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Giovanni Pancani
ASPO-Italia


Chi impedisce un cambiamento pacifico
rende possibile un cambiamento violento.
J.F.Kennedy






Recentemente, a causa di un rapimento di tecnici dell’Eni in Nigeria, è tornata alla ribalta di giornali e telegiornali la vicenda del Delta del Niger.

Il caso che coinvolge i tre tecnici dell’Eni è soltanto l’ultimo di una lunghissima serie di atti – tredici rapimenti negli ultimi sei mesi del 2006 – che, negli ultimi anni hanno compreso sabotaggi agli impianti ed alle tubazioni, rapimenti di tecnici ed azioni di vario tipo, rivendicate da un gruppo armato, il Mend (Movement for Emancipation of Niger Delta).

Questo movimento si è sviluppato principalmente fra gli appartenenti al popolo Ogoni, una minoranza – 500.000 persone in uno stato di oltre 110.000.000 di abitanti – che negli anni della decolonizzazione ha visto nella propria terra un continuo aumento della devastazione ambientale e della dipendenza economica del proprio paese dal petrolio, estratto dalla Shell in compartecipazione alla Nnoc (National Nigerian Oil Company), dalla Elf e dall’Agip.

La Nigeria oltre ad essere il più importante produttore petrolifero africano e membro dell’Opec, è stata per 30 dei suoi 46 anni di indipendenza governata da militari di etnia Hausa/Fulani, in maggioranza nella popolazione: in tutti questi anni lo sfruttamento sempre più massiccio delle risorse del paese, che attualmente produce 2,3 milioni di barili di petrolio al giorno, ha causato lo sradicamento più o meno violento di molte delle etnie che vivevano in quella che è la regione che ospita i campi petroliferi più ricchi d’Africa: il Delta del fiume Niger.

Le estrazioni cominciarono nel marzo del 1956 nello stato di Bayelsa nei campi della Shell, mentre l’Eni arrivò più tardi, nel 1962. Nel 1958 fu trovato petrolio nello stato di Rivers, dove vivevano gli Ogoni. Gli oleodotti, costruiti in superficie, passano su terreni un tempo coltivati e successivamente espropriati, mentre parte della popolazione ha dovuto lasciare i propri villaggi. Chi è rimasto lavora spesso per le compagnie petrolifere, percependo stipendi bassissimi. Alla devastazione ambientale si è poi aggiunto il costo sociale che gli Ogoni hanno dovuto sopportare: la zona da loro abitata ha poche scuole, non ha ospedali né acquedotti, e nemmeno l’elettricità. La disoccupazione è altissima, attorno al 70%.

Le proteste dei gruppi etnici minoritari sono state ignorate dal governo nigeriano per decenni finchè, dato che le proteste e le rivendicazioni non avevano prodotto nessun effetto, alcune popolazioni formarono autonomamente una lotta di resistenza, arrecando danni agli impianti, promuovendo la chiusura degli impianti ed arrivando in alcuni casi al rapimento dei lavoratori impiegati dalle compagnie.

Queste ultime reagirono duramente, con la richiesta di un intervento da parte del governo nigeriano che represse le mobilitazioni popolari con l’esercito. Alcuni manifestanti furono uccisi, i villaggi bruciati, e le popolazioni deportate nella foresta. Per rispondere a tutto questo emerse nel 1990 la figura di Ken Saro-Wiwa, drammaturgo, poeta e letterato Ogoni, candidato al premio Nobel per la Pace.

Presidente di un’organizzazione per i diritti delle minoranze africane e fondatore del Mosop (Movement for Surviving of Ogoni People), difensore della nonviolenza attiva, Saro-Wiwa era convinto che esistessero forme positive e costruttive di dissenso per opporsi al governo militare allora al potere ed alla Shell. Uno dei pochi documenti rintracciabili in italiano (su internet lo si trova in molti siti), scritto da Judith Atiri descrive la situazione così:

“Con il sostegno di pochi altri membri della comunità Ogoni, [Ken Saro-Wiwa] fu così capace di organizzare il suo popolo. Andò da una comunità all'altra rivolgendosi alle persone, ascoltando i loro bisogni e chiedendo che cosa avrebbero voluto fare. Così, sotto la leadership del Mosop, gli Ogoni cominciarono una campagna di resistenza. Prepararono una carta dei diritti, formulando poche ma chiare rivendicazioni: il riconoscimento della loro autonomia politica all'interno della federazione nigeriana; la fine di ogni tipo di emarginazione dal potere politico; le forme di riparazione da parte della Shell e dello stesso governo federale in ragione del degrado ambientale subito e della drastica distruzione delle loro principali fonti di vita; un sistema di ridistribuzione più equa delle entrate derivanti dall'estrazione e vendita del petrolio.

