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Fotovoltaico e biocarburanti: inClinazioni pericolose

Di Pietro Cambi

grabbin in affricaNon so se avete notato ma proprio in questi giorni si stanno scontrando, ormai ai massimi livelli mediatici, due scuole di pensiero ASSOLUTAMENTE opposte sul fotovoltaico.

Una, alla quale, ovviamente abbiamo dato il nostro contributo, è che sia una formidabile scommessa sul futuro energetico di questo paese e che, lungi dall’essere costo, riduce il costo dell’energia nelle ore di punta, ci mette al riparo dall’aumento dei costi del petrolio del metano e del carbone, quindi, sostanzialmente, sterilizza la nostra bolletta energetica o almeno la fa crescere con maggiore lentezza.

Su tale argomento abbiamo pubblicato diversi articoli  ed in particolare due a firma Francesco Meneguzzo, che sono stati i primi a DIMOSTRARE, autorevolmente, tale effetto calmierante.

A distanza di ormai quasi un anno, possiamo dire che quanto previsto è stato ampiamente verificato. Grazie all’attivazione di diversi soci Aspo, siamo riusciti a far arrivare questi studi sui vari tavoli cruciali di confindustria e da questi ai gruppi industriali attivi nel settore delle rinnovabili, magari con forti partecipazioni in gruppi editoriali, che hanno estesamente fatto proprie le nostre osservazioni e tesi.

L’altra scuola di pensiero è esattamente all’opposto: il fotovoltaico, l’eolico e in generale le rinnovabili non termiche o classiche sono si una opportunità ma sopratutto un PROBLEMA.

Occupano suolo fertile, aumentano il rischio di incendio ( sic!!), creano grandi malditesta al gestore delle reti elettriche, sono un esborso continuo verso paesi orientali, causa mancata produzione interna, aumentano i costi per le famiglie, producono pochissimo, costano tantissimo etc etc etc.

Come stiano le cose REALMENTE lo mostra, in modo autorevole, uno studio indipendente.

Ma in tutto questo bailamme, come si muove il sedicente governo di tecnici, teoricamente in grado di analizzare dati e situazioni tanto variegati e complesse?

Il Ministro Passera, sviluppo economico, chiede un taglio radicale agli incentivi.

Il Ministro Clini, ambiente, è piu prudente ma, ainoi, non la pensa in modo molto diverso. Una bozza circolata recentemente in rete, del possibile V conto energia ( in meno di cinque anni!!) che prevede, in sostanza, un calmieramento brutale per i nuovi impianti,  non promette niente di buono, al di la delle rassicurazioni di facciata.

Non aiuta il fatto che detta nota sia stata apparentemente redatta da un alto dirigente di una grande impresa del settore produttivo elettrico. Ovviamente sono fioccate le smentite, alle quali, altrettanto ovviamente, non ha creduto assolutamente nessuno.

Anche perchè,con un semplice click con il tasto destro sulla bozza, chiunque può verificare, tra le proprietà, chi sia l’autore del documento.

NATURALMENTE, siccome quel che è un vantaggio per i cittadini italiano si traduce in un danno netto per coloro che gestiscono centrali termoelettriche, è NORMALE che anche presso l’autority per l’energia si calchi la mano sui costi in aumento per la componente A3 dimenticandosi la diminuzione ben più marcata, oltre il 10%, dei costi di punta diurni grazie al “peak shaving”.

Il punto è che i tecnici, anche quando sono competenti, sono essere umani. hanno passioni, interessi, inClinazioni, magari pericolose…

A parte alcune vicende oscure del passato, Il Ministro Clini è DECISAMENTE schierato a favore dei cosidetti biocombustibili.

Non ci sarebbe niente di male, intendiamoci, se si rimanesse all’interno del ragionevole, se ci si ricordasse di valorizzare solo quelli provenienti dalla cosidetta “filiera corta”, insomma dai residui agricoli e/o forestali. Il guaio è che il Ministro non si limita a questi. A parte i “termovalorizzatori” ( un neologismo almeno altrettanto orrido di diversamente abili per dire invalidi, al quale ho sempre aggiunto un fervido pensiero ai diversamente senzienti che per primi l’hanno concepito) è DIRETTAMENTE coinvolto nella “valorizzazione” dei biocarburanti provenienti dai paesi in via di sviluppo.

è infatti chairman della Global Bioenergy Partnership (GBP) che sostanzialmente è un ente preposto a promuovere iniziative private internazionali nel settore della bioenergia “”brings together public, private and civil society stakeholders in a joint commitment to promote bioenergy for sustainable development.””.

Il guaio è che, in buona sostanza, la maggior parte di queste iniziative sono in paesi affricani che sono tristemente noti per l’orrido fenomeno del “landgrabbing”, ovvero l’espropriazione forzosa dei terreni tribali ancestrali per essere trasformati in monocolture destinate alle “bioenergie”.

Ad esempio il Ghana: 37 % di terreni “ricolonizzati” . Solo la parola mette i brividi ed anzi, almeno a me, fa venire la voglia di roteare la scure bipenne.

Oppure il Mali: 60 % !!!!

Oppure il Mozambico

Oppure la Tanzania

Potrei continuare ma mi fermo qui. Queste citazioni NON sono infatti casuali.

Sono 4 paesi affricani che in cui sono in atto progetti di bioenergia seguiti dalla GBP.

Se avete dubbi in merito all’azzardato parallelo che sottendo, beh, date pure una occhiata da soli.

La realtà dello sviluppo sul campo di questo genere di progetti è descritta anche troppo bene in rete , ad esempio seguendo i link da me inseriti.

Faccio un rapidissmo riassunto per chi non conoscesse questa silenziosa vergogna: in Affrica, come è ovvio, non era esistito, fino a pochissimo tempo fa, un catasto degno di questo nome.

I terreni quindi, ancestralmente, erano gestiti dalle comunità secondo logiche proprie ed indipendenti.

Una volta istituito un catasto nazionale, tuttavia, si può LEGALMENTE vendere questi terreni, divenuti proprietà del demanio, espropriandoli di fatto ai millenari proprietari, ovvero i coltivatori locali che così si ritrovano ad essere  servi della gleba delle multinazionali accorse in massa.

I tradizionali campi di sorgo miglio e mille e mille altre colture locali vengono cancellati, spazzati via e sostituiti da monocolture destinate alla produzione di biocombustibili, sostanzialmente olii o etanolo.

Come ai tempi delle colonie. Anzi: MOLTO PEGGIO.

Potrei passare a parlare della deforestazione in estremo oriente per far posto alle monocolture di palme da olio, proprio in quei paesi dove è attiva la GBP, ma non voglio intristirvi ancora.

OVVIAMENTE non è dato sapere come si muova nel dettaglio la Global Bionergy Partnership; non con le poche forze di un blogger.

Si può solo dire che, alla luce di certe pericolose inCLinazioni, l’ironica frase a margine di un incontro presso la Power One, leader mondiale del settore degli inverters “Basta utilizzare i terreni agricoli per gli impianti fotovoltaici, nei campi bisogna coltivare i pomodori” assume un colore affatto diverso e vagamente minaccioso.

Biodegradabile cosa??

