o barattano, l'altra parte la vendono sul libero mercato ricavando denaro per l'acquisto di altri prodotti e servizi, infine si prevede una quota "assicurativa" da destinare alle scorte
* i produttori di beni e servizi ricevono un salario consistente in parte di beni in natura o prodotti essenziali calcolato secondo le necessità minime del nucleo familiare ed il resto in denaro per acquistare altri beni e servizi. Su tale porzione di reddito pagano una tassa ricevendo in cambio i servizi pubblici essenziali. L'alloggio diviene un diritto, ogni nucleo familiare che non ne possiede ne riceve uno in usufrutto, a tal scopo vengono alienati i patrimoni immobiliari a cominciare dai grandi. Gli ex padroni ricevono un piccolo indennizzo per ogni immobile alienato.
* Il capitalista (di stato e/o privato) produce nell'ambito di quote minime e massime di beni e servizi che potrebbero essere messe a gara. Le imprese sono tassate sulla seguente base: se i beni e servizi sono considerati essenziali potranno essere utilizzati per pagare le tasse, altrimenti si pagherà una aliquota sulle vendite. In cambio delle tasse versate l'impresa riceve oltre ai servizi pubblici, anche i buoni per i consumi essenziali da distribuire obbligatoriamente ai salariati come parte in natura del salario
* Il profitto è ammesso ma con un limite massimo annuo per singolo capitalista, eventuali surplus devono essere versati in un fondo assicurativo che garantisce una rendita per coprire il rischio di impresa. Le dimensioni delle imprese devono rimanere piccole, locali e limitate dalla concorrenza. Alcuni settori strategici che necessitino dimensioni notevoli di impresa dovranno essere a controllo pubblico, una quota di minoranza potrà essere detenuta da privati, anche stranieri.
* le pensioni sono a carico della fiscalità generale e formate come i salari da una parte in prodotti e beni essenziali + quota in denaro. L'età del ritiro è commisurata alla aspettativa di vita media, la parte in natura è fissa, quella in denaro è commisurata agli anni di versamento e all'entità delle imposte versate con un limite max di importo.

Fase IV scalabilità

*Parte del surplus è investito in ricerca scientifica e tecnologica, qualora una innovazione permetta di migliorare l'utilizzo delle risorse o per cause contingenti la quantità di risorse disponibili dovesse variare drasticamente in più o in meno, il sistema deve adattarsi alla nuova situazione predisponendo misure per adattare la popolazione e gli altri parametri e dando sempre la priorità ai consumi essenziali, utilizzando il meccanismo delle scorte e la cooperazione internazionale, se possibile.

Altre cose si potrebbero aggiungere, ma spero che sia chiaro il tentativo di teorizzare un sistema economico che garantisca un minimo vitale a tutti sterilizzando l'inflazione ma premi i meriti dei lavoratori, le capacità imprenditoriali e l'innovazione pur impedendo che si determinino differenze sostanziali tra i redditi individuali e, soprattutto che vengano violati i limiti termodinamici.


Eugenio Saraceno

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