ottobre 31st, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi
Il concetto di fusione nucleare controllata secondo il progetto “Iter” (da un recente articolo di Jean Pierre Petit). Non sarà per caso che stiamo soltanto facendo sempre più grosso un arnese che non funziona?
C’è una legge non scritta nelle aziende e nei centri di ricerca che dice, più o meno, che se non riesci a far funzionare un certo aggeggio in tre anni, allora non ci riuscirai mai. In una visione un pochino più ottimistica potresti dire cinque anni, ma la legge risulta sempre abbastanza valida. Se ti accorgi che stai pasticciando su qualcosa per anni senza cavarci fuori niente, allora è bene fermarsi a riflettere se non sei messo in un’impresa impossibile.
Questa “legge dei tre anni” vale indipendentemente dall’ambizione del progetto, che sia una bicicletta o un’astronave. Pensate alla fissione nucleare. Al momento in cui si riuscì a capire come poteva funzionare la “reazione a catena” dei nuclei fissili, allora non c’è voluto molto tempo per fabbricare degli aggeggi che la utilizzavano e che funzionavano bene. Il “progetto Manhattan”, dedicato a questo scopo, fu attivo dal 1942 al 1946 e realizzò sia la prima bomba atomica come il primo reattore nucleare in circa 2 anni. Prendiamo un altro esempio: il “progetto Apollo.” Cominciò nel 1961 e mise in orbita il suo primo modulo nel 1964. Insomma, se le cose devono funzionare, devono funzionare subito; perlomeno a livello dimostrativo. Altrimenti, rischi di metterti in un impresa che non ha fine.
Consideriamo allora in questa luce la fusione nucleare controllata. L’idea sulla quale stiamo ancora lavorando, quella del “Tokamak” è stata proposta da Andrei Sakharov negli anni ’50. Sono più di 50 anni che ci lavoriamo sopra, ma ancora non abbiamo tirato fuori niente che possa essere nemmeno lontanamente utilizzabile come fonte di energia. Ci siamo lanciati in un’impresa senza fine? C’è la possibilità, in effetti, che la fusione nucleare per mezzo di un plasma controllato, il concetto di Tokamak, si riveli una strada senza uscita se la intendiamo come un mezzo per risolvere quello che chiamiamo il “problema energetico”. Questo punto è discusso in un recente articolo di Jean Pierre Petit (non datato nel documento, ma risulta caricato sul web il 30 ottobre 2011) intitolato “cronaca di un probabile fallimento.” Petit arriva a sostenere che è semplicemente impossibile controllare i plasmi ad altissima temperatura che si prevede di utilizzare per il tokamak del progetto ITER, quello che dovrebbe sviluppare un “pre-prototipo” dal quale poi sviluppare una macchina commerciale.
Ora, quando si fanno queste valutazioni, bisogna sempre fare molta attenzione. Parliamo di un concetto di estrema complessità e se fate una piccola ricerca su internet, troverete che argomenti come “instabilità del plasma” in un tokamak sono oggetto di moltissimi studi che sono comprensibili soltanto per gli specialisti. Quindi, è facile per chi non è uno specialista prendere degli abbagli. Ciononostante, credo che sia necessario anche guardare la faccenda con un po’ di buon senso e di spirito critico basato su quello che è stato realizzato fino ad oggi.
Come abbiamo detto, 50 anni di lavoro hanno portato a macchine sempre più grandi che tuttora consumano molta più energia di quella che producono. E le prospettive non è che siano gran che. Il tokamak “ITER” dovrebbe realizzare un “punto di pareggio,” definito come quello (se ho ben capito) nel quale produrrà altrettanta energia termica da fusione di quanta energia elettrica verrà fornita. Capite che, con questa definizione, la montagna è tutta da scalare. Non solo un vero “punto di pareggio” ci sarà soltanto al momento in cui il tokamak potrà produrre altrettanta energia elettrica di quella fornita, ma la definizione non tiene conto dell’ energia necessaria per costruire il tokamak stesso e tutte le operazioni ausiliarie, incluso lo smantellamento finale. Per non parlare poi del fatto che per capire l’efficienza del sistema dobbiamo parlare di EROEI, ovvero del rapporto fra energia ottenuta e energia fornita. Per avere qualcosa di pratico, l’EROEI del sistema deve essere di almeno 10; ma in pratica bisogna che sia ben più di così. Quanto siamo lontani da un EROEI del genere per il tokamak? Forse un fattore 100, forse anche un fattore 1000. E se dopo 50 anni di lavoro siamo ancora a un fattore 100 (al meglio) di distanza dalla meta, quanto tempo pensiamo di metterci per arrivarci?
In più, Petit fa notare alcuni fattori che non sono venuti fuori finora nel dibattito sulla fattibilità della fusione nucleare con il tokamak. Il fatto è che stiamo cercando di gestire un plasma a temperature di centinaia di milioni di gradi. Questo plasma contiene una gran quantità di energia. Il problema sono le instabilità di questo plasma che finisce per entrare in un regime caotico e andare fuori controllo. Come si sa, l’energia si deve conservare e dove va a finire tutta questa energia che sta nel plasma? Beh, si manifesta in vari modi, con campi elettromagnetici, fasci di elettroni e di ioni altamente energetici che vanno a danneggiare l’apparecchiatura che contiene il plasma. Considerate che questo plasma contiene trizio, che è un nucleo radioattivo gassoso, mentre invece il contenitore contiene berillio, un elemento velenoso per l’uomo. Il risultato è che un tokamak delle dimensioni dell’ITER potrebbe rivelarsi un arnese piuttosto pericoloso da gestire e da maneggiare dato che il crollo del plasma (“plasma disruption”) potrebbe danneggiare la macchina e generare fuoriuscite di trizio e di berillio.
L’impressione che ho avuto dalla lettura dell’articolo di Jean Pierre Petit è che stiamo lavorando su un arnese che non funziona, sperando che facendolo più grosso prima o poi funzionerà. Certo, per capire bene come stanno le cose nel problema della gestione dei plasmi ad altissima temperatura ci vuole una vita di lavoro e io sono il primo a dire che dare un giudizio definitivo sulla situazione è impossibile per il non-specialista. Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la fusione nucleare basata su plasmi ad alta energia è un caso del tutto anomalo di un campo di ricerca attivo da oltre mezzo secolo che non ha portato a nessun risultato utile e nemmeno a nessuna scoperta fondamentale di interesse generale. Tanto per fare un confronto, nel 1971 il presidente Nixon lanciò il programma chiamato “la guerra contro il cancro”. Sono passati 40 anni; in un certo senso possiamo dire che la guerra non l’abbiamo vinta. Vero; ma è anche vero che di progressi ne abbiamo fatti sia in termini di cure sia in termini di comprensione dei meccanismi biologici e molecolari della malattia. Sono dei risultati ben superiori a quelli ottenuti da cinquant’anni di ricerca sulla fusione in plasmi.
Allora, dove sta la ragione di questo insistere sulla strada specifica detta “Tokamak”? Beh, io credo che l’anomalia stia nel valore “magico” che il termine “fusione nucleare” ha acquisito nel corso degli anni. L’idea della fusione nucleare come sorgente di energia “infinita” è nata nel momento di grande entusiasmo per tutto quello che era nucleare negli anni 1950; l’ “era atomica”, per intendersi. Ancora oggi, ne sentiamo uno strascico praticamente indistruttibile nell’alone di follia che avvolge il concetto di “fusione fredda” in tutte le sue manifestazioni. Certo, non fatemi dire che i colleghi che lavorano al progetto ITER non sono dei professionisti seri e competenti. Non hanno niente a che fare con i folli che pasticciano con teiere atomiche e cose del genere. Tuttavia, mi dovete scusare se sono arrivato recentemente a un pensiero blasfemo; ovvero che c’è un punto in comune fra la dilettantesca follia della fusione fredda e il serio professionalismo del progetto ITER. E’ il rovesciamento della logica che si usa nelle discussioni scientifiche.
Mi spiego: parlando con i folli fusofreddisti, la domanda che ti arriva addosso in continuazione è del tipo, “come fai a dire che il mio piffero atomico NON funziona?” Il che, come ho sostenuto tempo fa, equivale al problema della teiera cosmica che, come diceva Bertrand Russell, non si può dimostrare che non esiste. E’ evidente che la domanda sulla teiera non ha e non può avere risposta ma è impressionante come questo atteggiamento abbia contaminato la stampa e l’opinione pubblica. Provate a leggere i commenti sulle notizie relative alle varie fusofreddure e notate l’entusiasmo totalmente acritico di tanti commentatori. Provatevi poi a commentare voi stessi esprimendo i vostri dubbi e ne ricaverete di ritorno insulti e accidenti. Non è una discussione scientifica, è un dibattito del “Processo del Lunedì.” Su questo punto, vale la pena di leggere questo interessante post di “Panofsky”
Questa cosa degli insulti e accidenti ai non credenti non si verifica nel caso del progetto ITER che, come dicevo, è sviluppato da professionisti seri e competenti. Ma, tornando al mio pensiero blasfemo, ho un po’ il dubbio che il problema della teiera cosmica si applichi anche qui. Ovvero, si sente più di una volta giustificare il progetto ITER sulla base che non si può dimostrare che non funzionerà. Questo viene raramente detto in modo esplicito, ma è sottinteso quando si dice che, si, la fusione a confinamento magnetico è un impresa difficile, ma non si sa mai…. col tempo…… Giusto; ma possiamo dimostrare che funzionerà?
Insomma, in questo momento di estrema difficoltà nel sostenere la ricerca e lo sviluppo, sarebbe forse il caso di ripensare un po’ alle priorità che abbiamo e dare più spazio a cose che hanno ritorni più immediati e che possiamo dimostrare che funzionano dato che funzionano già oggi. Personalmente, penso alle rinnovabili; chi è più nuclearista di me penserà alla nuove generazioni di impianti a fissione. Ma ci sono anche alternative come l’efficienza energetica e lo sviluppo di forme diverse di società, compatibili con un mondo che disporrà di risorse sempre più limitate. Io credo che sarebbe il caso di dare spazio anche mediatico e comunicativo a cose concrete per non dare al pubblico false speranze che poi si risolvono necessariamente in delusioni; cosa che non fa bene alla scienza. Tutto questo non vuol dire abbandonare la ricerca seria sulla fusione nucleare, ma forse sarebbe opportuno domandarsi se non abbiamo per caso messo tutto nella stessa teiera.
ottobre 26th, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi

