In che misura il metabolismo socio-economico umano ha
superato i limiti fisici del pianeta.
Luca
Pardi
Contributo per il convegno: Demografia e consumi...
quali limiti?
Promosso dalla Lista Bonino alla Regione Piemonte.
Torino 15 Gennaio 2005
Pubblicato su: www.aspoitalia.net
Gennaio 2005
La Terra č sovrappopolata. A chi afferma che questo sia un problema, si chiede di fornire una prova oggettiva del regime di sovrappopolazione. La domanda č legittima. Perché possiamo affermare che il pianeta č abitato da troppi esseri umani? Esistono osservazioni e misure che nellultimo decennio hanno tentato di dare una risposta. E lhanno data. Oggi possiamo affermare con convinzione, che il metabolismo socio-economico ha oltrepassato i limiti fisici del pianeta. Questo č determinato dagli ultimi due secoli e mezzo di aumento esponenziale[] della popolazione e dalla parallela crescita dello sfruttamento delle risorse. Il regime appena descritto, č definito in lingua inglese con una sintetica espressione: overshoot. Overshoot significa letteralmente oltrepassare, superare un limite, una barriera. Questa č unesperienza che trova infiniti esempi nella vita di tutti i giorni. Andare oltre i limiti č una esperienza che si verifica in genere per la combinazione di tre fattori: 1) la rapida crescita di una grandezza 2) la presenza di limiti o barriere a questa crescita e 3) ritardi nella percezione dei limiti e errori nel controllo della crescita.[1]
Il fenomeno di crescita rapida che cinteressa in questo contesto č la crescita della popolazione e delleconomia materiale, che č stato il comportamento del sistema socio-economico globale per pił di 200 anni. Non credo che ci sia bisogno di convincere nessuno del fatto che la crescita, ed in particolare la crescita esponenziale, siano la regola per molte grandezze che caratterizzano il metabolismo socio-economico contemporaneo. Alcuni dati sono riportati in Tabella 1.[1]
|
Grandezza |
1950 |
% di crescita nei 25 anni |
1975 |
% di crescita nei 25 anni |
2000 |
|
Popolazione umana (milioni) |
2.520 |
60% |
4.077 |
50% |
6.067 |
|
Veicoli registrati (milioni) |
70 |
370% |
328 |
1220% |
723 |
|
Consumo di petrolio (milioni di barili/anno) |
3,800 |
440% |
20.512 |
30% |
27.635 |
|
Consumo di carbone (milioni di t /anno |
1.400 |
130% |
3.300 |
50% |
5.100 |
|
Energia elettrica (Milioni di kW) |
154 |
940% |
1.606 |
100% |
3.240 |
|
Produzione di Mais (milioni di t/anno) |
131 |
160% |
342 |
70% |
594 |
|
Produzione di grano (milioni di t/anno) |
143 |
150% |
356 |
60% |
584 |
|
Produzione di riso (milioni di t/anno) |
150 |
140% |
357 |
70% |
598 |
|
Produzione di cotone (milioni di t/anno) |
5,4 |
230% |
12 |
150% |
18 |
|
Produzione di polpa di legno (milioni di
t/anno) |
12 |
830% |
102 |
170% |
171 |
|
Produzione di Ferro (milioni di t/anno) |
134 |
350% |
468 |
120% |
580 |
|
Produzione di acciaio (milioni di t/anno) |
185 |
350% |
651 |
120% |
788 |
|
Produzione
di alluminio (milioni di t/anno) |
1,5 |
800% |
12 |
190% |
23 |
Tabella 1. Crescita globale di alcune grandezze e prodotti selezionati, nel periodo 1950- 2000. (Dati tratti dal PRB; American Automobile Association, U.S. DoE; UN; FAO; CRB. Adattata dal referimento bibliografico [1] )
Il limite fisico di cui ci occupiamo invece, č definito dalle capacitą di ricostituzione degli ecosistemi sotto leffetto dello sfruttamento da parte delluomo.
Come fu a suo tempo evidenziato nel primo rapporto per il Club di Roma I Limiti dello Sviluppo di Meadows et al. le crescite esponenziali sono la forza guida che determina linstaurarsi di un regime di overshoot ecologico. Mettere in luce la caratteristica delle crescite esponenziali fu uno, ma certamente non lunico, dei meriti dellopera dei ricercatori del MIT per il Club di Roma,[2] che mostrarono lattualitą dellereditą malthusiana. Oggi levidenza mostra che alcune grandezze macroscopiche, come la popolazione, non crescono pił in modo esponenziale. Ma il fatto di aver trascurato gli effetti a lungo termine della crescita esponenziale e aver lasciato che il sistema evolvesse in modo spontaneo, o, nel migliore dei casi, sotto lunica guida delle leggi economiche, ha determinato quella situazione di superamento dei limiti fisici del pianeta.
Uno degli assunti di questo contributo č che sia possibile misurare la maggior parte delle risorse che lumanitą consuma e dei rifiuti che essa genera. In poche parole che sia possibile avere unidea quantitativa e sufficientemente dettagliata del metabolismo socio-economico. Due grandezze che misurano limpatto umano sulla Natura sono: lAppropriazione della Produzione Primaria Netta da parte delluomo (APPN) e lImpronta Ecologica (IE), in inglese Ecological Footprint (EF). Si tratta di due modi complementari per misurare lentitą del prelievo di risorse dal resto della natura, da parte delle societą umane. Ambedue le grandezze mettono in relazione il metabolismo socio-economico con la bioproduttivitą della terra e sono disegnate per fornire una pił profonda comprensione della sostenibilitą delle interazioni societą natura, ma sono anche uno strumento per intraprendere le azioni individuali e collettive finalizzate alla riduzione dellimpatto delle nostre azioni sulla natura.
