dicembre 14th, 2011 — Notizie
di Domenico Coiante – 12/12/ 2011
Molti di noi hanno un rapporto difficile con le lampade a basso consumo. Se è vero che consumano meno energia a parità di luminosità, è anche vero che sono criticabili per tante ragioni, incluso l’uso del mercurio per quelle fluorescenti, con tutti i problemi del caso. Ecco qui un’impressione di Domenico Coiante sulla faccenda.
Il mio rapporto con le lampade a basso consumo
Di Domenico Coiante
Le lampade a basso consumo, per intenderci, quelle cosiddette fluorescenti, non mi piacciono.
Pur ammettendo che esse, in alcuni casi e soprattutto sotto il profilo economico, possono essere considerate utili, tuttavia in generale non riesco a farmele piacere. Non starò qui ad elencare tutti i motivi di questo giudizio, che risale a circa 20 anni fa, quando comparvero sul mercato le prime lampade Philips (SL18), espressamente dedicate alla sostituzione delle lampadine domestiche. Non dirò della delusione, allora provata, per la loro sperimentazione e la constatazione della scarsa qualità d’illuminazione da parte della luce giallognola emessa, che mi portò subito a confinarle esclusivamente ai lampioncini del giardino e dell’androne di casa.
Pensavo di aver definitivamente chiuso l’argomento e ho vissuto sereno fino ad oggi illuminando la mia casa con le confortevoli lampade ad incandescenza, che avevo visto nella mia infanzia sostituire i lumi a petrolio e le candele nella casa dei miei nonni, in campagna dove sono nato. Purtroppo, l’evento che racconterò qui sotto, mi ha costretto ad affrontare di nuovo questo tema, che per me continua ad essere spiacevole.
Dopo il periodo previsto di onorato servizio, una delle lampadine classiche opalescenti ad incandescenza da 40 W delle appliques dell’ingresso, che immette nella sala da pranzo della mia abitazione, ha tirato le cuoia.
Come da normale routine, l’ho svitata e sono andato a cercarne un’altra nel cassetto dei ricambi. Qui ho scoperto di non averne più alcuna. “Nessun problema”, mi sono detto, “ di questo basso wattaggio dovrebbero essere ancora in commercio fino al 2014”.
Mi sono recato dal mio solito fornitore di materiali elettrici, uno dei più grossi magazzini a livello europeo (di origine francese), uno di quelli in cui trovi tutto, dall’ago ai trattori agricoli. Mi dirigo al reparto lampadine e lo trovo tappezzato completamente di lampade a basso consumo di tutte le potenze e le forme. Ma niente lampade ad incandescenza, nemmeno quelle di piccola potenza, che dovrebbero essere ancora in commercio. Alla mia domanda, il commesso mi risponde che a loro non conviene più tenere negli scaffali le lampadine a incandescenza e che ormai bisogna adeguarsi alle nuove regole, sostituendole tutte con quelle a basso consumo. E qui inizia a recitare la tiritera solita della lunga durata, della grande efficienza, del risparmio conseguibile, ecc. ecc.
A questo punto ho ceduto. Sotto la guida del commesso, mi sono fatto indicare la lampada sostitutiva di quella da 40 W. Ce n’erano due tipi, entrambi da 9 W equivalenti a 39 W, con ben 400 lumen: una aveva una temperatura di colore di 2700 °K e l’altra 6400 °K. La loro forma era compatibile con l’ingombro delle appliques ed il costo era per entrambe di 7,9 euro/cd, contro 1,7 euro/cd di quelle a incandescenza, come ho appurato in seguito.
Ricordando che la temperatura di colore del sole è circa 6000 °K, la scelta è andata subito su questo tipo, pensando di portarmi la luce solare in casa. Prudentemente, però, ho acquistato solo 4 lampade, quelle strettamente necessarie per le due appliques dell’ingresso. Ho pensato di rinviare la sostituzione totale delle altre 15, che fanno parte dei vari lampadari della casa, a dopo la prova sul campo. Per ulteriore prudenza ho acquistato anche una lampada da 2700 °K per provarne la qualità della luce.
Le lampade negli scaffali sono tutte della stessa fabbrica e coprono tutta la gamma delle esigenze di lumen e di potenza, con forme varie, spesso di grande fantasia: a tubo singolo e doppio, dritto o ripiegato, a spirale piana o allungata, a bulbo sferico o ellissoidale, ecc. Ciascuna confezione mostra la marca Lexman e in bella vista il marchio della CE. Tuttavia, qualche dubbio mi è sorto quando ho visto, scritto in piccolo, “made in PRC”, cioè Repubblica Popolare Cinese. Ho, comunque, tirato avanti, dandomi del prevenuto e sentendomi in colpa, come uno che ancora pensa ai prodotti cinesi come a possibili fregature.
Arrivato a casa e montate le 4 lampade, prima di accenderle, ho chiamato mia moglie per avere la sua approvazione. Attesi i 30 secondi (che poi diventano circa un minuto) per il riscaldamento, ci siamo guardati intorno. Effettivamente la luce è bianca e intensa, ma glaciale, da sala d’attesa della stazione ferroviaria. Siamo rimasti un po’ perplessi, ma il “picco” del nostro disappunto è avvenuto quando ci siamo guardati in faccia. Alla nostra età, certo non abbiamo il colorito dei fanciulli, ma nemmeno quello pallido, tendente al verde, delle persone malate, che vedevamo sui nostri volti.
Mentre discutevamo animatamente sul da farsi, abbiamo cominciato a sentire un odore sgradevole di plastica bruciata, che diveniva sempre più forte. Spente le luci e svitata una lampadina (che per essere a basso consumo mi sembrava scottasse un po’ troppo), ho potuto annusare la base del bulbo vetroso ed ho constatato come la puzza venisse da lì. Alla vista, questo zoccolo di base di colore bianco mi era parso di ceramica. Invece si tratta di un’imitazione della ceramica fatto con una plastica molto dura, ma sempre plastica, che sotto l’azione del calore emette puzza. Naturalmente ho verificato che ciò accade per tutte le lampade, anche per quella campione da 2700 °K, che, pur emettendo una luce più gradevole, ho dovuto scartare per il colore giallo arancione da scarsa visibilità.
Il giorno dopo, nell’intento di trovare le lampadine a incandescenza, ho visitato diversi supermercati in zona e tutti avevano solo lampade a basso consumo, anche di altre marche, ma sempre “made in PCR”.
Alla fine, presso un negozio di forniture elettriche professionali, ho trovato le lampade ad incandescenza da 40 W, come quelle che ho in casa, con la sola differenza che il bulbo è di vetro trasparente, non opalescente. La marca è Sylvania, sono costruite in Ungheria ed il costo è di 1,7 euro/cd per una durata di 2000 ore. Pur avendo interrotto la produzione delle lampadine opalescenti, la Sylvania continuerà la produzione delle altre fino al 2014. Pazienza, ripiegherò su questa soluzione.
Risultato dell’operazione: spesi 39,5 euro per cinque lampade da 9 W a basso consumo da tenere in un cassetto perché inutilizzabili in casa, contro 8,5 euro per 5 lampadine ad incandescenza da 40 W che dureranno 2000 ore. Ho fatto veramente un bel risparmio!
Continuo a pensare che tutta l’operazione “lampade a basso consumo” sia un’operazione di imposizione commerciale voluta da qualche potente lobby alla faccia della libertà di scelta dei consumatori. Infatti, se le lampade a basso consumo sono così vantaggiose, perché imporre le scadenze alla vendita di quelle a incandescenza, senza lasciare che liberamente il mercato faccia la selezione dei prodotti migliori (valutando tutti i punti di vista incluso quello della gradevolezza della luce)?