Esce oggi su tutti i media italiani la storia del vetro “riparato con ilnastro adesivo” sull’aereo Ryanair che avrebbe poi costretto l’aereo a un atterraggio di emergenza. Si pubblica anche la foto che “un passeggero” avrebbe fatto del vetro mentre veniva riparato. Sopra, foto presa da “Repubblica.” (vedi anche testo più in basso)
Ora, questa cosa del vetro dell’aereo riparato col nastro adesivo non ha a che fare con l’energia rinnovabile, il soggetto di questo blog. Però, credo che vada commentata come un esempio della incredibile facilità con la quale le leggende si diffondono su internet.
La prima cosa da notare è la sciatteria dei giornali italiani (Repubblica è fra i primi in questo campo) che non si peritano di citare la fonte della notizia. Una breve ricerca sul web, la fa risalire a un articolo sul “Daily Mail. che, quanto ad affidabilità, è all’incirca pari a quella della Pravda al tempo di Stalin (in effetti quasi alla pari, addirittura, con l’affidabilità di “Repubblica”). Che poi questa foto sia stata presa da “un passeggero in partenza” sembra quantomeno poco probabile. Quando sei a salire sull’aereo non ti ci fanno girare intorno (giustamente) a prendere fotografie. Tanto più che se l’aereo lo stavano ancora riparando, non ci avrebbero fatto salire sopra i passeggeri.
A parte l’improbabilità della foto, non c’è nessuna evidenza che il finestrino sia stato riappiccicato con quello che il Daily Mail definisce “sticky tape” e che repubblica traduce con “nastro adesivo”. In realtà, i finestrini degli aerei sono bloccati da un adesivo che garantisce la tenuta stagna della cabina pressurizzata. Questo adesivo richiede un certo tempo per indurirsi e esistono delle procedure per le quali un finestrino nuovo deve essere coperto con qualcosa che viene chiamato “speed tape” e che protegge il finestrino o altri piccoli problemi per un certo periodo. Questo speed tape è fatto apposta per resistere nelle condizioni di volo di un aereo – è una procedura del tutto normale e codificata.
Insomma, non è impossibile che la riparazione al finestrino sia stata fatta male per qualche ragione, ma sicuramente le cose non sono andate come ci raccontano: – se l’aereo Ryanair è dovuto tornare indietro non è stato perché qualcuno ha fatto una riparazione abborracciata con il nastro adesivo comprato in mesticheria. Ovviamente, però, tutta la leggenda è andata giù senza la minima critica in tutti i media. Non so se l’abbia inventata un concorrente di Ryanair o qualche giornalista in cerca dello scoop del giorno. In ogni caso, è tipica: un’ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, di come sia facile inventarsi leggende in qualsiasi campo. Dopo questa storia, non ci dovremmo stupire che c’è gente che crede veramente che le torri eoliche facciano venire il cancro.
Da Repubblica del 26 Ott 2011. Un’immagine scattata da un passeggero e Ryanair, la compagnia aerea low cost irlandese, finisce di nuovo nelle polemiche. Stavolta per un incidente su un volo partito lo scorso settembre da Londra Stansted e diretto a Riga, in Lettonia. L’aereo, con a bordo 200 persone, è dovuto tornare indietro dopo venti minuti a causa del cedimento di una riparazione sul vetro anteriore fatta con il nastro adesivo. Come testimonia questa immagine il nastro era stato fissato poco prima del decollo ma l’irish Aviation Authority assicura che tutto si è svolto secondo il protocollo e che la riparazione era solo un’ulteriore precauzione presa dai tecnici per prevenire la rottura del vetro che già nel volo precedente aveva mostrato dei cedimenti
(a cura di Benedetta Perilli)
__________________________________________________________________________
NOTA AGGIUNTA POSTERIORMENTE: ULTERIORE ANALISI DEI DATI

