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In questo documento, Corrado Petri ci fa una cronaca divertente e scanzonata della "Winter School" sull'energia organizzata a Bruxelles nel Febbraio del 2007 dalla sezione italiana del partito socialista europeo. Fra grandi esperti, funzionari noiosi e politici boriosi, ne viene fuori un quadro che dimostra come sia difficile per i leaders capire qualcosa sulla questione energia. Almeno, comunque, ne hanno parlato

UB

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Winter School 1-2/02/2007
di Corrado Petri
ASPO-Italia

 

La nostra amica Pierangela Magioncalda, alla fine del 2006, ci segnalò un evento al quale ASPO Italia era stata invitata a presenziare, ma a cui ella non poteva prendere parte trovandosi in dolce attesa.

Si trattava di una “winter school”, una di quelle iniziative che le forze politiche intraprendono a beneficio dei soggetti sui quali reputano meritorio investire, generalmente giovani già attivi in strutture periferiche dei loro apparati. Nel caso particolare l’organizzatore era la sezione italiana del PSE, ed il pubblico era composto da giovani post-stagisti e da amministratori pubblici vicini al centrosinistra. La due giorni in questione, in programma l’1 e 2 febbraio, verteva su argomenti di moda, “energia” e “comunicazioni senza frontiere”; ad invitarci era stato Giulietto Chiesa, noto giornalista e parlamentare europeo eletto con l’Italia dei Valori, di cui incarna attivamente la corrente sostenibilista. Ritenendo sempre utile la catechesi ai politici, soprattutto quelli di domani e qualunque sia il loro colore, non mi posi alcun problema di sponsor e mi dichiarai disposto a farmi la gitarella, se non si offrivano altri volontari. La trovavo un’ottima scusa per allontanarmi dalle asfissianti attività degli ultimi mesi almeno per un paio di giorni, cosa che non mi era riuscita neanche sotto Natale. Fui purtroppo costretto a premettere che avrei trovato, forse, il tempo per andare o per preparare una presentazione, ma non per fare entrambe le cose. Mancando altri volontari, e scemata all’ultimo momento la speranza di condividere l’esperienza con il nostro presidente, manifestai all’organizzazione la mia disponibilità a presenziare ai dibattiti, ma anche l’impossibilità di prepararmi un intervento. Da questo punto di vista non c’erano problemi, non richiedendosi obbligatoriamente che tutti gli “esperti” chiamati ad animare il dibattito si producessero in monologhi programmati.

Fino all’ultimo momento non sapevo se e quando mi sarei liberato. Non avevo fissato né alberghi né aerei, avevo solo trovato due compari disposti a farsi, senza quasi preavviso, una gita che giustificasse energeticamente* l’uso dell’auto per più di 3000 km totali, dei quali ero disposto a finanziare una frazione significativa, grazie al rimborso parziale che veniva promesso ai partecipanti. (da notare che, secondo il Dipartimento dei Trasporti inglese, il consumo medio per un jet civile è di 3,8 litri di JA-1 per ogni chilometro percorso da 100 passeggeri, il che darebbe un sostanziale pareggio con auto diesel occupate da tre passeggeri su percorsi autostradali)

Anche mercoledì 31 gennaio, come al solito, dalle sette e mezza ero stato impegnato nei molti cantieri di cui ultimamente pullula l’azienda dove lavoro. Eventuali non improbabili inconvenienti dell’ultimo minuto avrebbero potuto trattenermi, quindi la decisione di partire maturò solo dodici ore dopo, quando prenotai di corsa un alberghetto nella periferia di Bruxelles, e lasciai il lavoro avvertendo i compagni di zingarata.

Non avendo avuto il tempo di dare un’occhiata al tragitto, e non possedendo un navigatore, mi ero raccomandato affinché i compagni di viaggio provvedessero di conseguenza: per questo alla partenza disponevamo di un TOMTOM e di un NAVMAN. Il primo fu molto utile tra le nebbie padane ma giunto in Alsazia, a causa di pesanti mutamenti della viabilità, alle quattro di mattina diede forfait e mi portò dritto dentro un bosco che finiva con uno stabilimento della Osram. Per fortuna c’era il secondo, che però mi tenne in serbo un tiro mancino per il ritorno, quando dalle parti di Strasburgo si piantò contro un muro, al termine di una strada cieca, intimandomi di proseguire. Erano le due di notte, ma fortunatamente l’unico “straniero” nei paraggi era originario del catanese.