LIE non č altro che la misura della superficie di suolo coltivabile che una data popolazione o un individuo richiedono per produrre le risorse che consumano e assorbire i rifiuti che producono. [3] Č dunque un mezzo di valutazione dellimpatto degli individui, delle comunitą locali, delle nazioni e dellintera umanitą sul resto della natura. La condizione necessaria per eseguire tale valutazione č la misurabilitą dei consumi e dei rifiuti prodotti. Oggi si sa che lumanitą ha unIE che eccede di pił del 20% le capacitą produttive del pianeta. [4-6] In altre parole noi stiamo consumando come se avessimo a disposizione una Terra pił un ulteriore venti percento di Terra. Oppure significa che ogni anno, consumiamo risorse ad una velocitą per cui la loro rigenerazione richiederebbe un anno e oltre due mesi. Questo significa che stiamo consumando le risorse in modo irreversibile. Ma il dato globale non deve nascondere il fatto che le nazioni industrializzate Europa e Stati Uniti in particolare hanno un IE tale che i loro cittadini consumano le risorse terrestri come se avessero a disposizione due, tre, quattro pianeti come la Terra. In altre parole, secondo la misura dei consumi umani in rapporto alla capacitą rigenerativa del pianeta, i paesi industrializzati sarebbero in equilibrio se avessero a disposizione due, tre o quattro Terre.
LIE puņ essere rappresentata come numero di pianeti Terra necessari al sostentamento dellattivitą socio-economica. Levoluzione nel tempo di questa grandezza č riportata in Figura 1 e mostra che la popolazione mondiale (e cioč 4,8 miliardi di persone, di cui solo 600 milioni nei paesi sviluppati) era in equilibrio con la capacitą bioproduttiva (o biocapacitą) della Terra nella seconda metą degli anni 80 quando la curva della domanda globale interseca la retta che rappresenta la capacitą bioproduttiva del pianeta.

Figura 1. Evoluzione temporale della
domanda mondiale di bioproduttivitą annuale espressa in numero di Terre. La
bioproduttivitą della Terra č indicata come sempre uguale ad 1 ed č
rappresentata dalla linea blu orizzontale.(Figura tratta da http://www.footprintnetwork.org/. © 2003-2004 Global Footprint Network)
LIE valuta larea bioproduttiva totale necessaria per sostenere una definita attivitą sociale, ovunque essa si svolga sulla Terra. Cosģ facendo essa tiene in conto le tre funzioni degli ecosistemi usati dagli umani: i) la fornitura di risorse ii) lassorbimento dei rifiuti iii) e lo spazio utilizzato per le infrastrutture della societą.
Le componenti dellimpatto umano includono sei attivitą principali che richiedono spazio bioproduttivo. Esse sono: 1) la produzione agricola di cibo per luomo e per gli animali da allevamento, di fibre, oli e gomme 2) lallevamento di erbivori per la produzione di carne, latte, pelle e lana 3) la raccolta di legname come materiale strutturale, carta, fibre e come combustibile 4) la pesca in mare e nelle acque interne 5) loccupazione di spazio per le infrastrutture umane: strutture residenziali, trasporti, industria e produzione energetica 6) luso dei combustibili fossili.
In pratica lIE č una grandezza che misura larea bioproduttiva necessaria alle attivitą di comunitą e di singoli individui. Si puņ quindi calcolare lIE di ciascuno di noi, delle nazioni e dellintera umanitą. Questa grandezza č in genere espressa in unitą di area, cioč in ettari. Ciascuna attivitą viene espressa in unitą di area attraverso fattori di equivalenza.[4] Una volta espresso in ettari equivalenti limpatto viene aggregato in una unica figura di merito che rappresenta larea bioproduttiva necessaria a sostenere le attivitą descritte. Limpronta ecologica delle varie aree del pianeta č riportata in Figura 2 in unitą di ettari equivalenti pro capite.

Figura 2. Valore
dellIE espresso in ettari globali pro capite per le diverse aree geografiche
del pianeta riportato in funzione della popolazione delle aree stesse. (© 2003-2004 Global Footprint Network)
Attualmente vi sono 11,4 miliardi di ettari biologicamente produttivi disponibili sul pianeta distribuiti fra terre emerse e mari. Dividendo questo numero per il numero di persone viventi oggi 6,3 miliardi nel 2003 si ha una media di area bioproduttiva disponibile pro-capite di 1,8 ettari globali per persona. In base ai dati disponibili il deficit globale ammontava, nel 2001, a 0,4 ettari/procapite. Questo valore č la differenza fra lIE totale (2,2 ha) e la biocapacitą (1,8 ha), esso non tiene conto delle necessitą delle altre specie perchč non esiste, al momento, una precisa misura quantitativa di questa grandezza. Č evidente che parte della bioproduttivitą debba essere lasciata alle altre specie. E.O. Wilson [7] suggerisce di lasciare alle altre specie circa la metą degli 1,8 ettari bioproduttivi procapite. Il problema sarebbe dunque, come vivere con una media di 0,9 ettari globali per persona. LIE delle nazioni divise per aree geografiche č riportato nella Tabella seguente.
