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Leggiamo ogni tanto sui giornali che “il prezzo del barile è aumentato” (oppure diminuito). Specialmente quando i prezzi raggiungono livelli “rotondi” (50, 60, o 70 dollari al barile), queste variazioni sono oggetto di grandi discussioni. In effetti, il prezzo del barile sembra avere ripercussioni sulla nostra vita di tutti i giorni non solo in termini di prezzo dei carburanti, ma per tante altre cose che dobbiamo comprare per vivere. Ma che cos’è, in fin dei conti, questo “prezzo del barile”? Chi compra e chi vende questi barili? Se ci pensate bene, in effetti, la maggior parte di noi non compra e non vende petrolio, a meno che qualcuno non sia il proprietario o il gestore di una raffineria.

Quello che chiamiamo prezzo del barile è, in effetti, un concetto astratto. Ha, si, a che vedere col prezzo del petrolio comprato dai gestori di raffinerie, ma ha molto a che vedere con qualcosa che è oggetto di contrattazione nei mercati finanziari dove non si compra e non si vende petrolio vero, ma piuttosto contratti di compravendita dello stesso, ovvero un “petrolio di carta”. Questi contratti sono detti futures perché sono impegni a comprare o vendere petrolio in un momento nel futuro. Quando si parla di prezzo del barile, in effetti, ci si riferisce di solito al valore di un future del petrolio, quello del New York Mercantile Exchange (Nymex) oppure ad altri mercati come quello di Singapore. Questi mercati sono il regno dei “traders,” persone il cui mestiere è quello di trattare contratti petroliferi o di altre “commodities

Il concetto di future, come pure il mestiere del trader, è abbastanza alieno rispetto al nostro modo di pensare e di agire di tutti i giorni. Quando ci si trova davanti a concetti inconsueti, la cosa migliore per capirli è accostarli a concetti simili, con i quali siamo familiari. Cercheremo dunque di spiegare il concetto comparando il mercato dei futures al gioco della roulette. Qui, per evitare di trovarmi rincorso da un gran numero di traders armati di forconi, mi affretto per prima cosa a dire che l’esempio della roulette ci serve solo per descrivere i meccanismi di distribuzione delle somme in gioco. Il mercato dei futures NON è un mercato “random”, ovvero del tutto casuale come quello della roulette. Ovvero, i traders non scommettono a caso come potrebbe fare chi gioca alla roulette, ma in base alla loro conoscenza del mercato. Ciò detto, andiamo avanti.

Possiamo vedere la roulette come un mercato finanziario e i giocatori come degli operatori economici. La caratteristica di un mercato finanziario è che vi si scambiano entità astratte, (azioni, obbligazioni, e cose del genere,) a differenza di quanto si fa in un mercato di beni, come quelli del pesce o degli ortaggi. Nella roulette, ci si scambiano entità chiamate “fiches” secondo un accordo fra i giocatori che ha che fare con la capacità di prevedere un certo evento, in questo caso dove andrà a finire la pallina. Nulla vieterebbe ai giocatori di mettersi daccordo a coppie, scommettendo fra loro su un certo evento (per esempio “rosso” oppure “nero”). In effetti, la roulette ha la sua origine in questo tipo di scommesse fra coppie di giocatori che, per esempio, scommettevano sul risultato del lancio di un paio di dadi. Nella roulette come è oggi, tuttavia, gli scambi vengono fatti attraverso il “banco” che garantisce la regolarità del gioco e il rispetto delle regole. Questo arrangiamento fa si che chi vince non vinca contro un giocatore specifico anche se, alla fine, il risultato finale è lo stesso.

La roulette è un gioco a somma quasi zero: la vincita di un giocatore deve essere per forza bilanciata, perlomeno a lungo andare, dalla perdita di un altro. Nella roulette, in media la somma delle transazioni, ovvero delle fiches che i giocatori si passano di mano, sarà zero, eccetto per una tassa del 2.7% che si prende il banco e che deriva dalla possibilità che la pallina si fermi ogni tanto sullo zero. Questo non esclude che in, un momento di sfortuna, il giocatore non possa perdere tutto il denaro messo in gioco e che poi si spari o si butti dalla finestra. Questo ha a che fare con il cosiddetto “effetto cigno nero” descritto da Nassim Taleb. Ma la perdita di quel giocatore è il quadagno di un altro, per lo meno in media. Questa della somma zero, o quasi zero, è caratteristica dei mercati finanziari, detti anche “speculativi” che, normalmente, non creano ne distruggono ricchezza, ma la ridistribuiscono. Ci sono molti metodi di ridistribuzione della ricchezza, la roulette, per esempio, distribuisce semplicemente a caso. Altri metodi distribuiscono secondo certi criteri, per esempio quello del precetto evangelico di dare ai poveri tutto quello che si ha, oppure come Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri (o così sosteneva). I mercati finanziari non hanno principi morali, ma tendono a distribuire favorendo i più intelligenti e i più preparati.

