“I LIMITI DELLA CRESCITA”, TRENT’ANNI DOPO.

 

Un commento di Ugo Bardi –Giugno 2004

bardi@unifi.it

www.aspoitalia.net

 

 

Esce in questi giorni negli Stati Uniti la nuova edizione de “I limiti alla crescita” del gruppo del “MIT/Club di Roma”  rivista e corretta dopo trent’anni dalla prima versione del 1972. Fra le altre cose, il nuovo libro si configura come un omaggio alla carriera e al lavoro di unodegli autori, Donella Meadows, scomparsa poco tempo fa.

 

Nel corso degli anni, la fabbrica delle idiozie che chiamiamo “media” ha provveduto a fare a pezzi lo studio del 1972 del MIT. Rimontandolo poi a casaccio, lo ha trasformato in una caricatura di se stesso che somiglia a una di quelle sculture post-moderne fatte con pezzi appiccicati senza criterio che rappresentano un’automobile che non viaggia o un aereo che non vola. Secondo questa caricatura, nel 1972 un gruppo di sapienti un po’ eccentrici si era coperto di ridicolo prevedendo la fine del mondo a breve scadenza. Che stupidi, no?

 

Ci sono tanti miti moderni basati su dati puramente inventati. Quello che lo studio del MIT fosse “sbagliato” è soltanto uno di una lunga serie. Chiunque puo’ verificare che cosa aveva veramente detto lo studio, ma sono pochi quelli che lo fanno. Il fatto è che il concetto di “Limiti alla Crescita” è talmente in contrasto con l’insieme dei miti che fanno la base dell’ideologia corrente, che sembra che sia scritto in una lingua extraterrestre. E’ un po’ come se un gruppo di Marziani usciti da un disco volante cercasse di convincerci ad adorare qualche loro divinità aliena. Eppure, quello che dice il gruppo del MIT era ed è molto semplice e si riduce, in fondo, a una questione di buon senso: non si può continuare a crescere all’infinito.

 

I calcoli del modello “word3” del MIT si limitano a quantificare un’evoluzione inevitabile. I risultati sono cambiati ben poco dal 1972 a oggi. Secondo il modello base, la contrazione economica potrebbe cominciare a partire dal 2020, circa; la popolazione potrebbe cominciare a diminuire 10-15 anni dopo. Se finora non è successo niente di drammatico, è vero anche che non era previsto che dovesse succedere. Tuttavia, verso il 1980, il mondo è andato in “overshoot” (superamento), un concetto che gli autori ripetono più volte in questa edizione. “Superamento” vuol dire che abbiamo superato la capacità del mondo di sostenere il nostro consumo di risorse. E’ un concetto che altri esprimono in termini di “impronta ecologica”. Al punto in cui siamo arrivati, ci vorrebbero tre pianeti interi per sostenere a lungo termine lo stile di vita attuale dell’umanità. Sorpassati i limiti dobbiamo tornare indietro per rientrare nei ranghi del possibile. I calcoli del MIT indicano proprio come questo “ritorno” potrebbe essere drammatico; con un output industriale che potrebbe essere ridotto di un fattore 10 e forse più per il 2100.

 

L’overshoot si puo’ paragonare alla situazione di un’automobile spinta a grande velocità lungo una strada che finisce con un muro. Bisogna cominciare a frenare prima che sia troppo tardi, eppure il guidatore non si è ancora accorto di niente. Non solo: la maggioranza dei passeggeri continua a gridare “accelleriamo!” La terza edizione del libro “I limiti della crescita” è un ulteriore tentativo di convincere il guidatore a rallentare. E’ difficile pensare, però, che il guidatore stia a sentire nella generale cacofonia. In questo libro, gli autori hanno scelto di non essere polemici e di non andare a smontare pezzo per pezzo, come avrebbero potuto fare, il cumulo di idiozie che tanti gli hanno tirato addosso nel corso degli anni. E’ una scelta, però, che non porta a un dibattito fra le due visioni, quella degli economisti e quella dei “dinamicisti”. I dinamicisti, sembra, hanno scelto di ignorare gli economisti, i quali, viceversa, hanno scelto di insultarli. Il premio Nobel per l’economia Milton Friedman, ha definito in un’intervista come “stupide” le predizioni del MIT perchè “non hanno tenuto conto dei prezzi”. Un altro esempio, se ce ne fosse bisogno, della nostra tendenza a disprezzare tutto ciò che non riusciamo a capire.