In alcuni post precedenti, ho esaminato l’uso dei sacchetti di plastica biodegradabili per i supermercati. La questione si è rivelata piuttosto complessa e piena di trabocchetti (*) Uno dei problemi, forse il principale, è che la gente non ha informazione – nè chiara nè sufficiente – riguardo a quello che si intende esattamente per “biodegradabile” e “compostabile.” L’informazione fornita è spesso basata su oscure sigle di protocolli europei e di associazioni come la ISO. Spesso, questi protocolli non sono nemmeno disponibili su internet se non a pagamento. Anche se ci sono, o se uno paga per averli, non sono comprensibili per la maggior parte di noi. Allora, che  cosa è esattamente “biodegradabile”? E a che serve?

Per farvi un esempio di questo tipo di trabocchetti, ultimamente, mi è capitato sotto gli occhi il sito di un prodotto che si chiama “biodé” una capsula di polipropilene per le macchine da ufficio che fanno il caffé.  Questa capsula viene pubblicizzata come “biodegradabile” e viene detta capace di “azzerare l’impatto ambientale in qualsiasi condizione di smaltimento”.

La cosa mi ha lasciato molto perplesso. Il polipropilene è un tipico prodotto industriale che si fa a partire dal petrolio. Cosa lo rende allora capace di “azzerare l’impatto ambientale”?  Sono andato a vedermi il documento esplicativo del perché queste capsule dovrebbero essere considerate cosa buona per l’ambiente e la cosa mi ha lasciato ancora più perplesso. Non metto in dubbio la professionalità di chi ha fatto i test, ma gli standard di “biodegradabilità” mi sono parsi francamente assai vaghi e mal definiti. Per non parlare del fatto che la prova della biodegradabilità viene basata su 60 giorni di test che evidenziano un comportamento chiaramente non lineare e che poi – però – viene estrapolato linearmente fino ad affermare che otterremo la degradazione completa “in circa 839 giorni”. Questo è sufficiente per definire questa plastica “biodegradabile?” Sicuramente c’è uno standard da qualche parte che dice così, ma è sufficiente questo per dire che questo materiale “azzera l’impatto ambientale”? Ovvero è “ecologico”, “verde”, eccetera?

Studiandosi la cosa, (il che richiede un certo lavoro, perchè nel documento fornito le cose non sono per niente chiare) viene fuori il nocciolo della faccenda. Il fatto è che a questo polipropilene si aggiunge un additivo denominato ECM che, apparentemente, aumenta molto la rapidita della decomposizione del materiale. Questo ECM non si sa esattamente cosa sia, ma sembrerebbe essere qualcosa di simile a vari additivi “ossidanti” in commercio che rendono la plastica “oxo-bio-degradabile,” ovvero fanno si che la plastica addizionata si disgreghi  abbastanza rapidamente in atmosfera e sparisca alla vista. Notate che non è detto affatto che questa sparizione dalla vista porti all’effettiva sparizione della plastica: vuol dire semplicemente che si riduce in pezzetti molto piccoli.  Non è come una sostanza di origine biologica che viene invece “digerita” dai microorganismi dell’ambiente e ridotta ai suoi componenti molecolari.  In questo senso, non sembra veramente corretto definire queste plastiche “biodegradabili,” come si sostiene, per esempio, in questo documento oppure in questo documento )

A parte le definizioni, comunque, il punto è se questa degradazione ottenibile con gli additivi ossidanti sia una cosa buona o no. Ragioniamoci sopra un momento: dopo l’uso, un manufatto di plastica qualsiasi può vedere diversi destini finali. Vediamo di elencarli in una lista che va (a mio parere) dal peggio al meglio.

1. Conferimento improprio, ovvero buttato via dove capita
2. Incenerito con recupero di energia
3. Smaltito in discarica
4. Riciclato per fare altra plastica
5. Riusato di nuovo.

Di queste varie ipotesi, ho notato in un altra sede che la migliore è il riuso, seguito dal riciclaggio. La discarica non è una gran bella soluzione ma perlomeno rimette la plastica sotto terra e non genera CO2 di origine fossile. L’incenerimento è ancora meno buono perché, nonostante generi un po’ di energia, manda comunque in atmosfera una certa quantità di CO2 di origine fossile. Ovviamente, buttare la plastica per terra è la cosa meno buona di tutte.

Ora, il fatto di mettere degli additivi ossidanti nella plastica rende impossibili proprio quelle strategie che sarebbero le migliori, ovvero il riuso e il riciclo. Non è possibile riusare un materiale che nasce con un’autodistruzione pianificata e se poi questa roba finisce in una macchina che ricicla la plastica, c’è il rischio che gli additivi ossidanti continuino a fare il loro lavoro rovinando anche plastica che – invece –  poteva invece essere riciclata. Poi, se la plastica va in discarica, non serve a niente che si decomponga; anzi, è peggio perché genera CO2 che a questo punto sarebbe si poteva fare a meno di generare. Per quanto riguarda l’incenerimento, gli additivi ossidanti non fanno nessuna differenza, e allora non servono a niente. Alla fine dei conti, l’unico uso ragionevole degli additivi ossidanti e per ridurre l’impatto del primo caso, quello del conferimento improprio. In questo caso, un pezzo di plastica “oxo-bio-degradabile” sparirà alla vista più in fretta di uno che non lo è. Ma questo serve veramente, considerando che rende impossibile proprio le strategie più interessanti?

In realtà, il conferimento improprio è un problema marginale nella maggior parte dei rifiuti solidi; certamente non è un gran problema per le capsule delle macchinette del caffé. Qui, evidentemente, qualcuno ha fatto una bella confusione. Se ci pensate sopra un attimo, vi ricorderete che i primi prodotti detti “biodegradabili” in commercio erano detersivi, non plastiche. E’ ovvio che l’unico destino possibile del detersivo è di finire nei corsi d’acqua – non va certo a finire nell’inceneritore e nemmeno lo si può riciclare o riusare. Di conseguenza, è importante che il detersivo sia biodegradabile; ovvero si decomponga rapidamente e così faccia il meno danno possibile all’ambiente.  Avendo stabilito che la biodegradabilità è una cosa buona nel caso di un detersivo, tuttavia, non era il caso di estrapolare a presuppore che tutto quello che è biodegradabile sia buono per definizione. Non è così.

Cerchiamo allora di fare un po’ di luce sulla faccenda. Quello di cui abbiamo bisogno oggi è di sostenibilità; termine che non coincide necessariamente con biodegradabilità. Sostenibilità vuol dire un ciclo di produzione e di uso dei manufatti industriali che non porti all’esaurimento irreversibile delle materie prime usate. Ovvero, qualsiasi cosa utilizziamo, deve essere in qualche modo riciclabile (meglio se riusabile) – il ciclo delle materie prime si deve chiudere.  Il caso dei combustibili fossili è un esempio evidente di un ciclo “aperto”; ovvero di un ciclo insostenibile. Se allora la plastica è di origine fossile, c’è poco da giocare sui termini: è insostenibile anche quella; non importa che additivi ci si mettano dentro e in quanto tempo questa sparisca alla vista. L’unico tipo concepibile di plastica che può essere definita come “sostenibile” è la bioplastica, ovvero plastica ottenuta da sostanze biologiche. Questo è vero se il materiale di partenza è ottenuto da un agricoltura rispettosa del suolo, cosa che – purtroppo – è abbastanza rara; ma in ogni caso è perlomeno possibile. Invece, la plastica che si ottiene dai combustibili fossili non sarà mai sostenibile.