Ho ragionato sopra ulteriormente sulla faccenda del “finestrino riparato col nastro adesivo”. Più ci ragiono sopra, più mi sembra chiaro che è un imbroglio. Allora, per prima cosa, guardate la foto qui sopra: è quella pubblicata nel primo rapporto del Daily Mail, quello che ha dato origine alla valanga di notizie sull’argomento.
Notate un po’ di cosette su questa faccenda. Una è la prospettiva dell’immagine. Mi risulta che il naso di un Boeing 737 si trova a un altezza di circa 3 metri da terra.Notate come sono messi i passeggeri mentre salgono su uno di questi aerei. Notate l’altezza del naso rispetto alle persone.

Per fare una foto come quella mostrata, bisogna essere a una certa distanza e/o su una piattaforma sopraelevata. Un passeggero che si avvicina all’aereo in condizioni normali non è assolutamente in grado di fare una foto del genere.
Ora, notate un’altra cosetta: l’ingrandimento e la foto stessa sembrano prese da prospettive differenti, ovvero pesantemente ritoccate. Notate anche le “braccia” del tecnico che lavora al finestrino. Non ci stanno proprio. 
Non so cosa ne pensate voi, ma questo ha tutta l’aria di essere un fotomontaggio. Ovvero, qualcuno ha preso una foto del muso dell’aereo e ci ha appiccicato sopra alla buona l’immagine dei due tizi, ritoccando il tutto (malamente) col photoshop o qualcosa del genere.
E non è finita qui. Sembra in effetti che l’articolo abbia origine non nel Daily Mail, come avevo pensato, ma nel “The Sun” che è un “tabloid” se possibile ancora più indegno. Nell’articolo del “Sun” leggiamo che:
“Passengers watched in horror as ground crew put the tape around the edge of the windscreen shortly before take-off from Stansted, Essex, to Riga, Latvia. ”
Ovvero “I passeggeri quardavano terrorizzati mentre una squadra di terra metteva il nastro attorno al bordo del finestrino poco tempo prima che l’aereo decollasse da Stansted verso Riga, in Latvia. ”
Da dove guardavano? La cosa è strana, perché leggiamo anche che:
“But one passenger, Anthony Neal, 33, of Bromley, Kent, said: “We were kept in the dark, and were terrified. I could see guys taping in the windscreen with what looked like duct tape or gaffer tape. ”
ovvero: “Ma uno dei passeggeri, Anthony Neal, 33 annu, di Bromley, Kent, ha dichiareto “siamo stati tenuti al buio e eravamo terrorizzati. Potevamo vedere degli uomini che incollavano sul finestrino quello che sembrava nastro adesivo.”
Al buio? Ma la foto è presa di giorno. Vuol dire che era buio dentro la cabina passeggeri? Ma la cabina non è mai buia se fuori è giorno. E poi, se erano dentro la cabina passeggeri, come facevano a vedere questi qui che incollavano qualcosa sul finestrino della cabina di pilotaggio?
E, per finire, ciliegina sulla torta: chi è che ha fatto la fotografia? Beh, c’è proprio scritto sull’immagine; lo vedete in basso a sinistra: è un certo Lee Thompson, che ci ha anche messo sopra il copyright – lo vedete benissimo il simbolo del copyright a sinistra. Strano che un “passeggero” metta il copyright su una foto fatta probabilmente con un telefonino.

Ma chi è questo “Lee Thompson”? Beh, l’articolo su “The Sun” ce ne da anche una fotografia. Eccola qua, vedete che faccino disgustato ha questo sig. Thompson?

He, he…..ma questa è una faccia nota. Questo qui è un fotografo professionale del “The Sun” Eccolo qui, come appare nel suo sito. Non so cosa ne pensate voi, ma a me sembra proprio lui. Eh, già, bella coincidenza che il passeggero della Ryanair, per l’appunto, fosse ANCHE il fotografo del giornale “The Sun”. Vi sembra?

E questo spiega molto bene perché negli articoli successivi al primo, avevano tagliato la foto in modo da togliere il copyright di Lee Thompson dato che si erano accorti di averla fatta troppo sporca…..
Insomma, continuiamo a basarci su un sistema cosiddetto “democratico” dove si suppone che i cittadini siano informati e continuiamo a propinargli disinformazione con la più assoluta allegria e nessuno protesta. Boh? Come dicevo all’inizio, nessuna sorpresa se poi la gente crede alle cose più strane, dalle scie chimiche al climategate.
ottobre 21st, 2011 — Notizie
Scritto da Domenico Coiante

La situazione
La Fig.1 in alto mostra un impianto domestico per il riscaldamento dell’acqua per usi sanitari con i collettori solari termici piani, collocati sulla terrazza.

La Fig.2 mostra il grafico dell’efficienza di conversione (dalla radiazione solare incidente all’energia termica del fluido convettore) tipica dei collettori solari termici piani sigillati in vetro, quelli usati nella maggioranza dei casi per riscaldare l’acqua per gli usi sanitari e/o per il riscaldamento domestico. Si può costatare come l’efficienza vari da circa l’80% fino al 25% in funzione della richiesta d’incremento termico dT del fluido.Nella pratica, la richiesta termica si colloca intorno a dT = 40 °C, a cui corrisponde un’efficienza di conversione del collettore intorno al 50%. Considerando in cascata le perdite di calore lungo l’impianto, (serbatoio d’accumulo, scambiatore termico e tubazioni) stimabili intorno al 10%, il rendimento all’utilizzo finale s’abbassa intorno al 45%.
Questo valore, senza dubbio, può essere ritenuto molto buono, soprattutto in rapporto ai rendimenti delle altre opzioni solari. Inoltre, i collettori di elevata qualità, che si trovano oggi sul mercato, costano intorno ai 300 – 350 euro/m2, sono garantiti per 5 anni da difetti di fabbrica e la loro durata media è superiore ai 15 anni. Un serbatoio d’accumulo di capacità adeguata permette di superare facilmente gli effetti delle variazioni d’illuminazione nell’arco del giorno e garantisce la fornitura di acqua calda anche nel periodo notturno. A livello di un impianto per un’utenza domestica famigliare di 4 persone (circa 4 m2 di pannelli), il cos