Arrivati in Lussemburgo feci il pieno, risparmiando quasi il 30%, mi feci la barba e mi misi il vestito “bono”. Giungemmo a Bruxelles un’oretta in anticipo rispetto all’appuntamento con il collaboratore di Giulietto Chiesa, margine sufficiente a permettermi di pranzare ma non certo di riposare quanto avrei avuto bisogno, trovandomi sostanzialmente sveglio da trenta ore. Nel centro di Bruxelles molti cartelloni pubblicizzavano la “settimana dell’energia” e le iniziative che il Parlamento Europeo aveva promosso, tra cui quella che mi aveva spinto fin lì. L’impatto con il PE fu molto italico, quasi bizantino: l’Ufficio Informazioni, l’Ufficio Accrediti e la Reception non erano in grado di mettermi in contatto con il soggetto che mi aveva convocato, nonostante che ne precisassi qualifica, nome e recapiti telefonici. Non avevo trovato alcun gruppo in attesa perchè, molto semplicemente, all’appuntamento in Rue Wiertz eravamo in pochissimi ad essere arrivati in orario. Tutti i partecipanti, a vario titolo, avevano un accredito nominale già pronto, indispensabile per oltrepassare l’ingresso della struttura, essendo questo protetto con standard simili agli aeroporti.

Per prima cosa fummo condotti in una stanza, dove ci attendeva una presentazione generale a cura di Bruno Marasà, da molti anni funzionario del PE, che ci parlò dei poteri attuali e futuri delle istituzioni dell’Unione Europea e, essendo di sinistra, sottolineò come il gruppo del PSE si distingua per la compattezza dei propri voti, a differenza del PPE ed ancora di più del gruppo liberale. Seguì una carrellata su quanto di buono ed importante gli italiani avevano saputo fare da quelle parti. Appena arrivammo a lambire il tema delle lobby, ed il relatore cominciò ad indugiare alla ricerca mentale di argomenti non ancora toccati, approfittai dell’occasione per chiedere che peso e che visibilità hanno nel PE le lobby in generale e quelle legate all’energia in particolare, anche alla luce del voltafaccia su ASPO-5 che tutti ricorderanno. (nota di UB, nel 2005, alcuni funzionari del Joint Research Center di Petten avevano avanzato la proposta di organizzare la conferenza ASPO-5 a Bruxelles, salvo poi rimangiarsi la promessa all'ultimo momento - la conferenza fu poi organizzata a San Rossore da ASPO-Italia)

Marasà rispose che le lobby, attorno al PE, agiscono in maniera anche più trasparente rispetto a quanto accade al Congresso USA, e citò a questo proposito gli elenchi pubblici dei lobbisti, a cui è obbligatorio essere iscritti in Europa. Poco dopo, mentre la discussione verteva sugli aiuti europei al terzo mondo, arrivò Giulietto Chiesa che si inserì subito nel discorso con un concetto forte: “la UE spende un sacco di soldi in aiuti ma non è in grado di precisare esattamente dove vadano a finire, aspetto gravissimo su cui occorre intervenire al più presto”. Difficile dargli torto. Proseguimmo così sul tema del rapporto tra paesi industrializzati e non, focalizzando le differenze tra il modo di essere “superpotenza” perseguito dagli USA, legato agli armamenti ed anche a massicci investimenti per mantenere il valore del dollaro, contrapposto al modello cui vorrebbe ispirarsi la UE, basato su aiuti teoricamente mirati, ad esempio quelli sulle politiche demografiche, e che dovrebbero improntarsi ad un nuovo equilibrio delle risorse, come acqua ed energia, sul quale gli USA si dimostrano sordi ma che costituirebbe il migliore investimento per la sicurezza delle democrazie occidentali. Da notare, veniva detto, che tutto questo quadro è aggravato dai media, tanto più potenti e capillari quanto più occupati da notizie inutili.

A questo punto fummo condotti nell’emiciclo n.4, cioè in una delle aule del PE, che si trovano in un altro edificio. Queste aule sono poste una sopra all’altra, e conferiscono all’edificio una forma di prisma a pianta semiellittica.