In sostanza, con queste plastiche di origine fossile definite “biodegradabili” siamo di fronte alla solita verniciatina di verde a prodotti che di verde non hanno niente. Ci si fida, come sempre, della cattiva informazione fornita ai consumatori e si va avanti. C’è da stupirsi?

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(*) Vi riassumo rapidamente la discussione avvenuta su questo blog a proposito della bioplastica, ovvero il sacchetto fatto in Mater-Bi. Avevo fatto qualche critica al sacchetto che non si era compostato molto bene nel mio compostatore domestico. Tuttavia, è intervenuto un rappresentante Novamont che ha rettificato alcune mie interpretazioni non del tutto corrette. Ne è seguito un dibattito molto acceso dove certe posizioni mi sono parse francamente un po’ estreme  contro il concetto stesso di “sacchetto del supermercato”. Ho riassunto la situazione in un altro post, dove ho esaminato la sostenibilità del sacchetto in Mater Bi.  La mia conclusione è che la bioplastica soffre oggi di un grave problema che ha a che fare con le pratiche insostenibili usate in agricolture. Tuttavia, è anche vero che la bioplastica è un prodotto ben superiore alle varie plastiche di origine fossile cosiddette “oxo-biodegradabili”. il Mater-Bi è effettivamente biodegradabile e compostabile e potrebbe anche diventare sostenibile se le materie prime di cui è fatto provenissero da un’agricoltura sostenibile, cosa difficile al momento ma non impossibile in futuro (anche così, il Mater Bi non sarebbe sostenibile al 100% dato che una piccola frazione del materiale usato viene da monomeri di origine petrolifera – ma anche su questo si può migliorare). Personalmente, continuo a ritenere che la vecchia sporta sia una soluzione migliore, però riconosco che il sacchetto Mater-Bi è un passo avanti verso liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili. Soprattutto, è utile nella raccolta differenziata per raccogliere i rifiuti “umidi”. Molta gente butta l’umido, ovvero gli scarti di cucina, nei contenitori di organico ancora avvolto nei sacchetti ordinari, in polietilene, e questi sacchetti riducono notevolmente la qualità del compost che si ottiene. Quindi, non ci sono soluzioni miracolose per i tanti problemi che abbiamo, ma ci sono delle cose che vanno considerate come dei passi in avanti.

Lampadine a basso consumo: sono una buona idea?

Di Ugo Bardi

edison

Una delle prime lampade a filamento incandescente di Edison. Questa è del 1878. Dopo quasi un secolo e mezzo di onorato servizio, nel 2009 queste lampade sono state messe fuori legge dalla commissione europea in quanto giudicate troppo energivore. Questa potrebbe essere stata una decisione un po’ affrettata.

Nel suo romanzo “Le ceneri di Angela”  Frank McCourt ci racconta di quando era bambino in Irlanda, negli anni 1930 e 1940. Uno dei suoi ricordi è di quando viveva in casa da suo zio, il quale si portava con se al lavoro, ogni mattina, i fusibili dell’impianto elettrico di casa. Era per risparmiare sulla bolletta evitando che suo nipote accendesse la luce per leggere nella nebbiosa Limerick.

Lo zio di Frank McCourt non era di certo un ecologista. Era semplicemente uno che cercava di risparmiare in un’epoca in cui il costo dell’elettricita era ben superiore a quello attuale, in termini relativi. Le cose sono ben diverse, oggi, e credo che tutti possiamo raccontare di familiari e conoscenti che lasciano accesa la luce tutta la notte; “tanto costa poco”.

In effetti, per quanto cozzi contro la coscienza ecologica di molti di noi, è vero che l’illuminazione è una voce molto piccola sui consumi domestici. In un post di Gianluca Ruggeri su ASPO-Italia troviamo che, in media, l’illuminazione rappresenta circa il 12% dei consumi elettrici domestici. A loro volta, i consumi elettrici rappresentano circa il 16% dei consumi energetici domestici, quindi l’illuminazione rappresenta meno del 2% del totale in termini di quantità di energia usata in casa. In termini monetari è un po’ di più dato che l’energia elettrica costa più cara di altre forme, ma è comunque una frazione molto piccola.  Un modo alternativo di quantificare le cose è di considerare che i consumi elettrici domestici, secondo federconsumi, sono circa il 23% del totale dei consumi elettrici in Italia. Ovvero, l’illuminazione domestica rappresenta meno del 3% dei consumi elettrici totali.

Nonostante questa piccola incidenza sui consumi, sembra che la commissione Europea abbia considerato molto importante risparmiare in quest’area ed è andata a promulgare un decreto decisamente pesante in merito: dal 1 Settembre 2009 in tutta l’Unione Europea è vietata la vendita delle tradizionali lampadine a filamento di tungsteno. Si possono commerciare soltanto le lampadine a basso consumo, principalmente di tre tipi: fluorescenti, alogene o a LED. Nella pratica, quasi tutte le nuove lampadine sono fluorescenti compatte, con un risparmio sui vecchi tipi a filamento di circa il 70%-80%. Considerato questo fattore e assumendo che il “parco lampade” esistente sia tutto a incandescenza, il risparmio totale del provvedimento è di circa il 2% dei consumi elettrici totali e poco più dell’1% dei consumi energetici domestici.

Non è che sia una cosa entusiasmante e, in effetti, leggiamo sul “Sole 24 ore” che il risparmio sulla bolletta domestica per una famiglia dovrebbe “aggirarsi intorno ai 20 euro” all’anno con le lampade a basso consumo. Non è una cosa che risolva il problema di far quadrare il bilancio familiare e, decisamente, non sono più i tempi dello zio di Frank McCourt che per risparmiare sulla bolletta si portava via i fusibili di casa. Inoltre, queste stime potrebbero essere molto ottimistiche dato che non tengono conto dei fattori legati al cosiddetto “paradosso di Jevons”. In pratica, se l’illuminazione costa meno va a finire che si tengono le lampadine accese per più tempo e non si risparmia niente o quasi.

Valeva la pena, allora, intervenire così pesantemente sul mercato per ottenere dei vantaggi così limitati (e forse inesistenti)? Si potrebbe rispondere con il vecchio detto Toscana, “meglio che nulla, marito vecchio”. Tuttavia, come spesso succede, il diavolo sta nei dettagli. Risparmiare va bene, ma quali sono gli effetti collaterali?

C’è prima di tutto un problema di inquinamento: le lampade a basso consumo, come abbiamo detto, sono quasi tutte a fluorescenza e le lampade a fluorescenza contengono mercurio. Di quanto mercurio stiamo parlando? Beh, si stimano circa 4 mg di mercurio per lampada. Allora, se in Europa ci sono – diciamo – 5 lampade a persona per 350 milioni di europei, questo vuol dire circa un miliardo e mezzo di lampade. Ammesso che durino 10 anni l’una, si parla di sostituirne 150 milioni l’anno, ma il realtà i dati disponibili parlano di 200 milioni e oltre all’anno. Fatti i dovuti conti, in totale, si crea un giro di quasi una tonnellata di mercurio all’anno soltanto in Europa.

