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marzo 7th, 2010 — Solare fotovoltaico, Tecnologie

Si racconta la storia di quello che aveva imboccato l’autostrada contromano. Mentre viaggia, sente la radio che dice “Attenzione, un pazzo sta viaggiando in autostrada contromano!” Lui si guarda intorno e dice “Un pazzo? Macché; qui è pieno di pazzi!”
Se tutte le macchine che incontri ti vengono addosso, è più probabile che sia stato tu a imboccare l’autostrada contromano che loro. Il problema si pone in termini virtuali quando ti trovi a sostenere qualche tesi che va in senso contrario rispetto a tutto quello che gli altri sostengono. Qualcosa di simile sembra essere successo al professor Franco Battaglia che continua nella sua solitaria battaglia contro il fotovoltaico e le rinnovabili in generale e che non si chiede se per caso se non sia lui ad andare contromano nel dire che chiunque non la pensa come lui sbaglia. L’ultima sua uscita in proposito la ritrovate su “Il Giornale” del 19 Febbraio 2010, dove il Nostro si lancia come suo solito solito in una tirata contro le rinnovabili dove mescola sindaci rossi, frane, idrogeno verde e fotovoltaico ma il cui punto saliente è che il fotovoltaico è una “frode” (trovate il testo completo in fondo.)
Allora, cosa dire di questo testo di Battaglia? Una prima cosa è notare come il Nostro si aggiusti costi e rendimenti a pro suo per far risultare il fotovoltaico molto meno conveniente di quanto non sia in realtà. Notiamo anche errori banali commessi per la foga di insultare tutto e tutti, per esempio che sia stato Pecoraro Scanio e Prodi a introdurre la legge sul “conto energia” che invece era stata varata dal governo precedente. Potremmo perdere un po’ di tempo a correggere Battaglia, ma non ne vale la pena. Sarebbe come fare la multa per non aver messo la freccia a uno che è entrato in autostrada contromano. Il problema del ragionamento di Battaglia è un altro: è proprio un errore di fondo.
Battaglia non si domanda come mai, se il fotovoltaico è una frode così evidente come sembra a lui, in tutto il mondo si stia installando fotovoltaico a più non posso. L’industria fotovoltaica è una delle più dinamiche del pianeta. La crescita della produzione fotovoltaica è esponenziale a ritmi che nessuna industria nel passato aveva raggiunto; nè il petrolio nè, tantomeno, il nucleare neanche ai tempi in cui si parlava di energia “così a buon mercato che non sarebbe valso nemmeno la pena di farla pagare”. Possibile che in Cina, in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti, tutti siano così scemi da non accorgersi che il fotovoltaico è una frode? Forse sono pieni di sindaci rossi anche loro? O forse gli manca un Franco Battaglia per farglielo notare? E’ più probabile, come dicevo, che ci sia qualcosa proprio che non va nel definire il fotovoltaico una “frode.”
Sul fotovoltaico, Franco Battaglia va ripetendo da anni sempre la stessa cosa: “Il fotovoltaico costa più caro dei combustibili fossili”. Verrebbe voglia di ringraziare il piffero; lo sanno anche i gatti che, kWh per kWh l’energia che si ottiene dal fotovoltaico, fatti i conti “della serva” (senza offesa per la serva) costa più cara dell’energia che si ottiene da un impianto a combustibili fossili. Se non fosse così, chi perderebbe tempo con cose sporche e difficili da trovare come il carbone, il petrolio e il gas?
Ma c’è un piccolo problema con questo ragionamento. OGGI l’energia fotovoltaica costa più cara di quella fossile. Ma chi si sente di giurare che avremo energia fossile a buon mercato ancora per trent’anni, o anche per dieci, o anche solo per tre o quattro? E quanto ci costa, già oggi, evitare di investire su una sorgente di energia che non si esaurirà mai e che si trova tutta sul nostro territorio?
Non dovremo aspettare molto perché il fotovoltaico diventi competitivo: da una parte abbiamo miglioramenti tecnologici che abbassano i prezzi del fotovoltaico e delle rinnovabili in generale. Dall’altra abbiamo il graduale esaurimento delle risorse fossili, petrolio e tutto il resto, che porta a prezzi necessariamente in aumento o comunque a una carenza di disponibilità. Quindi dobbiamo investire oggi sul fotovoltaico; ben prima che l’esaurimento del petrolio ci metta alle corde. Se aspettiamo troppo, non avremo abbastanza risorse per trasformare l’economia da una basata sul petrolio a una basata sulle rinnovabili.
Insomma, il prof Battaglia soffre di un problema tipico dei nostri tempi: quello di non riuscire a vedere il futuro se non in termini uguali al passato, ovvero di pensare che se oggi abbiamo a disposizione combustibili fossili relativamente a buon mercato, sarà così per sempre nei secoli. Mi dispiace, ma non sarà così. E se hai imboccato l’autostrada al contrario, chi ti viene addosso non è per forza un cretino o un sindaco rosso.
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La terra frana ma i sindaci rossi investono nella frode del fotovoltaico
di Franco Battaglia
Da “Il Giornale” del 19/02/10
A Modena previste spese per 3,5 milioni. Gli impianti moriranno senza aver recuperato le spese. È la politica di regioni e comuni che illudono con le misure ecologicamente corrette
Mentre c’è un’Italia che frana e che sprofonda nel fango, ce n’è un’altra che brinda sottraendo fior di palanche ai contribuenti. Ho in mente ciò che accade nella mia regione, l’Emilia-Romagna, ma anche nelle Marche, in Umbria, Puglia e Lazio. Regioni che si sono date alla pazza gioia e alle spese pazze.
Prendiamo il Comune di Modena, quello dove vivo io, ad esempio, dove il Pd vince le elezioni anche se candidano uno spaventapasseri. Hanno recentemente approvato la spesa di 3.5 milioni di euro per impianti fotovoltaici da installare sui tetti delle scuole. Diciamolo forte e chiaro: il fotovoltaico è una colossale frode. A danno dei contribuenti e, in questo caso, anche a danno delle scuole. Vediamo perché.