Dati
2001 |
Popolazione |
IE Totale |
Biocapacitą |
Deficit ecologico |
|
|
|
|
|
|
|
|
(millioni) |
(ha globali/ pro capite |
pro capite) |
(ha globali/ pro capite) |
|
|
|
|
|
|
|
Mondo |
6.148,1 |
2,2 |
1,8 |
0,4 |
|
|
|
|
|
|
|
Paesi
con reddito elevato |
920,1 |
6,4 |
3,3 |
3,1 |
|
Paesi
con reddito medio |
2.970,8 |
1,9 |
2,0 |
-0,1 |
|
Paesi
con reddito basso |
2.226,3 |
0,8 |
0,7 |
0,1 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Africa |
810,2 |
1,2 |
1,3 |
-0,13 |
|
Algeria |
30,7 |
1,5 |
0,7 |
0,8 |
|
Angola |
12,8 |
0,8 |
3,5 |
-2,7 |
|
Benin |
6,4 |
1,0 |
0,7 |
0,3 |
|
Botswana |
1,8 |
1,3 |
4,3 |
-3,1 |
|
Burkina
Faso |
12,3 |
1,1 |
1,0 |
0,1 |
|
Burundi |
6,4 |
0,7 |
0,6 |
0,1 |
|
Cameroon |
15,4 |
0,9 |
1,4 |
-0,5 |
|
Central
African Rep. |
3,8 |
1,1 |
3,7 |
-2,7 |
|
Chad |
8,1 |
1,3 |
2,8 |
-1,4 |
|
Congo |
3,5 |
0,9 |
8,1 |
-7,3 |
|
Congo,
Dem. Rep. |
49,8 |
0,7 |
1,6 |
-0,9 |
|
Cōte
dIvoire |
16,1 |
0,9 |
2,1 |
-1,2 |
|
Egypt |
69,1 |
1,5 |
0,5 |
1,0 |
|
Eritrea |
3,8 |
0,7 |
0,7 |
-0,1 |
|
Ethiopia |
67,3 |
0,7 |
0,5 |
0,2 |
|
Gabon |
1,3 |
1,7 |
20,1 |
-18,4 |
|
Gambia,
The |
1,4 |
1,1 |
1,0 |
0,1 |
|
Ghana |
20,0 |
1,1 |
1,3 |
-0,2 |
|
Guinea |
8,2 |
1,0 |
2,8 |
-1,8 |
|
Guinea-Bissau |
1,4 |
0,7 |
3,0 |
-2,3 |
|
Kenya |
31,1 |
0,9 |
0,7 |
0,2 |
|
Lesotho |
1,8 |
0,6 |
1,1 |
-0,4 |
|
Liberia |
3,1 |
0,7 |
3,4 |
-2,7 |
|
Libya |
5,3 |
3,1 |
1,0 |
2,0 |
|
Madagascar |
16,4 |
0,8 |
3,1 |
-2,3 |
|
Malawi |
11,6 |
0,7 |
0,5 |
0,1 |
|
Mali |
12,3 |
1,1 |
1,5 |
-0,4 |
|
Mauritania |
2,7 |
1,1 |
6,0 |
-4,8 |
|
Mauritius |
1,2 |
2,4 |
1,2 |
1,2 |
|
Morocco |
29,6 |
0,9 |
0,7 |
0,2 |
|
Mozambique |
18,2 |
0,7 |
2,1 |
-1,5 |
|
Namibia |
1,9 |
1,6 |
4,5 |
-2,9 |
|
Niger |
11,1 |
1,1 |
1,2 |
-0,1 |
|
Nigeria |
117,8 |
1,2 |
1,0 |
0,2 |
|
Rwanda |
8,1 |
0,7 |
0,5 |
0,2 |
|
Senegal |
9,6 |
1,2 |
0,9 |
0,3 |
|
Sierra
Leone |
4,6 |
0,9 |
1,2 |
-0,3 |
|
Somalia |
9,1 |
0,4 |
1,1 |
-0,7 |
|
South
Africa, Rep. |
44,4 |
2,8 |
2,0 |
0,8 |
|
Sudan |
32,2 |
1,0 |
1,8 |
-0,8 |
|
Swaziland |
1,1 |
1,1 |
1,1 |
0,0 |
|
Tanzania,
United Rep. |
35,6 |
0,9 |
1,3 |
-0,3 |
|
Togo |
4,7 |
0,9 |
0,8 |
0,1 |
|
Tunisia |
9,6 |
1,4 |
0,7 |
0,6 |
|
Uganda |
24,2 |
1,5 |
1,1 |
0,4 |
|
Zambia |
10,6 |
0,8 |
3,6 |
-2,8 |
|
Zimbabwe |
12,8 |
1,0 |
0,9 |
0,2 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Asia-Pacific |
3.406,8 |
1,3 |
0,7 |
0,6 |
|
Australia |
19,4 |
7,7 |
19,2 |
-11,5 |
|
Bangladesh |
140,9 |
0,6 |
0,3 |
0,3 |
|
Cambodia |
13,5 |
1,1 |
1,0 |
0,1 |
|
China |
1.292,6 |
1,5 |
0,8 |
0,8 |
|
India |
1.033,4 |
0,8 |
0,4 |
0,4 |
|
Indonesia |
214,4 |
1,2 |
1,0 |
0,2 |
|
Japan |
127,3 |
4,3 |
0,8 |
3,6 |
|
Korea,
DPR |
22,4 |
1,5 |
0,7 |
0,8 |
|
Korea,
Rep. |
47,1 |
3,4 |
0,6 |
2,8 |
|
Lao
PDR |
5,4 |
1,0 |
1,4 |
-0,4 |
|
Malaysia |
23,5 |
3,0 |
1,9 |
1,1 |
|
Mongolia |
2,5 |
1,9 |
11,8 |
-9,9 |
|
Myanmar |
48,2 |
0,9 |
1,3 |
-0,4 |
|
Nepal |
24,1 |
0,6 |
0,5 |
0,2 |
|
New
Zealand |
3,8 |
5,5 |
14,5 |
-9,0 |
|
Pakistan |
146,3 |
0,7 |
0,4 |
0,3 |
|
Papua
New Guinea |
5,5 |
1,3 |
2,6 |
-1,3 |
|
Philippines |
77,2 |
1,2 |
0,6 |
0,6 |
|
Sri
Lanka |
18,8 |
1,1 |
0,4 |
0,7 |
|
Thailand |
61,6 |
1,6 |
1,0 |
0,6 |
|
Viet
Nam |
79,2 |
0,8 |
0,8 |
0,0 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Central
and Eastern Europe |
336,5 |
3,8 |
4,2 |
-0,4 |
|
Albania |
3,1 |
1,5 |
0,9 |
0,6 |
|
Belarus |
10,0 |
3,2 |
3,1 |
0,0 |
|
Bosnia
and Herzegovina |
4,1 |
2,3 |
1,8 |
0,5 |
|
Bulgaria |
8,0 |
2,7 |
2,4 |
0,3 |
|
Croatia |
4,4 |
2,9 |