Nel momento in cui ci si riempie la bocca della parola “liberalizzazione” su tutti i fronti, si impone la decisione statale di proibire la vendita, e quindi di ostacolare la produzione, di un oggetto di grandissima diffusione sul mercato. E la giustificazione del risparmio energetico conseguibile appare di poco conto, qualora, come si dovrebbe, si comparasse questo risparmio agli sprechi enormi, tollerati (e qualche volta incentivati) nel settore energivoro e inquinante degli autotrasporti.
Qui, nessuno osa imporre alcun limite, anzi si è arrivati al punto di considerare un grande risultato strategico il fatto che la FIAT imposti il futuro piano industriale per gli stabilimenti di Torino sulla produzione dei SUV!
Non vi pare che ci sia qualche contraddizione?
dicembre 10th, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi
Succede abbastanza spesso di sentirsi dire che il fotovoltaico di oggi è ancora troppo inefficiente per valer la pena di installarlo. Questa è una corrente di pensiero che vuole che i fondi disponibili siano meglio impiegati in ricerca e sviluppo, piuttosto che come sussidi alla produzione di energia. La questione è indubbiamente complessa, ma i dati qui sopra, da un recente articolo di Domenico Coiante, indicano che il fotovoltaico attuale al silicio, con efficienze commerciali che si avvicinano al 20%, è già molto vicino a quella “soglia” minima necessaria per essere competitivo di fronte ai combustibili fossili che, invece, si stanno gradualmente rendendo sempre più costosi. In sostanza, sembrerebbe che non dobbiamo fare l’errore di rinunciare al bene per cercare il meglio. Vale certamente la pena di continuare a lavorare su un fotovoltaico sempre più efficiente, ma dobbiamo anche continuare a installarlo – ne avremo molto bisogno nel prossimo futuro.
L’articolo di Coiante da cui è preso il grafico più sopra è intitolato, “Fotovoltaico di terza generazione” e lo trovate sul sito di ASPO Italia. E’ una trattazione abbastanza approfondita delle frontiere del fotovoltaico ma, come al solito, Coiante riesce a rendere leggibili e comprensibili queste cose anche per chi non è un esperto di meccanica quantistica. L’impressione che si ha leggendo l’articolo è che ci siano ancora ampie aree da esplorare nel campo del fotovoltaico ma che, nel complesso, quello che si guadagna in termini di efficienza si perde in termini di complessità e costo. Ci stiamo lavorando sopra, ma non aspettiamoci miracoli a breve scadenza.
dicembre 4th, 2011 — Notizie
Di Giorgio Nebbia

Frederick Soddy (1877-1956) si guadagnò il premio Nobel per il suo lavoro sulle radiazioni atomiche e sugli isotopi. Più tardi, cercò di introdurre le leggi della fisica nell’economia, ma gli economisti lo trattarono da pazzoide e lo ignorarono.
La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 29 novembre 2011
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Tecnocrazia è parolaccia ? La nascita di un governo di tecnici in Italia ha fatto risorgere una antica parola, tecnocrazia, per lo più con significato negativo, secondo l’idea che soltanto i parlamentari eletti dal popolo sono in grado di operare e fare leggi perché solo loro conoscono quanto è utile ai loro elettori. In genere oggi i governi “tecnici” sono costituiti da persone non elette dal popolo, per lo più economisti, esperti di finanza, giuristi, sociologi, eccetera, riconosciuti per la loro competenza professionale e indipendenza amministrativa, capaci di prendere decisioni rigorose anche se sgradevoli proprio per il fatto di non dover rispondere agli elettori o a gruppi di elettori o a gruppi di interessi che possono influire sulla loro rielezione.
In realtà la parola tecnocrazia ha una lunga interessante storia che si intreccia anche con i movimenti ambientalisti e che immagina un governo di ingegneri, fisici e chimici, gente abituata a fare i conti con grandezze fisiche, chili di materia e chilowattore di energia, piuttosto che con i soldi. Sulla base di queste grandezze fisiche, ben definibili e misurabili, avrebbe dovuto essere misurato e giudicato il ”valore” e l’utilità delle merci e della produzione di beni e servizi. Già nel 1905 lo scrittore H.G. Wells (1877-1956) aveva suggerito la misura del valore dei beni sulla base non dei soldi, ma della quantità di lavoro e di energia che è richiesta per ottenerli.
L’idea fu ripresa negli anni venti del secolo scorso da vari personaggi, come l’economista eterodosso americano Thornstein Veblen (1857-1929), il grande fisico inglese, premio Nobel, Frederick Soddy (1877-1956), passato dagli isotopi ai problemi sociali, e il bolscevico eretico Aleksandr Bogdanovic (1873-1928). L’idea di un governo dei tecnici, “degli ingegneri”, fu sposata nel 1932 negli Stati Uniti da un curioso personaggio che si chiamava Howard Scott (1890-1970). Erano gli anni della grande crisi economica, cominciata con il crollo della borsa di New York del 1929, e molti ritenevano che l’economia finanziaria, fatta di carta moneta e di azioni di borsa, dovesse essere sostituita, proprio come sta facendo in questi giorni il movimento OWS, “Occupate Wall Street”, la zona delle banche di New York.
Scott lanciò un movimento chiamato, appunto, “tecnocrazia”, il governo dei tecnici, e tanto per cominciare nel 1933 propose di misurare il valore delle merci sulla base della quantità di beni fisici, naturali, e in particolare sulla base della quantità di energia, impiegati nella loro produzione. Scott suggerì che lo stato avrebbe dovuto assegnare a ciascun cittadino dei “certificati energetici”, uguali per tutti i cittadini, una specie di autorizzazione ad acquistare le merci che volevano sulla base del loro “prezzo energetico”, fissato con un criterio unico. E’ evidente che in questo modo i cittadini sarebbero stati indotti a spendere i propri “certificati” per acquistare le merci che erano state prodotte con minore consumo di energia e quindi con tecniche più innovative; quando uno avesse usato tutti i suoi certificati energetici ne avrebbe potuto acquistare altri da chi aveva risparmiato nei suoi acquisti. Il tutto avrebbe portato una diminuzione dei consumi energetici di ciascun paese, con minore inquinamento e minore sfruttamento delle risorse naturali scarse.
A dire la verità l’idea di Scott era abbastanza pasticciata e comunque scatenò delle vivaci polemiche: “Tecnocracy” fu accusata a volta a volta di diffondere idee comuniste o di sostenere uno stato autoritario di tipo fascista. A titolo di curiosità l’idea di commerciare i beni materiali sulla base di un valore espresso dalla quantità di energia richiesta per produrle era già stata espressa nel 1930 da Roberto Salvatori (1873-1940), professore di Merceologia nell’Università di Firenze, che propose una moneta chiamata “energon-merce”, basata sul consumo di energia richiesta per ottenere ciascuna merce o servizio; “vale di più” il prodotto che richiede meno energia nella fabbricazione e nell’uso.
Qualcuno ha ripreso l’idea di assegnare dei “certificati energetici”, cioè un diritto a consumare energia, non più ai singoli individui ma a ciascuno stato, in proporzione al numero degli abitanti e tale che la somma di tutti i certificati fosse uguale al consumo totale mondiale di energia. I paesi che consumano molta energia sarebbero portati da una parte a razionalizzare i propri processi e prodotti, dall’altra ad acquistare una parte dei certificati dei paesi poveri i quali, con i soldi così ottenuti, potrebbero costruire scuole, ospedali, abitazioni, fognature. Utopie ? O forse è utopistico continuare sulla strada che stiamo percorrendo noi con la nostra saggezza?