Con euro 3.5 milioni si installano, forse, 500 kilowatt fotovoltaici; che produrranno, in un anno, forse, 500.000 kilowattora (il sole non brilla sempre). Il kWh elettrico lo paghiamo oggi circa 16 centesimi, per cui le scuole che avranno quegli impianti sul tetto recupereranno, forse, 80mila euro l’anno: fra 40 anni, forse, si sarà recuperata la spesa, assumendo che non vi siano spese di manutenzione e che gli impianti vivano 40 anni. Siccome le spese di manutenzione ci sono, e siccome gli impianti dopo 30 anni saranno morti, quella spesa non si recupererà mai. Mai. In ogni caso, c’è da chiedersi chi mai investirebbe una qualsivoglia cifra per recuperarla dopo 40 anni. Nessuno lo farebbe, neanche il Sindaco di Modena. Che infatti non impegna neanche una delle proprie palanche sulla «meravigliosa» tecnologia, ma ne impegna 3.5 milioni finché sono palanche dei contribuenti.
A Modena ci sono scuole fatiscenti, con strutture fatiscenti. Ad esempio con palestre fatiscenti, tant’è che le 2 ore di educazione fisica vengono dagli studenti di alcune scuole trascorse, per la metà, in autobus: gli studenti sono trasportati dalla scuola ad una palestra lontana e funzionante: quella della scuola è inagibile e su essa si piange miseria, ma sui tetti fotovoltaici nelle scuole si sperpera a gogo.
Naturalmente, Modena non è unica, nel suo genere. Qualche settimana fa fui invitato a tenere una conferenza nelle Marche. L’assessore regionale, che aveva parlato prima di me, si vantava del progetto 1000 tetti fotovoltaici, fiore all’occhiello, a suo dire, di quella regione. Vengo informato che questo è l’orientamento anche in Umbria, Lazio e Puglia: «vento, sole e idrogeno-verde», ha recentemente vaneggiato il presidente della Puglia, Vendola.
Cosa sia l’idrogeno-verde, naturalmente, nessuno lo sa, posto che l’idrogeno, di qualsivoglia colore, non esiste sulla Terra. V’è una curiosa legge, (legge del conto-energia, voluta nel 2006 da Pecoraro Scanio quando era ministro del governo Prodi), che obbliga noi contribuenti a pagare 45 centesimi il kilowattora elettrico a chi lo produce col fotovoltaico. Dovete sapere che alla borsa elettrica il kWh è quotato 8 centesimi e che voi, tasse incluse lo pagate, al consumo, circa 16 centesimi. Detto diversamente: la legge del conto-energia è quella che si chiamerebbe legge-truffa. Sapete in nome di cosa gli amministratori suddetti invocano l’installazione degli impianti fotovoltaici? Se ve lo dico non ci crederete: in nome del risparmio.
Insomma, mentre c’è chi perde il posto di lavoro perché la propria azienda chiude per colpa dell’elevato costo del kWh elettrico, e chi frana e sprofonda nel fango per colpa della disattenzione verso i problemi ambientali reali, c’è chi si balocca dietro le misure ecologicamente corrette promosse da Pecoraro Scanio e da Prodi.
dicembre 18th, 2009 — Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Ugo Bardi

Un’immagine a infrarossi di un pannello fotovoltaico in funzione. La zona più calda è una cella che non funziona bene. Se la cella non funziona, l’energia solare non va in nessun posto e appare in forma di calore. Le altre celle, che funzionano, trasmettono l’energia alla rete elettrica e appaiono più fredde. La termodinamica non è un’opinione e qui fa vedere che le celle fotovoltaiche funzionano veramente.
(nota ispirata da un articol apparso su “Photon Magazine” di Ottobre 2009 intitolato “Hunting for hot leads”)
ottobre 5th, 2009 — Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Terenzio Longobardi

Negli anni scorsi, ho commentato sul sito di Aspoitalia i decreti nazionali sul conto energia per il fotovoltaico, a partire dai risultati di un foglio excel che avevo elaborato per simulare in prima approssimazione i risultati economici delle varie tipologie d’impianto in funzione della tariffa incentivante. Successivamente sul blog ho scritto questo e quest’altro articolo per analizzare l’efficacia del meccanismo incentivante, individuando tra i limiti del nuovo conto energia la scarsa incentivazione degli impianti di grande potenza, diciamo superiore al MW, che rende poco conveniente l’installazione di questi impianti.
Venni criticato in vari commenti con le accuse di “gufare” il fotovoltaico o di aver sbagliato i conti sui tempi di ritorno dell’investimento. Nel frattempo, a distanza di alcuni anni dalle mie analisi, continuano ad arrivarmi per posta elettronica elogi sperticati seguiti da richieste di accesso al mio foglio excel e domande sulla effettiva convenienza dell’investimento nel fotovoltaico, piccolo o grande, visto che in giro per l’Italia sembra che vengano prospettati ai potenziali investitori grande convenienza e tempi di ritorno bassissimi.
Alla prima domanda rispondo a malincuore di no perché non mi sembra il caso che qualcuno possa usare il mio simulatore a scopo di lucro, visto che io non lo faccio. Alla seconda ribadisco le ragioni delle mie analisi, non conoscendo quelle degli altri.
Ma proprio qualche giorno fa ho letto con piacere questo interessante resoconto di un convegno di Assosolare sul mercato del fotovoltaico in Italia. Si è cominciato a parlare finalmente dei problemi dell’intermittenza e dei limiti della rete di trasmissione italiana, che più volte abbiamo affrontato su questo blog. Ma anche della revisione degli incentivi del conto energia. Il Presidente Chianetta ha inserito tra le varie proposte anche la seguente: “Un’altra considerazione fatta all’interno di Assosolare è che sarebbe più corretto avere una tariffa indicizzata oltre che differenziata tra nord, centro e sud. Investire in una centrale da 1 MW non è conveniente al centro-nord Italia neanche oggi con l’attuale tariffa.”
Ubi maior….
settembre 18th, 2009 — Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Ugo Bardi

L’autore con un pannello fotovoltaico a concentrazione sviluppato all’università di Belfast.
Qualcuno dovrebbe fare un elenco, prima o poi, delle tante bestialità che si sentono dire sull’energia fotovoltaica. La più classica è quella che “ci vuole più energia per costrire i pannelli di quanta ne rendano poi nel corso della loro vita operativa”. Ma non è male come bestialità anche quella che “si degradano e non producono più niente in pochi anni”.
Una più sottile ha a che fare con la resa tipica dei pannelli basati sul silicio che è del 15%-20% Apparentemente, c’è chi compara con le rese dei motori termici e il 20% gli sembra poco in confronto. Ho sentito proprio qualche settimana fa questo fatto raccontato da un assessore come un difetto irreparabile dei pannelli fotovoltaici. Ma c’è una piccola differenza: in un motore termico, la resa è data in termini di carburante consumato, e il carburante costa soldi. In un impianto fotovoltaico la resa è data in termini di luce solare convertita e la luce solare non costa niente.