Ad attenderci c’era Martin Shultz, ma prima dovevamo sorbirci il saluto introduttivo di Gianni Pittella, Presidente della Delegazione Italiana Gruppo PSE, a base di aria fritta. Mancando i traduttori, il suddetto Marasà si prestò a tradurre il discorso del leader tedesco Shultz, incentrato sulle anomale concentrazioni di potere a cui il PE dovrebbe prestare attenzione, esemplificate da Berlusconi, ma anche da Leo Kirch e Murdoch; tra i pericoli per la democrazia venivano indicati anche gli assi di ferro tra personalità politiche in senso tradizionale e mezzi di informazione, come era avvenuto con Khol e Das Bild.

Per terminare, si complimentò con gli elettori italiani, “tanto intelligenti da aver capito la politica nazionale nonostante che questa sia la più complessa fra le democrazie occidentali”. A ringraziare per questa specie di complimento ci pensò il decano del PE, Giovanni Berlinguer, giunto in quel momento.

Vedendo che il crucco sembrava sul punto di andarsene, preparai un colpo in canna; appena annunciarono che doveva lasciarci e che era possibile fargli una domanda, chiesi immediatamente cosa ne pensasse degli accordi sulle forniture di gas firmati separatamente dai russi con alcuni paesi europei e se non avesse auspicato una maggiore coesione della UE in simili circostanze. Senza convincere praticamente nessuno, cosa che emerse successivamente dagli interventi altrui, Shultz rispose che ai russi non conviene assolutamente chiuderci i rubinetti, che vogliono solo legittimamente investire e guadagnare e che l’accordo con la Germania, insieme agli altri che sono seguiti, hanno fatto solo l’interesse dei consumatori europei.

Rassicurati da queste parole assistemmo all’intervento preparato da Enzo Lavarra, parlamentare europeo DS e vicepresidente della Commissione Agricoltura, incentrato sul passaggio del problema ambientale da un piano astratto ad un più concreto problema economico, reso tangibile dalle desertificazioni, dal rarefarsi ed acuirsi degli eventi meteorici etc. In tema di rispetto degli obiettivi di Kyoto, fece notare come dal suo punto di vista l’Europa non appaia conservatrice in materia ed, anzi, intenda sostanzialmente perseguire i risultati previsti, grazie ad interventi in ogni campo, anche apparentemente banale, come il controllo rigoroso della pressione di gonfiaggio degli pneumatici, l’uso di biocarburanti etc. A suo dire, gli interventi più importanti interesseranno tre ambiti principali: l’aumento di efficienza energetica, le fonti rinnovabili e la ricerca della massima differenziazione possibile delle fonti primarie, da perseguire anche cercando di trattare con i grandi fornitori insieme agli altri partner, al contrario di quanto detto da Shultz dieci minuti prima e sostanzialmente in sintonia con quasi tutti gli interventi successivi. Annunciò, poi, un programma pilota di sperimentazione di bandi comunali per l’incentivo di bioedilizia, case passive etc. riguardante 30 città campione.

Un altro annuncio, che mi interessava dal punto di vista professionale, fu quello relativo ad un prossimo sistema di incentivo e promozione dei prodotti industriali a minor consumo energetico sul ciclo di vita che, dopo mia richiesta, precisò essere in via di definizione ma sostanzialmente analogo agli indici per la classificazione dell’efficienza degli elettrodomestici. A parte un perentorio “il gas non dà particolato”, nel suo discorso comparvero meno affermazioni discutibili di quante escano mediamente dalla bocca dei nostri politici, e con questo non intendevo fare un gran complimento.

A seguire prese la parola Pia Locateli, Rosa nel Pugno, che si dichiarò subito preoccupatissima delle proiezioni sui consumi energetici, secondo sua citazione stimati ad un +50% nel 2030, decisamente insostenibili alla luce del crescente declino di molte fonti extracomunitarie, da cui attualmente dipende la metà dell’approvvigionamento europeo. Stigmatizzò per questo l’inerzia e l’incapacità dei paesi membri nell’unificare i mercati della ricerca e dell’energia, ed enunciò i due pilastri sui quali vorrebbe che l’Europa fosse (ri)modellata: sostenibilità e solidarietà.