to chiavi in mano si aggira in media intorno a 500 euro/m2.
Abbiamo, quindi a che fare con una tecnologia ormai matura che offre prodotti affidabili e a basso costo e che, in aggiunta, gode di varie forme d’incentivazione pubblica, stimabili per un totale medio intorno al 30% del costo d’impianto. Stanti queste interessanti caratteristiche, il mercato italiano ha dato negli anni recenti una notevole risposta positiva, illustrata nel grafico di Fig.3. La capacità termica complessiva dei collettori solari è aumentata negli ultimi tre anni da 1120 MW termici (MWth) a 1870 MWth con una crescita media pari a 375 MWth all’anno.
La superficie totale dei collettori, che corrisponde alla potenza istallata, è 2,67 106 m2, avendo tenuto presente l’equivalenza generalmente usata dall’ESTIF: 1 m2 = circa 0,7 kWth di picco. Il contributo annuale, apportato al bilancio energetico nazionale, si ricava considerando un’insolazione media italiana di 1500 kWh/m2 all’anno e l’efficienza di conversione dei collettori sopra indicata pari al 45%. Si ottiene una produzione energetica annua di 1,8 TWhth, cioè 0,155 Mtep (1 TWhth = 0,086 Mtep), cifra molto piccola in confronto al fabbisogno energetico di 180 Mtep del 2009 (ultimo dato noto del Bilancio Energetico Nazionale).
Confronto con il fotovoltaico
La Fig.4 a lato riporta sullo stesso grafico l’andamento negli ultimi 11 anni della crescita della potenza cumulata per i due casi: solare termico e fotovoltaico. Il dato del 2011 per il solare termico è stato ottenuto per estrapolazione lineare dei dati precedenti, mentre per il fotovoltaico la cifra indicata rappresenta il valore sperimentale parziale al 5 ottobre 2011 registrato dal Gestore Servizi Elettrici.
Si può notare immediatamente la grande differenza di comportamento nei due casi. I collettori solari termici hanno avuto una diffusione notevole a partire dai primi anni 2000, con una crescita pressoché lineare, mentre il fotovoltaico ha iniziato a farsi notare sulla scala del grafico solo dopo il 2006, ma con un tasso di sviluppo decisamente superiore, che in pochi anni ha assunto carattere esponenziale.
Una valutazione di confronto tra le due tecnologie può essere ottenuta considerando i rispettivi contributi energetici al bilancio energetico nazionale.
Assumiamo per difetto che nel 2011 la potenza fotovoltaica rimanga pari a quella istallata fino al 5 ottobre, cioè 11102 MWp. Nell’anno 2012 tale potenza produrrà 13,3 TWh di elettricità, avendo supposto una produttività degli impianti uguale alla media nazionale certificata dal GSE, cioè 1200 kWh/kWp.
Trattandosi di energia elettrica, si può applicare l’equivalenza: 1 TWh = 0,22 Mtep, con ciò indicando la quantità equivalente di combustibili fossili risparmiata dal sistema di generazione termoelettrico italiano (a cui è attribuita un’efficienza = 39%). In definitiva, il contributo al bilancio energetico nazionale sarà pari a 2,9 Mtep, con un’incidenza, che inizia ad essere significativa: 1,6% rispetto a 180 Mtep del consumo totale. Ricordando quanto calcolato sopra per il solare termico, il confronto si pone tra 2,9 e 0,155 Mtep: il contributo del fotovoltaico ha assunto una dimensione almeno 18 volte superiore a quella del solare termico.
Quali sono i motivi della grande differenza di comportamento nello sviluppo delle due tecnologie? Per gli operatori del solare termico la causa principale risiede nella scarsa entità delle incentivazioni pubbliche erogate al solare termico in confronto al fotovoltaico. Senza entrare nel merito di questo argomento, ci sembra doveroso registrare il differente tipo di normativa adottato nei due casi, che non permette un confronto economico immediato. Infatti, nel caso dei collettori termici, le incentivazioni derivano da provvedimenti, in parte, statali e, in parte, regionali e comunali. La filosofia delle erogazioni è comunque basata su benefici in conto capitale, senza alcuna relazione con l’effettiva produzione d’energia termica da parte degli impianti. Nel caso del fotovoltaico, l’incentivazione è regolata dal decreto di legge, detto del Conto Energia, dove la filosofia delle incentivazioni pubbliche è basata strettamente sulla quantità d’energia prodotta dagli impianti, che è contabilizzata all’atto della sua immissione nella rete elettrica nazionale.
Non essendoci elementi in comune, appare, pertanto, chiaro come non sia possibile una comparazione economica diretta e come invece occorrerebbe procedere attraverso un confronto analitico dei costi rispettivi di produzione dell’unità d’energia nei due casi, incentivazioni incluse. Solo dal paragone tra tali costi e i prezzi esistenti nei rispettivi mercati può venire fuori un giudizio motivato sui vantaggi tra le due normative d’incentivazione.
Indubbiamente l’argomento è interessante, ma sarebbe molto dispersivo da affrontare qui. D’altra parte, esiste un’altra via, un po’ approssimata, ma più sintetica per arrivare ad una conclusione. Il criterio che ha guidato il legislatore in entrambi i casi è stato lo stesso. Poiché il costo di produzione dell’unità d’energia non è competitivo, è necessario incentivare il mercato in modo da creare un vantaggio economico da parte dell’utente. L’entità dell’incentivo deve permettere di recuperare l’investimento entro la vita utile dell’impianto con un margine economico positivo. Il criterio adottato nei due casi è stato quello che si potesse rientrare dall’investimento a circa metà vita, in modo da avere un utile netto nella seconda metà della vita operativa. Per gl’impianti termici la vita operativa è stata considerata di circa 15 anni e per il fotovoltaico di 25 anni.
L’entità delle incentivazioni in conto capitale per il solare termico è fissata in modo tale che l’utente possa rientrare dall’investimento in circa 7 anni e realizzare in seguito un piccolo profitto. Analogamente la tariffa del Conto Energia per la vendita alla rete dei kWh fotovoltaici permette il recupero dell’investimento nei primi 10-12 anni e poi il profitto. Quindi, per gli utenti, le incentivazioni in entrambi i casi garantiscono un ritorno finale positivo dell’investimento.
In conclusione, dal punto di vista del diritto, entrambe le tecnologie sono state trattate allo stesso modo. Evidentemente esistono altri motivi per cui il mercato sta privilegiando il fotovoltaico, tanto più che ciò non accade solo in Italia, ma anche in altri paesi, dove le incentivazioni hanno entità e normative diverse da quelle italiane. A titolo d’esempio, vediamo che cosa sta accadendo in Germania, dove una grande attenzione pubblica fu posta sul solare termico fin dai primi anni ’80, cosa che ha consentito al settore un grande e duraturo sviluppo.
La Fig.5 mostra il grafico circa l’andamento nell’ultimo decennio della potenza cumulativa istallata nel Paese per il solare a collettori termici piani, a confronto con il fotovoltaico.
Come si può notare, anche in questo caso la potenza termica cresce in modo pressappoco lineare, mentre il fotovoltaico mostra un tasso di sviluppo esponenziale, che ha consentito di raggiungere e superare nel 2009 la capacità termica istallata, portandosi nel 2010 quasi al doppio di essa.
Pertanto, senza voler generalizzare questa situazione e senza ignorare il fatto che entrambe le tecnologie hanno un grande valore strategico, prendiamo atto dell’esistenza di altre motivazioni, non solo economiche, che favoriscono la diffusione del fotovoltaico in paesi come l’Italia e la Germania.
Proviamo ad elencare alcune caratteristiche del fotovoltaico che ci sembrano vantaggiose e che possono spiegare il differente tasso di sviluppo del mercato.
1. L’energia elettrica è una forma d’energia pregiata. Il significato di questa affermazione, spesso usata in letteratura, apparirà chiaro quando si consideri il caso del fotovoltaico, dove la radiazione solare è trasformata direttamente in energia elettrica. In questo caso, l’energia fotovoltaica è destinata esclusivamente all’uso finale elettrico, che in Italia pesa per circa 1/3 sul bilancio energetico nazionale. Pertanto, fino a che lo sviluppo della produzione avrà dimensioni tali da restare dentro questo settore (ed esiste ancora un enorme margine di sviluppo), i kWh fotovoltaici andranno a sostituire un pari numero di kWh elettrici prodotti dalle centrali termoelettriche convenzionali. Ciò si traduce nel fatto che ogni kWh fotovoltaico, impiegato negli usi elettrici, permette il risparmio della quantità di combustibile fossile che sarebbe necessaria per la sua produzione termoelettrica. Poiché in media, nella situazione italiana, ci vogliono 2200 kcal per produrre 1 kWh termoelettrico, ne segue che il kWh fotovoltaico può essere valorizzato applicando l’equivalenza, (già usata sopra): 1 kWh fotovoltaico = 0,22 kep (kg equivalenti di petrolio). La stessa equivalenza non può essere usata per i kWh del solare termico, perché in questo caso ogni kWh consente il risparmio di soli 0,086 kep di combustibile fossile. La differenza è pari ad un fattore circa 2,5 e gioca tutta in favore del fotovoltaico.
2. Negli anni ’80, mentre esponevo una mia relazione sul fotovoltaico in un convegno tenuto in Campidoglio ed indetto dalla Fondazione Dragan, mi vidi passare un foglietto da parte del presidente dell’ENEL, Prof. Arnaldo Maria Angelini, che mi sedeva a fianco. La nota diceva pressappoco così: “Quello che Lei sta dicendo è molto bello, ma si ricordi che se e quando il fotovoltaico avrà successo, lo dovrà esclusivamente alla presenza della rete elettrica nazionale”. Il significato profondo di questa osservazione mi è divenuto più chiaro in questi giorni, mentre osservo lo sviluppo esponenziale di questa tecnologia a confronto con la crescita minore del solare termico. Indubbiamente entrambe le tecnologie sono versatili e duttili nel senso che sono applicabili in una estesa gamma di applicazioni sparse sul territorio. Ma la caratteristica più vantaggiosa del fotovoltaico si chiama vettoriabilità energetica. Al contrario del calore, l’elettricità si può trasportare facilmente con basse perdite per lunghe distanze, anche per centinaia di chilometri. Questo fatto svincola completamente la localizzazione degli impianti di produzione dai luoghi d’utenza, permettendo un grande grado di libertà nella scelta dei siti. A parte il caso particolarmente conveniente dell’impianto di generazione sul tetto degli edifici domestici, la presenza diffusa sul territorio nazionale della rete elettrica offre immense possibilità di localizzazione delle centrali, la cui produzione può essere facilmente messa a disposizione degli utenti vicini e lontani tramite la linea. In questo modo, è divenuto conveniente collocare un impianto fotovoltaico dovunque esista un terreno marginale non coltivabile, una discarica abbandonata, un capannone industriale, ecc, purché bene assolati e prossimi alla rete elettrica. E ciò è quanto sta avvenendo in tutta Europa, anche in paesi molto meno assolati dell’Italia come la Germania. E’ evidente che questo tipo d’opportunità non esiste per il solare termico, i cui impianti sono tecnicamente vincolati alla vicinanza con le utenze.
3. La normativa del Conto Energia, indipendentemente dall’entità dell’incentivazione offerta sui kWh prodotti, possiede un vantaggio sulle norme degli incentivi in conto capitale, di cui usufruisce il solare termico. Si tratta della possibilità di monetizzare la resa economica nel corso dell’esercizio degli impianti. Chiunque possieda un sito dove sia possibile realizzare un impianto fotovoltaico può divenire produttore elettrico e, una volta collegato alla rete, può percepire un reddito in euro erogato dal GSE, sia dalla tariffa d’incentivazione, sia dalla vendita dei kWh alla rete nazionale. Dopo 10-12 anni, una volta ripagato il debito contratto per la costruzione dell’impianto, il proprietario riceve un flusso di cassa reale in moneta corrente, che può destinare ad altri impieghi. Nel caso del solare termico ciò non accade, in quanto il proprietario dell’impianto vede per tutta la durata dell’esercizio un reddito virtuale sotto forma di risparmio sulla spesa energetica. Anche se sul piano economico generale le due opzioni dovrebbero essere equivalenti, tuttavia la monetizzazione del reddito è percepita dagli utenti come una modalità più vantaggiosa.
ottobre 14th, 2011 — Rinnovabili, Solare fotovoltaico, stoccaggio, veicoli