Così, la resa economica e energetica di un impianto fotovoltaico non è determinata dalla resa di conversione delle celle. Normalmente è molto più importante la resa energetica; ovvero quanta energia i pannelli producono in confronto all’energia spesa per produrli. Questa resa energetica si trasforma poi in resa economica. Ovviamente, rese troppo basse richiedono grandi aree per installare i pannelli e, a quel punto, è la struttura di sostegno che diventa costosa. Quindi non ha senso usare pannelli con rese sotto il 7%-8%. Tuttavia, oggi la resa economica migliore non corrisponde per niente alla massima resa di conversione: la troviamo probabilmente nei pannelli al tellururo di cadmio (CdTe) che hanno rese sotto il 10%.
Questa confusione fra resa di conversione e resa energetica è a volte all’origine per l’entusiasmo che hanno alcuni per i pannelli fotovoltaici a concentrazione. In effetti, concentrando la luce solare con degli specchi o delle lenti, si può ottenere molta più energia da una singola cella e quindi se ne possono usare di meno. In più, in linea di principio, si potrebbero usare celle ad alta resa, come quelle all’arseniuro di gallio, che sono troppo costose per un uso convenzionale.
In principio, parrebbe una buona idea ma, evidentemente, ci sono dei problemi. Mi ricordo di un colloquio che ho avuto svariati anni fa con un collega israeliano che aveva messo a punto un sistema fotovoltaico a concentrazione delle dimensioni, più o meno, di un antenna parabolica da televisione. Mi aveva fatto vedere le foto del prototipo e sosteneva che questa sua invenzione avrebbe avuto una diffusione molto rapida. Mi aveva anche mostrato dei fotomontaggi dei tetti di Tel Aviv pieni di quegli aggeggi. Sono passati almeno 5 anni da allora e credo che gli aggeggi di quella forma sui tetti di Tel Aviv siano ancora soltanto antenne paraboliche.
Nella pratica il fotovoltaico a concentrazione ha una gran quantità di problemi che lo rendono costoso e poco interessante. Si comincia con il principale, che è la manutenzione del sistema di tracciamento che è delicato e soggetto a rompersi. Poi c’è la pulizia degli specchi o delle lenti è importantissima, e questo significa la necessita di ultreriore manutenzione. Inoltre, specchi e lenti lasciati all’aperto tendono a opacizzarsi; a seconda delle condizioni locali bisognerà sostituirli periodicamente. Notate anche che il sistema a concentrazione funziona male quando c’è foschia, cosa comune nei nostri climi. Per finire, la concentrazione riscalda le celle e – nel caso di quelle al silicio – ne riduce l’efficienza. Tutti questi problemi fanno levitare i costi ben oltre i vantaggi dati dalla riduzione del numero di celle. L’unico vantaggio evidente che riesco a vedere di un sistema del genere è che è difficile da rubare perché chi lo ruba si deve portar via non solo i pannelli ma anche tutto il sistema di movimentazione e tracciamento. Alla fine dei conti, non sorprende che per ora non esistono sistemi commerciali a concentrazione che abbiano una diffusione commerciale.
Tuttavia, il fascino dei sistemi a concentrazione continua a generare nuovi tentativi. Sul Sole 24 ore” del 5 Giugno 2009 abbiamo letto del lancio in pompa magna del prodotto di una nota azienda italiana definito come “fotovoltaico a concentrazione domestico”. Sviluppato dal “premio nobel per la fisica Zhores Alferov”, l’arnese è detto “superare la soglia del 38% di efficienza, con l’obiettivo di raggiungere il 55% nell’immediato futuro”. Nell’articolo leggiamo un bel po’ di fluffa, per esempio, “Genio da Nobel e ingegneria italiana”. Ma alla fine dei conti, quanto rende l’arnese? Beh, di prezzi non ne parlano ma ci dicono che: «con gli attuali incentivi del conto energia un impianto può essere largamente ripagato in meno di dieci anni con almeno venti anni di vita operativa». Non proprio entusiasmante, (anche ammesso che sia vero), dato che un ritorno economico comparabile si può ottenere, oggi, un pannello fotovoltaico tradizionale. Sembrerebbe che qualcuno si sia fatto prendere la mano dai valori delle rese di conversione. Alti a sufficienza per far contento l’assessore di cui parlavo prima, ma, probabilmente, soltanto lui. Beh, comunque magari funziona bene: io sono scettico ma gli faccio tanti auguri.
Ma non tutto è negativo nel fotovoltaico a concentrazione. C’è una linea di sviluppo del fotovoltaico a concentrazione che promette bene: è quella di sistemi che non hanno bisogno di tracciare il sole ma usano un sistema riflettente che, comunque, aumenta la quantità di luce che arriva sulla cella. Uno che mi è capitato fra le mani recentemente è stato sviluppato al centro per le tecnologie sostenibili dell’università dell’Ulster, vicino a Belfast. E’ un sistema molto intelligente che, oltre a concentrare la luce, crea una certa ventilazione e raffredda le celle al silicio, riducendo uno dei problemi tipici dei concentratori.
Secondo i dati pubblicati, il sistema aumenta l’efficienza delle celle di circa il 60%. Questa è indubbiamente una cosa buona, ma va pesata tenendo conto del fatto che le celle vanno spaziate di più, il che vanifica sostanzialmente il guadagno se si considera la resa per unità di area di pannello. Questo, come si diceva prima, può non essere un gran problema se uno ha molto posto dove mettere i pannelli. Alla fine, si tratta di pesare il guadagno in termini di celle risparmiate con la perdita in termini della struttura che deve sostenerlo. Al momento, credo che sia abbastanza difficile stabilire con sicurezza se ne vale la pena, ma comunque è certamente qualcosa da esaminare.
Se volete saperne di più, date un occhiata a questo articolo:
Non-concentrating and asymmetric compound parabolic concentrating building fac¸ade integrated photovoltaics: An experimental comparison, Tapas K. Mallick, Philip C. Eames, Brian Norton, Solar Energy 80 (2006) 834–849
In ogni caso, quando si parla di fotovoltaico, la cosa migliore e non dar retta agli assessori.
agosto 3rd, 2009 — Applicazioni, Eolico, Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Ugo Bardi
Estate: tempo in cui, tradizionalmente, i giornali non sanno cosa scrivere.I membri del governo sono in ferie, quindi i giornalisti devono trovare altre scemenze da commentare. E’ un pezzo che non si sente più parlare del mostro di Loch Ness, i dischi volanti sembra che siano in vacanza anche loro, come pure le varie escort e veline, per cui non resta che inventarsi qualcosa sulle energie rinnovabili. Così, Il corriere della sera del 20 Luglio se ne esce con qualche bufala veramente fuori dell’ordinario. L’articolo è centrato sull’ “eolico senza pale”, detto anche “vortex”, ma non è quella la bufala (secondo alcuni potrebbe esserlo, ma io rimango per ora agnostico). Le bufale pesanti sono nella conclusione dell’articolo dove l’autore si lancia a definire certe meravigliose nuove scoperte.
