Lo sapevate che Il fotovoltaico è radioattivo?

di Ugo Bardi

L’ameno opuscoletto della Fondazione Lombardia Ambiente è intitolato “Energia dai mille volti” ed è dedicato ai bambini. Come vedete qui sopra, ci troviamo scritto, fra le varie cose, che le celle fotovoltaiche inquinano le acque, sono radioattive, e altre cosette.

 

Può darsi che siamo diventati tutti complottisti, ma certe volte proprio non puoi fare a meno di esserlo. Per esempio di fronte a un opuscoletto intitolato “Energia dai mille volti” dedicato a spiegare ai bambini che cos’è l’energia e come funzionano gli impianti che la producono. E’ edito dalla “fondazione Lombardia ambiente” che, a giudicare dal loro sito, sembrerebbe una cosa seria con un bel numero di professori universitari a formare il comitato scientifico, la direzione eccetera.

Si, però di fronte a questo opuscoletto uno si domanda che cosa ci abbiano avuto a che fare tutti questi professori universitari. Non che sia fatto malissimo, nel complesso, ma certo ci sono delle cose che ti fanno cascare le braccia. Per esempio, secondo loro, i reattori nucleari sono dotati di “un generatore che fa andare i neutroni alla velocità giusta per scontrarsi con altri nuclei” (??).

Più che altro, l’opuscoletto contiene molteplici sottili elementi che lo rendono pro-nucleare e anti-fotovoltaico. La più evidente di queste distorsioni sta nella tabella che ho messo in cima a questo post. Guardate voi: il fotovoltaico inquina, è pericoloso, causa il cambiamento climatico, eccetera. Bontà loro, sembra che non faccia venire i tumori, ma è più radioattivo della fissione nucleare!!

Manca totalmente nell’opuscolo un riferimento all’origine di questa tabella. Nonostante tutti i grandi professori universitari che stanno nel loro comitato scientifico, sembra che nessuno si sia preoccupato di verificare che questi dati siano giusti e nemmeno da dove arrivano. Non c’è che dire, una bella prova di professionalità!

Ragionandoci un po’ sopra, comunque, partendo da un calcolo cosiddetto “di ciclo di vita”, si può anche arrivare a concludere che il fotovoltaico inquina sulla base del concetto che l’energia generata per costruire le celle viene, per esempio, dal carbone. Da qui, si può sostenere che il FV inquina le acque, causa cambiamento climatico, ecc.. Stiracchiando parecchio le cose, su questa base si potrebbe forse anche dire che il fotovoltaico genera radioattività. Ma, se così stanno le cose, perché allora i “pannelli solari” (da intendersi probabilmente come solare termico) non causano gli stessi tipi di inquinamento? Non ci vuole forse energia anche per fabbricare i pannelli termici? Insomma, le cose proprio non tornano.

Soprattutto le cose non tornano in un testo destinato ai bambini, ai quali nessuno ha spiegato come funzionano i calcoli di ciclo di vita e che potrebbero concludere che i pannelli fotovoltaici sono veramente radioattivi!

Alla fine dei conti,  questo opuscoletto da un immagine fortemente distorta del valore relativo delle varie tecnologie. Non posso certamente dire chi ci sia dietro a questa distorsione, però, parafrasando Andreotti, mi viene il dubbio che a essere complottisti spesso si finisce per azzeccarla (perlomeno se non si esagera).

 

 

 

 

Yo-hooo: un GWh e mille barili di….

di Pietro Cambi

pannelli faeta

Circa un mese fa i tre impianti fotovoltaici della ditta “Alterenergy” di cui abbiamo parlato in questi articoli hanno superato la simbolica soglia di un GWH prodotto. Certo: rispetto  ai 300.000 e passa consumati in Italia pare piccola cosa ma in realtà è una quantità di energia terrificante. Essendo io (Pietro Cambi) socio e amministratore della ditta Alterenergy, questa è una cosa che mi fa particolarmente piacere.

E’ quanto basta, per dire, per accendere le luci, le lavatrici, le televisioni, gli ipad nelle case di TUTTE le famiglie della nostra città, Firenze, per un giorno ( una famiglia consuma circa 5-8 kWh/giorno e Firenze ha circa 350.000 abitanti,  130.000 famiglie escludendo i comuni limitrofi). In realtà ci stanno probabilmente anche bar, osterie, ristoranti, musei, strade, uffici, …insomma TUTTA la città.

Sicuramente tutto il centro storico e le aree limitrofe.

Messa cosi, immaginare di avere dato energia a tutte queste persone, come riflettevo qualche giorno fa passando dal Piazzale Michelangelo, dal quale Ringo Reenberg ha preso questa recente, bellissima, foto, è abbastanza impressionante. Sarà una goccia nel mare, magari, ma è la NOSTRA goccia ed a noi sembra importante!

foto hdr by Ringo Reenberg

Oppure , sempre per visualizzare 1 GWh, potreste considerare a quanto equivale, in termini di barili di petrolio equivalenti.

Considerando una efficienza del 50% nella produzione di energia elettrica in italia ( in verità siamo ancora ad un livello medio più basso), si può grossolanamente considerare che un GWh corrisponda all’energia elettrica prodotta bruciando 1000 barili di petrolio.

Volete sapere che effetto farebbero 1000 barili di petrolio?

Beh, se immaginiamo una pila triangolare, piu’ o meno delle dimensioni che si intuiscono da questa foto, considerando anche quelli che si vedono solo parzialmente, all’incirca ci siamo.

Sono sicuro che qualcuno si metterà a contare i barili ed a fare due conti: vedrete che il numero è quello, leggermente per difetto, anzi…

E’ un bel mucchio di energia elettrica, superiore di oltre dieci volte a quella che noi soci di alterenergy potremo consumare nell’arco delle nostre intere vite. Se consideriamo anche l’energia consumata per muoverci, vestirci, ammobiliare le ns case, nutrirci etc etc, ancora non ci siamo. Probabilmente raggiungeremo il punto in cui abbiamo annullato la ns impronta energetica totale entro la fine di quest’anno.

Allora potremo festeggiare, insieme agli altri filibustieri, yo hoo ed una bottiglia di rhum!!!

Fotovoltaico: i conti tornano

di Dario Faccini

 

 

Di recente è iniziata una polemica, tipicamente italiana, sul costo e l’opportunità dell’incentivazione degli impianti fotovoltaici. In evidenza sono i recenti aumenti della bolletta elettrica pagata dai cittadini: l’Autorità per l’Energia, a fine marzo, ha annunciato un aumento delle bollette elettriche del 3,9%, pari a 16,5 euro per un consumatore medio (“tipo”) di cui il “3% per l’incentivazione delle rinnovabili, finanziate attraverso la bolletta elettrica.”[1]. Molto meno rilievo ha avuto, stranamente, l’annuncio nello stesso comunicato che la bolletta del gas sarebbe aumentata del 2%, pari a circa 21 euro a famiglia, a causa degli alti prezzi del petrolio e derivati nei 9 mesi precedenti.