Giorgio Nebbia
novembre 28th, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi

Proprio pochi giorni fa, mi è successo un’altra volta: a un convegno in cui parlavo di energia solare, qualcuno dall’udienza si è alzato e mi ha chiesto “ma non si esaurirà presto il silicio?” Sembra che la questione dell’esaurimento dei minerali, importantissima per il petrolio e i fossili, sia stata talmente assimilata che la si applica a tutto, preoccupandosi anche dell’esaurimento del silicio per i pannelli solari. Ma è una preoccupazione giustificata? Decisamente non per il silicio. Vediamo di fare un po’ di conti.
In primo luogo, si sa che il silicio è un materiale molto abbondante nella crosta terrestre; anzi; meglio detto, la crosta terrestre è fatta per il 90% di minerali contenenti silicio. Da solo, il silicio rappresenta il 27% della crosta terrestre; è il secondo materiale più abbondante di questa zona, dopo l’ossigeno. Come abbondanza, decisamente promette bene. Ma bisogna stare anche attenti a non farsi illudere dall’apparente abbondanza di elementi che, tuttavia, esistono in forme poco pratiche da utilizzare; è un errore comune che si fa con il petrolio. Per il silicio, non è che per ottenere silicio raffinato si possa spalare terra dentro un forno di riduzione. La materia prima che si usa è qualcosa di molto più specifico: il quarzo, ovvero il biossido di silicio. Esistono al mondo molti giacimenti di sabbie quarzifere ad alto contenuto di silicio che fanno da materia prima per i forni di riduzione dove il biossido di silicio viene trasformato in silicio metallico per reazione con carbone.
Tipicamente, il silicio risultante dalla riduzione delle sabbie quarzifere richiede ulteriore purificazione per essere utilizzato nelle celle solari, ma non entriamo in questo argomento. Il punto è che le sabbie quarzifere di buona qualità esistono in quantità limitate sulla Terra, molto più limitate di quanto non lo siano i silicati in generale. Quindi, in linea di principio, un problema del loro esaurimento ci potrebbe anche essere. Ma quanto grandi sono esattamente le riserve di sabbia quarzifera? Il problema qui è che sembra non ci siano dati disponibili. La USGS, il servizio geologico degli Stati Uniti, dice solo che le riserve di quarzo per fare silicio sono “molto grandi rispetto alla produzione”. Tutto quello che ci dice la USGS, che la produzione mondiale di silicio nel 2010 è stata di circa sette milioni di tonnellate. Contentiamoci di questi dati che abbiamo e vediamo cosa possiamo farne,
La seconda domanda da farci è di quanto silicio abbiamo bisogno per le celle solari. Il dato standard che si trova sul web è che per fare un watt di potenza di una cella solare cristallina, ci vogliono circa 8 grammi di silicio. Questo valore è in continuo miglioramento; inoltre se usiamo celle al silicio amorfo ce ne vuole molto meno perché sono più sottili. Ma rimaniamo col dato attuale. Per prima cosa, sappiamo che nel 2010 si sono prodotti circa 15 GW di celle solari – non tutte basate sul silicio, ma prendiamo questo dato come una prima approssimazione. Per fare le celle che abbiamo prodotto l’anno scorso, in sostanza, ci sono voluti circa 100 Gg (gigagrammi) di silicio, ovvero 100 mila tonnellate. E’ una frazione molto piccola della produzione mondiale di silicio che, in effetti, si usa quasi tutto per scopi metallurgici. Certamente, se non succedono particolari disastri, non ci troveremo a corto di materia prima per le celle solari in tempi brevi. Le preoccupazioni che erano venute fuori qualche anno fa erano a proposito del silicio raffinato “solar grade”, ma non a proposito del silicio in quanto tale. Con nuovi investimenti in nuovi impianti, questa carenza di silicio è ormai una storia passata.
Spostiamo ora l’attenzione al futuro. Ammettiamo di voler produrre la maggior parte dell’energia che produciamo oggi mediante celle solari al silicio. Diciamo che si parla di qualcosa dell’ordine di 10 TW (terawatt) di potenza di celle solari; un valore comparabile con la potenza primaria installata oggi nel mondo. Non coprirebbe tutta l’energia che producono oggi le fonti fossili, ma ci andrebbe nel complesso abbastanza vicino. Per arrivare a questi 1o TW di potenza, ci vorrebbero 80 Tg (teragrammi) di silicio, ovvero 80 milioni di tonnellate. E’ una bella massa di silicio, ma vedete che è compatibile con la produzione attuale – tutto questo silicio lo potremmo produrre in circa 10 anni con gli impianti attuali e, di certo, ci vorrebbero ben più di 10 anni per mettere insieme 10 TW di celle solari. Questi conti, poi, sono anche pessimisti, dato che è probabile che nel futuro il silicio delle celle lo vorremo riciclare. Allora, ce ne occorrerà ancora meno – probabilmente molto di meno.
In sostanza, da questi dati sembra estremamente improbabile che ci troveremo mai in difficoltà per carenza di sabbie quarzifere per scenari ragionevoli di crescita dell’energia fotovoltaica. Ma per chi è proprio tanto pessimista, non possiamo pensare a un futuro veramente molto lontano? Vero che di sabbie quarzifere ne abbiamo in abbondanza, ma sono pur sempre delle risorse limitate. Beh, qui entra in gioco il fatto che la crosta terrestre contiene circa il 27% di silicio, come avevamo detto all’inizio. Se riusciamo a sfruttare il silicio dei silicati, sarà difficile esaurirlo; a meno di non scavare via tutta la crosta terrestre; cosa difficile da fare anche con tutta la buona volontà. Certo, questo silicio non è tutto quarzo che si può ridurre facilmente. Se dovessimo estrarre silicio dai silicati, probabilmente dovremmo usare processi costosi e complessi. Ma anche questo non è un problema dato che il silicio della crosta terrestre si può coltivare. Proprio così, lo si può estrarre dalle piante che, a loro volta, lo estraggono dai silicati. Molte piante, incluso, per esempio, il normale riso, incorporano granuli di ossido di silicio nelle foglie per renderle più dure e meno appetibili dagli erbivori. La “lolla di riso,” ovvero lo scarto, ne contiene fino al 17%. Questo silicio viene già oggi utilizzato nell’industria del cemento e si parla di utilizzarlo per quella del vetro. Sicuramente ne possiamo ottenere anche una materia prima da cui ottenere silicio metallico da raffinare per poi farne celle solari. Un progetto in questo senso risulta essere già in corso in Italia, in provincia di Udine.
Insomma, il silicio non è soltanto un minerale abbondantissimo, ma anche un raro esempio di un elemento inorganico rinnovabile nel senso che lo si può coltivare e ottenere dalle piante. Magari non lo possiamo chiamare proprio “infinito”, ma di certo è l’elemento di cui ci dobbiamo meno preoccupare per l’esaurimento per i secoli a venire (e nemmeno per i millenni a venire). Ma credo che continueranno per un pezzo a farmi sempre la solita domanda alle conferenze.
novembre 22nd, 2011 — Notizie
Post di Giorgio Nebbia

Nell’immagine qui sopra, vediamo lingotti di silicio puro, pronto per essere tagliato a fettine e utilizzato per circuiti elettronici e celle solari. Nel breve post di Giorgio Nebbia che segue, troviamo qualche dato sull’elemento silicio. Sebbene ci siano stati grandi sviluppi in altri tipi di celle, il silicio rimane di gran lunga l’elemento più usato per le celle solari ed è probabile che rimarrà tale ancora per molti anni. Nuovi sviluppi tecnologici nel campo della purificazione per portare il silicio al livello di “solar grade” hanno dissipato le preoccupazioni che erano nate qualche anno fa sulla disponibilità di silicio. Hanno anche ridotto sostanzialmente i costi delle celle, che si stanno avviando rapidamente alla condizione di “grid parity” che le porterà in diretta concorrenza con le fonti fossili.