Come esempio di insufficiente coraggio del PE, ella indicò il prossimo “pacchetto energia,” all’interno del quale comparirà un obiettivo del 20% nella riduzione dei gas serra entro il 2020, dato che il 30% minimo, suggerito dagli scienziati, era stato giudicato irrealizzabile. Annunciò anche che, durante i prossimi sette anni, il VII Programma Quadro finanzierà progetti nel campo dell’energia per 32G€ su 47. Secondo lei questa occasione dovrà servire all’Italia per arrestare la caduta percentuale di energia ottenuta da fonti rinnovabili (15% nel report del 2007, meno 10 punti dal 1997) e per provare a rincorrere il 27% della Danimarca, che nel 1997 era solo un 8%.

A questo punto prese la parola Giuseppe Zollino, docente di Tecnica e Teoria dell’Energia nel corso di Ingegneria Elettrica dell’Università di Padova. In qualità di segretario della Commissione Industria del PE, e di tecnico chiamato a concorrere alle attività normative in campo energetico, le sue opinioni apparivano degne della massima considerazione. Il primo concetto da lui sottolineato fu quello dello sviluppo sostenibile, inteso come progresso economico e sociale frutto della combinazione di tre condizioni base: approvvigionamento energetico, compatibilità ambientale e basso costo delle fonti primarie. Iniziò poi a presentare molti dati, sostanzialmente di dominio pubblico, tra cui la suddivisione del consumo elettrico nazionale in base alle fonti primarie: a questo punto fece intendere dove voleva andare a parare, sottolineando il 4% di nucleare da cui di fatto dipendiamo, anche se di provenienza estera.

Tra i dati da lui presentati ve ne erano alcuni che dimostravano un concetto a noi arcinoto, benché molti sociologi ed economisti stentino ancora a metabolizzarlo: appare chiaro che la qualità della vita è legata molto più direttamente alla disponibilità di energia piuttosto che al reddito. In particolare, a fronte di un consumo mondiale di 11GTeP annui, il fabbisogno pro capite è di almeno 1TeP, sotto al quale non si può garantire il “benessere” come lo intendiamo oggi.

A questi seguirono dati un pochino più interessanti, utili a chi si chiede come mai il nostro paese, a fronte di scarsità di materie prime e di mancate politiche di risparmio energetico, riesca ancora a barcamenarsi tra i “grandi”: in una classifica della capacità di sfruttamento energetico, rispetto al potere d’acquisto, dalle nostre parti riusciamo ancora a mantenere una posizione di testa. Questo fa ancora più rabbia, dato che verrebbe da chiedersi dove arriveremmo se riuscissimo anche a non termostatare gli uffici pubblici aprendo le finestre. Mi rendo conto che questo concetto forse non è così immediato per certi tecnici nostrani che operano in ambito civile o nella Pubblica Amministrazione; chi scrive, guadagnandosi la pagnotta contro i francesi ed il loro kWh nuclear-politico, sa benissimo che le attività produttive di casa nostra sono darwinianamente ottimizzate dal punto di vista dei costi energetici, o sono comunque mediamente migliori delle omologhe comunitarie. L’intervento fu chiuso da una raccomandazione ad investire sul risparmio energetico (misurabile in Negajoule, opposto di Megajoule) e su ciò che resta da sfruttare nel geotermico e nell’idroelettrico. In particolare, secondo lui la densità media sfruttabile delle due fonti combinate si aggirerebbe tra 1 e 2TeP per ettaro-anno, concentrate su 14 milioni di ettari.

A suo dire, i prossimi sette anni vedranno l’UE cooperare per 2,3G€ su tutti i fronti della ricerca in campo energetico, a cominciare dal nostro amato carbone pulito. Dopo che ebbe concluso l’intervento scambiai alcune parole con Zollino, che conosceva ASPO, ricavandone la conferma di una sua inclinazione sostanzialmente a favore del nucleare. Durante il nostro breve, e sereno, colloquio corressi una sua espressione molto severa nei confronti di eolico e solare, facendo notare che la produzione istantanea da simili fonti non è controllabile ma non può dirsi che non sia prevedibile a breve termine, se si utilizzano sistemi adatti.