2,8 |
0,1 |
|
Czech
Rep. |
10,3 |
5,0 |
2,8 |
2,2 |
|
Estonia |
1,4 |
6,9 |
5,7 |
1,2 |
|
Hungary |
10,0 |
3,5 |
2,4 |
1,1 |
|
Latvia |
2,4 |
4,4 |
6,5 |
-2,1 |
|
Lithuania |
3,5 |
3,9 |
3,9 |
0,0 |
|
Macedonia,
FYR |
2,0 |
2,3 |
0,9 |
1,4 |
|
Moldova,
Rep. |
4,3 |
1,2 |
1,0 |
0,2 |
|
Poland |
38,7 |
3,6 |
2,0 |
1,6 |
|
Romania |
22,4 |
2,7 |
2,4 |
0,3 |
|
Russian
Federation |
144,9 |
4,4 |
6,9 |
-2,6 |
|
Serbia
and Montenegro |
10,5 |
3,0 |
1,7 |
1,3 |
|
Slovakia |
5,4 |
3,6 |
2,9 |
0,6 |
|
Slovenia |
2,0 |
3,8 |
2,9 |
0,9 |
|
Ukraine |
49,3 |
3,3 |
2,0 |
1,4 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Latin America and the Caribbean |
520,3 |
3,1 |
5,5 |
-2,4 |
|
Argentina |
37,5 |
2,6 |
6,7 |
-4,2 |
|
Belize |
0,2 |
2,6 |
6,9 |
-4,3 |
|
Bolivia |
8,5 |
1,2 |
15,6 |
-14,4 |
|
Brazil |
174,0 |
2,2 |
10,2 |
-8,0 |
|
Chile |
15,4 |
2,6 |
5,5 |
-2,8 |
|
Colombia |
42,8 |
1,3 |
3,7 |
-2,4 |
|
Costa
Rica |
4,0 |
2,1 |
1,6 |
0,6 |
|
Cuba |
11,2 |
1,4 |
0,8 |
0,7 |
|
Dominican
Rep. |
8,5 |
1,6 |
0,8 |
0,7 |
|
Ecuador |
12,6 |
1,8 |
2,1 |
-0,3 |
|
El
Salvador |
6,3 |
1,2 |
0,6 |
0,6 |
|
Guatemala |
11,7 |
1,2 |
1,3 |
-0,1 |
|
Haiti |
8,1 |
0,5 |
0,3 |
0,3 |
|
Honduras |
6,6 |
1,4 |
1,9 |
-0,5 |
|
Jamaica |
2,6 |
2,6 |
0,5 |
2,1 |
|
Mexico |
100,5 |
2,5 |
1,7 |
0,8 |
|
Nicaragua |
5,2 |
1,1 |
3,7 |
-2,6 |
|
Panama |
3,0 |
1,8 |
2,7 |
-1,0 |
|
Paraguay |
5,6 |
2,2 |
5,7 |
-3,5 |
|
Peru |
26,4 |
0,9 |
4,3 |
-3,3 |
|
Trinidad
and Tobago |
1,3 |
2,3 |
0,4 |
1,9 |
|
Uruguay |
3,4 |
2,6 |
7,5 |
-4,9 |
|
Venezuela |
24,8 |
2,4 |
2,5 |
-0,1 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Middle East and Central Asia |
334,3 |
2,1 |
1,0 |
1,1 |
|
Afghanistan |
22,1 |
0,3 |
1,1 |
-0,8 |
|
Armenia |
3,1 |
1,0 |
0,6 |
0,4 |
|
Azerbaijan |
8,2 |
1,5 |
1,2 |
0,3 |
|
Georgia |
5,2 |
0,8 |
1,2 |
-0,4 |
|
Iran |
67,2 |
2,1 |
0,7 |
1,4 |
|
Iraq |
23,9 |
1,1 |
0,6 |
0,5 |
|
Israel |
6,2 |
5,3 |
0,4 |
4,9 |
|
Jordan |
5,2 |
1,9 |
0,2 |
1,6 |
|
Kazakhstan |
15,5 |
2,8 |
4,1 |
-1,2 |
|
Kuwait |
2,4 |
9,5 |
0,3 |
9,2 |
|
Kyrgyzstan |
5,0 |
1,1 |
1,4 |
-0,3 |
|
Lebanon |
3,5 |
2,3 |
0,3 |
2,0 |
|
Saudi Arabia |
22,8 |
4,4 |
0,9 |
3,4 |
|
Syria |
17,0 |
1,9 |
0,9 |
1,0 |
|
Tajikistan |
6,1 |
0,6 |
0,4 |
0,1 |
|
Turkey |
69,3 |
2,0 |
1,4 |
0,6 |
|
Turkmenistan |
4,7 |
3,1 |
3,5 |
-0,4 |
|
United Arab Emirates |
2,9 |
9,9 |
1,0 |
8,9 |
|
Uzbekistan |
25,3 |
1,9 |
0,7 |
1,1 |
|
Yemen |
18,7 |
0,7 |
0,4 |
0,3 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
North America |
319,1 |
9,2 |
5,4 |
3,9 |
|
Canada |
31,0 |
6,4 |
14,4 |
-8,0 |
|
United States of America |
288,0 |
9,5 |
4,9 |
4,7 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Western Europe |
390,1 |
5,1 |
2,1 |
3,0 |
|
Austria |
8,1 |
4,6 |
3,5 |
1,1 |
|
Belgium/Luxembourg |
10,7 |
4,9 |
1,2 |
3,7 |
|
Denmark |
5,3 |
6,4 |
3,5 |
2,9 |
|
Finland |
5,2 |
7,0 |
12,4 |
-5,4 |
|
France |
59,6 |
5,8 |
3,1 |
2,8 |
|
Germany |
82,3 |
4,8 |
1,9 |
2,9 |
|
Greece |
10,9 |
5,4 |
1,6 |
3,9 |
|
Ireland |
3,9 |
6,2 |
4,7 |
1,5 |
|
Italy |
57,5 |
3,8 |
1,1 |
2,7 |
|
Netherlands |
16,0 |
4,7 |
0,8 |
4,0 |
|
Norway |
4,5 |
6,2 |
6,9 |
-0,8 |
|
Portugal |
10,0 |
5,2 |
1,6 |
3,6 |
|
Spain |
40,9 |
4,8 |
1,6 |
3,2 |
|
Sweden |
8,9 |
7,0 |
9,8 |
-2,7 |
|
Switzerland |
7,2 |
5,3 |
1,6 |
3,7 |
|
United Kingdom |
59,1 |
5,4 |
1,5 |
3,9 |
Tabella 2. Impronta ecologica e biocapacitą globali e delle nazioni (dati 2001, tratto, con modifiche, da: http://www.footprintnetwork.org/. © 2003-2004 Global Footprint Network).