Subito dopo, in un’operazione trasparenza, la stessa Autorità ha pubblicato un documento di disamina delle varie voci di spesa presenti nella bolletta elettrica [2], in cui si annuncia per fine Aprile un aumento degli oneri di sistema (cioè dei costi di incentivazione delle rinnovabili, assimilate e nucleare) di 20 euro, principalmente imputabile al fotovoltaico, il cui peso annuale raggiunge così ormai i 43 euro.

A detta di alcuni “sdegnati”, questi numeri denunciano una grande truffa del fotovoltaico, in quanto non si produrrebbero quantitativi di energia tali da giustificarne la spesa.

D’altra parte in rete si trovano vari analisi costi-benefici sulle rinnovabili in Italia, spesso portate ad esempio per difendere il fotovoltaico [3]. Tali analisi però considerano il contributo del fotovoltaico insieme a quello dell’eolico e delle biomasse, rendendole quindi non efficaci per una valutazione sulla singola tecnologia. In realtà farsi due conti sui costi e benefici del fotovoltaico in Italia non è poi così difficile, e può riservare sorprese inaspettate.

Proviamo ad osservare il grafico in figura e ad analizzarne ogni colonna partendo da sinistra.

 

1. La prima rappresenta quanto ci costerà in bolletta incentivare i 13GW di fotovoltaico già installati a fine marzo 2012. Considerano i 20 anni di incentivo e un tasso sociale di sconto del 5%, viene fuori in effetti una bella cifra, circa 72,4 miliardi di euro.

2. La seconda colonna rappresenta invece il totale di altri balzelli caricati in questi anni sulla bolletta elettrica. Sono tutte voci un po’ astruse, ma che corrispondono a denaro in qualche modo “mal speso” e prelevato dalle nostre tasche. [4] In totale corrispondono a ben circa 61,7 miliardi di euro, un costo che, a differenza di quanto succede per il fotovoltaico, non suscita alcuno sdegno mediatico.

3. La colonna centrale è molto importante in quanto riporta alcuni benefici che deriveranno dal fotovoltaico già installato. In ordine, partendo dal basso, si possono stimare in modo conservativo: 1,16 miliardi per minori spese di quote CO2; 15,7 per l’abbassamento del prezzo dell’elettricità nelle ore centrali della giornata (peak shaving); circa 8 per minori esternalità ambientali e sanitarie (danni evitati rispetto ad aver utilizzato centrali termoelettriche); 19,3 come valore di mercato dell’energia prodotta. Tralasciando quest’ultimo contributo, la parte di colonna colorata rappresenta i benefici che abbiamo noi, come cittadini paganti la bolletta elettrica.

Se si confronta il totale della colonna 3 (solo parte colorata) con la colonna 1, sembra che lo “sdegno” sia più che giustificato: il fotovoltaico già installato verrà a costare molto di più di quel che darà. A questo punto, pago delle conclusioni, lo “sdegnato medio” potrebbe spegnere il suo cervello. Noi invece proviamo ad andare un po’ oltre.

Innanzitutto si potrebbe rilevare che ai benefici riportati in colonna 3 ne andrebbero sommati altri, tra cui l’aumento di occupazione creato dall’indotto del settore fotovoltaico, che ammetto di non essere riuscito a quantificare, e la sicurezza strategica derivante dal non dipendere da energia importata da paesi terzi, oggettivamente difficile da monetizzare, ma sicuramente una necessità già oggi molto concreta in un mondo che si è lasciato il picco del petrolio convenzionale alle spalle.

Proviamo però ad uscire da questo schema di idee ed a considerare l’incentivazione del fotovoltaico anche in un aspetto trascurato, che possiamo valutare nelle restanti due colonne del grafico.

4. La penultima colonna dà una risposta alla seguente domanda: nel 2006 quanto sarebbe  costato, ai privati, installare quei 13GW di fotovoltaico presenti oggi in Italia? La risposta è più o meno 65 miliardi di euro.

5. L’ultima colonna risponde alla stessa domanda della colonna precedente, ma riferita al 2012. Si scopre così che per installare 13GW di fotovoltaico oggi andrebbero spesi solo 24,7 miliardi di euro.

Ecco che ora si inizia a intravedere quello che va considerato a tutti gli effetti come il grande successo delle varie incentivazioni al fotovoltaico dei paesi più avanzati: grazie ad esse il costo di installazione è crollato. Solo in Italia è sceso del 60% almeno in 6 anni. L’incentivazione pubblica quindi non è servita solo per avere energia prodotta dal fotovoltaico, ma anche per creare le condizioni per un economia di scala dell’intero settore finalizzato all’abbattimento dei costi di installazione. Un successo questo forse un po’ inaspettato dallo stesso legislatore (che pure ad esso puntava) visto che i vari “conti energia” non prevedevano un aggiustamento della tariffa che seguisse la discesa reale dei costi di installazione, bensì cali tariffari programmati a tavolino. Ciò ha portato, a cavallo tra la fine del 2010 e il 2011, ad avere bassi costi di installazione e ancora un’elevata tariffa incentivante, con una conseguente accelerazione delle installazioni (vedi figura sotto) [5]. Nessuna “truffa” quindi, solo una risposta troppo lenta del meccanismo incentivante che per alcuni mesi non ha allocato in maniera ottimale il denaro pubblico (comunque non andato sprecato).

Ma questo è ancora niente. Si provi a confrontare adesso tutta la colonna 3 (compreso il contributo del valore dell’elettricità prodotta) con la 5. Cosa si può concludere? Che se ipoteticamente oggi lo Stato spendesse 27 miliardi di tasca sua per installare altri 13GW di fotovoltaico, i benefici indiretti (parte colorata colonna 3) e diretti (valore elettricità prodotta, parte trasparente) sarebbero nell’ordine dei 44 miliardi. Cioè il fotovoltaico è divenuto un investimento largamente in attivo per la collettività. Non male per una fonte rinnovabile spesso definita troppo cara e marginale.

Certo qualcuno potrebbe obbiettare che questo è stato un risultato pagato a caro prezzo, oltre 70 miliardi da qui al 2032 (colonna 1). Vero. Però, visto che il costo del risultato è già stato “pagato” non sarebbe bene almeno trarne vantaggio? Ora che abbiamo fatto un grosso sforzo per far costare di meno il fotovoltaico che senso avrebbe frenarne lo sviluppo con nuovi Conti Energia che mettono un tetto alle installazioni annue? Proprio adesso che i benefici per la collettività hanno superato i costi lasciamo che ad installarlo siano gli altri Paesi? Bell’affare davvero…

Magari fra qualche anno ci recheremo in Francia e osservando i nuovi impianti fotovoltaici là   installati avremo almeno la magra soddisfazione di pensare: “in fondo gliel’ho pagato io, altrimenti mica sarebbero riusciti a permetterselo a costi così bassi”.