Dopo di lui parlò Guido Agostinelli, PhD al Centro Interuniversitario di Microelettronica di Leuven, in Belgio. Dato che si trattava di un ricercatore attivo nel campo delle cellule fotovoltaiche, mi ripromisi di contattarlo successivamente, con calma. Il suo intervento partì da una stima, sostanzialmente credibile, della situazione attuale in quanto a disponibilità e costi delle varie fonti primarie. Riguardo al nucleare disse più o meno tutto quello che è passato nella nostra lista, dimostrandone la poca convenienza anche a prescindere dalle problematiche di sicurezza. (EROEI reale tra 1 e 4 etc.). Sul carbone, invece, fece notare che lo scarico di acqua acida o con solfati, e lo stesso sequestro di CO2, non fanno altro che spostare penalty energetici da un ciclo LCA ad un altro, permettendo di raggiungere facilmente risultati teorici interessanti grazie alla “dimenticanza” di qualche costo esterno.

A suo dire, l’unica strada praticabile rimarrebbero le rinnovabili, tra le quali spiccherebbe il fotovoltaico, la cui progressione logaritmica nella discesa dei costi procederebbe costante dal 1975. In particolare, indicò una diminuzione del 60% nel costo del kWh FV durante il decennio 1994-2004. Per concludere, comunque, anche nei suoi auspici tutto dovrebbe iniziare da una attenta politica di risparmio energetico, che risulterebbe la strategia economicamente più valida.

Il personaggio non era male, a me sembrava solo un po’ troppo “scientifico”, quindi facile preda di qualche “tecnico”. Non feci in tempo a cambiare pensiero che già era caduto in una trappola, citando il 27% di eolico danese come esempio per gli amministratori nostrani; mi preparai alle facili bordate che inevitabilmente questa ed altre sue affermazioni erano destinate a scatenare dalla parte avversa.

Il relatore che seguì risultò un po’ antipatico; si trattava di Raffaele Liberali, Direttore del DG Ricerca ed Energia della Commissione Europea. Stante la posizione da lui occupata, la tesi che voleva far passare era più o meno questa: “il problema energetico c’è ma non è drammatico e comunque noi attueremo tutte le contromisure del caso, anzi ci siamo già mossi con il necessario anticipo”. Partì subito demolendo le tesi di Agostinelli, anche con argomentazioni non quantitative e cercando di provocare i presenti in un modo che palesava solo ignoranza, non nel senso di maleducazione: “non ci sarà certo bisogno dell’arrivo del picco del petrolio perché i mercati si muovano”. Si mostrò subito grande fan dei biocarburanti e dell’eolico offshore, e tenne a ripetere quanto già comunicato ufficialmente dalla Commissione: “sul nucleare occorre mantenere le quote attuali”. A scanso di equivoci, evitò qualunque dubbio interpretativo: il fabbisogno cresce e la quota deve rimanere quella, quindi il parco centrali deve crescere.

Il fulcro del suo intervento, però, fu rappresentato dalla nuova fantastica creatura della Commissione, i JTI (Joint Technology Initiative). Secondo i superesperti di Bruxelles queste “piattaforme tecnologiche”, che saranno sei, permetteranno di risparmiare alcuni anni nel raggiungimento dei risultati che si prefiggono, grazie alla centralizzazione dei fondi e delle attività di un intero settore nelle mani di un singolo soggetto. Tra questi sei, uno inevitabilmente riguarderà idrogeno e celle a combustibile, un altro il sequestro di anidride carbonica. La carrellata su quanto la Commissione abbia deliberato, in tema di energia, proseguì con il progetto ITER, destinato ad assorbire il 70% dei finanziamenti Euratom, lasciando tutto il restante 30% a beneficio della IV generazione del nucleare tradizionale, “quindi alla sicurezza” nelle sue parole. Insieme a Zollino, continuò citando il VII Programma Quadro e le molte iniziative per le quali sono previsti finanziamenti, tali da coprire la ricerca su tutti i temi energetici ad eccezione dell’uso di olio combustibile e gas.

L’ultimo intervento pianificato fu quello di Samuele Furfari, che in Commissione Europea è Capo Unità Aggiunto del DG Trasporti. Ugo ed il sottoscritto l’avevano già potuto apprezzare quattro anni fa, durante un convegno aperto da Rubbia in cui presentai un progetto sull’idrogeno, piccolo ma assolutamente originale, mentre il nostro futuro presidente parlò di alternative ai combustibili fossili. Credo che le prediche degli anziani curati di campagna siano meno ripetitive, e più sovversive, dei malloppi rifilati da questo rispettabilissimo funzionario, che ha il potere di rassicurare in merito al mantenimento di un valore molto prossimo allo zero sulle derivate di ogni ordine e grado della situazione attuale.