Secondo il “consorzio ecolamp”  il mercurio si può recuperare quasi al 100% nello smaltimento di queste lampade (vedi anche questo articolo dell’Environment Protecion Agency).  Siccome  il mercurio costa caro, conviene recuperarlo. Però, ogni lampadina ne contiene talmente poco che il suo valore economico è praticamente zero. Quindi, con tutta la buona volontà, non tutte le lampade fluorescenti verranno smaltite correttamente. E’ difficile dire quante di queste lampade finiranno nei cassonetti dei rifiuti, ma sicuramente parecchie. Questo è specialmente vero per quelle lampade che andranno a finire nei paesi del terzo mondo dove mancano le risorse per mettere insieme sistemi di smaltimento moderni.  Sia da noi che nei paesi poveri, le lampade non smaltite correttamente andranno a finire in discarica, oppure in un inceneritore. Ammesso che dall’inceneritore il mercurio non finisca nell’atmosfera, finirà comunque in discarica come ceneri da incenerimento. Inoltre, un certo numero di lampade finirà rotto durante l’uso, disperdendo il mercurio nell’ambiente domestico. Non è chiaro quali effetti questo potrà avere sulla salute umana, ma sicuramente il mercurio è un veleno molto potente. Ne bastano nanogrammi per millilitro nel sangue per avere effetti dannosi e il contenuto di mercurio in una singola lampada è più che sufficiente per arrivare a queste concentrazioni in un essere umano.

Una lampada rotta in un ambiente poco ventilato potrebbe fare seri danni, ma – fortunatamente – dovrebbe essere un evento raro. In ogni caso, è probabile che con le lampade fluorescente sparpaglieremo qualcosa come mezza tonnellata di mercurio all’anno nell’ambiente, nella sola Europa. In termini relativi, è una quantità limitata.  Tanto per dare un’idea, la produzione mondiale attuale di mercurio è di circa 1000 tonnellate l’anno e le emissioni di mercurio da parte di processi di combustione – principalmente le centrali a carbone – sono molto superiori. Si calcola che una lampada a fluorescenza contiene meno mercurio di quello che emetterebbe una centrale a carbone per alimentare una lampada a filamento di pari potenza. In realtà, tuttavia, questi calcoli sono fatti per paesi dove ci sono molte centrali a carbone e non valgono per l’Italia; dove ce ne sono poche. Da noi si usa principalmente il gas naturale, che non contiene mercurio. Lo stesso vcale se usiamo energia rinnovabile. Insomma, queste tonnellate di mercurio sparse nell’ambiente non faranno (forse) gravi danni, ma il concetto di spargerle va contro il principio di base che dice “primo non nuocere”.

C’è poi un altro problema. In questi ultimi tempi, ci stiamo focalizzando al 100% sull’energia senza considerare l’altro gravissimo problema che ci sta di fronte: quello del graduale esaurimento delle materie prime (vedi per esempio il mio articolo su “The Oil Drum”). Allora, abbiamo abbastanza mercurio per tutte queste lampade?

In un articolo scritto insieme a Marco Pagani abbiamo notato come la produzione mondiale di mercurio abbia piccato ormai da decenni. Siamo scesi oggi a una produzione, come dicevo , di circa 1000 tonnellate all’anno. Ora, se tutto il mondo usasse lampade a fluorescenza, avremmo bisogno di solo qualche decina di tonnellate all’anno di mercurio, ma la produzione tende a scendere e a lungo andare ci troveremo in difficoltà. In secondo luogo, stiamo sparpagliando nell’ambiente risorse minerali in formne che non saranno mai più recuperabili. Probabilmente, di mercurio per le lampade ne avremo ancora per parecchi decenni ma, comunque vada, lasceremo senza mercurio i nostri discendenti, qualunque uso ne vogliano fare.

In confronto, una lampadina a incandescenza tradizionale è tutta un’altra cosa: rame, vetro e il filamento di tungsteno. Tutto materiale facilmente riciclabile quasi al 100%. Anche se è finito in discarica si può recuperare lo stesso senza pericolo per chi lo fa (non dall’inceneritore, però). In effetti, esiste già oggi una fiorente industria che recupera il tungsteno dalle lampadine scartate.  Se smettiamo di incenerire, possiamo continuare per secoli a fare lampadine a incandescenza senza privare i nostri discendenti di nessuna risorsa, anzi facendogli trovare tungsteno in forma metallica e facilmente utilizzabile.

In sostanza, la lampada fluorescente nasce da ottime  intenzioni e – a breve termine – porta dei vantaggi innegabili, anche se modesti. Nella pratica, tuttavia, è una di quelle soluzioni che a lungo andare portano problemi difficili da risolvere. Prima di forzare i cittadini europei a usare queste lampade, si sarebbe potuto e dovuto investigare un po’ di più sulle conseguenze a lungo termine di questa scelta.

Ovviamente, non ci sono solo le lampade a fluorescenza fra quelle a basso consumo. Ce ne sono almeno altri due altri tipi: quelle dette “alogene” e quelle dette “a LED” dove “LED” sta per “light emitting diode”. I LED sono ancora per certi versi sperimentali, ma si stanno sviluppando rapidamente. Hanno il vantaggio rispetto alle fluorescenti di non contenere materiali velenosi. Il problema è che quasi tutte fanno uso di metalli molto rari e in via di esaurimento: quasi sempre gallio, spesso indio. Mancano dati sulle quantità di gallio usate, che sono comunque molto piccole. In ogni caso, il recupero del gallio e dell’indio dalle lampade, al momento, non sembra possibile. Anche qui, dunque, stiamo utilizzando risorse non rinnovabili in modo insostenibile.

Rimangono le lampade alogene; discendenti dirette delle vecchie lampade a filamento. Contengono un alogeno (iodio) che permette di tenere il filamento a temperature più alte, migliorando l’efficienza delle emissioni. Lo iodio è, in principio, un elemento abbastanza abbondante anche se viene estratto da riserve limitate. Anche qui è difficile dire esattamente quanto sia sostenibile il suo uso nelle lampade. Probabilmente il problema è meno grave che negli altri due casi di lampade a basso consumo, ma esiste comunque.

Ma, allora, esiste un’illuminazione veramente sostenibile e a basso consumo? Ci sono tantissimi modi di eccitare materiali a emettere luce, ma pochi che siano a basso costo, pratici, e che si possano avvitare su un portalampade. Se potessimo trovare il modo di fare dei LED basati sul silicio, avremmo una sorgente basata su un materiale abbondante. Putroppo, la cosa è molto difficile per via di certi problemi intrinseci con la struttura elettronica del silicio che rendono il LED al silicio poco efficiente. Ci sono anche lampade fluorescenti senza mercurio ma, alla fine dei conti, non sono più efficienti delle lampade tradizionali a filamento.