[1]http://www.autorita.energia.it/allegati/com_stampa/11/110329.pdf
[2]http://www.autorita.energia.it/allegati/consumatori/bolletta_trasparente.pdf
[3]http://www.ediliziaeterritorio.ilsole24ore.com/pdf2010/Edilizia_e_Territorio/_Allegati/Free/Sportello_Edilizio/2012/04/report_Irex2012.pdf
[4] http://www.aper.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/Pubblicazioni/Dossier_Energiesenzabugie.pdf
[5] http://www.gse.it/it/Conto%20Energia/GSE_Documenti/Fotovoltaico/05%20Risultati%20incentivazione/Grafici_della_numerosit%C3%A0_e_della_potenza_totale_cumulata.pdf

Rinnovabili: giapponesi all’attacco!

Anche il Giappone combatte il mostro della crisi energetica per mezzo del “conto energia.”  (immagine:ukiyo-e di Kuniyoshi)

In Italia il governo sembra deciso ad affossare le rinnovabili per sprecare le poche risorse che rimangono per strizzare quel poco che resta dal limone dei fossili. Nel resto del mondo, invece, la rivoluzione rinnovabile continua a esplodere. Entra in campo in questi giorni anche il Giappone che, fino ad oggi, non aveva ancora introdotto misure tipo “conto energia” nel paese. Adesso, queste misure sono state approvate con un budget di oltre 30 miliardi di dollari da oggi fino al 2016. Il governo finanzierà sia il fotovoltaico come l’eolico.

Dopo il disastro di Fukushima, le rinnovabili sono l’occasione per i giapponesi di ripensare a tutta la politica energetica nazionale. Il Giappone potrebbe ora diventare il paese “di punta” nello sviluppo delle rinnovabili un ruolo che l’Italia avrebbe potuto occupare se avesse solo avuto un po’ più di coraggio. Comunque vada, in un paese o in un altro, la crescita delle rinnovabili continua a ritmi rapidissimi e questo ci può far sperare bene nel futuro.

 

Da Reuters

Japan approved on Monday incentives for renewable energy that could unleash billions of dollars in clean-energy investment and help the world’s third-biggest economy shift away from a reliance on nuclear power after the Fukushima disaster.

Industry Minister Yukio Edano approved the introduction of feed-in tariffs (FIT), which means higher rates will be paid for renewable energy. The move could expand revenue from renewable generation and related equipment to more than $30 billion by 2016, brokerage CLSA estimates.

Leggi tutto

L’effetto cenerentola: come fare errori clamorosi con le “trasmutazioni nucleari di bassa energia”

di Ugo Bardi

Vi ricordate la canzoncina del film “Cenerentola” di Walt Disney? Si, quella dove dicono qualcosa tipo, “basta che tu creda fermamente e il sogno realtà diverrà”. Credere che desiderare una cosa possa renderla reale è un errore che possiamo chiamare “effetto Cenerentola,” particolarmente pernicioso quando ha a che vedere con misurazioni scientifiche. Qui, ne discuto in relazione alle pretese “trasmutazioni nucleari di bassa energia”, un argomento correlato alla cosiddetta “fusione fredda.” A un’analisi rigorosa, si trova che nel mondo reale le trasmutazioni nucleari non avvengono a basse energie, proprio come le zucche non si trasformano in carrozze.

 

Nel campo della cosiddetta “fusione fredda” si si sente spesso parlare di risultati che rivoluzionerebbero la fisica. Sfortunatamente per i proponenti di queste idee, quando queste vengono sottoposte a un’analisi rigorosa ne vengono fuori ampiamente ridimensionate. Ne discuterò ora un esempio per darvi un’idea del basso livello di certe cose che vengono alle volte gabellate per studi seri. Andiamoci allora a vedere un articolo diffuso da D. Cirillo e V. Iorio, che trovate a questo link. Nell’articolo, gli autori sostengono di aver osservato delle trasmutazioni nucleari che avvengono a basse temperature in una cella elettrolitica al plasma su un elettrodo di tungsteno. Addirittura, avrebbero visto il tungsteno trasformarsi in oro, osmio, renio, il raro elemento “tulio” e altro. Mica male come scoperta:  da rivoluzionare tutta la fisica. Sarebbe la rivincita degli alchimisti che sono stati a cercare la pietra filosofale dal Medio Evo fino ad oggi.

Ma su cosa è basata questa grande “scoperta”? Beh, su un certo numero di spettri di dispersione di elettroni (EDX) ottenuti in un microscopio elettronico a scansione (SEM). Ora, quando si ha a che fare con dei dilettanti, lo si vede anche dai dettagli. Cirillo e Iorio pretendono di aver fatto la scoperta del secolo e non si preoccupano nemmeno di farti vedere una misura “in bianco” che ti permetterebbe di capire se ci sono differenze significative fra prima e dopo il trattamento. Questo basterebbe da solo a squalificare lo studio. Ma, in realtà, gli autori si squalificano ben di più con i loro stessi dati. Ecco uno dei loro spettri EDX, preso pari pari dall’articolo.

La cosa che salta di più all’occhio nella figura sono le grandi frecce colorate aggiunte con il paint shop. Ma da dove si evince la presenza di oro e tulio? Tutti i picchi sono sovrapposti e dove l’oro dovrebbe apparire da solo, non vediamo nessun picco. Evidentemente, c’è qualcosa che non va. Allora, possiamo esaminare lo spettro in dettaglio. A questo link trovate tutti i picchi di emissione dei vari elementi, incluso il tungsteno (W). Potete controllare da voi le energie dei picchi del tungsteno nello spettro: non ne manca uno e che non ce n’è nessuno in più (a parte impurezze di potassio, ossigeno e, forse, berillio). Quindi, non c’è né oro, né renio, né tulio in questo spettro.  Lo stesso vale per tutti gli altri spettri EDX riportati da Cirillo e i suoi collaboratori. Nessun elemento in più rispetto alla composizione originale dell’elettrodo, a parte normali impurezze.

Come hanno fatto gli autori a prendere un abbaglio così clamoroso? Beh, ci sono molti ottimi modi per fare errori come questo se non si sanno adoperare gli strumenti di analisi. In particolare, un’analisi EDX, come tutte le analisi, richiede un minimo di discernimento: molti elementi hanno picchi vicini fra di loro e la risoluzione del metodo spesso non permette di distinguerli. Il tutto è reso più pericoloso dal fatto che il software fornito con questi strumenti si presta di solito a manipolazioni che ti possono portare completamente fuori strada. Qui, posso pensare che gli autori abbiano istruito il software (o gli operatori del SEM) di cercare i picchi dell’oro o del tulio e il software, poveraccio, ha fatto del suo meglio per trovarli, anche se non c’erano. Il meglio che ha potuto fare è stato scrivere il simbolo degli elementi da trovare nel punto dove avrebbero dovuto essere. Avrebbero potuto chiedere altrettanto bene a quel povero software di trasformare una zucca in una carrozza. Avrebbero ottenuto una zucca con sopra scritto “carrozza.”