Sabato è il giorno dei discorsi leggeri e delle conversazioni da caffè.
Con questo spirito “disimpegnato”, giro un bel grafico riassuntivo, un semplice vademecum del viaggiatore, che mi è arrivato dal Newsgroup NTE. I numeri che vedete sono le libbre di co2 per viaggiatore per viaggio. Calcolate per i vari mezzi di trasporto su lunghe medie e corte distanze. Per ottenere i litri di benzina, tanto per avere un parametro alternativo, dovreste dividere per circa 5 i valori indicati. Che un SUV con un solo viaggiatore sia il mezzo più dispendioso in assoluto ( se si eccettuano certi mezzi militari come il carro armato M1 o un caccia F22) in termini di energia e risorse, non è certo una novità. Quel che è interessante, semmai, è notare come il treno, a causa della non saturazione dei posti, non è obbligatoriamente il mezzo più economico in assoluto, anche nella sua versione elettrica ( negli USA i treni sono ancora diesel, sulle lunghe perocrrenze). L’auto elettrica, come si vede è solo marginalmente meno inquinante di quelle ibride a causa della natura delle centrali di produzione di energia elettrica che negli USa sono prevalentemente a carbone ( seguite da quelle ad olio combustibile, nucleari, idroelettriche etc. etc). Da noi i dati sarebbero stati un poco più incoraggianti grazie ad una maggior presenza di centrali a gas e ad una discreta percentuale di energie rinnovabili.
La cosa interessante è la conclusione: pochi kWp di pannelli fotovoltaici sono sufficienti alla percorrenza annua di un’auto elettrica. Inoltre, aggiungo, un auto passa la maggior parte del tempo ferma e quindi ha la possibilità di avere sempre, al momento del bisogno, le batterie perfettamente cariche. La logica conseguenza è che un modo per rendere più rapida la transizione verso le energie rinnovabili è la realizzazione di diffusi parcheggi di scambio per i veicoli elettrici, Dove gli utenti possono ricaricare al prezzo di mercato dell’energia Oppure, SE hanno energia a sufficienza, possono decidere di venderla, riversandola, per un quantitativo dato, in rete. Ancora oggi la maggior parte degli ENORMI parcheggi dei supermarket e dei garage privati di cui, immancabilmente, buona parte delle abitazioni USA è dotata NON hanno il fotovoltaico a coprirli. Il risparmio ottenuto ricaricando un veicolo elettrico con l’energia prodotta da una pensilina fotovoltaica sotto il quale è parcheggiato ed usandolo al posto di un auto comune è in grado di ripagare nel giro di qualche anno ( dipende dal paese) il costo dell’impianto stesso. Senza contare ovviamente che in prospettiva, come qui tante volte ricordato, i milioni di veicoli elettrici fermi in ogni dato istante costituiranno, senza extracosti ma anzi con qualche vantaggio anche per i loro possessori, un importante sistema di stoccaggio e redistribuzione dell’energia prodotta. Vi sembra complicato? Pleonastico? non realizzabile? beh, pensate un attimo a quel che abbiamo imparato a ritenere parte della vita di tutti i giorni in questi ultimi venti anni: Internet ed il cellulare…Se pensate all’incredibile complessità che abbiamo imparato a gestire ed usare anostro vantaggio in questi anni, capirete che, nel momento in cui se ne creeranno le condizioni, sia in terimni sistemici che politici/legislativi, le cose si metteranno rapidamente in moto e quel che oggi ci sembra poco probabile, ovvero un mercato dell’energia davvero libero in cui ogni utente, può diventare in ogni istante un produttore e viceversa, sarà qualcosa di talmente ovvio che non ci faremo nemmeno caso. In quel momento sarà anche nata,en passant, una moneta comune, con un valore soggetto ad oscillazioni, ma per definizione condiviso da tutti: il kWh.
ottobre 13th, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi

Il concetto di “Teiera Cosmica” è stato proposto da Bertrand Russell come un esempio di qualcosa di molto improbabile ma che tuttavia non può essere rigorosamente dimostrato come falso.
Inizialmente, mi era parso che ci fosse qualcosa di interessante nella storia dell’ “Energy Catalyser” il dispositivo che Andrea Rossi sostiene essere in grado di produrre energia da reazioni nucleari a bassa temperatura. Con il passare dei mesi, tuttavia, le ragioni per questo interesse sono svanite. In quasi un anno dal primo annuncio pubblico (nel Gennaio del 2011) Rossi non è riuscito a mettere insieme una dimostrazione credibile che il suo apparecchio sia in grado di produrre energia, meno che mai che la produca da reazioni nucleari. Abbiamo visto misure raffazzonate, mal congegnate, approssimate, e prive dei minimi criteri di riproducibilità necessari; insomma delle “non dimostrazioni” (vedi per esempio questa discussione). Manca poi la possibilità di verifiche indipendenti e non si possono escludere frodi che non sarebbero rilevabili nelle condizioni in cui i test pubblici sono stati presentati. Considerando inoltre che il funzionamento del congegno così come viene descritto equivarrebbe a negare alcuni dei principi di base e ben verificati della fisica nucleare, la conclusione più logica è che Andrea Rossi stia costruendo dei bollitori d’acqua elettrici piuttosto complicati, ma niente di più.
Tuttavia, il dibattito continua su questo argomento. Il problema è che non sappiamo cosa ci sia dentro i bollitori d’acqua di Rossi e di conseguenza i suoi test non sono verificabili o, meglio detto, non sono “falsificabili”. Pertanto sarà sempre impossibile dimostrare con assoluta certezza che i bollitori NON sono reattori nucleari. Questo è noto a volte come “il problema della teiera cosmica”: ovvero l’impossibilità di dimostrare con assoluta certezza la non-esistenza di cose che non sono verificabili sperimentalmente. Il nome (assai appropriato per i bollitori di Rossi) è stato inventato da Bertrand Russel al quale è venuto in mente l’esempio della teiera stellar.
Ragionandoci sopra in questi termini, credo che sia stato inutile, anzi controproducente, lo sforzo che alcuni di noi hanno fatto per far notare a tutti che la teiera di Rossi è un oggetto assai improbabile se inteso come reattore nucleare. Il problema è che più si cerca di far ragionare i sostenitori di Andrea Rossi, più questi si convincono di essere vittime di un complotto dei poteri forti, un fenomeno che si verifica anche in altri campi pseudo-scientifici. Il risultato non è una discussione scientifica ma una polemica basata su accuse e insulti ai non-credenti. Il tutto va poi a finire sui giornali che, come è noto, vivono di polemiche e così non si finisce più. Alla fine, chi ci rimette è il pubblico che si trova davanti soltanto a una grande confusione e non riesce a farsi un’idea accurata di cosa sta succedendo.
Quindi, vorrei consigliare ai colleghi e a tutte le persone serie che si sono interessate a questa vicenda di non insistere a cercare di convincere persone che, evidentemente, sono impervie a ogni ragionamento razionale. Se ne ricavano soltanto insulti e invettive. Io, personalmente, ho intenzione di fare così, perché su questa vicenda ho perso già tempo a sufficienza traendone soltanto qualche insegnamento sulla facilità con cui tanta gente si fa prendere in giro. Vedo con piacere che alcuni colleghi che inizialmente erano caduti nel mio stesso errore – come quelli dell’università di Uppsala – hanno cessato di interessarsi della faccenda. Sembra che quelli dell’università di Bologna stiano seguendo la stessa strada, sia pure con qualche tentennamento in più. Insomma, io lascerei Rossi a bollire tutta l’acqua che vuole. Grossi danni non ne può fare se non alla reputazione di chi gli da retta. Se poi qualcuno vuol comprare uno dei suoi “E-Cat” credendo che sia veramente un reattore atomico, beh, a mio parere pagherà piuttosto caro un bollitore elettrico. Ma ognuno i suoi soldi li spende come vuole.
Credo che questo blog debba occuparsi di cose serie e concrete. Per questa ragione, scusate se ho disabilitato i commenti a questo post. Su questa faccenda tutti ci abbiamo perso abbastanza tempo e non è il caso di perderne ancora. Poi, se miracolosamente Rossi riuscirà a mettere insieme un test che dimostra qualcosa, ne discuteremo. Fino ad allora, sarebbe discutere di teiere cosmiche.
ottobre 8th, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi
Tanta gente si lamenta perché ci sono “troppi sussidi” per le rinnovabili. Ma è proprio così? Beh,in confronto con altre sorgenti di energia, sembra proprio che le rinnovabili si contentino di molto poco (Immagine da “smartplanet.” Cliccare per ingrandire)
Su Smartplanet hanno fatto una cosa molto interessante. Hanno preso i dati per i sussidi statali alle varie fonti energetiche negli Stati Uniti e li hanno visualizzati a partire dall’anno in cui si sono cominciati a dare i sussidi. Questo permette di comparare molto bene quanto effettivamente le varie tecnologie siano state sorrette dallo stato nel corso dell loro sviluppo storico
Bene, come vedete, la tecnologia di gran lunga più sostenuta dai fondi statali è quella nucleare, assieme a quella dei combustibili fossili, come probabilmente ci si poteva aspettare. A parte i biocombustibili, le rinnovabili come fotovoltaico e eolico sono la cenerentola di tutta la faccenda.
Ovviamente, i dati sono soltanto per gli Stati Uniti, ma credo che siano abbastanza rappresentativi di una tendenza generale in tutto il mondo. Per esempio, a questo link potete leggere come in Europa si spenda 10 volte tanto per dare sussidi al nucleare e ai combustibili fossili di quanto non si spenda per le rinnovabili. Il totale speso nel mondo per tutti questi sussidi a energie “sporche” è dell’ordine di mille miliardi di dollari all’anno, quasi l’intero PIL italiano.
Insomma, questa dei “troppi sussidi” alle rinnovabili si rivela un’altra delle solite leggende. Nella pratica, basterebbe togliere i sussidi alle energie sporche per vedere le rinnovabili decollare da sole, come si spera di riuscire a fare. Ma quanto tempo ci vorrà? Nel frattempo, ci sara sempre qualcuno che crede alla leggende.
ottobre 2nd, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi

I tre regni di Europa, Cina e USA hanno scelto strade diverse per sostenere lo sviluppo dell’energia rinnovabile. Per ora, sembra che quella scelta dagli USA, sostenere l’innovazione, si stia rivelando perdente, come dimostrato dal recente fallimento di Solyndra, industria che aveva sviluppato una tecnologia fotovoltaica innovativa.
E’ difficile che alle conferenze dove parlo di fotovoltaico non si alzi qualcuno che si lamenta del “conto energia” sostenendo che “non sarebbe stato meglio, invece che dare sussidi agli impianti, dare sussidi allo sviluppo tecnologico? Adesso avremmo celle migliori e le potremmo installare senza bisogno di sussidi”
E’ un’opinione legittima ma nei fatti si rivela poco efficace. Un problema specifico è che farlo qui in Italia è proprio impensabile. Vorrebbe dire ridare qualche briciola con una mano a una struttura che il governo sta cercando attivamente di demolire con l’altra. Il nostro sistema di ricerca universitaria è ormai allo sbando generalizzato per mancanza di fondi, per senilità galoppante, iper-burocrazia lancinante e altri problemucci. Con la gestione che si ritrova, pensare che l’università italiana possa dare un contributo serio allo sviluppo di nuove tecnologie “di punta” come il fotovoltaico è un po’ come sperare di poter veramente costruire un tunnelche vada da Ginevra al Gran Sasso.
Ma non tutti i paesi si sono messi a demolire con altrettanto entusiasmo il loro sistema di ricerca. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno ancora un sistema di ricerca e sviluppo che non ha pari in tutto il mondo. Per loro, la scelta è stata in effetti quella di investire direttamente sull’innovazione nell’energia rinnovabile.
In effetti, se guardiamo le politiche in questo campo, vediamo che i tre “regni” planetari, Europa, Cina e Stati Uniti, hanno scelto strade diverse per sostenere l’energia rinnovabile. L’Europa sostiene l‘installazione, la Cina la produzione, e gli Stati Uniti l’innovazione.
Delle tre strategie, le prime due si sono rivelate complementari. La maggior parte del fotovoltaico che si installa oggi, si installa in Europa con pannelli prodotti in Cina. La soddisfazione è reciproca, con l’Europa che si tiene gli impianti e la Cina le fabbriche. Entrambi hanno generato un notevole “giro” economico per cui i governi incassano di più di tasse di quanto non paghino di sussidi. Entrambi progrediscono nello sviluppo dell’energia rinnovabile. Se, nel futuro, qualcosa andrà storto in questa collaborazione, l’Europa ha energia per sviluppare la propria industria e la Cina ha un’industria per sviluppare la propria energia.
Chi è rimasto fuori in questo giro sono stati gli Stati Uniti, che hanno cercato di utilizzare un modello di sviluppo che si era rivelato vincente nel passato. Promuovere l’alta tecnologia è la specialità degli Stati Uniti, cosa che li ha portati ai vertici mondiali in tanti campi, dall’elettronica di consumo all’industria militare. Nel caso dell’energia fotovoltaica, tuttavia, negli Stati Uniti il caso Solyndra ha dimostrato che qualcosa non va. Pur pesantemente sostenuta dal governo americano, Solyndra non è riuscita a diffondere la propria tecnologia e si è ritrovata in fallimento con grande scandalo.
Che cosa è andato storto con Solyndra? Beh, il fatto che certi modelli funzionino, non vuol dire che funzionino sempre. Si sa che in campo militare, un piccolo vantaggio tecnologico può dare un vantaggio decisivo sul campo di battaglia. Ma in campo commerciale, il prodotto migliore può essere spesso vittima dell’abbassamento dei prezzi dei prodotti concorrenti. Il fotovoltaico Solyndra era un buon prodotto, ma non tale che potesse reggere la concorrenza Cinese. Con il crollo dei prezzi del fotovoltaico standard, ha dovuto soccombere. Fra le altre cose, comunque, è perfettamente possibile che la tecnologia Solyndra finisca in mano Cinese, così come stanno in Cina i pannelli fotovoltaici installati a suo tempo dal presidente Carter.
In sostanza, l’innovazione tecnologica non risolve tutti i problemi. Non li risolve, in particolare, se non è sostenuta da una base industriale robusta e in grado di reggere la concorrenza, una base che gli Americani hanno gradualmente perduto, lasciando il dominio ai Cinesi. Adesso, con il fotovoltaico, gli USA si trovano molto indietro rispetto all’Europa come installazione e senza un vantaggio tecnologico significativo.
Ma aspettiamoci che possano recuperare. Ci sono grandi progetti di installazioni di impianti fotovoltaici nei deserti centrali degli Stati Uniti, zone eccellenti come insolazione. La saga del fotovoltaico è in pieno svolgimento e, come sempre, il conflitto sarà deciso da chi può contare sulle risorse energetiche più consistenti. La battaglia dei tre regni è appena cominciata.
.
settembre 30th, 2011 — Notizie