Alla fine dei conti, se in futuro avremo energia rinnovabile abbondante e a basso costo ci potrebbe convenire tornare alle vecchie lampadine a incandescenza. Saranno poco efficienti ma non inquinano e si riciclano. Se usate con parsimonia, non ci sarà bisogno di mettersi i fusibili di casa in tasca tutte le mattine, come faceva lo zio di Frank McCourt.

E se non avremo l’energia rinnovabile? Beh, ci dovremo contentare di olio di balena o grasso di foca.

La storia di quello che si era buttato nudo nel cespuglio dei rovi per cogliere le more

Di Ugo Bardi

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Il motorino elettrico dell’autore smontato per la sostituzione delle vecchie batterie al NiZn, con delle evolute batterie al litio. La cosa si è rivelata alquanto complessa e, dopo alcuni mesi di manovre, non ancora completata.

Si racconta di un tale che si era buttato nudo nel cespuglio dei rovi per cogliere le more. Quando gli chiesero come mai aveva fatto una cosa del genere, rispose “Mi era parsa una buona idea”. In effetti, ogni tanto nella vita si fanno delle scemenze e le si fanno perché, al momento di farle, sembravano delle buone idee. In questo post vi racconto di qualche idea tecnologica che sembrava buona all’inizio, ma poi si è rivelata molto meno buona una volta messa in pratica. Non che vi possa raccontare di fallimenti altrettanto disastrosi di quello che si era buttato nudo nel cespuglio delle more, anzi, dei vari aggeggi che ho sperimentato negli ultimi anni, molti hanno funzionato magnificamente: per esempio i pannelli fotovoltaici e la mia macchina elettrica. Tuttavia, diciamo che qualche “non successo” mi è capitato nella mia personale ricerca di nuove tecnologie energetiche .D’altra parte, se tutto andasse sempre bene, non impareremmo mai niente. Quindi, ecco qualche resoconto in approssimato ordine cronologico

La macchina a gas naturale. Nel 2002 non erano molti anni che mi occupavo di petrolio, ma la situazione mi era già abbastanza chiara.  Mi parve allora una buona idea retrofittare la mia Punto con un impianto a gas naturale. I risultati non sono stati brillanti. Non che la macchina non funzionasse, anzi, ci ho fatto varie decine di migliaia di km a gas e presumo che l’impianto si sia ampiamente ripagato. Ma era una pena trovare i distributori. In più, l’arnese richiedeva continua manutenzione il che implicava doverla trasportare da quello che aveva fatto l’impianto, al capo opposto della città – praticamente una giornata persa. Negli ultimi anni, la macchina ha viaggiato quasi solo a benzina. Alla fine, dopo aver appurato che il suo valore commerciale era sceso a zero, l’ho regalata a un signore che sta al campo nomadi di Sesto Fiorentino. Mi dice che ne è contentissimo, anche perché vicino al campo c’è sia il distributore del metano, sia il meccanico che la ripara. Certa gente ha proprio tutte le fortune!

Il motorino elettrico con motore ruota. Qualche anno fa, un concessionario che stava cominciando a importare motorini elettrici dalla Cina mi ha dato in prova uno dei suoi mezzi. Devo dire che l’aggeggio si presentava molto bene esteticamente e il concetto del motore-ruota è teoricamente, superiore a quello del motore con trasmissione, come funzionava invece il mio vecchio motorino. L’oggetto funzionava benino, ma c’era evidentemente un problema di dimensionamento. A un certo punto, affrontando la salita di Ponte alla Badia, il motore ha fatto una gran fumata e ha reso l’anima in un gran puzzo di plastica bruciata. Credo che alla fine abbiano deciso di non importarlo; perlomeno dopo che sono venuti a riprendersi la carcassa, di loro non ho sentito più parlare.

Il compostatore elettrico di ufficio. Premetto che di compostatori elettrici ne ho due, uno di casa che funziona che è una meraviglia e uno che avevo comprato per l’ufficio, all’università. Quest’ultimo, lo avevo comprato avendo notato la gran quantità di rifuti organici prodotti dalla mensa informale degli studenti. Un problema è che fare un buon compost è un po’ come cucinare: ci vuole molta cura e molta attenzione. Ma un compostatore “pubblico” è difficilmente controllabile; la gente ci butta dentro di tutto ei risultati non sono esaltanti. Tuttavia, a parte qualche occasionale appuzzata, bene o male l’arnese compostava. Purtroppo, qualche mese fa, è venuto in laboratorio un signore di non so quale ditta preposta ai controlli di sicurezza. Costui ha notato che l’arnese, costruito negli Stati Uniti, non era omologato a norma CE e quindi ha sentenziato solennemente e ufficialmente che non lo si poteva usare in un edificio pubblico. Da allora, i rifiuti della mensa vanno tutti a finire nell’indifferenziato. Che cosa avesse di pericoloso l’arnese, uno scatolotto di plastica dotato di un motore che agitava il compost, non mi è dato capire, ma dura lex, sed lex.

Le batterie cinesi per il motorino. Dopo circa 12.000 km, le batterie del mio motorino elettrico avevano bisogno di essere sostituite. Il problema era che le batterie al nichel-zinco che avevo montato non sono più in produzione. Anche quelle erano un esperimento che si è rivelato non veramente fallimentare, ma non proprio entusiasmante. Allora, il produttore del motorino, la Oxygen, si è gentilmente offerto di fornirmi a prezzo di costo l’elettronica necessaria per far funzionare il motorino con normali batterie al piombo. Con la mia solita mania di sperimentare, tuttavia, ho deciso di cercare un’altra strada e comprare in Cina delle batterie al litio che, in teoria, sono molto migliori di quelle al piombo. E’ una strada che Gianni Comoretto ha già seguito con il suo motorino, stesso modello del mio. Ora, un problema è quello dell’adattamento fisico delle batterie al vano che devono occupare. Qui, mi sono raccomandato ai cinesi e alle loro divinità buddiste e confuciane, che le dimensioni del pacco batterie non dovevano ASSOLUTAMENTE superare certe misure. Risultato: il pacco batterie era 10 centimetri troppo largo. Un’illustrazione della validità di certe leggi universali: una è che un tubo tagliato a misura è sempre troppo corto; un’altra è, evidentemente, che una cosa che arriva dalla Cina è sempre troppo larga. Alle mie rimostranze, i cinesi hanno risposto con qualcosa tipo “I am soly” ma si sono rifiutati di mandarmi un altro pacco batterie e tantomeno di rendermi i soldi che avevo pagato. Meno male che qui è intervenuto Corrado Petri, maestro massimo della tecnologia elettronica (nonché socio ASPO, siamo una confraternita), che ha fatto una piccola chirurgia al pacco, riducendolo a dimensioni acconce. La cosa non è finita qui, perché il motorino si rifiutava di funzionare con il nuovo pacco batterie. Qui, è stato necessario l’intervento di Antonio Bertini, progettista del motorino, che mi ha dato la dritta giusta. Al momento in cui scrivo, il motorino è ancora in sala operatoria, sottoposto a varie chirurgie dal mio collega Brunetto Cortigiani, ma credo che ne verremo a capo. Però, ci ho perso parecchi mesi.