Alla fine dei conti, è inutile mettere frecce colorate a indicare elementi che non ci sono. Non c’è nessuna evidenza di transmutazioni nucleari negli esperimenti riportati da Cirillo e collaboratori.

Mi direte a questo punto che prendersela con questo articolo è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Vero, ma mi è parso interessante andare un po’ nei dettagli per due ragioni. Il primo è che difficilmente si può trovare un’illustrazione così evidente dell’ “effetto Cenerentola”, ovvero il fatto che uno crede veramente in qualcosa e trova il modo di autoconvincersi che sia vero. Il secondo è che è anche un’illustrazione della faciloneria e dell’incompetenza che regnano nel campo della cosiddetta “fusione fredda.” Da quello che ho potuto leggere, il lavoro di Cirillo e Iorio non è mai stato seriamente criticato dai vari sostenitori della fusione fredda – anzi viene spesso considerato come una prova della bontà del concetto (vedi per esempio questo link).

Del resto, il lavoro di Cirillo non è nemmeno poi tanto peggiore di altri in questo campo, a partire dai capostipiti di questa idea che sono stati Mizuno, Ohmori e altri che in un articolo del 1997 avevano sostenuto di aver osservato trasmutazioni nucleari di bassa energia in una cella a plasma. Il lavoro di Mizuno e degli altri era un po’ più professionale di quello di Cirillo e dei suoi, ma anche loro hanno fatto un errore madornale. Hanno utilizzato una tecnica di analisi (la spettroscopia di emissione di elettroni secondari, SIMS) senza rendersi conto delle difficoltà nell’uso di questa tecnica per  misurare le composizioni isotopiche degli elementi. Hanno sbagliato tutto, immaginandosi che una semplice impurezza di ferro fosse il risultato di una trasmutazione nucleare. (1)

Gli errori iniziali di Mizuno e Ohmori hanno generato una cascata di errori ancora peggiori – di cui il lavoro di Cirillo è solo un esempio. Un altro discendente degenere in questa linea è l’ “Athanor”, curioso arnese inflitto da un certo prof. Ugo Abundo ai suoi poveri studenti dell’IIS Pirelli di Roma. L’Athanor è basato sulla cella di Mizuno e Ohmori ma sembrerebbe basarsi anche sulla teoria alchemica di Abundo illustrata nel suo Opus Symbolicum che include la notevole la teoria del sophoide.

Dobbiamo poi ricordare nella lista delle (mancate) trasmutazioni nucleari, il caso dell’ E-Cat di Andrea Rossi. La pretesa trasmutazione, qui, era quella del nickel che doveva trasformarsi in rame per cattura di un protone e successivo decadimento. Peccato che l’analisi del campione che Rossi aveva fornito all’università di Uppsala abbia rivelato che la composizione isotopica del rame “trasmutato” era identica a quella del rame naturale (vedi questo articolo di Kjell Aleklett). Questo indica che nessuna reazione nucleare avviene nell’E-Cat, come del resto Rossi stesso ha ammesso  (2).

Finalmente, ricordiamo la storia recente delle trasformazioni cosiddette “piezonucleari” per le quali si sta accumulando evidenza che si tratta semplicemente di un errore sperimentale (vedi G. Ericsson, S. Pomp, H. Sjöstrand, E. Traneus , la critica fatta da A. Spallone, O.M. Calamai e P. Tripodi e anche le critiche alle misurazioni pubblicata da Comoretto e Prevedelli, come pure da Amato e altri).

Insomma, una serie di errori, di interpretazioni sbagliate, di dilettantismo generalizzato: un vero disastro. E poi dovremmo dar retta a questi qui quando ci parlano di “calore anomalo” generato dalle loro celle?  E cosa dire di quando ci raccontano che questo “calore anomalo” è energia gratis che salverà il mondo dai suoi problemi? Eh, no, non ci siamo proprio. Prima perlomeno cercate di capire come funzionano gli strumenti che utilizzate, poi forse potrete anche parlare di rivoluzionare la fisica e salvare il mondo.

In questo momento difficile, farebbe piacere a tutti risolvere il problema dell’energia trovando qualche fata benevola che ci trasforma una zucca in una carrozza. Purtroppo, però, questo non succede nel mondo reale: le zucche rimangono zucche e gli elementi non si trasmutano in altri elementi (perlomeno a basse energie). Dobbiamo smetterla di farci ingannare dall’effetto Cenerentola che ci porta a credere alle promesse di energia gratis. Sono promesse fatte da persone magari in buona fede, nel senso che ci credono loro stessi, ma che sono solo dei dilettanti, incompetenti e pasticcioni. La crisi la possiamo superare soltanto se ci lavoriamo sopra seriamente.

 

__________________________________________

1) Per quanto riguarda la difficoltà insita nell’uso della SIMS per misurare i rapporti isotopici, potete leggervi questo articolo (Maria Betti, Isotope ratio measurements by secondary ion mass spectrometry (SIMS) and glow discharge mass spectrometry (GDMS), International Journal of Mass Spectrometry, Volume 242, Issues 2–3, 1 April 2005, Pages 169-182, ISSN 1387-3806, 10.1016/j.ijms.2004.11.022. A proposito dello studio specifico di Mizuno e Ohmori, ho chiesto il parere del mio collega, Prof Masahiro Kudo dell’università Seikei a Tokyo, esperto di fama mondiale nel SIMS. Lui mi ha confermato che le misure di Mizuno è Ohmori non hanno nessun valore perché sono state fatte con strumentazione inadeguata.

2) Rossi stesso ha dato un’ulteriore colpo alla sua credibilità commentando l’analisi isotopica dei prodotti della sua pretesa reazione nucleare sostenendo che il nickel usato nel suo’apparecchio viene “arricchito” artificialmente in certi isotopi in modo tale da generare una composizione isotopica naturale del rame che si forma. Ora, questa è un’assurdità incredibile. Pensate ai costi e alle difficoltà insite nel cambiare la composizione isotopica di un elemento: è una cosa immensa che richiede, come minimo, avere un reattore nucleare (di quelli veri) a disposizione (come descritto, per esempio, a  questo link). Ma anche ammesso che Rossi abbia un reattore nucleare (vero) o qualche diavoleria equivalente in cantina, come sta che potrebbe arricchire il suo nickel esattamente nelle proporzioni necessarie per poi riformare il rame naturale nell’E-Cat? E poi, come sta che a Uppsala non si sono accorti che il nickel era arricchito isotopicamente? Più effetto Cenerentola di così, è veramente difficile.