Come la mia maestra elementare, ma parzialmente giustificato dall’età di parte del pubblico, raccontò che le radici stesse della UE consistono nella condivisione dei beni, carbone ed acciaio, per cui allora si faceva la guerra: solo allora? Anche lui prese le distanze da ciò che mi aveva detto Shultz, ed auspicò una maggiore unità in campo energetico tra i paesi membri, secondo lui perseguita da molti, come l’Italia, ma osteggiata per esempio dalla Francia.

Ricordò poi che il “merito” di avere riaperto il dibattito sul nucleare in Italia si doveva alla precedente Commissione Prodi, nella persona della Commissaria De Palacio. Si avventurò infine in astrazioni talvolta stantie, “ogni italiano ha 150 schiavi a petrolio”, talvolta non corrette, “un pieno di benzina equivale al potenziale di 666 cavalli”. Il dibattito che seguì fu abbastanza interessante ma troppo breve. Trovai curioso che il tema della decrescita fosse stato citato solo dai giovani del pubblico, ed avesse trovato ripetutamente eco nelle parole del solo Chiesa, già molto occupato ad evitare che facessero completamente a pezzi il povero Agostinelli.

Il silenzio su questo e su altri temi intimamente legati all’energia, da parte dei politici e funzionari che, tra i presenti, risultavano impegnati operativamente in questo settore, mi lasciò molto perplesso. Mentre gli altri esperti sentivano il dovere di rassicurare il pubblico, Chiesa disse chiaramente che i prossimi decenni saranno caratterizzati da guerre per l’energia e per le materie prime, da problemi demografici e di sotterranea limitazione delle libertà, come sta accadendo a causa delle gigantesche aggregazioni societarie nel mercato alimentare, e che il mondo avrebbe da guadagnare se l’Europa rafforzasse la propria leadership e riuscisse a far prevalere le proprie anime migliori, cosa che negli USA è resa impossibile dalle differenze troppo limitate, sui temi fondamentali, tra i governi che si susseguono. Nella sua visione, per tentare di fronteggiare i problemi energetici, demografici ed ambientali sarà indispensabile agire immediatamente e con profondi sacrifici.

Il giorno successivo partecipai all’incontro sulla comunicazione, per il quale ero ancora meno attrezzato.

Lilli Gruber, nel ruolo di moderatrice, guidò gli interventi di Giovanni Berlinguer, Fabio Colasanti, Antonia Carparelli, Vincenzo Vita, Giulietto Chiesa, Carlo Freccero. Estremamente interessante fu la panoramica di Freccero sulla manipolazione delle coscienze da parte della TV; Chiesa vi si riallacciò, lamentando l’occupazione dello schermo da parte dei partiti e l’importanza che, ancora per molti anni, la televisione avrà sulla formazione del sentire comune. A questo proposito, citò un dato interessante: 8 tra le 10 riviste italiane più vendute sarebbero elenchi di programmi TV.

Berlinguer, dall’alto della sua esperienza, controllò la platea come un padrone avrebbe potuto fare fischiettando al proprio cagnolino; disse alcune cose condivisibili, per esempio contro l’invadenza della pubblicità e, imbeccato dal pubblico, sul problema del software libero. Quando, però, arrivammo a parlare di mancanza di concorrenza nel campo dell’informazione, e delle iniziative mai a segno dell’ex commissario Monti su questo tema, dopo che Chiesa e Freccero avevano evidenziato il calo intollerabile di serietà dei telegiornali, io ricordai la manfrina dello scorso inverno sulla penuria di gas per supposta colpa dell’Ucraina ed il decano tuonò: “che cosa c’entra la presunta inadeguatezza dell’informazione pubblica con questo problema oggettivo?” Smisi di insistere quando citò un “vero” bidone dell’informazione tutta: l’influenza dei polli, a suo dire una cosuccia risolta a distanza da una funzionaria, oggi presidentessa, dell’OMS. Carlo Urbani ringraziò.

Io, invece, ringrazio ASPO e Pierangela che mi hanno permesso di farmi una gita a Bruxelles e di vivere questa interessante esperienza.

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