Come si vede per i paesi industrializzati il deficit ecologico ha valori molto maggiori della media globale. Ho stimato la mia impronta ecologica ed ho calcolato un valore minimo di 2,5 ed un massimo di 4.5 ettari globali a seconda delle risposte che fornisco (cercando di essere il pił accurato possibile riguardo i miei consumi). Il mio personale debito ecologico ricavato prendendo la bioproduttivitą procapite dellItalia (1,1 ha) č dunque nellintervallo fra 1,4 e 3,4 ettari globali. E mia intenzione abbassarlo. Si noti che la media nazionale italiana dellIE (3.8 ha) č leggermente inferiore alla media europea. Questo non č tanto il risultato di un generale atteggiamento ecologicamente virtuoso degli italiani, quanto al fatto che gli italiani hanno una dieta meno ricca di carne, si spostano in genere meno per raggiungere il posto di lavoro e abitano in abitazioni mediamente meno estese degli altri europei.
La Produzione Primaria (PP) č la quantitą di materia organica che gli organismi fotosintetici producono. Gli organismi fotosintetici sono le piante verdi, le alghe e alcune specie di batteri. La materia organica prodotta attraverso la fotosintesi č la base della vita sul nostro pianeta per questo motivo gli organismi fotosintetici vengono anche indicati come produttori primari. La fotosintesi č una reazione chimica che trasforma lenergia luminosa (in natura la luce del sole) in energia chimica immagazzinata in certe molecole organiche (gli zuccheri). Dal punto di vista chimico essa produce una molecola di zucchero e sei molecole di ossigeno a partire da sei molecole di anidride carbonica (CO2) e sei molecole di acqua. Per questo motivo si dice anche che nella fotosintesi il Carbonio (C) presente nella CO2 atmosferica viene fissato nei tessuti vegetali. Coerentemente con lo schema sommariamente delineato, la produzione primaria viene misurata in grammi di Carbonio (g C) fissati nellunitą di superficie (per esempio: metro quadro, indicato come mq o m2) e per unitą di tempo (per esempio: anno).
I produttori primari utilizzano una parte degli zuccheri prodotti nella fotosintesi per sostenere il proprio metabolismo; facendo ciņ essi bruciano una parte dei prodotti fotosintetici emettendo CO2 in un processo analogo a quello della respirazione animale. La quantitą di PP, cioč la quantitą di Carbonio fissato nella fotosintesi, ripulita dalla quantitą di Carbonio riemessa nella respirazione, costituisce la PPN. Lappropriazione di questa quantitą da parte delluomo (APPN) costituisce una misura della pressione delluomo sul resto della natura.
In un lavoro pubblicato su Nature nel giugno scorso,[8] la PPN viene misurata per via satellitare e confrontata con i consumi locali di cibi, fibre, e materiali di origine e vegetale. I risultati di questa ricerca sono abbastanza chiari e forniscono una misura del livello di sovrappopolazione del pianeta e dellintensitą di sfruttamento delle risorse naturali da parte delluomo. Il prodotto principale della ricerca sono le due mappe dellAPPN riportate in Figura 3. Ambedue le mappe riportano lAPPN. Esse differiscono per lunitą di misura usata: quella in alto riporta lAPPN in grammi di Carbonio fissati per anno e quella in basso in percentuale della PPN totale rilevata dal satellite nellunitą di area. La mappa in basso riporta la percentuale di APPN rispetto alla PPN disponibile per unitą di area. Si noti che la PPN č un dato sperimentale ottenuto mediante osservazioni dal satellite, mentre lAPPN č una stima fatta considerando i consumi nelle varie aree geografiche. Il risultato globale č, a mio parere, abbastanza impressionante. Luomo, che rappresenta circa l1% della biomassa animale totale, si appropria di una quantitą compresa fra il 20 e il 26% della PPN. Ma questo č un valore medio. In alcune aree del pianeta infatti, il livello di appropriazione supera il 100% e raggiunge valori parossistici fino al 40.000 %. Queste aree: la costa orientale degli Stati Uniti, gran parte dellEuropa, il Medio Oriente, il subcontinente indiano e parti consistenti del sud est asiatico e di Cina e Giappone, dipendono interamente dal continuo apporto esterno di materiali e cibo di origine vegetale.

Figura 3. Appropriazione umana della produzione primaria netta. In alto grammi di carbonio per anno. In basso in percentuale della PPN. HANPP č la sigla inglese per Human Appropriation of Net Primary Production. (Figura tratta dal sito della NASA: http://www.nasa.gov/centers/goddard/news/topstory/2004/0624hanpp.html . Allo stesso URL č possibile leggere alcuni dettagli sul metodo di misura e stima dellAPPN)
La fotografia del mondo che abbiamo fatto finora, ed in particolare quella che esce dalla mappa dellAPPN, appare anche come una semplice misura quantitativa del livello di globalizzazione delleconomia. In effetti, le zone rosse, arancione, e gialle, corrispondono anche alle aree di maggiore industrializzazione. Sono aree di trasformazione che dipendono dalle materie prime, non solo di origine vegetale, prodotte altrove. Ma una riflessione sul modo in cui questo continuo afflusso di risorse č sostenuto, rende la fotografia poco rassicurante. Lafflusso di cibi, fibre, e altre materie prime č, infatti, interamente sostenuto da un sistema di trasporti che dipende per l80% dal consumo di fonti di energia fossile, e prevalentemente dai derivati del petrolio. La dipendenza dai combustibili fossili č divenuta una regola delle societą industriali dalla rivoluzione industriale in poi. Questa dipendenza si č accentuata nel secolo scorso, e si č specializzata ulteriormente nella dipendenza da ununica risorsa: il petrolio. E sufficiente guardarsi intorno per rendersi conto del grado di dipendenza dal petrolio delle nostre societą e non solo per quanto riguarda i trasporti. La nostra dipendenza dal petrolio tocca attivitą di primaria importanza ma sopratutto lagricoltura industriale moderna che, da questo punto di vista, č un modo pił o meno efficiente di trasformare petrolio in cibo.[9;10] E ovvio infatti che tutti i macchinari utilizzati in agricoltura sono basati sulluso del motore a scoppio. Inoltre lagricoltura non dipende dal petrolio solo per laspetto energetico, ma anche per la sintesi dei pesticidi, dei fertilizzanti e per i materiali plastici utilizzati in varie attivitą agricole come: irrigazione, confezionamento e conservazione dei prodotti. Luso del petrolio č lirrinunciabile base energetica della rivoluzione verde.