 

 

Alla faccia del ministro Passera: 100 GW di fotovoltaico installati nel mondo!

Nonostante il tentativo del governo italiano di stroncare il fotovoltaico, la crescita del numero degli impianti nel resto del mondo continua a ritmi vertiginosi. Secondo i dati (dal recente rapporto dell’EPIA – colori diversi indicano diverse regioni) nel 2011 avevamo circa 70 GW di potenza di picco installati in tutto il mondo. Se questi ritmi sono continuati anche nel 2012, è probabile che abbiamo già raggiunto il valore di 100 GW o, in ogni caso, lo raggiungeremo presto nel corso dell’anno.

E’  impressionante come la crescita continui nonostante tutta la propaganda anti-fotovoltaico e tutti i bastoni fra le ruote messi dai governi e dalle lobby dei fossili. C’è ancora la possibilità di fare qualcosa di buono su questo pianeta per uscire dai guai nei quali ci siamo cacciati. L’energia rinnovabile, di cui il fotovoltaico è una parte importantissima, è la nostra speranza migliore.

 

 

 

 

 

Toh… Riecco la Eolo!

di Ugo Bardi

Vi ricordate la macchina ad aria compressa? Si, proprio quella.. La sua prima apparizione risale al 2001, quando destò molta sensazione e parecchi pre-ordini. Poi, è sparita, è rispuntata, è sparita di nuovo molte volte. Una specie di piccolo fantasma su strada che fa “Buh!” ogni tanto.

Bene, l’ultima apparizione del fantasmino Eolo risale a qualche giorno fa, come riportato su “Repubblica.” Stavolta, l’ectoplasma si presenta in forma ovoidale con un paio di novità: la prima è il sostegno della Tata Motors, ditta automobilistica indiana, la seconda è la presenza di un bruciatore interno che dovrebbe risolvere il problema del congelamento dei tubi quando l’aria compressa immagazzinata si espande.

Delle due novità, quella del bruciatore interno non lo è affatto. Già in almeno una delle molte incarnazioni della Eolo, il bruciatore era presente, salvo poi a dire nella penultima che non ce n’era bisogno e poi ritirarlo fuori oggi. Per quanto riguarda il sostegno della Tata Motors, bisogna vedere quanto è come si materializzerà in pratica. A proposito del concetto di motore ad aria compressa, l’avevo analizzato in un certo dettaglio in un articolo comparso su ASPO-Italia nel 2005. I miei calcoli parlavano di un immagazzinamento di energia nell’aria compressa dell’ordine di 30-40 Wh/Kg in ipotesi estremamente ottimistiche, ma molto probabilmente assai inferiore. Questi sono valori già inferiori a quelli delle batterie al piombo e sono ridicoli rispetto a quelli delle batterie al litio per le quali si parla oggi di valori 10 volte superiori. La comparazione diventa ulteriormente svantaggiosa per il veicolo ad aria compressa se pensiamo che i motori elettrici sono normalmente più efficienti di qualsiasi altro motore meccanico. In sostanza, non è impossibile fare un veicolo ad aria compressa che faccia qualche chilometro a bassa velocità. Il problema è che le sue prestazioni sono inaccettabili per la maggior parte degli usi pratici anche se non è escluso che si possa trovare qualche nicchia molto particolare in cui un veicolo del genere potrebbe trovare applicazione.

Quello che stupisce sempre a proposito di queste cose è come queste “non-notizie”, trovino risonanza sulla stampa e sul web. Deve dipendere dal fatto che questi qui ci sanno fare con la pubblicità virale (il loro slogan, anni fa, era “La macchina ad aria compressa è volata via”) e sono bravi a presentarsi come vittime di un complotto internazionale ordito dalle compagnie petrolifere. Non sono i soli, è una strategia ormai abusata, ma sembra che funzioni sempre.

Insomma, sono 11 anni che ci dicono che la Eolo andrà in produzione l’anno prossimo. C’è anche chi ci crede ma, personalmente, mi sento giustificato se ne dubito fortemente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autocarri elettrici: il fallimento dell’immaginazione

Di Ugo Bardi

Sono di ritorno dal convegno ASPO di Vienna che si è tenuto la settimana scorsa. Interessante convegno sotto molti aspetti ma va anche detto che alcune delle presentazioni erano caratterizzate da un completo fallimento dell’immaginazione. Una di queste era dedicata al trasporto su strada dove l’oratore ha speso qualche tempo a “dimostrare” che un autocarro elettrico è impossibile.

Il conto, secondo lui, è presto fatto. Prendete un camion esistente, immaginate che debba avere la stessa autonomia e caratteristiche di un camion esistente. Dopo di che, potete calcolare che deve avere a bordo circa otto tonnellate di batterie. Impossibile, vero?

Certo, impossibile se uno continua a pensare “all’interno della scatola”. Se non cerchi soluzioni nuove, stai sicuro che non ne troverai mai e se vuoi che tutto rimanga per forza come prima puoi anche fare a meno di tediare gli ascoltatori per venti minuti a un convegno dove si cerca di parlare di innovazione.

Allora, come si risolve il problema dei trasporti in un mondo che avrà sempre meno petrolio? Beh, tutto il sistema va ripensato in vista di nuove forme di energia; principalmente rinnovabili. Nel post che segue, dal blog “Mondo Elettrico“, Massimo De Carlo ci racconta della possibilità dello sviluppo del “filocarro” che non ha certamente bisogno di otto tonnellate di batterie a bordo. Come vi dicevo, basta un po’ di immaginazione per pensare “fuori dalla scatola”

 

Il filocarro della Siemens, ottima iniziativa

di Massimo De Carlo
Lunedì 7 Maggio Siemens ha annunciato il lancio di un suo progetto  ‘eHighway of the Future’ per la realizzazione di un veicolo che noi di MondoElettrico abbiamo più volte segnalato come idea per il trasporto merci del futuro.

Si tratta del ‘filocarro‘.

Il concetto su cui si basa l’ eHighway è rappresentato dall’elettrificazione di un autocarro pesante e dalla messa in posa di corsie autostradali selezionare sulle quali sono sospesi cavi elettrici, bifilari, così come conosciamo per i filobus presenti in molte strade delle città di tutto il mondo. La soluzione eHighway è una soluzione ecologica, sostenibile ed efficiente per il trasporto odierno di prodotti i più vari con i camion contenendo di costi nelle infrastrutture e nei veicoli.
La tecnologia diventerà più flessibile adottando vari sistemi di trazioni per gli autocarri sia diesel elettrico, all-electric, con celle a combustibile, con motore termico a metano, scelti e confrontati in una sperimentazione a breve sulle strade della California a Los Angeles and Long Beach.