L’immagine qui sopra (da NewEnergyNews) si commenta da se. La Germania sta puntando tutto sulle rinnovabili e sta ottenendo un notevole successo. Oltre ad aver creato una base industriale e molti posti di lavoro, la Germania esporta tecnologie e impianti e, come vedete qui sopra, esporta e vende anche energia. Decisamente un buon affare, non solo per chi produce, ma anche per i consumatori che, in certi momenti, si trovano ad avere energia gratis o addirittura, come ci riporta Bloomberg si potrebbe arrivare a essere pagati per utilizzarla. Infine, l’uso dell’energia rinnovabile riduce le emissioni di inquinanti e di gas serra. Meglio di così…..
settembre 25th, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi

L’ex presidente degli Stati Uniti Jim Carter in una foto recente pubblicata sul “Guardian“. Oggi, Carter ha 86 anni, è ancora arzillo e in buona salute e si vanta di alcune cose, come per esempio di non aver ammazzato nessuno durante la sua presidenza. Un’altra cosa di cui si può vantare è di aver introdotto per la prima volta nel 1978 quello che oggi chiamiamo il “conto energia” che in inglese va sotto il nome di “Feed-in tariff”. Carter aveva anche installato dei pannelli fotovoltaici sulla Casa Bianca che il suo successore, Ronald Reagan, si fece un punto d’onore di far togliere. Oggi, quei pannelli sono in un museo, in Cina, a ricordo di un’occasione perduta.
Il punto di svolta per l’energia fotovoltaica, come pure per tutte le rinnovabili, è stato lo sviluppo di quella legislazione che in Italia va sotto il nome di “Conto Energia”, detto in inglese “Feed-In Tariff”. E’ un’idea il cui merito va all’amministrazione del presidente Carter negli Stati Uniti che nel 1978, in piena crisi del petrolio, decretò il National Energy Act (NEA), una legislazione che favoriva l’installazione di sistemi rinnovabili con l’idea di affrancarsi gradualmente dai combustibili fossili. L’idea era semplice: premiare la produzione con un incentivo, invece che finanziare direttamente gli impianti. In questo modo i produttori vengono incentivati a installare impianti che abbiano la massima efficienza possibile.
La feed-in tariff ha generato un gran numero di impianti negli Stati Uniti. A quel tempo, la tecnologia fotovoltaica era ancora poco efficiente e quindi come rinnovabili si installavano più che altro torri eoliche: sull’onda del decreto se ne installarono circa 1700 MW, quasi tutti in California, dove molti si possono vedere ancora oggi. Il decreto generò anche alcuni impianti solari a concentrazione come quello di Kramer Junction in California che, anche quello, funziona ancora oggi. Purtroppo, il crollo dei prezzi del petrolio negli anni ’80 ebbe il curioso effetto di far credere a tutti che fosse una cosa ovvia il petrolio non sarebbe mai finito. La pianificazione ideata da Carter fu smantellata dal suo successore, Ronald Reagan e non da allora non si è parlato più di queste cose negli Stati Uniti.
L’idea del conto energia è stata invece ripresa in grande stile in Germania nel 2000 con lo “Erneuerbare Energien Gesetz” il “decreto sull’energia rinnovabile”. Era un decreto rivoluzionario che garantiva ritorni economici per le installazioni di rinnovabili, sia eoliche che fotovoltaiche. Il risultato è stato il rapidissimo sviluppo dell’industria fotovoltaica tedesca che ha fatto da traino per tutto il mondo e ha creato un gran numero di posti di lavoro. Molti paesi hanno seguito l’esempio tedesco e l’Unione Europea ha incluso questo tipo di incentivo nella sua Direttiva 2001/77/CE. L’Italia ha recepito la direttiva nel 2005, con il “primo conto energia” dedicato al fotovoltaico. Con questa direttiva, lo sviluppo dell’energia rinnovabile in Europa e in Italia è stato addirittura esplosivo.
Oggi in Italia il conto energia sembra essere sotto attacco, più o meno come lo era al tempo di Ronald Reagan negli Stati Uniti. Vedremo se faremo lo stesso errore che fu fatto allora, ovvero quello di agire sulla base dell’idea che le energie fossili dureranno per sempre. Ma, comunque vada, sull’onda di oltre 10 anni di conto energia in Germania, i progressi tecnologici dell’energia fotovoltaica sono stati rapidissimi e impressionanti. Siamo ormai molto vicini alla “grid parity” ( e forse in certe condizioni l’abbiamo già raggiunta), ovvero quel costo di produzione che mette l’energia rinnovabile alla pari con quella ottenuta dai fossili. L’energia rinnovabile è ormai una rivoluzione che non si ferma più. Di questo, un po’ dobbiamo ringraziare il presidente Carter.
settembre 19th, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi

Dati per la produzione mondiale di energia eolica e fotovoltaica. Grafico di Emilio Martines
Continua la crescita rapidissima dell’energia rinnovabile. Nel grafico qui sopra, la scala logaritmica evidenzia come la tendenza alla crescita esponenziale non accenna minimamente a rallentare. La potenza eolica aumenta di un fattore 10 in meno di 10 anni, quella fotovoltaica in poco più di 5. Sembra che entrambe siano impervie a crisi economiche, recessioni, e tutto il resto. A questi ritmi, vento e FV potrebbero raggiungere insieme il traguardo di 1 terawatt (TW) ciascuno verso il 2020. Considerando che il totale della potenza installata al mondo è oggi di circa 15 TW, il traguardo di liberarci per sempre dell’energia fossile comincia ad apparire all’orizzonte
Come è ovvio, niente può crescere esponenzialmente per sempre ma, evidentemente, abbiamo una tendenza non rallenterà tanto presto. Le energie rinnovabili hanno trovato un mercato e una ragione d’essere che le fa crescere e prosperare. Questo ci fa ben sperare per il futuro.
La crescita delle rinnovabili non è soltanto questione di sussidi. Gli ultimi dati sui costi sono estremamente incoraggianti. Mentre l’energia eolica è già da un pezzo competitiva con l’energia fossile, il fotovoltaico sta facendo passi da gigante verso lo stesso traguardo. Secondo “Photon International” (Agosto 2011) i prezzi del FV su larga scala negli Stati Uniti sono oggi inferiori ai 2.5 dollari per Watt installato (1.8 Euro) e si sta raggiungendo il valore di 2 dollari/kW (meno di 1.5 Eur/kW). In zone di buona insolazione, siamo a 10 centesimi di dollaro per kWh (7 Eurocent/kWh).
Insomma, è la grid parity anche per il FV; è un momento epocale!