Nel mercato dei futures, il meccanismo della ridistribuzione è sotto certi aspetti simile a quello della roulette. Un certo numero di operatori, i traders, mette in gioco del denaro che viene ridistribuito sulla base della capacità dei traders di prevedere certi eventi. In questo caso, l’evento da prevedere è il prezzo di un certo bene (commodity, o “materia prima” in italiano) a un certo momento nel futuro. Come nella roulette, niente vieterebbe ai traders di accordarsi fra di loro a coppie. In effetti, l’origine del mercato dei futures sta proprio in questo tipo di contratti: un produttore e un compratore di un bene, per esempio grano, si mettevano daccordo su un prezzo stabilito per il futuro. In questo modo, il compratore si garantiva contro eccessivi aumenti di prezzo (per esempio una cattiva annata della produzione di grano) e il produttore si garantiva contro eccessivi abbassamenti di prezzo (per esempio un annata di produzione di grano talmente buona da far crollare i prezzi).

Già questo accordo a due fra compratore e produttore aveva delle caratteristiche speculative, ovvero che potevano prescindere dall’effettivo scambio di merce. Compratore e venditore potevano non avere nessun’intenzione di comprare o vendere grano. Il compratore poteva mettersi daccordo con il produttore per ricevere (o pagare) la differenza in denaro fra valore di mercato e prezzo del contratto, lasciando poi libero il produttore di vendere il proprio grano sul mercato. Anche il venditore poteva semplicemente rivendere un contratto al compratore e lasciarlo libero di comprare sul mercato. Se tutti e due, compratore e venditore, non erano interessati nel bene reale, il contratto diventava una operazione finanziaria dove vinceva chi era riuscito meglio a prevedere le tendenze del mercato. Da qui ha avuto origine il mercato dei futures. Quello dove si scambia effettivamente qualcosa viene invece detto il mercato “spot.”

Nel mercato dei futures i traders non interagiscono direttamente fra di loro. Come nella roulette, esiste un banco (la borsa dei futures) che gestisce le somme scambiate, garantendo la regolarità dedegli scambi e il rispetto delle regole. I traders si dividono fra quelli che scommettono che il prezzo di una certa commodity sarà superiore a un certo valore (questi sono i compratori e la scelta è detta “andare lunghi”) e quelli che scommettono sull’andamento opposto (questi sono i venditori e la scelta è detta “andare corti”). Chi ha azzeccato la previsione guadagna, chi non l’ha azzeccata, perde.

Facciamo un esempio. Ammettiamo di comprare un contratto petrolifero impegnandosi, per esempio, a comprare 1000 barili (un tipico contratto) di petrolio a 60 dollari al barile fra sei mesi, ovvero per 60.000 dollari – questo si dice “andare lunghi”. Il trader può decidere di rivendere il suo contratto in qualsiasi momento, anche prima della scadenza. Se vede che il prezzo del petrolio è salito, per esempio, a 65 dollari al barile, può decidere di aver guadagnato abbastanza e rivendere il suo contratto guadagnandoci 5000 dollari. Il contratto può essere comprato da un altro trader che era “andato corto,” impegnandosi a vendere allo stesso prezzo e che ha deciso di evitare perdite ancora maggiori “chiudendo la posizione”, ovvero acquistando un contratto di acquisto per far pari con quello di vendita in suo possesso. Oppure potrebbe essere comprato da qualcuno che pensa che il prezzo del petrolio salirà ancora di più. Compratore e venditore, tuttavia, non si conoscono e non si vedono neanche, è la borsa che gestisce lo scambio. Notate come nel gioco dei futures le somme che passano di mano non siano così ampie come il valore dei contratti potrebbe far sembrare. Il trader che compra un contratto da 60.000 dollari non impegna veramente quella somma, ma soltanto un “margine,” tipicamente dal 5% al 20% del valore totale. Le oscillazioni del mercato possono far guadagnare somme anche rilevanti rispetto al margine, ma piccole rispetto al valore del contratto. Ci sono però normalmente dei meccanismi che bloccano le contrattazioni se i prezzi variano troppo, questo per evitare perdite o guadagni troppo alti che potrebbero destabilizzare il mercato.