Mi piacerebbe realizzare un sistema simile con materiale e tecnologia italiana in stabilimenti situati nel territorio italiano, convertendo (ecco la parola magica) mezzi già esistenti, ricordando a chi è in grado di recepire il messaggio che il filocarro è già stato prodotto e utilizzato qui da noi qualche decennio fa in Valtellina.

L’argomento lo abbiamo trattato nei seguenti post:
Il filocarro svedese
Due idee elettriche per l’industria
I filocarri della Valtellina

Sullo stesso argomento:
Camion elettrico/ibrido alimentato come un filobus. Due piani di robustezza
La busvia elettrificata più lunga del mondo

Il congresso solare mondiale del 1961

by Ugo Bardi

L’idea di sfruttare l’energia solare risale, in fin dei conti, ad Archimede di Siracusa. Ma è interessante che la visione moderna dell’energia solare risale a un convegno che si tenne a Roma nel 1961. E’ una storia poco nota e ce la racconta Giorgio Nebbia in questo articolo.

 

La  Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 18 agosto 2011

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Solare, fotovoltaico, rinnovabili, eolico, sono parole oggi comuni, concetti che sdegnano la speranza di liberazione dalla schiavitù del petrolio, dai pericoli dei cambiamenti climatici che provocano un riscaldamento planetario, ma anche oggetto di grossi affari. Molte imprese industriali, ma anche banche, offrono, grazie a incentivi statali, lauti guadagni a chi installa pale eoliche nei propri campi e pannelli solari sul tetto delle case o sui terreni una volta coltivati a vigneti o grano. Ogni tanto ci sono dubbi su questo improvviso amore per tali fonti energetiche; le pale eoliche in certi luoghi imbruttiscono il paesaggio; il basso rendimento di energia, rispetto alla superficie occupata, e la discontinuità dell’elettricità ottenibile dal Sole e dal vento richiedono speciali reti di distribuzione.

La passione solare riguarda soprattutto il Mezzogiorno dove, del resto, è più intensa la radiazione solare e spesso ci sono cieli limpidi e trasparenti e colline ventose. Continuamente si leggono notizie di mirabolanti invenzioni di nuove celle fotovoltaiche anche se attualmente la maggior parte è ancora ferma al silicio, le cui proprietà fotoelettriche sono state perfezionate nei primi anni cinquanta; i motori eolici sono espansioni, su torri alte un centinaio di metri e pale del diametro di diecine di metri, dei più modesti prototipi degli anni trenta. Dal punto di vista dell’innovazione siamo in un vicolo cieco ?

Una importante svolta verso le fonti energetiche rinnovabili si è avuta nel 1953 quando un gruppo di imprenditori dell’Arizona, negli Stati Uniti, uno stato pieno di Sole, ha chiamato a raccolta fisici, ingegneri e chimici per fare il punto sulle conoscenze disponibili nel campo dell’energia solare. Il congresso che si tenne a Phoenix e Tucson nel 1955, diede vita ad un grande fermento di ricerche; l’energia nucleare non sembrava rispondere alle grandi speranze iniziali; carbone e petrolio erano le fonti dominanti; l’energia idroelettrica (l’unica fonte rinnovabile, legata al continuo moto delle acque) era prodotta, ma ancora si scala modesta, in molti paesi, fra cui l’Italia. Nella seconda metà degli anni cinquanta del Novecento si ebbero molte innovazioni dovute anche a studiosi italiani, fra cui un gruppo nell’Università di Bari impegnato per la produzione di acqua dolce dal mare con l’energia solare.

Questo fermento indusse le Nazioni Unite a convocare a Roma, nell’agosto 1961, esattamente cinquant’anni fa, una grande “Conferenza sulle nuove fonti di energia”. Col termine “nuove” si intendevano l’energia solare, del vento e la geotermia, quelle che oggi, oltre all’energia idroelettrica, sono le vere fonti energetiche rinnovabili, tutte derivanti dall’inesauribile forza del Sole o, per la geotermia, dall’inesauribile calore del ventre della Terra. Alla conferenza di Roma portarono il loro contributo studiosi sovietici che da anni avevano dei laboratori solari e utilizzavano l’energia del vento soprattutto nelle zone agricole isolate, studiosi israeliani, indiani, africani, sud americani, e naturalmente europei. La conferenza durò due settimane e le relazioni sono contenute in sette grossi volumi (oggi difficili da trovare), e meriterebbero di essere rilette perché misero in evidenza speranze e contraddizioni che si sono trascinate fino ad oggi.

Da una parte molti guardano alle fonti di energia rinnovabili come parziale sostituzione delle fonti fossili con macchine complicate e sofisticate, di delicata gestione e manutenzione, per ottenere soprattutto una parte di quella elettricità che oggi è fornita dalle centrali a carbone o a gas naturale. Così vengono proposte grandi centrali fotovoltaiche da installare nei deserti, centinaia di ettari di specchi esposti al vento e alla polvere, motori eolici grandi come cattedrali da costruire in luoghi spessi impervi, magari nel mare, alla ricerca di venti abbastanza costanti. Gli studi presentati a Roma già mezzo secolo fa indicavano invece che il vero grande campo di utilizzazione, o, se volete, “mercato”, delle “nuove” energie è costituito dalla possibilità di risolvere i problemi fondamentali dei miliardi di abitanti dei paesi oggi arretrati, sparsi nelle zone isolate, in Africa e Asia, lungo le coste degli oceani, per il cui reale sviluppo umano, prima che economico, davvero le fonti rinnovabili possono dare un contributo essenziale.

A questo fine occorre pensare alla progettazione di dispositivi semplici, comprensibili da chi li usa e li deve far funzionare, duraturi, facilmente riparabili, costruibili con i materiali disponibili sul posto. Per esempio dei semplici forni solari, con specchi realizzati con fogli di alluminio, possono essere utilizzati per la cottura degli alimenti in villaggi in cui l’unica fonte di energia è ancora oggi lo sterco essiccato. Semplici impianti solari possono assicurare l’essiccazione dei raccolti agricoli in luoghi in cui sono impossibili altri sistemi di conservazione degli alimenti; piccoli impianti fotovoltaici possono alimentare radio o telefoni o fornire l’elettricità per azionare frigoriferi in cui conservare medicinali; distillatori di acqua marina col calore solare possono fornire piccole ma essenziali quantità di acqua potabile.