Sfortunatamente il petrolio si č formato centinaia di milioni di anni fa, in un processo durato molti milioni di anni e non č perciņ una risorsa rinnovabile.[] Nessuna altra fonte fossile lo č. Sfortunatamente previsioni fatte dai pił diversi organismi internazionali che vanno da agenzie come lEIA (Energy Information Administration) [11] ai centri studi delle compagnie petrolifere, prevedono un picco di produzione del petrolio entro questo secolo, osservatori indipendenti e certamente pił disinteressati lo prevedono molto prima.[12;13] Ancora pił sfortunatamente le risorse energetiche che potrebbero sostituire il petrolio sono meno convenienti del petrolio da molti punti di vista e non sono state sviluppate ancora sufficientemente.
Il picco di produzione rappresenta
il massimo della quantitą di risorsa che puņ essere estratta, indipendentemente
dalla domanda. E dunque non corrisponde allesaurimento di una risorsa
mineraria. Lo studio di questo aspetto della produzione mineraria si deve al
geologo M. King Hubbert che nel 1954 previde con successo il picco di produzione
del petrolio degli Stati Uniti del 1970.
Il modello di Hubbert č piuttosto semplice. [14;15] Una risorsa mineraria viene in
genere sfruttata in un processo che č indipendente dal tipo di risorsa.

Prima vengono sfruttati i giacimenti pił accessibili per i quali sono sufficienti investimenti relativamente modesti, in questa fase la produzione aumenta in modo esponenziale poi, man mano che la difficoltą di estrazione aumenta, la produzione rallenta fino a raggiungere un picco (il Picco di Hubbert o picco di produzione). A questo massimo, che si colloca approssimativamente in corrispondenza del momento in cui la metą delle riserve esistenti č stata estratta, segue un declino inesorabile della produzione secondo una curva a campana del tipo di quella riportata in Figura 4. Il modello di Hubbert si adatta alla storia estrattiva di varie risorse minerarie ed č stato verificato, con piccole modifiche, in molti casi di giacimenti minerari. Nel caso della produzione petrolifera nella seconda metą del secolo scorso si sono osservati un certo numero di picchi locali, il primo nel 1970 proprio quello degli Stati Uniti (vedi Figura 5)

Figura 5. Storia estrattiva del petrolio negli Stati Uniti (Figura tratta dalla ref [14].
La novitą della situazione attuale consiste nel fatto che il picco, previsto nella prima metą di questo secolo, č un picco di produzione globale. Se in seguito al superamento del picco di Hubbert nel 1970 le compagnie petrolifere statunitensi trovarono conveniente delocalizzare la produzione in altri paesi, e in particolare in Medio Oriente, oggi, a meno di improbabili imprese fantascientifiche, dopo che sarą stato superato il picco globale, non ci saranno altri posti dove andare ad estrarre petrolio. Lera del petrolio a buon mercato volgerą inesorabilmente alla fine. E necessario ripetere fino alla noia, per evitare equivoci, che il raggiungimento del picco di Hubbert non corrisponde allesaurimento delle riserve di petrolio, significa la fine del petrolio facile, la fine del petrolio a buon mercato.
Una delle prove pił convincenti dellavvicinarsi del picco di Hubbert per il petrolio č, secondo la mia opinione, fornita dalla curva storica delle scoperte di nuovi giacimenti. Questo grafico riportato in Figura 6 mostra il crescente divario fra i consumi di petrolio e le nuove scoperte.

Figura 6. Scoperte di nuovi giacimenti dal 1930 al 2000 (Tratto dalla newsletter dellASPO: www.peakoil.net) .
Secondo le stime dellAssociation for the Study of the Peak- Oil & Gas (ASPO)[§] il picco di Hubbert del petrolio convenzionale dovrebbe essere raggiunto molto presto, nel 2007. Queste stime potranno essere riviste in seguito alleventuale conferma di nuove clamorose scoperte annunciate in Russia (200 miliardi di barili [16]) o altrove, ma non ci si attende che il picco possa spostarsi di molti anni grazie a queste scoperte ancora da confermare. Tuttavia in questa circostanza qualche anno, potrebbe essere un tempo prezioso per lumanitą, purché si decida di farne un uso ragionevole.
Non abbiamo spazio in questa sede per unindagine dettagliata di tutti gli indicatori che mostrano lapprossimarsi del picco di Hubbert petrolifero. LASPO pubblica periodicamente una newsletter con analisi e stime aggiornate che riguardano sia le riserve accertate sia le proiezioni. A questa e ad altre pubblicazioni riportate nella bibliografia si rimanda per eventuali approfondimenti. Una semplice ricerca in internet con le parole chiave picco di Hubbert o peak oil farą comunque trovare una sufficiente mole di dati immediatamente disponibili.
Abbiamo gią parlato della dipendenza della nostra societą globale dal petrolio. Sarą importante discuterne di nuovo prima di esaminare la realtą delle possibili alternative al petrolio. La produzione di cibo dipende largamente dal petrolio in ogni singolo anello della catena produttiva.[10] Ma cč altro: la potabilizzazione e la distribuzione dellacqua dipende dal petrolio, la medicina moderna con i farmaci e i vari materiali medici dipende dal petrolio, la produzione di materiali polimerici (plastiche) e lestrazione di risorse minerarie strategiche come rame e ferro dipendono sempre dal petrolio. Tutta questa dipendenza non puņ essere eliminata e neppure alleviata magicamente da un anno ad un altro. Purtroppo non crediamo che i segnali forniti dal sistema dei prezzi siano sufficientemente rapidi per segnalare la scarsitą assoluta di cui stiamo parlando. Quando il picco di Hubbert sarą raggiunto dovremmo essere gia sulla strada della sostituzione di questa risorsa se non si vuole andare incontro al collasso che gia molti prevedono.
Le ragioni dello straordinario successo del petrolio come fonte energetica sono molteplici, si tratta infatti di una risorsa che fornisce una gamma di prodotti energetici adatti a diversi usi: kerosene, nafta, benzine ecc, č facilmente trasportabile ed ha unelevata densitą energetica. Un confronto con il carbone, ad esempio, mostra che a paritą di quantitą di energia fornita il carbone pesa dal 50 al 200% in pił del petrolio.