Dalla sabbia sulla riva dei fiumi alle finissime fettine tagliate per i circuiti elettronici: tutti i passaggi della trasformazione del silicio
di Giorgio Nebbia (da IlB2B.it)
21/11/2011
Non potremmo avere computer, satelliti artificiali e fotocelle solari, telefoni ecc., non esisterebbe quella che molti chiamano “l’età del silicio”, se qualcuno non avesse scoperto la possibilità di estrarre silicio purissimo dalla sabbia, quella che si trova sulla riva dei fiumi o del mare, su cui ci si stende gradevolmente d’estate.
La sabbia è costituita da fini granelli di silicati e principalmente da silice, o biossido di silicio. La strada che porta dalla sabbia ai chip dei computer è difficile, ed è stato possibile percorrerla grazie a molte invenzioni talvolta rivoluzionarie. Il primo passo consiste nel trattamento in forno elettrico della silice con carbone: il silicio così ottenuto è utile per alcune applicazioni tecniche, ma è troppo impuro per usi elettronici. Deve perciò essere trattato con cloro che trasforma il silicio in triclorosilano, una sostanza in cui le quattro ”valenze” del silicio sono “occupate” da tre atomi di cloro e un atomo di idrogeno. Il triclorosilano può essere più facilmente purificato e viene trasformato di nuovo in silicio, questa volta abbastanza puro, per trattamento con idrogeno con eliminazione di acido cloridrico.
Adesso si tratta di trasformare il silicio in barre cilindriche da cui tagliare delle sottili fettine che saranno poi rielaborate nei componenti semiconduttori. Il silicio puro viene fuso entro un crogiolo di quarzo rotante sulla cui superficie viene “appoggiato” un cristallo di silicio purissimo; su tale cristallo si deposita e solidifica il silicio fuso. Lentamente la barretta così formata viene sollevata e aumenta di volume fino a diventare un grosso cilindro: un abile artifizio, inventato nel 1918 dal fisico polacco Jan Czochralski (1885-1953) il cui nome è quasi sconosciuto da noi (che pure gli dovremmo essere ben riconoscenti per la sua invenzione), ma è giustamente onorato in Polonia fra i grandi scienziati di quel paese. Sulle finissime fettine tagliate dalla barra di silicio ultrapuro sono poi stampati i circuiti elettronici.
Con opportune addizioni si possono ottenere fettine di silicio adatto per la costruzione di celle fotovoltaiche, quelle che trasformano direttamente l’energia solare in elettricità, create originariamente, negli anni cinquanta del Novecento, per alimentare i satelliti artificiali e ora usate largamente non solo per applicazioni spaziali, ma anche a terra come fonti di elettricità commerciale derivata dal Sole.
Giorgio Nebbia
novembre 20th, 2011 — Notizie
di Ugo bardi
Esce in questi giorni il mio nuovo libro “La Terra Svuotata“. Un bel po’ di sangue, sudore e lacrime che il libro mi è costato in questa torrida estate. Ora, per fortuna, è finito
Come vi potete immaginare dal titolo, è una storia delle miniere e dei minatori che parte dalle prime miniere di selce di oltre 10.000 anni fa e arriva alla situazione attuale dove la corsa all’estrazione sta svuotando la terra dei tesori minerali che si erano accumulati nel corso di miliardi di anni di attività geologica. Il libro riprende ed espande anche alcuni dei temi del mio primo libro, “La Fine del Petrolio” del 2003. Si parla anche di energia rinnovabile, delle prospettive della sostenibilità in un mondo svuotato delle sue risorse minerali, dell’immancabile “Limiti dello Sviluppo”. Insomma, è un po’ un compendio dell’ “UgoBardiPensiero”.
Per questo libro, devo ringraziare moltissime persone per il loro contributo. In particolare, il titolo mi era costato lunghe elucubrazioni che non mi avevano portato a niente, finché Toufic El Asmar non è venuto fuori con il suggerimento giusto. Ringrazio anche Luca Mercalli per la prefazione come pure tutti i membri di ASPO-Italia.
Di seguito qui, la descrizione sul sito di Editori Riuniti.
[...] Le preoccupazioni sull’esaurimento del petrolio sono all’ordine del giorno, ma sono solo una parte di un problema molto più grande. Quando si esauriranno i minerali? Partendo da questa domanda, Ugo Bardi costruisce un racconto di tutta la storia dell’attività mineraria umana, dall’età della pietra fino al petrolio ai nostri giorni. Abbiamo ancora tante cose da scavare e tanto petrolio da estrarre ma, in tempi non lunghissimi, ci troveremo di fronte al limite della capacità umana di sfruttare il nostro pianeta per le sue risorse minerali. Sarà la “fine del popolo dei minatori” che ci porterà a percorrere strade nuove e sconosciute per tenere in piedi la nostra civiltà. [...]
[...] I cambiamenti causati dall’attività estrattiva umana sono qualcosa che non si era mai verificata con la rapidità attuale in centinaia di milioni di anni di storia planetaria. Questi cambiamenti stanno trasformando la Terra in un pianeta completamente diverso. Non è detto che questo nuovo pianeta che noi stessi stiamo creando non si riveli ostile alla vita umana. Che ci piaccia o no, l’ambiente non è un giocattolo per gli ambientalisti. L’ambiente è quella cosa che ci fa vivere. E noi stiamo giocando con questa cosa che ci fa vivere come se non avesse nessuna importanza. In questo libro troverete una descrizione della situazione petrolifera e di tutte le risorse naturali, minerali e rinnovabili. Ci troverete le ragioni che ci spingono a dipendere così totalmente da risorse insostituibili e non rinnovabili. Ci troverete come la nostra fissazione con il petrolio ci stia conducendo a uno scontro con l’ecosistema causato dall’esaurimento e dall’inquinamento; uno scontro che non possiamo vincere, comunque vada. E, infine, ci troverete qualche nota sul futuro che forse vi potrà essere utile. Come si sa, il futuro non si può prevedere, ma riguardo al futuro si può essere preparati. [...]
(Dall’introduzione dell’autore)
Ugo Bardi, è docente dal 1990 presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze. La sua carriera precedente include periodi di studio e insegnamento presso le università di New York, Marsiglia, Berkeley e Tokyo. Attualmente si occupa di nuove tecnologie energetiche e di politica dell’energia È membro dell’associazione ASPO, un gruppo di scienziati indipendenti che studiano le riserve di petrolio mondiali e il loro esaurimento. Ha pubblicato: La fine del petrolio, Editori Riuniti, 2003; Il libro della Chimera, Edizioni Polistampa Firenze, 2008; con Giovanni Pancani, Storia petrolifera del bel paese, Edizioni Le Balze, 2006; The Limits to Growth Revisited, Springer Briefs in Energy, 2011.
INDICE
9 Prefazione di Luca Mercalli
11 Introduzione
Parte prima. Minerali
19 Il popolo dei minatori
59 Il regalo di Gaia: l’origine dei minerali
83 La macchina mineraria universale: energia ed estrazione
Parte seconda. Energia
113 L’ankus del re: la storia dei combustibili fossili
143 Il genio dell’energia: uranio e l’ultima speranza per la crescita
173 L’oca nella bottiglia: le energie rinnovabili
Parte terza. Sostenibilità
217 Balene e barili: come si esauriscono le risorse
242 L’isola degli angeli: modelli del mondo
267 Il cuculo che non voleva cantare; oltre il collasso
287 Conclusione
novembre 15th, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi

Diceva Giulio Andreotti che a pensar male si fa peccato ma, di solito, ci si azzecca. Credo che siano parole sante. E’ vero che si può anche sbagliare per eccesso di diffidenza, come è capitato a me recentemente a proposito di un servizio TV delle iene. Però, il più delle volte ci si azzecca.