Così leggiamo delle “«nuove molecole fotovoltaiche» presentate dal Laboratorio europeo di spettrofotometria non lineare dell’Università di Firenze in grado, in un futuro molto prossimo, di centuplicare la potenza di un pannello fotovoltaico.” Vediamo: se un pannello fotovoltaico di oggi ha un rendimento di conversione del 15%, centuplicarlo vorrebbe dire portarlo al 1500% . Ovvero, per ogni fotone che arriva, ne crei 15!!! Accipicchia, che lusso! E il tutto in un futuro non ben identificato ma “molto prossimo”. Ma chi era quell’allocco che aveva inventato questa scemenza della conservazione dell’energia……???
Leggiamo anche della “piattaforma meccanica e chimica, messa a punto dall’ingegner Alessio Cianchi (Officine Berti), capace di sfruttare la cavitazione e la luminescenza dell’acqua e trasformarla in energia.” Mica noccioli, come si suol dire: qui si parla del fenomeno detto “bubble fusion”; “fusione a bolle,” ovvero un tipo di fusione nucleare per niente fredda che, secondo alcuni, si verificherebbe all’interno delle bolle che si formano nell’acqua a causa di particolari fenomeni di cavitazione. E’ una cosa molto complessa e per niente ovvia che era stata pubblicata su “Science” qualche anno fa ma che sembra ormai relegata al recinto delle bufale. Così, è notevole leggere che qualcuno sarebbe riuscito a mettere a punto una “piattaforma meccanica e chimica” che “trasforma la cavitazione e la luminescenza in energia”. In altre parole, l’ing. Cianchi avrebbe sviluppato un piccolo reattore nucleare a fusione funzionante e che produce energia. Il problema e che non sono riuscito a trovare assolutamente niente su internet a proposito di questa cosa. Le uniche “officine Berti” che si trovano sulle pagine gialle sono un concessionario della Mercedes dalle parti di Ferrara e mi pare improbabile che si dedichino a esperimenti di fusione nucleare. Guardando bene, si trova che il comunicato stampa di Ecquologia parla di “Officine Bertoli”, ma su internet non si trova chiaramente chi possano essere e dove siano. L’ing. Alessio Cianchi si trova su internet soltanto in quanto citato da questo articolo del “Corriere”. Non risulta che abbia pubblicato niente sulla letteratura internazionale, neppure che abbia brevettato qualcosa, oppure che abbia comunicato a qualcuno la sua grande scoperta. Insomma, senza niente togliere all’ing. Cianchi che potrebbe benissimo aver sviluppato qualcosa di utile e di intelligente, la comunicazione che ne viene fatta sul “Corriere” è totalmente inutile e incomprensibile.
Per finire, leggiamo che “Quasi fantascientifica la ricerca del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. I professori Paolo Fulignati e Alessandro Sbrana hanno presentato alcuni impianti «a ciclo binario» capaci di trasformare il calore del sottosuolo in energia elettrica senza estrarre alcun fluido dalla falda. . Ora, questa non è una bufala e Fulignati e Sbrana sono persone serie e competenti. Ma è notevole che il nostro autore definisca “quasi fantascientifica” la loro scoperta. Ma come ragiona questo qui? Dopo averci ammannito la fusione nucleare in bottiglia e i pannelli fotovoltaici che creano energia dal nulla, questo trova “quasi fantascientifica” una cosa, tutto sommato, abbastanza normale nel campo dell’energia geotermica.
Forse a questo il direttore gli aveva detto di scrivere un articolo sui dischi volanti. Non avendo trovato notizia di nessun atterraggio recente, si è rifatto con l’energia rinnovabile, ma la cosa della fantascienza gli è rimasta in mente.
(nota: questo post non vuole assolutamente essere una critica nei riguardi dei ricercatori citati nell articolo del Corriere che non sono certamente responsabili del modo in cui il loro lavoro è stato presentato)
http://www.corriere.it/cronache/09_luglio_20/eolico_pale_121941de-7537-11de-95fa-00144f02aabc.shtml
Immagine da www.saddletrout.com
luglio 29th, 2009 — Efficienza energetica, Eolico, Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Ugo Bardi

Questo post è una sintesi del mio intervento al convegno ” Lavori Verdi, confronto internazionale sull’economia delle rinnovabili” che si è tenuto a Firenze il 20 Luglio 2009. Non è una trascrizione, ma una versione scritta a memoria che cerca di mantenere la forma e la sostanza di quello che ho detto.
E’ un piacere essere qui oggi, soprattutto perché mi ricordo che i miei primi interventi pubblici sul tema dell’energia sono stati organizzati proprio dai Verdi Toscani, nell’ormai remoto 2001, quando cominciavo a parlare di queste cose; soprattutto di petrolio. Già in quei primi interventi, preconizzavo il picco del petrolio, cosa che lasciava molti dei presenti perplessi. Beh, a distanza di un po’ di anni da quei primi convegni, vi posso dire che avevamo ragione, io e il gruppo di ASPO. Il picco lo prevedevamo entro il 2010 e vi posso raccontare che è stato nel 2008. Credo che sarete daccordo che ci abbiamo azzeccato benino.
Però, già otto anni fa, non parlavo solo di petrolio. Già cominciavamo a portare delle soluzioni e cominciavo a dire che “il futuro dell’energia è tutto rinnovabile“. Questa sembrava allora, come oggi, un’eresia. Il rinnovabile era visto come un giocattolo per ambientalisti. Qualcosa che serviva solo per distribuire un po’ di soldi agli amici e agli amici degli amici. Ancora oggi, c’è chi la pensa così in Italia. Non vi sto a parlare dei denigratori professionali delle rinnovabili – sapete a chi mi riferisco – ma ho conosciuto dei personaggi politici anche di un certo livello che ne erano convintissimi. Per quanto ho capito, lo credevano sinceramente.