Il Mosop presentò questa carta al gen. Ibrahim Babangida, a quel tempo al potere. Questo alto ufficiale era conosciuto come un fine diplomatico, simpatico e furbo; infatti fu capace di dialogare con i rappresentanti degli Ogoni, senza però concedere nulla. Quando il Mosop prese atto che le discussioni avute col governo non avrebbero portato ad alcun risultato, decise di rivolgersi direttamente alla Shell, sottoponendole una serie di richieste e organizzando contro questa multinazionale parecchie dimostrazioni pacifiche. In occasione dell'anno dei popoli indigeni, promosso dalle Nazioni Unite, il Movimento guidato da Saro-Wiwa organizzò una marcia contro le politiche del governo e quelle della Shell, a cui parteciparono circa 300mila Ogoni. Non era cosa di poco conto vedere che, in una manifestazione di tale portata, non ci fosse stato alcun atto di violenza o di vandalismo.

Il Mosop arrivò persino a lanciare, con successo, un'azione di boicottaggio durante le presidenziali, sostenendo che la Costituzione nigeriana non tutelava i diritti degli Ogoni e quindi non era rappresentativa di questo popolo. Con l'andare del tempo, alcuni aderenti del Movimento cominciarono a interrogarsi sulla scelta nonviolenta del gruppo, in quanto, a loro parere, tale metodo non pareva molto efficace. Il governo, intanto, stava cercando di corrompere qualche suo membro, questo mentre Saro-Wiwa e altri dirigenti del Mosop finivano in carcere o erano agli arresti domiciliari. Vennero loro sequestrati anche i passaporti, impedendo così che lasciassero la Nigeria per conferenze o eventi internazionali a cui erano stati invitati.

Tuttavia, nonostante la forte opposizione del governo, i principali attivisti del Mosop continuarono nella loro attività nonviolenta. Lanciarono una campagna internazionale che conquistò anche il sostegno di importanti gruppi ambientalisti, come Greenpeace , o di Organizzazini non governative (Ong) vicine a Amnesty International . Così il “caso Ogoni” fu preso in carico dalla Lega delle nazioni non rappresentate, una Ong con sede in Olanda. Nel 1993 nasceva dal Mosop una costola più militante: il Consiglio giovanile nazionale del popolo Ogoni (Nycop), che raggruppava uomini tra i 18 e i 40 anni. Quattro leader conservatori che erano stati corrotti dal governo per screditare il Movimento, facevano ora riferimento proprio al Nycop. Intanto Babangida era stato sostituito da un nuovo regime sanguinario: quello del gen. Sanni Abacha. Il petrolio era troppo importante per l'economia nigeriana per usare la diplomazia nei riguardi degli oppositori. Tutte le comunità del delta del Niger sul cui territorio erano stati scavati i pozzi, erano in attesa di vedere quale sarebbe stata la reazione del nuovo potere alle richieste degli Ogoni. Se fossero state soddisfatte, anche loro avrebbero presentato una carta dei diritti.

Il 21 maggio 1994, Saro-Wiwa doveva intervenire e prendere la parola durante una manifestazione locale, quando la polizia lo mise agli arresti domiciliari. La gente che intanto si era radunata, lo aspettava; la tensione era altissima. In quella occasione, i quattro capi conservatori furono uccisi dalla folla. Non è ancora chiaro chi furono i veri istigatori del delitto. Sta di fatto che pur non essendo presenti, Saro-Wiwa e altri militanti del Mosop furono arrestati “per aver incoraggiato la gente a compiere quell'omicidio”, così sostenne il governo. Il giorno seguente, senza che ci fosse alcun riscontro concreto, i nove accusati furono gettati in prigione, sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani e condannati alla pena di morte per impiccagione. Non ci fu per loro alcuna possibilità di ricorrere in appello. Il 10 novembre del 1995, tra la sorpresa e lo shock della comunità internazionale, furono giustiziati. La terra della comunità Ogoni fu invasa, i villaggi bruciati e fu fatta strage della popolazione. Molti si rifugiarono negli Stati vicini, come il Benin, dove trovarono ospitalità nei campi profughi. La terra degli Ogoni fu pattugliata giorno e notte dai soldati, furono erette delle barriere per ostacolare il libero movimento delle persone e per terrorizzare la gente rimasta. La lotta di questo popolo catturò l'interesse della comunità internazionale e portò a delle sanzioni severe contro la Nigeria che venne tra l'altro sospesa dal Commonwealth . Le stesse Nazioni Unite imposero delle sanzioni fino a quando in quel Paese non fu instaurato un governo democratico. Il ruolo che la Shell ebbe in tutta la vicenda e le esecuzioni che seguirono, portarono a una campagna internazionale di boicottaggio dei suoi prodotti.”