Allora, guardate questo commento che mi è arrivato oggi da uno che si firma”Solaris”
Puzza di falso lontano un miglio, vero? E non solo puzza: è proprio falso! Basta guardare l’IP del commentatore e ci si accorge subito che è lo stesso IP di un tale che si firma “Tito Scanzani” e che impesta da tempo il blog NTE con commenti anti-rinnovabili.
Allora, cosa fa questo signor Tito Scanzani (ammesso che sia il suo vero nome)? Se le canta e se le suona; ovvero manda messaggi pro-rinnovabili per poi rispondere con messaggi anti rinnovabili. Ma cos’è, un eco-troll? Ovvero, si fa l’eco da solo? E non c’è solo lui. E’ di ieri la scoperta su “climalteranti.it” che ci sono commentatori che appaiono con nomi diversi ma lo stesso IP in una sceneggiata che ricorda molto questa di NTE.
E’ notevole l’ingenuità di questi troll che credono che basti cambiare nick e account di posta per auto-moltiplicarsi senza farsi scoprire. Sono veramente dei grandissimi cialtroni. Ma, a parte questo, qual’è lo scopo di questa tattica? Beh, uno scopo possibile è creare confusione e sviare la discussione. Ma io credo che lo scopo vero sia un altro e che abbia a che vedere con il fatto che questi qui sono pagati un tanto a commento (non è cosa che mi invento io, se ne discute nel web in inglese, come ho raccontato qui e qui). Allora, in questo modo imbrogliano il loro datore di lavoro e incassano qualcosina in più facendo polemica con se stessi. Furbacchioni, vero? E pensare che hanno la faccia tosta di offendersi quando li chiami “troll”.
Lo so che su questa interpretazione non ho prove dirette, ma ricordatevi il detto di Andreotti: a pensar male………. Comunque vada, la miglior tattica con i troll è sempre di non dargli da mangiare; ovvero, non rispondere.
novembre 13th, 2011 — Notizie
Dopo che ho pubblicato in “Cassandra Legacy” un post intitolato “La rivoluzione rinnovabile” mi sono sorpreso nello scoprire che molti dei commentatori hanno reagito negativamente, dando per scontato il fatto che le energie rinnovabili, in forma del fotovoltaico o eolico, “hanno una bassa EROEI” e, di conseguenza, non possono esistere senza un supporto da parte dei combustibili fossili. Questo punto di vista ha le sue origini negli anni novanta, quando era un luogo comune affermare che “Un impianto rinnovabile non è in grado di fornire energia sufficiente a ripagare l’energia necessaria per costruire l’impianto”. Cioè, si supponeva che l’EROEI delle rinnovabili fosse inferiore a uno. Possiamo trovare questo concetto, per esempio, nel libro di Howard Odum del 2001 dal titolo “A prosperous way down“.
Forse la “bassa EROEI” delle energie rinnovabili era vera negli anni novanta, ma non è più vera oggi. Ci sono diverse stime recenti delle EROEI per l’energia eolica e per il fotovoltaico, ma nessuno che io sappia dà valori più piccoli di uno e diversi danno valori elevati, per esempio nel range tra 30 e 40 per la nuova generazione di fotovoltaico a film sottile. Con EROEI tali, le rinnovabili sono perfettamente in grado di andare avanti senza il sostegno dei combustibili fossili. Se i combustibili fossili vengono usati per costruire impianti a energia rinnovabile, l’energia investita è restituita più volte, rendendolo un ottimo investimento per le risorse fossili rimanenti che abbiamo.
Ma questo non sembra ancora essere una conoscenza comune, e alcune persone hanno reagito in maniera aggressiva per il mio post in una classica dimostrazione del rifiuto di accettare nuovi dati che sfidano la propria stabilita visione del mondo. Sembra che alcune persone abbiano concluso da tempo che stiamo tornando al Medioevo (o alla gola di Olduvai) e che nulla può (o deve) essere fatto per evitarlo.
Per mantenere il mio ruolo di Cassandra, lasciatemi dire che è perfettamente possibile che ci stiamo muovendo verso un tale destino, ma questo non significa che sia inevitabile o che non dovremmo cercare di fare qualcosa per evitarlo. Vorrei anche dire che il fatto che possiamo avere ora fonti rinnovabili con alte EROEI non significa che siamo in grado di mantenere l’economia in crescita, non significa che possiamo andare in giro in SUV, non significa che siamo in grado di volare alle Hawai’i ogni anno. Significa solo che nella fase calante della curva di Hubbert possiamo mantenere l’energia elettrica in relativa abbondanza. Di conseguenza, siamo in grado di mantenere Internet, il calcolo digitale, le comunicazioni globali, la ricerca scientifica e molte altre cose che potrebbero rendere il futuro sostanzialmente diverse da un ritorno al Medioevo. Ma, se lo vogliamo, dobbiamo investire sulle energie rinnovabili ora.
Detto questo, ho pensato che fosse opportuno riprodurre un altro post molto poco cassandrico che ho pubblicato su questo tema su “The Oil Drum” circa un anno fa. Eccolo qui.
Le rinnovabili fuori dalla bottiglia
C’è un vecchio koan zen che racconta di un cucciolo d’oca posto all’interno di una bottiglia di vetro e cresciuto al suo interno. Quando fu adulto non poteva più passare attraverso il collo della bottiglia. Come possiamo portare l’oca fuori dalla bottiglia senza romperla? E’ il concetto di “satori”, “rivelazione”. E’ qualcosa che ci scrolla e ci smuove dai nostri vecchi punti di vista e ci porta a una nuova visione. Succede quando si vede qualcosa di apparentemente impossibile avverarsi improvvisamente, come l’oca nella bottiglia che improvvisamante compare fuori, libera. Le fonti rinnovabili sono cresciute come all’interno di una bottiglia fino ad ora, una bottiglia fatta di incredulità, burocrazia e finanziamenti non sufficienti. E’ tempo per un piccolo satori nelle energie rinnovabili. Le fonti rinnovabili possono sostenersi da sole con le nuove e più efficienti tecnologie, in particolare la versione a film sottile al tellururo di cadmio che può avere un’EROEI di 40. Con tali EROEI, possiamo cominciare a pensare all’energia rinnovabile come abbondante e a buon mercato.
Qualche anno fa, durante una riunione sull’energia, ho incontrato una signora che si rivelò essere l’assessore all’ambiente di una provincia italiana. Parlando con lei, cominciai a sentire una sorta di dissonanza cognitiva. Stavamo usando le stesse parole: solare, eolica, e simili, ma con significati diversi. Ad un certo punto mi resi conto: era pienamente convinta che le rinnovabili in realtà non producessero energia, che le torri eoliche e gli impianti fotovoltaici fossero bei giocattoli per rendere felici gli ambientalisti, ma che il loro scopo principale fosse quello di creare affari e di trasferire denaro da un luogo ad un altro. Così, vedeva che il suo dovere come assessore all’ambiente era quello di fare in modo che parte del denaro riuscisse ad arrivare al suo governo regionale, in cambio del permesso di costruire gli impianti.
Non posso davvero fare una colpa a questa signora per il modo in cui lei aveva capito la situazione, non dopo aver visto i costosi programmi di “rottamazione” in corso di attuazione in Italia e altrove. Se un governo è disposto a pagare in contanti per distruggere un’auto perfettamente funzionante in nome dell’ambiente, non sarebbe sorprendente se le turbine a vento dovessero rivelarsi poco più che delle lampade di lava truccate. Macchine che continuano a girare, ma non producono nulla.