E invece, le cose non stanno affatto così. Oggi possiamo dire che per le rinnovabili non è più questione di un futuro remoto. E’ già il presente: “Il presente dell’energia è tutto rinnovabile.”
Oggi abbiamo delle tecnologie rinnovabili pienamente mature, che funzionano e danno un’ottima resa economica. E, sulla base di queste tecnologie che abbiamo oggi, nel presente, possiamo lavorare per sviluppare tecnologie nuove ancora più efficienti. Tutto questo sta crescendo con una rapidità incredibile, addirittura travolgente. E’ una crescita esponenziale, non lineare, per cui, se non ci fate caso, vi sembrerà ancora oggi che le rinnovabili siano una cosa da poco. Ma in certi paesi, come la Germania, ci si sta già preoccupando del fatto che, se la tendenza attuale continua, in pochi anni – si parla del 2012 – avremo talmente tanta potenza rinnovabile in rete che, nei momenti di massima produzione, si arriverà a un tale contributo che bisognerà cominciare a spegnere le centrali a energia fossile.
E allora, su questa base credo oggi di poter fare un’altra predizione; simile a quella che facevo otto anni fa sul petrolio. Ma questa è una predizione più ottimista. La predizione è che il “problema energetico” è prossimo ad essere risolto. Se la crescita delle rinnovabili continua al ritmo attuale, entro qualche decina di anni, potremo avere energia elettrica in abbondanza. E questo soltanto con le tecnologie esistenti. Se poi mettiamo sul piatto della bilancia le tecnologie innovative ad alta resa che sono in arrivo, come il kitegen, allora potremo navigare beati in un mare di energia. Sarà talmente abbondante che ci potremo permettere di regalarla agli utenti, come si diceva dell’energia nucleare nei momenti di ottimismo negli anni ‘50.
Vedete, da quando ho cominciato a fare questo mestiere ne ho visti di convegni sull’energia. E, quasi tutte le volte, c’è qualcuno che fa notare che le luci sono accese e che stiamo sprecando energia. L’abbiamo sentito dire anche oggi, prima. Ormai è scontato; è come sentir dire “no alla moschea” a un convegno di leghisti. Allo stesso modo, è scontato sentir parlare del famoso secchio bucato, quello che bisognerebbe tappargli il buco invece di riempirlo. Questo oggi non lo abbiamo sentito dire, perlomeno non ancora, ma è una cosa che sono sicuro che aleggia nel pensiero di molti di voi.
C’è un movimento di pensiero che continua a sostenere che non bisogna spendere soldi per le rinnovabili; sono meglio spesi nel risparmio e nell’efficienza energetica: doppi vetri, pannelli isolanti, lampadine a basso consumo, eccetera. Bene, questo lo chiamo il “pensiero misero”. E’ pensiero misero perché da per scontata la miseria energetica. E invece no, noi possiamo avere l’abbondanza energetica se soltanto la vogliamo e se vogliamo investirci sopra. Quello della miseria energetica è un atteggiamento che va combattuto. Pensateci sopra: l’efficienza energetica non viene gratis; bisogna investirci sopra – e non poco. Ma investire sull’efficienza energetica vuol dire investire sui fossili: per esempio, si può pensare di fare un impianto in cogenerazione; o anche semplicemente in una caldaia più efficiente, ma questo vuol dire affidarsi ai fossili ancora per molti anni. Questo è perché per rientrare dall’investimento bisogna utilizzare questo impianto o questa caldaia per un tempo lungo e allora uno si impegna ad usare ancora i fossili per tutto questo tempo. E se investite delle risorse su una caldaia più efficiente sono risorse che poi non si possono utilizzare per le rinnovabili.
Si, uno dice, ma con l’efficienza energetica usiamo meno combustibili fossili. Vero, però quello che risparmia uno lo userà un’altro, oppure lui stesso in un’altra forma. Questa non è una cosa che mi invento io: è un principio ben noto in economia. Era stato Jevons già verso la metà dell’800 ad accorgersi che i miglioramenti di efficienza non fanno si che una risorsa venga usata di meno; al contrario. Questo si chiama “paradosso” di Jevons ma se ci pensate bene non è un paradosso, ma una cosa perfettamente logica. Quindi, dando priorità al risparmio e all’efficienza finisce che aumentiamo la nostra dipendenza dai fossili invece di ridurla.
Allora, non è il caso di usare l’ascia per fare certe distinzioni; se uno si mette i doppi vetri in casa per risparmiare qualcosa, fa benissimo. Io, per esempio, i doppi vetri ce li ho e anche l’isolamento del tetto. Ma bisogna dire chiaramente che bisogna investire per il futuro e questo vuol dire investire per liberarsi dei combustibili fossili. Per fare questo bisogna investire sulle rinnovabili. Lo possiamo fare già oggi: il presente dell’energia è tutto rinnovabile. Solo così potremo liberarci veramente dai fossili.
Ma, attenzione, il fatto di avere energia rinnovabile in abbondanza non vuol dire che tutti i problemi sono risolti. Assolutamente no. L’energia è importantissima, fondamentale; certo. Però ricordiamoci anche che non possiamo mangiare elettroni. Non possiamo nutrirci attaccandoci a una presa di corrente. E il fatto di avere energia elettrica non vuol dire risolvere il problema dell’agricoltura, dove l’erosione da sovrasfruttamento sta distruggendo le nostre risorse. Non è un problema facile da risolvere.
L’altro problema è quello delle risorse minerali. Qui, certamente, avere energia elettrica aiuta molto, ma non basta. Le risorse minerali si esauriscono e per tirar fuori minerali da risorse sempre più disperse ci vogliono quantità tali di energia che non ce la facciamo neanche con il kitegen. Bisogna usare bene le risorse che abbiamo: questo è un limite reale. Conservare e riciclare le risorse minerali vuol dire lasciarle ai nostri discendenti che ne avranno disperatamente bisogno. Ma, anche qui, certe cose le abbiamo capite al contrario, pensando che l’energia sia l’unico problema. Così, per esempio, incoraggiamo l’incenerimento dei rifiuti con il discorso che se ne può tirar fuori un po’ di energia. Ma, così facendo, riduciamo la parte inorganica dei rifiuti in una cenere dalla quale poi non si può riciclare niente. E’ un altro modo con il quale ci stiamo facendo dei danni da soli.