 

Sfortunatamente, per la maggior parte di noi i prezzi sono l’unica indicazione dell’effettiva abbondanza (o scarsità) dei beni di cui possiamo disporre. Se i prezzi sono bassi o comunque non aumentano rapidamente, non riusciamo a renderci conto che un bene può essere in grave rischio di esaurimento. Quindi, finchè i prezzi non aumentano, sarà impossibile convincere l’umanità che le cose non vanno così bene come potrebbe sembrare. Il modello del MIT non fa nessun tentativo di stimare a che punto i prezzi potrebbero cominciare a mostrare l’impennata che dovrebbe risultare dalla riduzione dei flussi in ingresso. In effetti, nell’ultima edizione gli autori dichiarano esplicitamente che non sono interessati a modellizzare i prezzi ma soltanto i costi. Secondo altri autori, questa impennata potrebbe verificarsi in corrispondenza del picco delle curve di produzione (noto anche come il “picco di Hubbert”). I recenti aumenti del prezzo del petrolio potrebbero essere un primo segnale del raggiungimento di questo picco per quella che sembra essere la prima risorsa critica a raggiungere il limite. Se questo è vero, è decisamente troppo tardi per invertire la tendenza; questo è, appunto, il concetto di “overshoot”. Il fatto di trascurare la questione prezzi è, indubbiamente, un limite dell’approccio dei dinamicisti.

 

L’ultima edizione dei “Limiti alla Crescita” è una visione globale dello stato del “sistema mondo”, affascinante per i suoi concetti guidati da una profonda e genuina preoccupazione per il fato di tutte le cose cose viventi. Il libro vive su questa visione e sullo sconforto di vedere il mondo in mano a gente che ha fatto una virtù del puro profitto a breve termine. Questa è la causa della desertificazione, della deforestazione, delle estinzioni di massa, dell’infinita rovina che stiamo portando al pianeta. E’ una visione profondamente ottimista: gli autori continuano a ritenere che è ancora possibile intervenire per ridurre i danni peggiori e per assicurare un ritorno “morbido” dal superamento dei limiti. Quanto questa visione sia giustificata, soltanto il futuro ce lo potrà dire.

 

 

*** NOTE SPARSE ***

 

La terza edizione dei “Limiti alla crescita” è un libro ben curato. Qualche errore nella massa di concetti e di dati è inevitabile. La maggioranza sono errori banali, ma ne cito uno che mi sembra richiedere una precisazione. A pagina 91, a proposito delle crisi del petrolio degli anni ’70-’80, gli autori parlano di “OPEC oil price hikes”. Qui sembra che si ripeta il comune errore che vuole che sia l’OPEC a determinare i prezzi del greggio. Viceversa, è il mercato che determina i prezzi del greggio, non l’OPEC. L’OPEC non fa (e non puo’ fare) altro che calmierare la produzione dei paesi aderenti. In generale, la discussione del libro (pagina 226) tende ad accreditare la leggenda dell’ “effetto monopolio” per le crisi petrolifere piuttosto che quella, più corretta, che le vede dovute al fattore tempo necessario per costruire nuove infrastrutture in grado di soddisfare la crescente domanda.

 

A pagina 169 dell’edizione originale, gli autori riportano la versione aggiornata dei risultati del “modello base”. E’ istruttivo comparare i dati e vedere quanto poco le previsioni del 2004 si discostano da quelle del 1972 riportata a pagina 103 dell’edizione italiana. La differenza principale sembrerebbe essere che la curva della popolazione comincia a declinare molto prima nei calcoli più recenti. Nel calcoli del 1972, il massimo era circa nel 2050, nei calcoli del 2004, sembrerebbe che il massimo si trovi piuttosto verso il 2030. Le altre curve sembrerebbero invece pochissimo variate. E’ un peccato che gli autori non commentino su questo punto. Sarebbe stato molto interessante vedere i grafici nuovi e vecchi, insieme, riportati sulla stessa scala, e capire il perchè di queste variazioni. Sembra comunque che i calcoli attuali siano più realistici; sembrerebbe improbabile che la popolazione potesse continuare a crescere esponenzialmente per quasi vent’anni dopo l’inizio del crollo sia della produzione industriale come di quella alimentare.

 

E’ curioso notare come spesso lo studio del MIT sia stato spesso accusato di essere pessimistico per il fatto di  “non tener conto del progresso tecnologico”. Viceversa, sia l’edizione del 1972 come quella del 2004 ne tengono conto esplicitamente, a volte con assunzioni talmente ottimistiche da apparire come completamente irrealistiche. Addirittura, nell’edizione del 2004 si riportano calcoli dove “tutti i limiti fisici sono rimossi”. Piu’ ottimisti di così.....

 

Già nel 1972, il rapporto del MIT conteneva un accenno al problema dell’aumento della concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera. L’edizione attuale entra nella questione i dettaglio con molti dati e commenti. Purtroppo, rimane il fatto che il modello word3 non tiene conto esplicitamente dell’effetto dei gas serra e del conseguente riscaldamente atmosferico sul sistema globale, se non inglobato nel termine generale “inquinamento”. Questa è una forte limitazione per tutto il modello che, nella pratica, potrebbe risultare fortemente ottimistico.