Questo è un atteggiamento che ho visto spesso nei politici e nel pubblico: le fonti rinnovabili sono bei giocattoli, ma poco più. Quando è il momento di fare sul serio, abbiamo bisogno di qualcosa di reale. Non si può produrre energia senza bruciare qualcosa. Abbiamo bisogno di una ciminiera, da qualche parte, è per questo che abbiamo bisogno di carbone o di petrolio o di gas. Questo spiega un’altra storia che mi è stata raccontata: quella di quel ministro dell’industria a cui fu mostrato un riscaldatore elettrico (circa 1 kW) alimentato da un impianto fotovoltaico da 300 kW e che si rifiutavano di credere a ciò che vedeva. “Dove è il trucco?” continuava a chiedere. Nessuna ciminiera, nessuna energia, apparentemente. Non è possibile alimentare il mondo con pochi quadratini blu esposti al sole o con eliche che girano al vento, ogni tanto.
Anche i promotori delle energie rinnovabili sembrano vedere le energie rinnovabili, nella migliore delle ipotesi, come una fonte marginale. La maggior parte degli ambientalisti sembra pensare che la strada giusta da percorrere sia il risparmio energetico. Quella è la vera fonte di energia non sfruttata che dobbiamo sfruttare. Questa è una opinione rispettabile, ma penso che non tenga conto del reale potenziale delle energie rinnovabili. E quel potenziale è davvero enorme: si pensi alla quantità di luce solare che arriva sulla terra ogni giorno – probabilmente avete sentito dire che è quasi 10.000 volte più grande dell’energia primaria che produciamo oggi (vedi qui). Allora, che cosa ci impedisce di usarla? Una volta che si comincia a pensare alla possibilità, è possibile provare un piccolo satori, un’illuminazione dove si vedono le energie rinnovabili improvvisamente erompere dalla bottiglia. Le fonti rinnovabili sono in grado di fornire tanta energia quanta ne abbiamo bisogno e non devono essere costose. Dopo tutto, la luce del sole e il vento sono gratuiti e c’è abbondanza di entrambi.
Ma anche un satori zen deve essere basato su un po’ di buona fisica quando si tratta di energia. E, quando si parla delle energie rinnovabili, la buona fisica è per lo più contenuta nel concetto di EROEI – energia restituita per energia investita. E’ il rapporto tra l’energia che un impianto è in grado di produrre durante tutta la sua durata e l’energia necessaria per costruirlo, mantenerlo e smontarlo quando la sua vita utile è finita. Una buona fonte di energia deve avere un’EROEI maggiore di uno, ovviamente. Ma questo non basta, deve avere una energia molto più grande di uno se deve fornire quel surplus di cui abbiamo bisogno di mantenere quella che noi chiamiamo “civiltà”.
Ora, se si guarda il grafico di Charles Hall, con un elenco di EROEI per le varie fonti, probabilmente penserete che non c’è molta speranza per le energie rinnovabili. Nel grafico, l’EROEI del fotovoltaico è dato inferiore a 10 e quella dell’eolico sotto i 20. Il grafico è dominato dal palloncino blu “Petrolio, interno, 1930″), che è valutato come avente EROEI = 100. Se la nostra economia è stata costruita dal petrolio e se il petrolio ha un’EROEI è così grande (o, almeno lo aveva a quel tempo), allora non possiamo aspettarci che le rinnovabili possano sostituire petrolio e combustibili fossili. Le energie rinnovabili, a quanto pare, sono una fonte marginale al meglio e sicuramente non ci possono riportare ai bei tempi antichi.
Ma le cose vanno avanti. Il grafico di Charlie Hall è già superato in alcuni punti. L’EROEI delle rinnovabili è in aumento, in realtà sta salendo alle stelle. Rendersi conto di quanto velocemente questo sta accadendo è stato un po’ un satori per me, non più di qualche mese fa. E’ successo quando ho trovato un articolo del 2007 di Raugei, Bargigli e Ulgiati che valutava l’LCA delle diverse tecnologie fotovoltaiche (vedi i riferimenti alla fine). Poi, gli stessi autori hanno pubblicato un altro articolo nel 2009 e in pochi anni il cambiamento è stato notevole. Essi non riportano le EROEI direttamente, ma queste possono essere approssimativamente calcolate dai valori dell’EPBT (tempo di ammortamento dell’energia). Ho discusso i risultati con uno degli autori, Marco Raugei (per inciso, un mio ex studente), e siamo arrivati alla conclusione che, in condizioni favorevoli di illuminazione (1700 kWh /(m2 * anno) e ipotizzando una vita di 30 anni, il silicio policristallino ha un’EROEI di 15, mentre le celle a film sottile in CdTe hanno un’EROEI di 40.
Ora, ditemi se questo non è abbastanza per un buon satori. Un’EROEI di 40? E questo con un sistema allo “stato dell’arte”? Sì, con le celle al tellururo di cadmio che si possono acquistare sul mercato! Posso quasi sentire le obiezioni – che io sono troppo ottimista, che l’EROEI dipende dalle ipotesi iniziali, e cosa dire dell’intermittenza, e non sapete che abbiamo passato il picco del tellurio? E così via. Ma permettetemi di discutere di queste obiezioni in una nota alla fine di questo post. Per il momento, prendiamo questo grande valore dell’EROEI come ipotesi di lavoro e vediamo come ci siamo arrivati e quali sono le prospettive.
Prima di tutto, questa EROEI alta è il risultato di una svolta nelle celle a film sottile. Ci sono molti modi per fare le celle a film sottile: il vantaggio è che la quantità di materiale necessario è molto piccola e che si riduce il costo. Il problema è che in alcuni casi è la produzione delle celle che è costosa, e richiede, per esempio, un processo sotto vuoto. In altri casi, fare la cella può essere a buon mercato, ma è l’efficienza di conversione della luce che è bassa; questo è il caso di molti tipi di celle organiche. La bassa efficienza delle celle aumenta il costo di installazione (chiamato “BOS”, “equilibrio del sistema”), in quanto sono necessarie aree più grandi.
Finora, le celle a film sottile sono state troppo costose o troppo inefficienti (o entrambi). Tuttavia, in questi ultimi anni, le celle al CdTe (tellururo di cadmio) hanno raggiunto efficienze di conversione dell’ordine dell’11% e questo ha portato a un boom commerciale in tutto il mondo. Un passo avanti, anzi, a cui si aggiungono ulteriori vantaggi della tecnologia CdTe: quella di essere meno sensibile delle celle al silicio alle temperature elevate, e quella di essere più efficiente nel catturare la luce diffusa. First Solar, l’azienda che produce celle al tellururo di cadmio, è ora il secondo maggior produttore di celle solari al mondo, con una produzione annua pari a circa 1,2 GW di potenza di picco. Sono stati annunciati piani per il raggiungimento di 1,8 GW entro il 2012.
Quindi, non siamo ancora all’EROEI = 100 del petrolio nel 1930, ma i progressi in questo campo sono stati notevoli. E se gli impianti fotovoltaici basati su CdTe possono avere un’EROEI di 40, cosa ci impedisce di ottenere valori molto più alti, utilizzando la stessa o altre tecnologie a film sottile per il fotovoltaico? E non solo per le celle fotovoltaiche sono possibili nuove scoperte. Non molto tempo fa, ho avuto un altro satori quando ho fatto una rassegna sulla situazione dell’energia eolica ad alta quota (AWE) e in particolare dell’applicazone chiamata Kitegen. Qui, stiamo parlando di prototipi ancora in costruzione, ma le simulazioni sono estremamente promettenti – l’EROEI potrebbe essere oltre 100.