L’acqua dall’aria. Qui, il concessionario italiano di una ditta coreana mi ha gentilmente regalato una delle loro macchine per condensare acqua dall’aria e renderla potabile attraverso un sistema di filtri. L’oggetto faceva il suo mestiere anche se era un tantino brutale. Stavo pensando di migliorarlo utilizzando un sensore di umidità per non farlo lavorare a tutta potenza in condizioni in cui produceva molto poco, ma il problema si è rivelato un altro. Dopo circa un anno di uso, ha cominciato a lampeggiare chiedendo a gran voce la sostituzione dei filtri. Piccolo problema: l’importatore aveva chiuso bottega. Ho provato a scrivere ai coreani, a cercare filtri un po’ dappertutto, ma niente da fare. I filtri di quelle dimensioni e caratteristiche li fanno soltanto in Corea e, anche se i coreani mi avessero dato retta, importarli sarebbe stato orribilmente costoso. Quindi, la macchina è ferma e inutilizzabile. Poco danno per me, dato che non l’avevo pagata, ma so di gente che ne aveva comprate anche più di una e che non sono affatto contenti.

Quindi, vedete che la vita dello sperimentatore di nuove tecnologie energetiche non è tutta rose e fiori. Chi ci si vuole cimentare è bene per prima cosa che pensi bene a quello che fa. Mi risultano anche discrete storie dell’orrore in proposito; una tipica è di quello che ha comprato la bicicletta elettrica cinese a offerta speciale al centro commerciale. Se gli è andata bene, è durata un mese. Altri esempi li ha fatti Gail Tilverberg in un post su “The Oil Drum. E’ bene anche che uno abbia qualche possibilità e capacità di lavorare con le mani sulle cose che compra (le compostiere, le ho dovute smontare e rimontare due volte, cosa che non credo tutti farebbero). La cosa che aiuta più di tutti, in fin dei conti, è di avere degli amici esperti che ti possono dare una mano. Poi, con cautela si può provare: sperimentare è un po’ una droga, quando uno comincia non si ferma più. State attenti, comunque, di non fare l’errore di quello che per cogliere le more si era buttato nudo nel cespuglio dei rovi.

Non è colpa di Sauron! Il rapporto di Federambiente sugli inceneritori

Di Ugo Bardi
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Una certa sezione del movimento ambientalista ha presentato gli inceneritori come vere e proprie incarnazioni del malvagio Sauron; uno dei cattivi del “Signore degli Anelli” (che, in questa immagine, ricorda curiosamente un impianto di combustione: quasi un inceneritore completo di ciminiera). E’ una facile tattica quella di dare tutta la colpa a un solo cattivo ma, nella realtà, le sorgenti di inquinamento urbane sono ben più distribuite e variegate di quanto certe interpretazioni ci vogliano far credere.  La colpa dell’inquinamento urbano non è di Sauron, è nostra.

E’ disponibile il rapporto di Federambiente sulle emissioni di alcuni impianti di combustione in termini di concentrazione di particolato fine o “ultrafine”. E’ un rapporto complessivamente interessante anche se, va detto, il primo impatto può essere disastroso. La “sintesi per la stampa“; un buon esempio di come non scrivere un rapporto scientifico. Termini non definiti, unità di misura non specificate, un grafico in cui si compara una città di nome “Brescia” a una di nome “Gasolio” (chissà quanti abitanti ha?). Insomma un disastro. Questo deve avere qualcosa a che vedere con il basso livello del giornalismo scientifico in Italia, ma non entriamo in questo argomento. La musica cambia se vi andate a vedere, invece, la “sintesi tecnica” del rapporto di Federambiente. Questo è stato scritto da qualcuno competente. E’ soltanto la sintesi di un rapporto completo che per ora non sembra disponibile, ma è sufficiente per capire i metodi e i risultati dello studio.

Il rapporto di Federambiente è uno studio sperimentale delle emissioni di microparticelle di alcuni impianti di combustione. Gli autori hanno utilizzato un sistema di misura che conta direttamente le particelle emesse e ne misura le dimensioni. Oltre ad alcuni inceneritori di concezione moderna, Bologna, Brescia e Milano, hanno esaminato motori a gasolio, caldaie a pellet e altri tipi di impianti. I risultati sono riportati in funzione della concentrazione del particolato.

Possiamo anche dire che cosa il rapporto di Federambiente non è. Ovvero, non lo si deve intendere come uno studio generale degli effetti degli inceneritori sulla salute umana. Non esamina cose come la composizione delle particelle emesse, gli inquinanti non in forma di particelle, l’effetto del particolato in forma di ceneri residue e altre cose, incluso il cosiddetto “particolato secondario”; ovvero il risultato della ricombinazione di inquinanti gassosi nell’atmosfera. Infine, il confronto dello studio è valido soltanto per inceneritori moderni. Non è detto che lo sia per la vecchia generazione di inceneritori, in particolare per quelli che usano  filtri elettrostatici e non quelli a tessuto, più efficaci nel trattenere il particolato fine.

Quindi, gli obbiettivi dello studio erano molto limitati, ma anche molto specifici: verificare la quantità di polveri fini e ultrafini (le cosiddette “nanopolveri”) emesse dagli inceneritori e comparare i risultati con quelli di altri tipi di impianti a combustione. Lo studio dimostra che le emissioni di particolato fine da parte degli inceneritori sono basse in confronto a quelle di altri sistemi, in particolare pellet e gasolio, più alte invece di quelle degli impianti a metano. Un risultato sostanzialmente già noto, ma che qui viene quantificato e correlato a impianti presenti sul territorio italiano.

Partendo da questo dato sperimentale, si tratta di valutarne le conseguenze. Il fatto che le emissioni di particolato fine siano relativamente basse vuol dire che gli inceneritori non fanno male alla salute? Questa è una domanda alla quale soltanto gli studi epidemiologici possono rispondere. Su questo punto, il rapporto Federambiente non porta evidenze sperimentali. Tuttavia, la letteratura scientifica esistente ci dice sostanzialmente due cose: 1) esiste ampia evidenza che le polveri fini sono dannose per la salute umana 2) esiste un’evidenza più limitata, ma abbastanza chiara, che gli inceneritori sono dannosi alla salute (questa evidenza, va detto, è principalmente legata a impianti di vecchia concezione).

Nel rapporto Federambiente, gli autori discutono correttamente la letteratura esistente, ma da un punto di vista molto specifico. Ovvero, si chiedono se esiste evidenza epidemiologica che le polveri fini emesse dagli inceneritori sono dannose per la salute umana. Definita così la questione, non si trova nella letteratura internazionale una correlazione chiara. Questo porta gli autori a concludere che:

“Il contesto conoscitivo che emerge da questo studio evidenzia come non esistano allo stadio attuale elementi scientifici, nè probanti nè sospetti, per escludere a priori questa tecnica di smaltimento e recupero di energia a causa del ruolo presunto delle emissioni sulle presenze atmosferiche del particolato fine e delle nanopolveri”

Questo è lanciarsi decisamente troppo. Gli autori si dimenticano della regola che l’assenza di evidenza non significa evidenza di assenza. In pratica, loro stessi ci dicono che a) le polveri fini sono dannose alla salute e b) gli inceneritori emettono polveri fini. La conseguenza logica è che gli inceneritori sono dannosi alla salute anche per via delle polveri fini. L’assenza di dati epidemiologici certi vuol dire soltanto che l’effetto è troppo piccolo per essere rilevabile.