Tuttavia, credo che possiamo essere ottimisti. Se possiamo risolvere il problema energetico, e lo possiamo fare, questo ci aiuterà a risolvere gli altri problemi: senza energia di sicuro non possiamo fare niente. Basta ricordarsi che il presente dell’energia è tutto rinnovabile.
luglio 18th, 2009 — Solare fotovoltaico, Tecnologie

Tempo fa, parlavo con uno dei tecnici dell’ufficio urbanistica di un comune che non nominerò. Mi ha detto qualcosa tipo: “lo sai che il tale vuol mettere 30 kW di fotovoltaico sul suo terreno? Ora dobbiamo trovare il modo di non farglielo fare.” Non mi ha spiegato perché non voleva quell’impianto; mi è parso che per lui fosse del tutto ovvio che non si doveva fare.
Ci potrebbe essere, per la verità, una ragione seria e ponderata per opporsi a impianti fotovoltaici situati su terreno agricolo. In effetti, sembrerebbe una sciocchezza sprecare buon terreno agricolo per questo scopo. Molto meglio metterli sui tetti degli edifici. E’ anche vero che, al momento, la frazione di territorio occupata dagli impianti fotovoltaici in Italia è talmente infinitesimale che è – come minimo – prematuro preoccuparsi dei danni che questi possano fare all’agricoltura.
In realtà, credo comunque che ci fossero due ragioni per le quali il mio tecnico dell’ufficio urbanistica non voleva quell’impianto: 1) Il territorio è di competenza dell’ufficio urbanistica (altresì detto “ufficio tecnico”). Usare il territorio per scopi che non sono urbanistica vuol dire chiedersi come mai l’ufficio tecnico ha almeno cinque o sei impiegati che afferiscono all’assessorato all’urbanistica, mentre l’assessorato all’ambiente non ne ha nemmeno uno; anzi non ha nemmeno una scrivania per l’assessore. 2) Qualunque cosa gli chiedano, un buon impiegato dell’ufficio tecnico deve sempre rispondere “non si può fare”.
In effetti, questa mia impressione viene confermata da una recente segnalazione che ho avuto da Marco Giovannoni che mi racconta come in un altro comune (anche questo non lo nominerò) il sindaco si è opposto all’installazione di un impianto fotovoltaico a terra con le seguenti argomentazioni:
- Si toglie alla produzione agricola buona terra.
- Aumenta il valore dei terreni.
- Si recintano i terreni.
- Non è chiaro come verranno smaltiti i pannelli a fine ciclo.
Ammettiamo che il sindaco abbia chiesto all’ufficio tecnico un’opinione su questa cosa, direi che la mia opinione è completamente confermata: questi hanno seguito la buona regola che “qualsiasi cosa ti chiedono, la risposta è ‘non si può fare’”
luglio 12th, 2009 — Notizie, Solare fotovoltaico, Tecnologie
Di Terenzio Longobardi – dal sito di ASPO-Italia

Sul
sito del GSE è apparsa la notizia che gli impianti fotovoltaici in Italia a seguito del Conto energia (vecchia più nuova versione) hanno superato i 500 MW di potenza installata. Ad un anno dalla mia prima analisi del Conto Energia la situazione è nettamente migliorata con un ritmo di crescita delle installazioni molto promettente.
Cerchiamo ora di valutare questi risultati partendo dai dati disponibili, nella prima pagina dello stesso sito, sul contatore aggiornato in tempo reale, delle installazioni di impianti fotovoltaici, suddivise tra quelle realizzate con il nuovo e il vecchio Conto Energia.
Il vecchio Conto Energia fu approvato con il decreto del 28 luglio 2005 e ha trovato applicazione in tre trimestri, i due finali del 2005 e il primo del 2006, per un periodo complessivo di vigenza di circa 9 mesi. Il nuovo Conto Energia è stato approvato con il decreto del 19 febbraio 2007 e quindi ha un periodo di vigenza di circa 28 mesi.
Vediamo i risultati. Con il vecchio Conto Energia sono, fino all’ 8 Luglio, entrati in esercizio 5.667 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 159,379 MW (a fronte di 387 MW ammessi all’incentivazione), con il nuovo Conto Energia sono entrati in esercizio 36.255 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 373,797 MW. Il vecchio regime ha ottenuto quindi, una potenza media di 28,12 kW contro i 10,31 kW del nuovo regime. L’obiettivo indicato dal nuovo Conto Energia di 3000 MW di potenza installata al 2016 appare difficilmente raggiungibile, in quanto occorrerebbero circa 20 anni al ritmo attuale di installazione. Anche se considerassimo la tendenza in corso a una maggiore velocità di crescita delle installazioni, che però negli ultimi mesi si è attenuata, probabilmente a causa del crollo delle quotazioni petrolifere e della crisi economica in corso (vedi il grafico dell’IEA sul crollo degli investimenti globali), il raggiungimento dell’obiettivo rimane comunque problematico, anche perché, come risulta dal comunicato del GSE, gli impianti di piccola taglia, inferiori ai 20 kW, sono la gran maggioranza (circa 37.000) mentre al momento sono entrate in esercizio solo 8 centrali fotovoltaiche di potenza superiore ad 1 MW.
Sembrerebbero quindi confermate le conclusioni del mio
articolo “Confronto tra vecchio e nuovo decreto di incentivazione del fotovoltaico” che individuava nella scarsa incentivazione degli impianti di potenza più elevata uno dei limiti del nuovo Conto Energia.
Ma quanta energia producono i circa 530 MW totali installati fino ad oggi? Ipotizzando un tempo equivalente di funzionamento medio in Italia di 1300 ore, otteniamo circa 0,69 TWh all’anno cioè lo 0,19% dell’intero Consumo Interno Lordo italiano (357 TWh nel 2008). Una quantità per ora irrisoria.
In prospettiva, per arrivare a produrre ad esempio il 10% del Consumo Interno Lordo italiano con il fotovoltaico occorrerebbero circa 180 anni al ritmo annuale di installazioni del nuovo Conto Energia e comunque tempi superiori al secolo anche considerando una crescita più sostenuta delle installazioni. Concludendo, nessuno dei due sistemi di incentivazione in conto energia (l’attuale meno del primo) è stato in grado di far crescere in maniera significativa la potenza fotovoltaica installata e, soprattutto, di abbattere i costi, uno dei principali ostacoli alla diffusione di questa tecnologia.