A questi livelli di EROEI, beh, l’oca è davvero fuori dalla bottiglia (e la bottiglia non si è rotta). Naturalmente non possiamo ancora affermare che il problema energetico è risolto. Possiamo avere fonti rinnovabili ad elevata EROEI, ma dobbiamo ancora costruire le infrastrutture necessarie per costruire e distribuire gli impianti, abbiamo bisogno di costruire una “smart grid” in grado di gestire la produzione di energia in modo tale da superare il problema dell’intermittenza , abbiamo bisogno anche di ristrutturare la nostra economia in modo tale da poter utilizzare energia elettrica al posto dei combustibili fossili per cose come i trasporti. Si può fare, ma non è affatto ovvio che si possa fare prima di esaurire le risorse necessarie per farlo, cioè i combustibili fossili. Ma non è impossibile. Si tratta di una possibilità da conquistare, ma è lì.
Nota: Il calcolo dell’EROEI dipende da dove esattamente si prendono i “confini” del sistema e ancora non abbiamo regole su questo punto (si veda questo articolo di Charles Hall). Ma fino a quando mettiamo a confronto diverse tecnologie allora possiamo confrontare le EROEI relative e questo ha un senso se sono state applicate le stesse metodologie; come in questo caso. A proposito di fotovoltaico in generale, so che dobbiamo prendere in considerazione il problema dello stoccaggio, ma questo è molto spesso sopravvalutato e il fotovoltaico non si suppone che sia l’unica tecnologia utilizzata per la produzione di energia. Il fotovoltaico sarebbe inserito in un mix di fonti diverse su grandi aree che si compensino a vicenda. Il concetto di “smart grid”, fornirebbe la necessaria gestione dell’energia prodotta e consumata. Poi, so che il valore di EROEI = 40 si ottiene in base a presupposti piuttosto ottimistici: che l’impianto sia situato in una zona ben irraggiata (per esempio, il Sud Europa o il Nord Africa) e che abbia una durata di 30 anni. Ottimistici, forse, ma anche realistici. È possibile mettere questi impianti in Europa meridionale, in Africa del Nord o nel Sud degli Stati Uniti e la loro vita può essere superiore a 30 anni se sono manutenuti decentemente. Quindi, non stiamo parlando di applicazioni futuristiche – è la realtà. Poi, ci sono altre obiezioni che si possono sollevare sulla tecnologia a CdTe; che ha bisogno di un elemento raro come il tellurio, che il cadmio è tossico e che cosa succede in caso di incendio, ecc. Tutte obiezioni ragionevoli, ma bisogna anche notare che questi problemi implicano che c’è uno stimolo enorme per recuperare e riciclare i materiali utilizzati. Infine, se una tecnologia a film sottile può essere resa commerciale, è ragionevole pensare che ce ne siano altre in grado di raggiungere lo stesso livello.
novembre 12th, 2011 — Notizie
di Ugo Bardi

Il blog “nuove tecnologie energetiche” non è proprio dedicato a smascherare le bufale; tuttavia quando si lavora in campo energetico ci si trova di continuo davanti a bufale di ogni tipo: dark energy, free energy, HHO, e – ultima in ordine di tempo – la teiera atomica di Andrea Rossi. Di fronte a questa invasione di fesserie, bisogna coltivare l’abitudine a non fidarsi di niente e di nessuno e di esaminare con occhio critico ogni cosa che ci arriva dai media e su internet. Così, NTE ha fatto un discreto lavoro di anti-bufala nel passato, per esempio con un post dove si smaschera un fotomontaggio destinato a diffondere la leggenda delle pale eoliche come oggetti sterminatori di uccelli. Ora, a scopo di esercizio, vi propongo una riflessione su un caso dove, seppure non è possibile dimostrare la bufala, si può se non altro avanzare seri dubbi sulla bontà della notizia che ci viene data.
Una recente inchiesta delle Iene ha smascherato un prof imbroglione che si faceva pagare dagli studenti per passare gli esami. Ovvero, lo ha veramente smascherato? Ci sono degli elementi curiosamente sospetti in questa storia.
Più in basso, vi passo una descrizione del servizio delle Iene. In breve, una falsa studentessa si presenta a un prof. con fama di chiedere soldi agli studenti per passare gli esami. Il prof. le chiede 2000 euro per due esami e le da istruzioni dettagliate su come comportarsi per non destare sospetti. Segue poi lo smascheramento da parte della giornalista delle Iene, con il prof. che confessa tutto, chiede scusa e spiega che lui è un prof. a contratto al suo ultimo anno di corso e che lo ha fatto perché era in difficoltà economiche e non sapeva come fare a pagare l’affitto. Il prof. viene ripreso dalla telecamera tutto il tempo, ma sempre con il volto oscurato in modo da renderlo irriconoscibile.
Fin qui, la storia. Ora, esaminiamo alcuni punti curiosi della faccenda.
1. Chi insegna all’università sa benissimo che gli studenti si portano spesso in classe dei registratorini cinesi per registrare le lezioni. E’ possibile che il nostro prof. imbroglione non abbia nemmeno lontanamente pensato che la studentessa poteva avere in tasca uno di questi registratorini? Eppure, le ha chiesto i soldi a voce alta senza neanche provare a dissimulare un po’; non so, scrivendo la cifra su un foglietto invece di dirla a voce alta. Non pensava che se la studentessa lo registrava avrebbe potuto poi facilmente ricattarlo? E se poi il nostro prof. era un criminale abituale, come ci viene detto, possibile che sia sopravvissuto a lungo agendo con tanta ingenuità?
2. Il prof. dice molto chiaramente che questo è il suo ultimo anno di corso. Poi, alla fine dell’intervista, i giornalisti si sentono anche in dovere di specificare che “è stato buttato fuori” dalla sua università e sembra di capire che questo è avvenuto a causa della sua ammissione di colpevolezza. Possibile, certamente, ma notate che questa condizione assicura che sarà impossibile per chiunque rintracciare il prof. in questione. Non ne sapremo mai nome e cognome e non sarà possibile verificare la storia.
3. Se questa cosa è stata risaputa e il prof è stato veramente buttato fuori dalla sua università, non è una cosetta leggera. Il nostro prof. è colpevole del reato di corruzione; si tratta di un reato penale grave. Se l’Università è venuta a sapere di questa storia, è tenuta a fare denuncia; non basta certamente che il consiglio di facoltà non gli rinnovi il contratto. Ma se c’è stata una denuncia del genere, non ce n’è traccia su internet. Per quanto uno possa cercare non trova nessuna evidenza di un professore universitario da qualche parte che sia stato recentemente denunciato per un reato del genere. Strano, perché se ciò fosse avvenuto, la cosa avrebbe sicuramente fatto notizia.
4. E’ curiosa la reazione del prof allo smascheramento: ammette immediatamente la propria colpa, si scusa e dice che non lo farà più. Notate invece la reazione dei nostri politici quando sono accusati di qualcosa. La prima reazione è sempre negare, poi ci sono le contro accuse (E’ un complotto contro di me!); solo quando non c’è più niente da fare, si arriva ad ammettere la propria colpa. La reazione “normale” del nostro prof sarebbe dovuta essere di negare, di arrabbiarsi, di chiedere “Ma lei chi è? Chi l’ha fatta entrare?” Che abbia subito ammesso la sua colpa con tanta mitezza sembra perlomeno strano
Ripeto che non posso dimostrare che è una bufala; tutte le stranezze che ho elencato possono avere una spiegazione logica. D’altra parte, non potendo verificare nulla di questa storia, non possiamo nemmeno escludere che sia inventata di sana pianta; con attori professionisti o improvvisati che hanno recitato la parte del prof. e della studentessa. Non sarebbe certamente la prima volta che degli attori recitano il ruolo di persone vere in TV.
