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Da "La Gazzetta del Mezzogiorno", martedì 25 luglio 2006


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Uno-e-quaranta: il prezzo in euro di un litro di benzina, in questa fine di luglio del 2006. E’ con questo numero che ciascuno di noi percepisce la crisi energetica; infatti la benzina si compra a pochi litri per volta, e il relativo prezzo si tira fuori dal portafoglio giorno per giorno. L’aumento del prezzo degli altri “beni” energetici, come l’elettricità o il gas di riscaldamento, si percepisce di meno perché tale prezzo si paga ogni tanto sotto forma di bolletta o di spese di condominio; ancora meno si percepisce l’effetto che l’aumento del prezzo dell’energia ha sul prezzo delle merci, perché nessuno ci ha abituati a riconoscere “quanta energia c’è” nella bottiglia di latte o nella scatola di conserva di pomodoro. Eppure l’energia è l’unico vero motore di tutte le attività umane; quella che ci fa spostare, che fa funzionare la televisione e i telefoni cellulari, che permette di trasportare i pomodori dai campi alle fabbriche e che li fa entrare nelle scatole di conserva e che fa arrivare per camion le scatole di conserva al negozio.

Non so se l’attuale aumento del prezzo dell’energia è simile a quello “del settantatre” quando --- i meno giovani fra i lettori lo ricorderanno --- bruscamente la crisi mediorientale, ancora quella, indusse i paesi petroliferi ad aumentare il prezzo del petrolio di dieci volte in dieci anni. L’attuale crisi ha tre principali motivi: la instabilità politica mondiale, l’aumento della richiesta di fonti energetiche da parte dei paesi in via di rapida industrializzazione e la constatazione che le riserve mondiali di idrocarburi si stanno impoverendo per cui bisogna andare a cercare petrolio e gas naturale in luoghi sempre più scomodi, nei deserti o nelle distese ghiacciate o nelle paludi africane o negli oceani a profondità sempre maggiori, con costi sempre maggiori. A tutto si aggiungono le norme più rigorose e costose per fermare o almeno rallentare l’inquinamento atmosferico.

Un segnale delle preoccupazioni di governi e imprese si è avuto la settimana scorsa quando si sono riuniti, a San Rossore, vicino Pisa, in un bellissimo parco naturale, prima gli studiosi che  denunciano i segnali dell’impoverimento delle riserve di petrolio, poi i governanti e le imprese e gli studiosi che cercano o propongono soluzioni.

Cominciamo dal primo problema: quanto petrolio resta disponibile e per quanto tempo ? Le migliori statistiche disponibili indicano che la richiesta mondiale di petrolio greggio si aggira intorno a 4 miliardi di tonnellate all’anno. Le stime delle riserve, peraltro molto incerte, indicano che nelle viscere della Terra restano circa 150 miliardi di tonnellate di petrolio greggio, il che farebbe pensare che, continuando con gli attuali consumi annui, tali riserve dovrebbero durare al massimo una quarantina d’anni. I consumi aumenteranno certamente e, anche se si andrà a “pescare” petrolio nelle zone più impervie, l’orizzonte su cui si può contare è di poche diecine di anni. Di certo abbiamo già raggiunto il “picco” della produzione del petrolio e, da oggi in avanti, la quantità estratta ogni anno dalle riserve diminuirà sempre e costerà sempre di più. C’è il gas naturale, le cui riserve, anch’esse limitate, potrebbero coprire i consumi forse per una cinquantina di anni, ma il metano, a differenza del petrolio che è liquido, è difficile e costoso da trasportare. Per ora sta arrivando con grandi metanodotti dall’Africa o dalla Russia, ma dalle zone più lontane deve essere trasportato per nave, allo stato liquefatto, a bassa temperatura, per essere poi riportato allo stato gassoso, “rigassificato”, in qualche porto.

Fatti, nel primo dei convegni di San Rossore, questi conti, nel secondo convegno sono stati esaminati i rimedi, già ripetuti in cento altre occasioni. Il carbone, pur abbondante nel mondo, e pur usato dalla metà dei terrestri, è inquinante. Il nucleare andrebbe bene, sostengono alcuni, ma fornisce solo elettricità e ha anche insopportabili inconvenienti di sicurezza e di sistemazione delle scorie radioattive. E le automobili ? potrebbero funzionare con l’idrogeno ottenuto dall’elettricità nucleare, ma, sostengono altri, una società dell’idrogeno è accettabile soltanto se alimentata dall’elettricità ottenuta dal Sole o dal vento.

Il vento andrebbe bene, ma produce elettricità in maniera discontinua; l’Italia non è poi un paese molto ventoso e alcuni sostengono che i generatori eolici, i “mulini a vento”, deturpano il paesaggio. Resterebbero i pannelli solari fotovoltaici, che producono anche loro elettricità, e le fonti energetiche rinnovabili ricavabili dalla biomassa vegetale prodotta dal Sole: con gli scarti forestali si potrebbero riscaldare gli edifici d’inverno; dagli escrementi animali si può recuperare metano; con l’amido dei cereali o con lo zucchero si possono produrre carburanti per autoveicoli, come alcol etilico o butilico; con i grassi possono essere ottenuti carburanti per motori diesel; ma, obiettano altri, è moralmente lecito far andare le automobili dei paesi ricchi con prodotti che potrebbero essere usati come alimenti da tanti milioni di affamati della terra e la cui coltivazione ha effetti ambientali negativi ? I fautori dei carburanti solari dicono che si potrebbero utilizzare scarti e sottoprodotti vegetali, ma altri ancora sostengono che i carburanti vegetali costano troppo. Resterebbe il risparmio energetico che però richiede profondi mutamenti nella produzione e nei consumi delle merci e nelle abitudini individuali. Detto fra noi, credo che solo questa rivoluzione tecnico-scientifica e merceologica potrebbe farci uscire dalla crisi energetica, ma come farla, con quali incentivi o imposte o innovazioni, con quali effetti, positivi o negativi, sull’occupazione, sull’economia e sull’ambiente, dovrebbe essere il tema di un serio (urgente) piano energetico nazionale.


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