Nellesaminare le alternative al petrolio una societą si deve porre una serie di domande che riguardano proprio lestrema convenienza del petrolio come sorgente energetica, e la dipendenza delle nuove fonti, almeno in una fase iniziale, dal petrolio stesso. Se si pensasse di scegliere unalternativa basata sulle rinnovabili con cui mandare avanti lintera societą - ad esempio: solare ed eolico per produrre elettricitą - andremmo incontro a grandi problemi e, probabilmente grandi delusioni. Quanto tempo e quanta energia tratta dai combustibili fossili ci vogliono, per esempio, per sostituire gradualmente un intero parco di molti milioni di veicoli basati sul motore a scoppio con uno basato su motori elettrici? E per concepire e mettere in atto una transizione al nucleare o ad un'altra tecnica di produzione energetica?
Pensando alla bassa intensitą energetica delle fonti rinnovabili, rispetto al petrolio, ci si rende conto subito che esse sono inadeguate a sostenere una societą in continua crescita. I fautori della crescita, infatti, hanno pochissima simpatia per le fonti rinnovabili, essi preferiscono scelte quali il carbone, il nucleare e lidrogeno. Lidrogeno č, in effetti, un vettore e non una fonte energetica primaria, quindi non vale la pena neanche di parlarne se non per dire che, per ora, resta un sogno per un futuro non si sa quanto realizzabile e lontano. Carbone e nucleare hanno il problema di essere comunque risorse non rinnovabili, soggette quindi allo stesso problema del petrolio, e continuano ad avere, in modo diverso, pesanti implicazioni in termini di impatto ambientale e sociale. E probabile che se ne farą largo uso negli anni a venire e le indicazioni confermano che i paesi in via di sviluppo stanno attrezzandosi per sfruttare al massimo queste fonti. Le conseguenze in termini di IE globale non sono al momento prevedibili, ma ci si attende che saranno disastrose se luso di queste fonti non sarą fatto in parallelo ad un generalizzato calo dei consumi indotto da una decrescita demografica e da una generalizzata diminuzione degli sprechi attraverso l'uso di tecnologie pił efficienti.
5. Conclusioni. Collasso o sostenibilitą.
Lumanitą si confronta oggi con alcuni dilemmi di grande portata. La crescita esponenziale della popolazione negli ultimi due secoli e mezzo ha reso gigantesca limpronta delluomo sul pianeta, se confrontata con quella delle altre specie viventi. Un aspetto fondamentale e mai sufficientemente valorizzato della consapevolezza ecologica č che essa non si basa su principi morali, ma su considerazioni razionali e solidi principi scientifici. Luomo non č indipendente dal resto della natura, ma ne č parte integrante, e le conseguenze di un collasso ecologico sarebbero disastrose per la stessa societą umana. Purtroppo le classi dominanti sembrano incapaci di cogliere la maggior parte delle urgenze che si stanno accumulando e non sembrano propriamente attrezzate per farlo. Nel mondo prevalgono ideologie antropocentriche, laiche o religiose che siano, che si sforzano di conteggiare i danni inflitti allambiente in una contabilitą tutta umana fatta di un solo parametro, la ricchezza, misurata da un'unica unitą di misura: il denaro. Cosģ la religione delleconomia di mercato pensa di governare un sistema complesso come lecosistema globale. Linadeguatezza di una simile tecnica di governo č tanto evidente da lasciare sconcertati. I fautori della crescita dicono spesso che la Storia ha dimostrato che le paure dei catastrofisti sono sempre state smentite. Io mi chiedo quanti catastrofisti sono stati smentiti nei crolli storicamente accertati delle grandi civiltą del passato. Se cč qualcosa che la Storia ha dimostrato questo č che le civiltą prosperano, crollano o sopravvivono per un numero limitato di fattori dei quali i primi sono i fattori ambientali. Grandi civiltą del passato sono crollate proprio per i danni inflitti allambiente in cui si erano sviluppate. [17]
Una valutazione delle azioni delluomo da un punto di vista meno miope dellumanesimo antropocentrico, mostra che dal punto di vista comportamentale Homo Sapiens ha una strategia ecologica non rigida. Questo č un motivo di speranza perché, se in determinate circostanze si comporta esattamente come un flagello al pari delle cavallette, in altre mostra una capacitą di stabilizzazione all'interno di un dato ecosistema. La strategia delle cavallette č basata sul consumo totale delle risorse disponibili in una data area e la successiva migrazione in unaltra area.[18] Forse non č un caso che i estremi fautori della crescita siano anche molto affezionati allidea della colonizzazione interplanetaria. Nella sua storia biologica, perņ, luomo ha anche mostrato di sapersi adattare e raggiungere uno stato di presenza sostenibile sul territorio da lui occupato.[18] La scelta di un modello o di un altro sembra essere determinata essenzialmente dalla struttura sociale ed in particolare dalla capacitą delle élites di isolarsi dai problemi ecologici.[17] Quindi la reazione alle emergenze incombenti richiederą uno sforzo che non puņ pił essere solo locale o regionale, ma globale. Tuttavia la possibilitą che si adottino politiche di rientro dolce dipenderą in parte anche dal grado di consapevolezza dei cittadini delle societą pił avanzate.
E singolare scoprire che dopo 30 anni dalla pubblicazione del famoso rapporto del MIT per il Club di Roma, il dibattito sia rimasto allo stesso punto di allora. Chi non riesce a vedere altro che una crescita a tempo indefinito, forse limitata in qualche secolo lontano, nega le ragioni di chi mostra i limiti fisici del pianeta. Altre critiche avrebbero potuto essere fatte agli estensori di quel rapporto proprio dove essi si dedicavano alla proposta politica.[**] Per gli autori de I limiti dello sviluppo, infatti, il rientro ad un regime sostenibile dovrebbe avvenire [1;2] con una serie di improbabili azioni intergovernative, di organismi sovranazionali di vario genere, che presuppongono una sorta di Governo Mondiale o di Superstato che, anche proposto con le migliori intenzioni, fa correre brividi lungo la schiena di un libertario ancora affezionato allidea hamiltoniana di federalismo. Quelle critiche, se ci furono, furono minime, e quello che resta č la critica del merito delle questioni sollevate. Questioni che, al contrario, appaiono oggi, ancor pił di trentanni fa, ineccepibili. Trenta anni perduti a negare dei fatti, per paura di dover accettare le ricette dirigistiche che alcuni hanno pensato come modo di affrontarne le conseguenze. Invece di cercare una soluzione diversa ci siamo attardati a tranquillizzare noi stessi sulla infondatezza degli allarmi. Il classico di questa letteratura negazionista e ansiolitica, una sorta di Prozac ideologico, č la famosa opera di Bjųrn Lomborg: Lambientalista scettico.[19] Questo testo costituisce una imponente raccolta di dati, oggi un po datata, ma comunque utile, che si caratterizza per un aspetto metodologico fondamentale: il riportare solo i dati che avvalorano la tesi, francamente risibile se non fosse tragicamente falsa e truffaldina, che viviamo in un mondo meraviglioso.