Si può certamente sostenere che l’effetto dovuto alle emissioni di inceneritori moderni in un ambiente urbano è piccolo, o anche molto piccolo, rispetto a quello di altre fonti di inquinamento. Però, non possiamo dire che sia zero e dobbiamo ricordarci della massima che è alla base della medicina: “primum non nocere” ovvero, “per prima cosa non fare danni”. Sappiamo che negli ambienti urbani ci sono concentrazioni di particolato fine decisamente eccessive e dannose per la salute. La conseguenza logica è che dovremmo astenerci dall’aggiungere nuove fonti di particolato a una situazione dove ce n’è già troppo.

Vediamo quindi che il rapporto di Federambiente, se letto in modo corretto, ci porta elementi che dovrebbero rafforzare l’opinione che non è una buona idea costruire nuovi inceneritori e che – se non altro a lungo termine – sarebbe bene eliminare gradualmente quelli esistenti. Questo tipo di atteggiamento sembra quello generalmente accettato in altri paesi. Tuttavia, nel contesto del dibattito che si è svolto e che si sta svolgendo in Italia, i risultati dello studio di Federambiente possono essere visti come fortemente a favore della costruzione di nuovi inceneritori.

Il problema è che una certa sezione del movimento ambientalista italiano si è concentrata sulla demonizzazione degli inceneritori basandosi quasi esclusivamente sulle emissioni di polveri fini come causa delle cosiddette “nanopatologie”. Altre fonti di inquinamento, sicuramente più importanti, quali il traffico automobilistico, non sono state considerate stessa misura. Ovvero, si sono visti comitati anti-inceneritori molto attivi e in gran numero ma nessuno contro le stufe a pellet o le automobili diesel.

Questo di demonizzare gli inceneritori è un atteggiamento sotto certi aspetti comprensibile: prendersela, per esempio, contro le automobili vorrebbe dire dover cambiare abitudini e questo è faticoso. E’ molto più semplice prendersela con un obbiettivo più remoto e poco conosciuto – l’inceneritore – la cui assenza non porta nessun cambiamento immediato. Comprensibile, appunto, ma non una buona idea perché trascura fonti di inquinamento importanti sulle quali si potrebbe e si dovrebbe lavorare, per esempio sostituendo il traffico veicolare basato su motori a combustione con veicoli a trazione elettrica.

Va detto che non tutti gli oppositori alla costruzione di nuovi inceneritori hanno preso questa posizione estrema. Al contrario, molti hanno lavorato seriamente proponendo e realizzando soluzioni alternative per la gestione dei rifiuti, come pure per la riduzione dell’inquinamento urbano. Ma la stampa ha enfatizzato la lotta al “mostro” e c’è stato chi ci si è lanciato sopra veramente con troppa foga basandosi su un evidenza debole ed episodica. E’ vero che i risultati di studi di Stefano Montanari e Antonietta Gatti indicano una correlazione fra tumori e nanoparticelle; ma non c’è evidenza che queste particelle provengano dall’incenerimento dei rifiuti, e neppure la si potrebbe ottenere da studi che esaminano direttamente i tessuti tumorali.

Questa vicenda ci dimostra una volta di più quanto sia importante la correttezza scientifica nel dibattito. E’ una cosa che andrebbe ricordata anche nel caso di altre “bestie nere” degli ambientalisti, come – per esempio – gli OGM, i campi elettromagnetici o l’energia nucleare. A lungo andare, la demonizzazione basata su dati e interpretazioni scorrette o fantasiose finisce per favorire proprio quello che alcuni vorrebbero demolire. Del resto, se c’è chi scrive libri intitolati “le bugie degli ambientalisti” (e chi li compra) ci deve ben essere una ragione.

Tornando agli inceneritori, il problema delle emissioni di particolato fine esiste e certamente non lo si deve trascurare. Ma ci sono altri elementi che dovremmo considerare nel valutare l’incenerimento come metodo di smaltimento dei rifiuti. Dobbiamo tener conto che incenerire è un metodo molto inefficiente per produrre energia. Inoltre, distrugge (o comunque trasforma in forme non più riciclabili) utili materie prime che poi dovremo comunque rimpiazzare. Queste sono ragioni importanti che ci portano alla conclusione che l’incenerimento dei rifiuti non è una buona idea. Stabilito questo punto, dobbiamo dimostrare come si può fare a meno degli inceneritori. E’ possibile, ed è stato fatto. Ci vorrà un po’ di tempo, ma lavorando con costanza e pazienza (e evitando le facili demonizzazioni) finiremo per arrivarci.

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Nota: nel dibattito sul rapporto di Federambiente, ho sentito esprimere l’opinione che lo si debba scartare a priori dato che gli autori dello studio sono impegnati in studi ricerche sull’incenerimento dei rifiuti pagati anche dalle industrie che gestiscono gli inceneritori. Attenzione: prendendo questa posizione ci si trincera dietro un paraocchi ideologico che rifiuta a priori di considerare le opinioni diverse dalle proprie. Se entriamo in questo genere di considerazioni si va a un gioco al massacro senza uscita. Tutti abbiamo le nostre opinioni; le cose che non ci piacciono e le cose che ci piacciono. Però, i lavori scientifici vanno valutati per i loro metodi e per i loro risultati, non in base alle presunte idee preconcette degli autori.

Capannori: confermata la squadra del porta a porta

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Il sindaco uscente di Capannori, Giorgio del Ghingaro, è stato confermato ad ampia maggioranza con il ballottaggio del 22 Giugno. Era stata la giunta uscente, con gli assessori Baronti e Ciacci, a promuovere una serie di buone pratiche di gestione dei rifiuti e di altre risorse, in particolare con il porta a porta, che avevano portato il comune di Capannori a essere all’avanguardia assoluta in Toscana.

Non che la vittoria dell’altro candidato, Lorenzo Matteucci, avrebbe portato alla scomparsa del porta a porta a Capannori. Al contrario, Matteucci si era impegnato a manternerla e anche a potenziarla – in accordo con l’evidente successo dell’iniziativa. Tuttavia, un’eventuale sconfitta di Del Ghingaro sarebbe sicuramente stata interpretata come una pubblica sconfessione delle politiche del porta a porta.

Questo non si è verificato è i cittadini di Capannori hanno chiaramente indicato la loro soddisfazione per una gestione dei rifiuti basata sulla collaborazione dei cittadini, piuttosto che imposta sulla base di periodiche emergenze. E’ possibile ora procedere lungo le linee già iniziate verso il concetto di “rifiuti zero”, un traguardo difficile ma non impossibile.

Sacchetti “ecologici”: considerazioni sulla sostenibilità

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Questa tabella è tratta dal libro di Marcia e David Pimentel “Energia, Cibo e società” del 2007. Mostra le quantità di energia e materiali che sono necessari per la coltivazione del mais (“corn”) negli Stati Uniti (questi dati sono quasi certamente validi anche per l’Europa). Come si vede, circa un quarto dell’energia alimentare contenuta nel mais viene da fonti fossili in forma di carburanti, macchinario, insetticidi, erbicidi, elettricità, eccetera. Senza energia di origine fossile, non sarebbe nemmeno lontanamente possibile coltivare il mais così come lo si coltiva oggi. Data questa situazione, non possiamo considerare il mais – o prodotti derivanti dal mais – come “sostenibili”.