Quei pannelli solari che da noi vengono venduti per scaldare l’acqua delle piscine, nei paesi poveri potrebbero essere utilizzati per azionare delle semplici pompe per sollevare l’acqua dai pozzi. Da noi si parla di costruire centrali termoelettriche alimentate con “biomassa” costituita da olio di palma o oli vegetali importati dai paesi poveri, i quali così diventano più poveri e distruggono la loro agricoltura e l’ambiente per fornire ai paesi ricchi sostituti dei combustibili fossili. Invece la biomassa costituita da residui agricoli e forestali, disponibili in tanti villaggi, potrebbe essere utilizzata, in modo più efficiente e meno inquinante, con perfezionamenti delle stufe costruite negli stessi paesi arretrati utilizzando rottami metallici o vecchi fusti abbandonati. E’ il campo di lavoro delle “tecnologie intermedie” o “appropriate”, che propongono soluzioni “semplici” ma tecnicamente efficaci per risolvere i problemi locali dei singoli paesi.

Fra le “nuove” fonti di energia le Nazioni Unite a Roma insistettero per inserire quella geotermica, con una visita a Larderello, in Toscana, che era all’avanguardia nella produzione di elettricità dal vapore geotermico. Dalle fonti energetiche rinnovabili dipenderà sempre più il futuro, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri; per un vero progresso in questo campo forse non sarà male anche andare a riscoprire vecchie invenzioni dimenticate e magari sepolte negli atti delle conferenze di mezzo secolo fa. Forse la salvezza può venire da ricerche di “storia dell’energia solare” e delle fonti rinnovabili, di cui ci ben pochi si occupano.

Qualche informazione forse ancora utile si può trovare nella ristampa, con nuova introduzione, del libro: Guglielmo Righini e Giorgio Nebbia, “L’energia solare e le sue applicazioni”, Edizioni Savine, 64010 Zona Industriale Ancarano (TE), 2010 http://www.edizionisavine.it/generi-vari.html

La burocrazia contro il fotovoltaico

di Ugo Bardi

In un post di qualche anno fa, mi lamentavo per la burocrazia eccessiva per mettere un impianto fotovoltaico sopra casa mia (quello che vedete qui sopra).  Bene, nella mia testolina mi immaginavo che, forse, col tempo le varie pastoie burocratiche sarebbero state eliminate o perlomeno ridotte. Ahimé, è successo esattamente il contrario. Non so dire se sia per una volontà precisa di affossare l’energia fotovoltaica, oppure se sia semplicemente perché la burocrazia è come l’entropia; aumenta sempre. In ogni caso, ti stanno facendo le cose sempre più difficili, come si può leggere nell’articolo che segue da “qualenergia.it

 

Il fotovoltaico e la corsa a ostacoli della burocrazia

La semplificazione burocratica e le rinnovabili sono lontani anni luce. Un racconto tecnico, e ai limiti del paradossale, di un tortuoso viaggio burocratico di un cittadino che decide di realizzare un piccolo impianto fotovoltaico da 3 kWp su tetto. L’articolo è a cura del Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative.
15 maggio 2012

Il faticoso percorso burocratico per la realizzazione di un piccolo impianto fotovoltaico è la dimostrazione di come in Italia burocrazia e rinnovabili siano ormai un binomio indissolubile. Nonostante la montagna di documenti da produrre e iter defatiganti oggi nel nostro Paese ci sono quasi 350mila impianti fotovoltaici. Come si è riusciti ad arrivare a questi risultati? Leggete fino in fondo questo interessante, utile e paradossale viaggio nella burocrazia e forse lo capirete.

Il signor Rossi decide di installare 3 kWp sul tetto della propria abitazione. Deve presentare il titolo abilitativo. E allora si inizi il viaggio con le autorizzazioni comunali.

Ogni Comune ha una propria regola e ovviamente una propria modulistica; oneri amministrativi diversi per non meglio precisati diritti di segreteria, diverse tempistiche e modalità di richiesta e di rilascio.

C’è spesso una notevole confusione nell’interpretare le linee guida nazionali sulle fonti rinnovabili e sul tipo di autorizzazione/abilitazione effettivamente idonea al tipo di impianto e di installazione da effettuare. Per esempio la CIL (Comunicazione Edilizia Libera) e titolo abilitativo “tipo” per una piccola installazione a uso domestico e che per legge dovrebbe potere essere presentata “anche per via telematica” (se solo i Comuni fossero TUTTI muniti di Pec che, sempre per legge, dovrebbero avere…) viene spesso complicata da esosissime richieste di documentazioni di ogni genere. Trattandosi di una “comunicazione che non richiede risposta” non si capiscono l’esigenza e la logica della presentazione di tali aggravi documentali.

Nel link “Rinnova” reperibile sul sito del GSE sono facilmente rintracciabili le vari tipologie di titoli autorizzativi/abilitativi necessari all’installazione di ogni tipologia di impianto. Perché i Comuni non vengono indirizzati al sito del GSE per la consultazione?

Se ci addentriamo nei meandri di tipologie di impianti leggermente più complicati, ci imbattiamo in una serie di Autorizzazioni più o meno originali che spaziano dalla SCIA (Segnalazione Certificata Inizio attività) alla PAS (Procedura Abilitativa Semplificata) alla DIA (Dichiarazione Inizio Attività). Veramente un percorso complicato e di difficile gestione da parte sia dei Comuni che dei tecnici che, troppo spesso, si ritrovano a perdere ore e ore nel drammatico tentativo di interpretare le logiche distorte di tecnici comunali che, persi nella non chiarezza delle direttive … interpretano a proprio modo.

Nel caso di vincoli di qualsiasi genere la situazione si complica oltremodo e occorre presentare ulteriore documentazione alle Sovrintendenze che impiegano tempi lunghissimi per esprimere il proprio parere. Spesso sfavorevole o con originali richieste.

Ma torniamo al Signor Rossi. Il suo tecnico è stato bravo e ha quindi presentato tutte le documentazioni e può quindi passare allo step successivo.

Il Comune che ha accettato la presentazione della CIL dovrà ora rilasciare un documento nel quale attesti che essa è “titolo idoneo” all’installazione dell’impianto. Un vero controsenso nel caso di edilizia libera, ma anche in tutti gli altri casi. Tra l’altro i Comuni hanno deciso di fare pagare il rilascio di questo documento attribuendone i costi all’apertura di una relativa istruttoria che in realtà non ha ragione alcuna di venire aperta. Crediamo che ogni commento in proposito sia assolutamente superfluo.

Questo rende impossibile per un comune cittadino districarsi da solo in questa selva oscura di carte, bolli e incertezze ed è quindi costretto a rivolgersi a un tecnico specializzato e molto agguerrito e da solo, questo, potrebbe essere sufficiente a demoralizzare buona parte dei  clienti e degli stessi tecnici.

Ma andiamo avanti. Superato il primo scoglio delle abilitazioni/autorizzazioni ci troviamo a fronteggiare il gestore di rete (spesso ENEL Distribuzione SPA, ma non sempre).