Che la storia sia vera oppure no, quello che fa impressione della faccenda è come la storia sia andata giù con il pubblico e con i commenti sulla stampa senza il minimo accenno di un dubbio, senza che nessuno si sia perlomeno fatto delle domande sulla veridicità della storia. Questo è quello che fa impressione: siamo di fronte a un pubblico quasi completamente anestetizzato di fronte a quello che vede sullo schermo. Questa storia del prof. imbroglione, nel complesso, sembrerebbe una storia innocua, ma immaginatevi come questi metodi di manipolazione della realtà potrebbero essere utilizzati per scopi ben più turpi e dannosi che per dir male dei professori universitari. Insomma, credo che dobbiamo pensare e ragionare su queste cose; altrimenti saremo continuamente vittime della manipolazione di chi gestisce i media. Nessuna sorpresa poi se poi si diffondono leggende come quelle che le pale eoliche fanno venire il cancro.
Quindi, vi passo questa storia del prof. come uno spunto di discussione. Se ne sapete qualcosa di più, o avete pensato a qualcosa a conferma o smentita della bufala, fatemi sapere.
Aggiornamento del 13 Novembre. La notizia sembra proprio vera: il prof. ha nome e cognome, si tratta di Antonio Patruno, docente di Architettura presso “La Sapienza” di Roma. E’ stato recentemente denunciato dal rettore Luigi Frati come riporta un articolo di “Repubblica”. Stavolta ero stato un po’ troppo complottista, ma credo che sia comunque sempre bene diffidare prima – salvo poi ricredersi quando è il caso. Ringrazio “Francs” per la segnalazione.
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http://www.lanostratv.it/programmi-tv/le-iene-show-il-prof-universitario-che-vende-esami/
Ieri Le Iene si sono ancora una volta occupate di Università. Il programma satirico di Italia Uno, con le sue inchieste, ha più volte evidenziato come la compravendita di esami sia un fenomeno tristemente diffuso. I professori disonesti (che restano comunque nettamente minoritari) hanno finalmente smesso di dare vita a questo mercato immorale e illegale? Pare proprio di no. Una studentessa di Architettura (nella foto) spiega alle Iene che un suo prof “prende soldi per farti passare gli esami. Non ho nessuna certezza, però la voce è molto forte in facoltà”. L’inviata Rafanelli si reca allora nell’ateneo per capire se è tutto vero, oltre che verosimile. La iena intervista qualche studente di Architettura che ammette come il prof in questione sia effettivamente “un furbetto”.
Giulia, la studentessa che ha segnalato il possibile reato al programma satirico di Italia Uno, decide allora di sacrificarsi in prima persona, nonostante potrebbe essere a rischio la sua carriera universitaria. Convinta dalle iene, va a verificare se davvero – come tutti dicono nell’ateneo – il prof vende gli esami. Quando il docente riceve Giulia nel suo studio, le spiega che “c’è da pagare 2000 euro per ciascun esame”. Il prof spiega che “questa cosa” non può farla per “100 euro”, perché “non ha senso e non ne vale la pena”. Dice che al massimo è disposto a fare uno sconto di “500 euro”. Riconosce che è “una cosa illegale, ma me ne fotto: che fa l’Università? mi caccia?” Se l’Italia fosse un paese normale, probabilmente sì. Ma qua, si sa, la disonestà è diventata virtù da esibire.
Ma proseguiamo con l’inchiesta. Il docente dà a Giulia una tesina da fotocopiare e le dice in anticipo quali saranno le domande dell’esame-farsa. Spiega che sta agendo così anche per vendetta nei confronti del suo ateneo, che non gli affiderà dei corsi . Non solo non si vergogna per ciò che sta facendo, ma chiede a Giulia di diffondere la voce tra i colleghi universitari. La studentessa dice che è d’accordo su tutto ed esce dalla stanza del prof con la scusa di andare a prendere i contanti. A quel punto, però, irrompe Angela Rafanelli. Il docente dice che se chiede il pizzo sugli esami è solo perché l’Università non lo paga e lui ha difficoltà economiche, anche se ammette che “ho sbagliato, ho dato un cattivo esempio”. Che dire? Speriamo che sia realmente pentito.
novembre 7th, 2011 — Notizie
Di Ugo Bardi

Fino ad oggi, l’accumulo elettrochimico, ovvero usando batterie, dell’energia rinnovabile è stato utilizzato soltanto per sistemi isolati, “off-grid” (qui sopra vedete le batterie di accumulo del sistema RAMSES in Libano). Tuttavia,la rapida diffusione degli impianti fotovoltaici in rete rende interessante l’uso di batterie per ottimizzare la resa economica del fotovoltaico in rete.
In un articolo che appare su “aspoitalia.it”, Domenico Coiante fa il punto sulla possibilità di utilizzare accumulatori elettrochimici – le buone vecchie batterie – per accumulare l’energia fotovoltaica ed eolica e ridistribuirla al momento in cui è più necessaria.L’idea era sempre stata considerata improponibile per via degli alti costi ma, nella situazione attuale, le cose sono cambiate e la stessa TERNA l’ha proposta come un’alternativa fattibile al metodo attuale, che consiste nell’uso di sistemi di “backup” basati su turbine a gas.
Il problema che sta cominciando a porsi deriva dall’incremento della potenza fotovoltaica che si riversa in rete. Il picco di produzione PV si va parzialmente a sovrapporre alla punta mattutina della richiesta. Ciò costituisce una condizione di vantaggio perché i kWh PV sono in tal modo valorizzati, in quanto essi vanno a sostituire i costosi kWh degli impianti turbogas. Purtroppo, però, il massimo di produzione PV risulta slittato di qualche ora rispetto al picco della domanda, cosicché esso va a capitare nel momento meridiano di momentanea bassa richiesta. Inoltre, la potenza PV porta uno scarso contributo all’alimentazione del picco serale, che è quello più importante della giornata. Inoltre, l’altezza del picco di produzione PV (circa 11 GWp) ha ormai raggiunto un valore molto più alto del picco mattutino della domanda (circa 6 GW in riferimento alla fascia di punta).
Ciò significa che la potenza PV in eccesso va ad incidere anche sulla fascia sottostante del carico medio, dove il kWh PV risulta svantaggiato rispetto ai costi di produzione tipici di questa fascia. In conclusione, soltanto una parte minoritaria dei kWh PV prodotti in corrispondenza del picco mattutino sono valorizzati nel confronto economico con l’alto costo di produzione dei kWh termoelettrici degli impianti turbogas di punta. Pertanto, se potessimo accumulare l’energia PV in eccesso rispetto alle esigenze istantanee della punta mattudina e utilizzarla in tempo differito di circa 7 ore per alimentare il picco della domanda serale, potremmo valorizzare al massimo tutti i kWh PV. Analogamente per l’eolico esiste una quantità notevole di energia prodotta di notte ed immessa in rete nella fascia del carico di base, dove il valore, e quindi il prezzo d’acquisto, è bassissimo. Accumulare i kWh eolici notturni e differirne nel tempo il loro impiego in rete permetterebbe la loro valorizzazione.
Queste considerazioni economiche, unite a valide motivazioni tecniche, sono alla base del progetto di accumulo elettrochimico dell’energia PV, proposto dalla TERNA e commentato in questo lavoro. Tuttavia, l’associazione delle imprese elettriche, ASSOELETTRICA, ha impugnato la proposta facendo presente che l’accumulo dell’elettricità e la sua rivendita alla rete si configurano come attività di produzione elettrica non compatibili con la ragione sociale pubblica della TERNA. Inoltre, ASSOELETTRICA ha fatto che tutti gli studi economici dimostrano la non convenienza dell’accumulo elettrochimico in confronto alla produzione diretta da impianti termoelettrici moderni ad alta efficienza.
Queste questioni sono esaminate nell’articolo di Coiante, che conclude che le prospettive per un accumulo elettrochimico sono abbastanza incoraggianti dati gli attuali costi dell’energia elettrica.
Link all’articolo di Domenico Coiante