Poco tempo fa, su questo blog avevo manifestato delle perplessità sulle proprietà del polimero “MaterBi” a base di mais, che si sta diffondendo nei supermercati italiani per le borse usa-e-getta. La mie considerazioni hanno suscitato un certo interesse sul web e ho anche ricevuto una risposta da parte del produttore, la Novamont. A questo punto, credo di poter approfondire un po’ la faccenda.

In generale, gli imballaggi sono cose utilissime: pensate solo ai tempi antichi, quando molto di quello che si produceva in agricoltura andava perso perchè andava a male o se lo mangiavano i topi. D’altra parte, gli imballaggi moderni sono spesso a base di materiali non rinnovabili (plastiche). Anche quando sono riciclabili, per esempio alluminio, vengono riciclati solo in parte e spesso in modo poco efficiente. Inoltre, siccome costano poco, tendiamo a usarli in misura maggiore di quanto non sia necessario: questo è quello che si chiama “‘iperimballaggio”. Questa situazione ci porta a dei costi elevati, alla produzione di una grande quantità rifiuti e a dei problemi di dispersione degli imballaggi nell’ambiente: pensate solo ai danni che fanno i sacchetti del supermercato che si trovano sparsi per i boschi e le campagne.

Per evitare questi problemi, vorremmo che gli imballaggi scomparissero rapidamente dopo l’uso. Per questo si cerca di fare imballaggi che siano biodegradabili e compostabili; due proprietà strettamente correlate. Ma non basta che l’imballaggio scompaia dalla vista dopo l’uso. Bisogna che sia compatibile con un uso corretto delle risorse. Anche un polimero di sintesi come il polietilene è compostabile e biodegradabile, se gli si da abbastanza tempo (anni). Ma il polietilene si crea a partire da risorse finite ed esauribili e dalla sua decomposizione si generano gas serra che vanno a incrementare il riscaldamento globale. Quello di cui abbiamo bisogno è di imballaggi che non siano soltanto biodegradabili e compostabili ma sostenibili. Ovvero, vorremmo che sia possibile “chiudere il ciclo” della produzione partendo da materie prime rinnovabili e riciclando o riutilizzando tutto dopo l’uso.

Da qui nasce l’idea dei polimeri creati a partire da materiali di origine biologica. Questo concetto si esprime anche con il termine “bioplastiche”. In linea di principio, questi polimeri sono sostenibili; in quanto il risultato di un processo sostenibile. Ovvero, la CO2 emessa nell’atmosfera dalla loro degradazione ritorna nel normale ciclo biologico. Sono anche più facilmente biodegradabili e compostabili dei loro equivalenti artificiali. Il MaterBi, costituito principalmente da amido di mais, è uno di questi polimeri.  Teoricamente, le bioplastiche ci possono risolvere un sacco di problemi. Nella pratica, però, possiamo considerare il MaterBi e le altre bioplastiche sul mercato come veramente sostenibili? Ovvero, possono chiudere veramente il ciclo produttivo?

In generale, un prodotto si può considerare sostenibile a due condizioni: a) che nella produzione vengano utilizzati esclusivamente materiali sostenibili, ovvero riciclabili e b) che l’energia utilizzata per la produzione sia esclusivamente di origine rinnovabile. Questo viene detto anche il principio “cradle to cradle”, ovvero “dalla culla alla culla”.  Per verificare quali prodotti si possono definire sostenibili, ci sono molteplici certificazioni o “ecolabel”. La certificazione che è probabilmente la più seria e la più stringente che abbiamo oggi è quella detta “C2C” (cradle to cradle) sviluppata dalla società MBDC (McDonough Braungart Design Chemistry).

Nella lista dei prodotti certificati dalla MBDC non ho trovato nessuna bioplastica.  Non è impossibile trovare dei contenitori per alimenti sostenibili; ce ne sono due:  Be Green Packaging, LLCEarth Buddy Ltd. Entrambi, però, non sono bioplastiche, ma sostanze a base di fibre vegetali. Ci sono delle buone ragioni per la mancanza di bioplastiche nella lista; principalmente il fatto che derivano da prodotti di un’agricoltura che non è sostenibile. Questo lo vediamo bene, per esempio, nel caso del MaterBi. Dalla tabella di Pimentel riportata all’inizio di questo post vediamo che la coltivazione del mais richiede grandi quantità di combustibili fossili in varie forme.

Possiamo quantificare approssimativamente l’uso di fossili confrontando il materbi e il polietilene – che è interamente di origine fossile. Abbiamo detto che il mais richiede circa il 25% di energia fossile per la sua produzione. Consideriamo poi che un sacchetto di MaterBi pesa circa il 50% di più di uno di polietilene. Teniamo conto, infine, che il MaterBi non è tutto di origine naturale ma contiene una frazione di materiali di origine fossile. Il risultato finale è che usando un sacchetto di MaterBi si risparmia energia fossile, certamente, ma probabilmente non molto di più del 50% rispetto a un equivalente sacchetto in polietilene. E’ senz’altro un miglioramento, ma siamo lontani dalla possibilità di chiudere il ciclo utilizzando sostanze completamente naturali.

Tutto questo non vuole demolire l’idea di usare le bioplastiche come contenitori: è sempre bene evitare l’errore di rinunciare al buono in attesa del meglio. Ma, certamente, al momento attuale, le bioplastiche sono materiali lontani dall’essere completamente soddisfacenti: nel futuro dovremo fare di meglio. L’imballaggio perfetto potrebbe essere la buona vecchia borsa della spesa in fibre naturali, certamente sostenibile e anche molto economica perché riusabile un gran numero di volte. Ma potrebbe anche essere qualcosa basata sul concetto del cono che regge il gelato: un materiale sostenibile che sparisce senza lasciare nessun residuo. Un imballaggio del genere potrebbe anche essere di bioplastica, posto che questa sia veramente sostenibile. Questo dipende, a sua volta, dalla capacità che avremo di trasformare l’agricoltura attuale in un’agricoltura sostenibile. E’ una sfida immensa dalla quale dipende la nostra stessa sopravvivenza a lungo termine; ben più importante della sopravvivenza dei sacchetti del supermercato!

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Nota: un concetto che è stato espresso più volte nei commenti è il fatto che il mais andrebbe usato per scopi alimentari piuttosto che per fare imballaggi.  E’ stato detto che l’ uso improprio del mais e di altri cereali per scopi non alimentari potrebbe essere la ragione dell’attuale peggioramento della situazione alimentare mondiale. Questa critica è giusta in termini generali, ma poco rilevante nel caso del MaterBi. Tenete conto che un sacchetto di MaterBi pesa circa 15 grammi. Anche considerando di sprecarli senza troppo preoccuparsene, è difficile che una persona ne usi più di qualche chilo in un anno. Confrontate con il peso di un solo pieno di biodiesel – almeno 30-40 kg – e vedete che non è il MaterBi che può causare una carestia planetaria.