Fin qui, le somiglianze fra roulette e mercato dei futures. Ma da qui cominciano le differenze. La roulette è un gioco totalmente casuale, (a meno che qualcuno non abbia truccato la ruota o la pallina), per cui non esistono strategie per vincere. Questo non è vero per il mercato dei futures, dove il prezzo dei contratti è determinato dalle caratteristiche di domanda e di offerta del mercato che, a loro volta, dipendono da fattori economici che, in principio, si possono prevedere. Ovviamente, non ci possono essere previsioni esatte ma, se si capiscono i fattori che influenzano il mercato, allora si può sapere cosa aspettarsi.

Il mercato dei futures non è influenzato soltanto dalla domanda e dall’offerta di beni reali nel mercato spot. Nella borsa dei futures, soltanto una frazione minima dei beni scambiati (circa il 2%) viene consegnata fisicamente ai compratori. Per questa ragione, il mercato è fortemente influenzato dalle percezioni dei traders che si scambiano contratti in tempo reale nel cosiddetto “pit” (il “pozzo”). Se i traders ritengono che il prezzo dei contratti di una certa commodity è destinato ad alzarsi, allora si alzerà veramente e viceversa, perlomeno nel breve termine. In questo il mercato dei futures differisce sostanzialmente da quello della roulette dove il fatto che molti giocatori puntino, per esempio, sul rosso non aumenta la probabilità che il rosso esca. Somiglia, per intenderci, di più agli scacchi dove la mossa di un giocatore dipende dalla mossa del suo avversario.

Ogni trader gioca, in effetti, una complessa partita a scacchi dove gli avversari sono tutti gli altri traders. Anticipare le azioni degli altri è uno dei modi di battere il mercato dei futures. E’ una strategia a breve termine dove i traders agiscono secondo quello che chiamano il loro “sentiment”, oppure basandosi su metodi chiamati “analisi tecnica” dove si esaminano le tendenze dei prezzi e si cerca di estrapolarle nel prossimo tuturo. Il trader veramente esperto si comporta come uno “spirito animale”; “sente” il mercato e riesce ad anticiparlo. Ma, per i comuni mortali, questa strategia è molto difficile.

L’altro modo di battere il mercato, forse più interessante per chi non si sente uno spirito animale, è quello della cosiddetta “analisi fondamentale” dove si cercano di capire le tendenze della domanda e dell’offerta del bene reale. Qui, bisogna essere esperti non tanto nei meccanismi del trading quanto nel mercato reale della commodity sulla quale si opera. In altre parole, se volete fare soldi con i futures del petrolio, dovete sapere tutto sul petrolio, o perlomeno dovete conoscere il petrolio e il suo mercato meglio degli altri traders che operano nello stesso settore.

Facciamo un esempio: nel 1999 il future del petrolio aveva raggiunto un minimo storico di circa 10 dollari al barile dopo una lunga fase di continua discesa. Per molti traders, il sentiment era che la discesa sarebbe continuata ancora. Infatti, l’ “Economist” del Marzo del 1999 pubblicò un articolo intitolato “affogando nel petrolio” in cui sostenteva che “Il petrolio a 5 dollari al barile potrebbe essere dietro l’angolo” e dove addirittura ci si preoccupava che il prezzo sarebbe potuto scendere anche di più, intorno ai 2-3 dollari al barile.