Sarebbe a mio parere necessario, a tal fine, stabilire un nuovo regime incentivante che favorisca l’installazione di grandi impianti dell’ordine di decine di MW, gli unici in grado di accrescere rapidamente la potenza installata. E, soprattutto, promuovere anche con forti incentivi economici la sperimentazione di grandi impianti fotovoltaici collegati a sistemi di accumulo dell’energia elettrica prodotta (idrogeno, aria compressa, accumulo elettrochimico ecc.) per ovviare al principale fattore limitante di fonti rinnovabili come il sole e il vento, descritto molto bene in questo
articolo di Domenico Coiante, cioè la compatibilità di una produzione energetica intermittente con la rete di trasmissione dell’energia elettrica.
luglio 9th, 2009 — Notizie, Solare fotovoltaico, Tecnologie

Vi passo senza commenti una parte dell’articolo di Stefano Eleuteri apparso sul numero di Giugno della rivista “Photon International”. Eleuteri descrive l’importante convegno “Solarexpo” di Verona, dove l’industria italiana e internazionale si sono riunite per discutere le prospettive del fotovoltaico italiano.
“Già l’anno scorso i rappresentanti del governo Berlusconi erano mancati all’appuntamento con Solarexpo, un appuntamento che oramai è fra i principali per il settore fotovoltaico europeo. Dodici mesi fa, la scusa addotta era stata quella che, a pochi giorni dalla vittoria nelle elezioni anticipate, l’esecutivo fosse ancora impegnato con la costituzione del Gabinetto di Governo e la distribuzione delle competenze fra i ministeri.
Anche quest’anno, quindi, il padrone di casa, Luca Zingale, direttore scientifico dell’organizzazione Expoenergie Srl, ha dovuto leggere i messaggi dei politici invitati. La responsabile del dicastero dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, si è scusata senza addurre motivi ed ha promesso sin da subito la sua partecipazione all’edizione del prossimo anno. Il collega allo sviluppo economico, Claudo Scajola, ha indicato altri impellenti impegni e, nel suo messaggio di saluto, ha sottolinaeto che il governo Berlusconi ritenga le rinnovabili importanti al pari del nucleare; un’affermazione che ha provocato un po’ di sconcerto fra il pubblico, diviso fra chi non riteneva idoneo il paragone e chi si chiedeva quanto potesse essere serio a fronte di un’industria atomica latente, pur se fortemente appoggiata dal governo. Nel messaggio, Scajola ha anche dichiarato che, sebbene le rinnovabili avessero perso favore,, Berlusconi stava cercando di riconvincere la popolazione della loro importanza (*)
Tuttavia, entrambi i ministeri sono stati rappresentati a livello dirigenziale da Corrado Clini <..> e Luciano Barra <..>.. Né l’uno né l’altro hanno portato tuttavia novità di sorta. ”
Trovate l’articolo completo a http://www.photon-online.it/photon/PIT_2009_06.pdf
* L’ultima frase c’è nella versione in Inglese di Photon International, ma non in quella in Italiano su internet
giugno 17th, 2009 — Agricoltura, Casa, Efficienza energetica, Notizie, Solare fotovoltaico
Ricevo dal dr. Francesco degli Innocenti, della Novamont, una serie di considerazioni sul mio articolo sui sacchetti “biodegradabili”. Sulla base di questi nuovi dati, sono più che contento di poter rettificare alcune mie considerazioni. Va detto che avevo scritto chiaramente che il mio articolo non era diretto contro la Novamont, che mi era parsa fornire informazioni sempre corrette, ma piuttosto contro un uso assai ‘allegro’ dei termini come “ecologico” e “biodegradabile”, per esempio, ma non solo, sui sacchetti del supermercato. Non avevo nessun dubbio, come ho scritto, che il MaterBi fosse stato testato in modo corretto e completo dalla Novamont.
Qui, il Dr. Degli Innocenti mi dice che, in effetti, i sacchetti in MaterBi sono stati testati per la biodegradabilità e non solo per la compostabilità; cosa che non era chiara dai dati disponibili sul sito. Ovviamente, quasi qualunque polimero organico è biodegradabile su tempi lunghi. Il problema è il tempo necessario. Anche il polietilene è biodegradabile al 100% se si aspetta un tempo sufficientemente lungo. Quindi, scrivere sui sacchetti “biodegradabile al 100%” se non del tutto scorretto, è quantomeno fuorviante.
Mi dice anche Degli Innocenti che in alcuni mesi, i sacchetti compostano anche nelle compostiere domestiche; cosa che sembra essere confermata da alcuni commenti che avevo ricevuto dai lettori. Mi conferma che il MaterBi non è completamente a base di materiali biologici, ma mi dice anche che stanno lavorando a eliminarli completamente.
In sostanza, sembra che ci sia più che altro un problema di informazione corretta nei riguardi del consumatore che si trova davanti a termini e sigle che non sono spiegate in nessun posto. Capisco che non tutti si interessano dei dettagli di queste cose, ma se uno volesse approfondirle si trova poi davanti a una totale mancanza di informazione su cosa si intende per “biodegradabile”; qual’è la differenza con “compostabile”; il significato dei vari test, eccetera. Il MaterBi è un materiale molto interessante; è il risultato di molto lavoro e molto studio e può rappresentare un miglioramento notevole nella gestione dei rifiuti domestici. Però va usato correttamente e per questo ci vuole un’informazione corretta.
Quindi, ringrazio il dr. Degli Innocenti per questo suo messaggio che spero possa fare chiarezza sulle reali caratteristiche del polimero MaterBi. Vi passo i suoi commenti. Dice che si iscriverà al blog ed è pronto a rispondere a domande e commenti che i lettori gli vorranno fare.
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Gent.mo Professore,
torno ai discorsi fatti ieri al telefono, entrando nel merito di alcune sua affermazioni.
Uso del termine “sacchi ecologici”
Non credo che sia corretto parlare dei sacchi biodegradabili e compostabili come “sacchi ecologici”. Non mi pare che Novamont lo faccia mai. E’ un’espressione vaga e fuorviante. Ossia non vuol dire niente ma allude a molto.
I sacchi sono biodegradabili e compostabili, secondo uno standard internazionale.
“Biodegradabile al 100%, affermazione probabilmente falsa.”
Il termine “biodegradabile” non vuol dire anch’esso niente, perché anche il polietilene è biodegradabile, solo se si ha la sufficiente pazienza di allestire prove di biodegradazione lunghe e, magari, se è possibile usare del polietilene marcato con 14C per aumentare la sensibilità.