Con l’impiccagione di Saro-Wiwa il filo della possibile evoluzione democratica della Nigeria fu spezzato: da allora, a fasi alterne, sono seguiti periodi di tensioni e violenze, tregue, attacchi alle strutture delle compagnie petrolifere e, più recentemente, scontri armati con le milizie private delle stesse compagnie petrolifere, rapimenti di personale ed esplosione di autobombe. Negli ultimi dieci anni la Nigeria è passata ad un governo civile retto da Olusegun Obasanjo (la cui possibile rielezione nelle votazioni che si terranno ad aprile è stata da molti correlata con l’incremento di attività contro le compagnie petrolifere); si è sviluppata una più forte società civile locale e si sono insediate molte Ong.

Nonostante ciò la situazione nigeriana resta grave. Lo sviluppo della Nigeria deve essere insieme politico ed economico: una maggiore indipendenza dalle istituzioni finanziarie, un recupero della sovranità nazionale ed uno sfruttamento razionale delle risorse naturali che finalmente vada a vantaggio della popolazione sono, oltre ad un maggior rispetto dei diritti civili, le condizioni essenziali per uscire dalla povertà e per non rendere più possibile un altro caso come quello di Ken Saro-Wiwa.


LAGOS (Reuters) - I militanti nigeriani che tengono sotto sequestro tre italiani e un libanese da quasi due settimane hanno detto che Eni ha offerto loro somme di denaro in cambio del rilascio degli ostaggi e hanno detto che preferirebbero ucciderli piuttosto che liberarli per denaro.

Il Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger (Mend) ha catturato i quattro lavoratori del settore petrolifero il 7 dicembre scorso al terminale per l'esportazione di petrolio Brass, gestito da Agip, del gruppo Eni.

"Agip negli ultimi giorni ha offerto a diversi criminali nella regione del Delta ingenti somme di denaro come pagamento di un riscatto, perfino chiedendoci di indicare il nostro prezzo per la liberazione di questi ostaggi", ha dichiarato il Mend in una e-mail ai media, aggiungendo che questa pratica è illegale in Italia come in Nigeria.

"Piuttosto che liberarli (per denaro), gli ostaggi saranno tutti fucilati.. . Il rilascio di questi quattro individui è legato al rilascio di quattro ostaggi del Delta del Niger nelle mani del governo nigeriano", ha affermato il movimento militante.

Un portavoce di Agip in Nigeria non è stato raggiungibile per un commento.

Il Mend ha chiesto in cambio della liberazione degli ostaggi la scarcerazione di due leader della regione, un risarcimento agli abitanti della zona per l'inquinamento da petrolio, il trasferimento del controllo delle risorse petrolifere dal governo alle comunità locali e risarcimenti per 50 anni di sfruttamento da parte dell'industria petrolifera.

Il Nigeria è l'ottavo esportatore di petrolio del mondo, anche se le tensioni locali hanno di recente allontanato gli investitori e fatto calare la produzione.

Il Mend ha fatto esplodere due autobombe nei complessi di società petrolifere nella città di Port Harcourt, che hanno causato danni ad auto ed edifici ma non feriti. I militanti hanno anche diffuso le foto dei quattro ostaggi. Il Mend ha dichiarato che Agip aveva definito il gruppo come una banda di criminali senza far riferimento alla rivolta armata che dura da un anno contro il governo nigeriano.

Il governo nigeriano rifiuta di definire i militanti del Mend come criminali a caccia di riscatti e ha cercato di avviare trattative e promesso lavoro e investimenti nella regione, che ospita tutte le risorse petrolifere e di gas della nazione membro dell'Opec.

Tom Ashby Fonte. Yahoo.it 21/12/06

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