Questo era un caso in cui il sentiment a breve termine contrastava con le tendenze della domanda e dell’offerta a lungo termine. Chi si intendeva di petrolio, già nel 1999 sapeva che l’aumento della domanda stava mettendo in difficoltà i produttori che, con i prezzi così bassi, non erano in grado di investire a sufficienza per mantenere la crescita della produzione. Si sapeva anche che diverse regioni produttive importanti, come il Mare del Nord, erano prossime al loro picco di produzione. Insomma, si andava verso una situazione in cui il prezzo non poteva fare altro che salire. Infatti, la realtà del mercato spot ha finito con l’imporsi e, a partire dal 2000, è cominciata la galoppata dei prezzi del petrolio che li ha portati a 78 dollari al barile nel 2006. Chi sapeva come stavano veramente le cose è ha messo in pratica le sue conoscenze ha avuto la possibilità di fare grossi guadagni. Chi invece si è fidato delle avventate previsioni dell’ Economist, ci ha rimesso la camicia e anche i calzini.

Ora, una parola di attenzione: l’incremento del prezzo del petrolio degli ultimi anni è stato nella media, ma il mercato dei futures è soggetto a oscillazioni fortissime. Anche se avete la strategia giusta sul lungo termine potete rimetterci un sacco di soldi se, sul breve termine, azzeccate un’oscillazione in controtendenza. Se non avete esperienza col trading, considerate che il mercato dei futures non è cosa per dilettanti; fatevi consigliare da qualcuno esperto prima di lanciarvi. Se siete invece esperti del trading, queste cose le sapete già e mi limito qui a dire che i dati dell’associazione per lo studio del picco del petrolio (ASPO) possono essere utilizzati per determinare quale dovrebbe essere il prezzo “giusto” del petrolio in qualsiasi momento e come questo dovrebbe variare con il tempo. Su questa base, si possono programmare gli investimenti ma bisogna sempre fare attenzione alle oscillazioni temporanee.

Ma qui non siamo a parlare di come fare soldi con i futures; si diceva che volevamo semplicemente capire che cos’è questo famoso “prezzo del petrolio” e, dopo questa lunga discussione, sembra che siamo arrivati a qualcosa. Vedete dunque che, quando si parla di prezzo del petrolio, non si intende esattamente il prezzo di un barile vero ma piuttosto la percezione di quale dovrebbe essere questo prezzo secondo i traders che operano nel mercato dei futures del petrolio. Questo prezzo è correlato al valore reale del petrolio nel mercato spot, ma se ne può anche discostare per la tendenza dei traders a seguire la propria percezione, il proprio “sentiment”. Anche il mercato spot, d’altra parte, non può evitare di essere influenzato dal mercato dei futures. Se i futures salgono, è improbabile che chi vende petrolio non ne tenga conto e alzi i prezzi, anche se magari ha i serbatoi pieni da traboccare e non sa più dove metterlo. Il mercato spot al giorno d’oggi ammonta a circa mezzo miliardo di dollari al giorno. Quello dei futures è circa tre volte tanto e i due mercati si influenzano vicendevolmente. E’ il cane che agita la coda o è la coda che agita il cane? Difficile dirlo, ma questi meccanismi spiegano le forti oscillazioni che osserviamo nel mercato del petrolio.

Una volta capito come la cosa funziona, possiamo evitare i due errori tipici che si fanno quando si cerca di interpretare le fluttuazioni dei prezzi del petrolio. Il primo errore è di pensare che le fluttuazioni non abbiano nessuna relazione con il rapporto fra domanda e offerta, ovvero che i rialzi degli ultimi anni siano “pura speculazione,” come molti di quelli che ne sono stati sorpresi hanno detto. Questo è, appunto, un errore; abbiamo visto come a lungo andare i prezzi dei futures sono legati ai prezzi reali e di conseguenza gli aumenti dei prezzi sono dovuti a una crisi reale dei maggiori produttori. L’altro errore è di dare troppa importanza alle oscillazioni a breve termine. Questo è un errore di tipo psicologico; quando il prezzo del petrolio sale la gente si convince subito che siamo alla “fine del petrolio”, mentre quando si riabbassa si convince invece che non succede niente. Se vogliamo usare i prezzi del petrolio per farci un’idea della situazione di domanda e di offerta, dobbiamo vedere le cose nella media.

Se analizzati con il dovuto criterio, i prezzi del petrolio, come del resto quelli di ogni altra commodity, sono una reale indicazione dell’abbondanza e della scarsità dell’offerta rispetto alla domanda. Basta fare attenzione a non confondere il petrolio vero con il petrolio di carta.


L'autore ringrazia Luca Barillaro e Ettore Labianca per i loro commenti e suggerimenti su questo testo.

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