A livello accademico questo è stato fatto, specie da A.C. Albertson, una ricercatrice svedese, negli anni ’90. Risultato: il tasso di biodegradazione è dell’1% annuo…
Quindi, evidentemente, si tratta di una biodegradazione del tutto inutile. Infatti, per poter sfruttare la biodegradabilità per scopi pratici, questa deve avere tassi comparabili ai tassi di produzione dei rifiuti. Ossia, tanti rifiuti si producono, tanto velocemente l’opzione di trattamento prescelta (in questo caso la biodegradazione) deve operare. Altrimenti si ha un accumulo.
Quindi la biodegradazione deve essere veloce per avere un valore sociale, altrimenti è puro esercizio accademico.
A livello europeo lo standard di riferimento che indica le caratteristiche che deve avere un imballaggio per poter essere definito come biodegradabile e compostabile è l’EN 13432. A tal proposito, ricordo che il sacchetto per asporto merci è considerato imballaggio, secondo la normativa europea.
Tra le caratteristiche indicate c’è anche la biodegradazione che, come giustamente dice lei, è misurata con il metodo di laboratorio descritto nello standard ISO 14855 (attenzione la ISO 14855 è solo un metodo, non è una “specification”. I limiti sono indicati nella EN 13432).
Secondo la EN 13432 la biodegradabilità da raggiungere è del 90% in sei mesi. Si misura mediante la determinazione dell’evoluzione del carbonio organico, che poi viene rapportato al valore teorico raggiungibile in caso di totale conversione.
Quindi 90% vuol dire che il 90% del carbonio si è mineralizzato, ossia si è convertito in CO2. Il restante 10% è biomassa più un eventuale errore della misurazione.
Tutti i materiali Mater-Bi sono certificati, ossia sono stati testati da un laboratorio terzo, accreditato, ed i risultati validati da un ente di certificazione terzo.
In genere i nostri materiali sono certificati da Vinçotte (marchio”OK Compost”) e/o da DINCertco (Marchio: “seedling”). Si sta ora affermando in Italia il marchio CIC, rilasciato dal Consorzio Italiano Compostatori.
Tutti questi marchi sono rilasciati ai prodotti conformi allo standard EN 13432.
Quindi, i materiali certificati sono biodegradabili nelle condizioni e nei termini indicati dallo standard EN 13432.
Tutto questo per dirle che il termine “biodegradabile al 100%” è vero, perché utilizzato per indicare che il materiale è totalmente biodegradabile, ossia totalmente convertibile in CO2 .
“adatto per la raccolta dell’umido”. Affermazione probabilmente false.
I sacchi biodegradabili per la raccolta differenziata del rifiuto umido sono usati da molti anni sia in Italia, che in Europa. E’ la maggiore applicazione delle plastiche biodegradabili e compostabili. Le posso fare avere numerosissimi studi, fatti da operatori del settore che testimoniano riguardo alla utilità dei sacchetti compostabili, non appena il collega che si occupa di waste management torna da una trasferta. Quindi la affermazione è vera e può essere circostanziata.
Il Mater-Bi non è sostenibile
Il poliestere usato nel Mater-Bi non è polietilentereftalato, ma un prodotto di policondensazione basato su monomeri derivati da oli vegetali. Il poliestere non è ancora totalmente rinnovabile, perché alcuni monomeri indispensabili alla sua produzione non possono ancora essere prodotti da Novamont a partire da fonte rinnovabile. La Novamont è impegnata nello sviluppo ulteriore della sua bioraffineria in Italia che potrà dare le alternative “bio” nei prossimi anni. In ogni caso, già oggi la sostenibilità ambientale del prodotto è elevata. Studi di Life Cycle Assessment (LCA) hanno dimostrato che l’impatto ambientale del Mater-Bi è migliorativo rispetto a quello del polimero di riferimento, il polietilene. Tuttavia al di là del semplice confronto tra prodotti, il vero “significato” del materiale Mater-Bi si rileva nel momento in cui è possibile “far valere” e sfruttare pienamente la biodegradabilità e le conseguenze di questa caratteristica in una logica di sistema e non solo di prodotto nel contesto della raccolta differenziata. Infatti, laddove il prodotto diventa “strumento” di raccolta differenziata, ossia rende possibile, oppure facilita, il riciclaggio, ebbene in quel caso la sostenibilità del sistema nel suo complesso risulta evidente. Quando parlo di riciclaggio mi riferisco al riciclaggio organico ossia al compostaggio e alla digestione anaerobica seguita da compostaggio. A questo proposito le allego uno studio in cui si evidenzia come la biodegradabilità di stoviglie monouso migliora le performance ambientali del sistema complessivo, permettendo di passare da uno smaltimento convenzionale al riciclaggio organico. L’analisi evidenzia come il salto da smaltimento (ossia discarica e incenerimento), a riciclaggio (ossia compostaggio) permette un miglioramento della sostenibilità complessiva.
Compostaggio industriale e compostaggio domestico
Lo scopo dichiarato dello standard EN 13432 è la compostabilità in impianti di compostaggio industriale. Quindi i materiali conformi alla EN 13432, posseggono caratteristiche di biodegradabilità e disintegrabilità adeguate per un impianto industriale, ma non necessariamente sono compostabili anche in un impianto domestico.
La compostabilità domestica si differenzia dalla compostabilità industriale per due principali ragioni: 1) le temperature raggiunte dal cumulo dei rifiuti nella compostiera domestica sono solitamente poco più alte della temperatura ambiente; nel compostaggio industriale le temperature raggiungono i 50°C – con picchi di 60-70°C – per alcuni mesi); 2) le compostiere domestiche non sono generalmente controllate e le relative condizioni possono non essere sempre ottimali (gli impianti di compostaggio industriale, invece, sono gestiti da personale qualificato e mantenuti in condizioni ottimali di lavorazione).
Non abbiamo esperienza riguardo al comportamento del Mater-bi nel tipo di compostatore che lei cita nell’articolo. Lo stiamo per ordinare per conoscerne le proprietà e le potenzialità. Le prove da noi fatte di home composting sono state fatte nei compostatori da “giardino”, dove il materiale permane per mesi. In quelle condizioni i gradi Mater-Bi certificati come “home compostable”, in quanto biodegradano a temperatura ambiente, sono in effetti spariti. Si trattava però di un periodo di mesi e non di una settimana. Conto di ritornare su questo punto non appena abbiamo fatto una sperimentazione con queste compostiere elettriche.
Detto questo, la raccolta differenziata dell’umido si basa sul conferimento del rifiuto ad impianti industriali dove il Mater-Bi è ben accettato, si composta senza problemi, e non crea quindi problematiche.
Cordiali saluti,
Francesco Degli Innocenti