Bibliografia.
1. Donella Meadows, Jorgen Randers, Dennis
Meadows. Limits to Growth, the 30- Year Update
Chelsea Green Publishing, (2004).
2. Donella Meadows, Dennis Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III. I Limiti dello Sviluppo. Rapporto del System Dynamic Group M.I.T. per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell'umanitą. Biblioteca della EST. Arnoldo Mondadori editore, Milano (1972). Il testo č oggi praticamente introvabile in libreria.
3. Global
Footprint Network. http://www.footprintnetwork.org/.
4. M. Wackernagel, N. B. Schulz, D. Deumling, A. C. Linares, M. Jenkins, V. Kapos, C. Monfreda, J. Loh, N. Myers, R. Norgaard and J. Randers, Tracking the Ecological Overshoot of the Human Economy, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America 99, pp. 9266-9271 (2002). Scaricabile allURL: http://www.pnas.org/cgi/content/abstract/99/14/9266?view=abstract.
5. H.
Haberl, M. Wackernagel, F. Krausmann, K. H. Erb and C. Monfreda, Ecological
Footprints and Human Appropriation of Net Primary Production: a Comparison,
Land Use Policy 21, pp. 279-288 (2004).
6. H. Haberl, M. Wackernagel and T. Wrbka, Land
Use and Sustainability Indicators. An Introduction, Land
Use Policy 21, pp. 193-198 (2004).
7. Wilson, Edward O. . The Future of Life, Alfred A. Knopf (2002). Un capitolo intitolato: Bottleneck č dedicato allimpatto ecologico umano e puņ essere letto allURL dello Scientific American: http://www.sciam.com/article.cfm?articleID=000E5878-3E45-1CC6-B4A8809EC588EEDF.
8.
M. L. Imhoff, L. Bounoua, T. Ricketts,
C. Loucks, R. Harriss and W. T. Lawrence, Global Patterns in Human
Consumption of Net Primary Production, Nature 429, pp.
870-873 (2004).
9. Pfeiffer, Dale A. Eating Fossil Fuels. Oct 3, 2003. Articolo archiviato allURL: http://www.fromthewilderness.com/free/ww3/100303_eating_oil.html. Una traduzione italiana di questo lavoro, curata da Aldo Carpanelli, puņ essere trovata allURL: http://www.oilcrash.com/italia/eating.htm.
10. Pimentel,
D. and Giampietro, M. Food, Land, Population and the U.S. Economy. Carrying Capacity Network
(1994). http://www.dieoff.com/page55.htm.
11. John H. Wood , Gary R. Long, and David F.
Morehouse. Long-Term World Oil Supply Scenarios. August 18, 2004. Report
dellEnergy Information Administration: http://www.eia.doe.gov/pub/oil_gas/petroleum/feature_articles/2004/worldoilsupply/oilsupply04.html.
12. C. J. Campbell and J. H. Laherrere, La Fine del Petrolio a buon mercato, Le Scienze pp. 78-84 (1998).
13. Campbell, Colin J. and Bardi, Ugo. Association for the STudy of Peak Oil & Gas. www.peakoil.net. www.aspoitalia.net.
14. Ugo Bardi. La Fine del Petrolio, Comubustibili fossili e prospettive energetiche per il ventunesimo secolo. Editori Riuniti, (2003).
15. Ugo Bardi. Unintroduzione alla teoria di Hubbert nella produzione di petrolio e di combustibili fossili. Giugno 2004 . Disponibile allURL: http://www.aspoitalia.net/documenti/bardi/hubbertintro/hubbertintrojun04.html.
16.
Jason Bush. Commentary: Oil: What's
Russia Really Sitting On? BusinessWeek Online (23/11/2004).
17. Diamond, Jared. The Ends of the World as We
Know Them. New York Times January 1, 2005.
18. Mainardi Danilo, lAnimale irrazionale. Mondadori. (2001).
19. Bjųrn Lomborg. Lambientalista scettico. Non č vero che la Terra č in pericolo, Mondadori (1999).
[] La crescita esponenziale di una grandezza si verifica quando questa grandezza cresce nel tempo ad un tasso proporzionale al valore della grandezza stessa. Una crescita lineare al contrario si verifica quando la grandezza cresce di una quantitą costante nel tempo.
[]Vi č una teoria sullorigine abiotica del petrolio secondo la quale il petrolio si formerebbe continuamente in una zona a cavallo fra il Mantello e la Crosta terrestre per trasformazione delle rocce carbonatiche. A prescindere dalla validitą di questa teoria, il tasso di produzione abiotica sarebbe comunque insufficiente a modificare lanalisi sul Picco del Petrolio presentata in questo contributo.
[§] ASPO č una associazione libera e non formale rappresentata a livello internazionale dal geologo Colin J. Campbell. Campbell, oggi in pensione, ha lavorato come geologo prospettore alla Texaco e come geologo capo alla Amoco in Ecuador. Ritiratosi in pensione si č dedicato allo studio del picco di Hubbert petrolifero scrivendo libri e articoli (si veda la bibliografia) in cui ha fornito una critica particolarmente efficace delle modalitą di stima delle riserve accertate da parte sia delle Compagnie petrolifere che dei paesi produttori. In Italia lASPO si č costituita intorno al prof. Ugo Bardi dellUniversitą di Firenze, come associazione telematica ed č attiva dal settembre del 2003 come gruppo di discussione yahoo allURL: http://groups.yahoo.com/group/petrolio/ . Si veda anche iwww.peakoil.net e www.aspoitalia.net.
[**] E ovvio che anche gli aspetti tecnici de i Limiti dello Sviluppo, ed in particolare i modelli di simulazione usati dagli autori, sono soggetti a critiche e revisioni circostanziate. Cosģ va la scienza dopo Galileo.