ENEL/Ente gestore della rete. La procedura ENEL/gestore di rete è composta di tre passaggi:

1) richiesta di preventivo (mediamente 4 documenti) si invia mediante posta elettronica certificata / portale Enel / raccomandata e serve per ottenere un semplice sopralluogo (che spesso non viene neppure fatto soprattutto quando la potenza dell’impianto è inferiore alla potenza già disponibile del cliente). Ovviamente questa richiesta si paga e molto: per i nostri 3 kWp sono 121 € iva compresa.

2) A seguito del sopralluogo (o non sopralluogo) viene rilasciata la TICA ovvero il preventivo di connessione vero e proprio che deve essere accettato dal cliente pagando ovviamente il corrispettivo relativo (altri 121 € ) .

Possiamo ora installare l’impianto FV da 3 kWp del nostro eroe. Ma per farlo funzionare il nostro gestore di rete dovrà allacciarlo.

3) Installato e allacciato, ora l’impianto è funzionante. Siamo a posto? Nemmeno per sogno. Dobbiamo tenerlo staccato perché ancora è necessario inviare un’altra decina di documenti al gestore di rete affiché venga a montare i gruppi di misura (i contatori) e ci rilasci l’agognato verbale di allaccio.

Tra i passaggi 2 e 3, intercorre una registrazione sul portale Terna (gestore della rete di trasmissione nazionale) da fare esclusivamente on-line. Le eventuali richieste di integrazione dell’ente distributore per i motivi più svariati e a volte fantasiosi sono dissimili tra Ente ed Ente in quanto ovviamente ogni distributore ha una propria modulistica e abitudini, anche semplicemente per interfacciarsi. E questo nonostante l’Autorità per l’energia abbia cercato di mettere inutilmente un po’ di ordine.

Questi passaggi necessitano da un minimo di 60 giorni circa per utenze domestiche sino a uno-due anni per grandi impianti localizzati in zone sfortunate.

Adesso che il nostro impianto funziona, e lo fa in modo egregio, resta da vincere la sfida dell’incentivo. Vediamo cosa dobbiamo fare con l’ente preposto, cioè il GSE.

Gestore dei servizi energetici. Con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) si raggiunge la vetta della burocratizzazione del sistema. Procediamo alla registrazione sul portale GSE ed entro 15 giorni (solari, e ci mancherebbe altro) si deve caricare (assolutamente in PDF):

  1. richiesta di concessione delle tariffe incentivanti
  2. certificato antimafia
  3. dichiarazione sostituiva dell’atto di notorietà
  4. scheda tecnica dell’impianto
  5. schemi elettrici di sistema
  6. elaborati grafici di dettaglio
  7. cinque fotografie (ben fatte e da diverse angolazioni)
  8. elenco delle matricole dei moduli
  9. elenco delle matricole degli inverter
  10. dichiarazione di proprietà dell’immobile
  11. autorizzazione alla costruzione dell’impianto
  12. dichiarazione di idoneità del titolo autorizzativo
  13. comunicazione del POD
  14. verbali di istallazione dei contatori
  15. certificato Censimp rilasciato da TERNA
  16. certificati di ispezione di fabbrica per prodotti UE
  17. fatture di acquisto
  18. documento di identità del richiedente

Tutto ciò per un impianto fotovoltaico da 3 kWp!

In tutto questo le autocertificazioni, pur previste per legge come strumento di semplificazione, sono considerate prive di ogni validità, così come rimane lettera morta il divieto da parte di un ente pubblico di richiedere documenti già in possesso di un’altra amministrazione.

Ora, armati di pazienza, dobbiamo aspettare l’esito da parte del GSE. E questo sarebbe un lungo capitolo da affrontare in separata sede.

Il filo diretto con il GSE dura poi 20 anni non solo per la ricezione degli incentivi, ma anche per i rapporti di qualsiasi altra natura e non sempre risultano essere, come chi opera nel settore ben sa, assolutamente agevoli.

Se poi avessimo osato fare un impianto più grande, per esempio da 6,1 kWp, avremmo dovuto aggiungere altri documenti e se fosse stato da più di 20 kWp allora saremmo entrati nel girone dei dannati dell’UTF e delle Officine Elettriche (agenzia delle dogane) con tarature dei contatori e registri quotidiani da compilare copiando per benino (a mano su di un registro timbrato ) i dati dei contatori, pagamento dei diritti di licenza annuale, e pagamenti di addizionali sulle accise per tutta l’energia autoconsumata.

Poi per gli impianti in sola vendita o di potenza rilevante sopra i 20 kWp una volta all’anno saremmo costretti a compilare il cosiddetto “Fuel Mix” che altro non è che una comunicazione di produzione e/o per la comunicazione di “consumo” che altro non è che la trasmissione delle produzioni e consumi fatti alle Dogane (altro ente con cui si instaura un rapporto a vita, solo per impianti sopra i 20 kWp).

Conclusioni

Il nostro eroe ha ora il suo impianto fotovoltaico e ha avuto la fortuna di avere dei tecnici che sapevano cosa fare e che si sono fatti in quattro per rispettare tempi e leggi. A chi sostiene che la burocrazia è necessaria e serve per evitare “furbate“ vorremo domandare se dopo aver letto quanto riportato continui a ritenere che un Paese possa sostenere tanta inutilità per fare un prodotto di pubblica utilità come un impianto di produzione energetica alimentato da fonti rinnovabili.

E se facessimo lo “spread” reale tra Italia e Germania sulla burocrazia potremmo vedere che in Italia servono (mal contati) circa 40 documenti diversi per un impianto da 3 kWp, mentre in Germania sono di fatto 2 (avete letto bene 2). Per non parlare del contenimento dei costi.

E per controbattere alla tesi di chi asserisce che se la burocrazia fosse effettivamente troppo onerosa e di difficile attuazione non si sarebbero installati così tanti impianti e così tanta potenza, la risposta è che solo con l’incredibile determinazione, la costanza e la capacità di tecnici e di aziende riunitisi in gruppi nati sul web a margine di uno stato di necessità si è stati in grado di far fronte alle mutevoli e repentine variazioni legislative e normative (a volte anche in corso d’opera). Si è creata una rete di collaborazione e di supporto quotidiani a titolo assolutamente gratuito e volontario stravolgendo le normali regole di concorrenza a favore di una solidarietà mai vista prima d’ora.

Le proposte di semplificazione sono state fatte a più riprese in tutte le sedi, ma a oggi anche per il futuro quinto conto energia paiono rimanere lettera morta (anzi con il registro si ottiene un’ulteriore devastante complicazione), ma si sente soprattutto la mancanza di un coordinamento generale o ancor peggio si percepisce la netta volontà di frenare questo settore con innumerevoli ostacoli che rallentano la corsa ma che alla lunga uccidono il corridore.

Gruppo MSA, Movimento per lo Sviluppo Energie Alternative (tecnici e installatori del settore delle rinnovabili)

15 maggio 2012