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febbraio 1st, 2010 — bufale energetiche
Di Ugo Bardi

Alle volte, mi sembra un po’ di essere diventato Dylan Dog. Un po’ per via delle cose strambe che mi chiedono: mi pare di fare il mestiere dell’investigatore dell’incubo. Un po’ perché mi sembra di cascare sempre negli stessi errori, tipo come quando nel film dell’orrore c’è sempre un personaggio che dice “ho sentito un rumore strano in cantina, vado a vedere!”
Allora, per l’incubo di questa settimana, ricevo l’altro giorno la seguente lettera
salve, mi farebbe un piacere ENORME sapere cosa ne pensate delle centrali della blacklightpower (click process) da 400MW, che sono ottenuti senza consumi…senza scorie e senza radiazioni
Al primo colpo, mi sembra una richiesta normale di informazioni. Di “Blacklight” avevo sentito parlare già diverse volte e non bene. In effetti, già il nome “Blacklight power” mi ricorda qualcosa tipo i mostri e le sette che Dylan Dog va ad investigare.
Comunque, do un’occhiata di nuovo su internet dove vedo che questi di Blacklight sono molto attivi, sembra che abbiano avuto dei finanziamenti (o così sostengono) e che abbiano messo a punto un loro meraviglioso “combustibile”. Strano perché la loro idea è di far collassare l’idrogeno a uno stato quantico più basso di quello “normale”, cosa che non dovrebbe richiedere combustioni di nessun tipo. Insomma, mi ci ridò un’occhiata, mi riconvinco un’altra volta che è un imbroglio e rispondo così:
da quel che so, blacklight power è uno dei tanti imbrogli che girano sull’energia – un po’ un fratello maggiore dell’ l’HHO di Santilli. Purtroppo, questi qui sono molto articolati, scrivono immensi papiri incomprensibili e sembra che stiano parlando seriamente. Ma sono sostanzialmente delle fesserie: ti pare che se esistesse uno stato dell’idrogeno a più bassa energia di quello che conosciamo se ne starebbe li ad aspettare il tipo di BlackLight col suo catalizzatore? Sono forme infantili che fanno leva sul desiderio della gente di trovare soluzioni miracolose – pari a quelli che guariscono il cancro col bicarbonato.
Al meglio, diciamo che gli do una probabilità di essere vero pari a quella di vincere alla lotteria di Capodanno. Certo che quello risolverebbe tutti i miei problemi, ma non ci conto troppo. Saluti, Ugo
Lo so che non lo avrei dovuto fare, ma l’ho fatto. Ma lo sapevo che questo signore non voleva sapere niente da me. Le cose già le sapeva lui e da me voleva solo sapere se doveva classificarmi fra gli adepti. Infatti, mi risponde:
la ringrazio per l’attenzione e per la risposta ma credo proprio che non si voglia trovare la soluzione al problema energetco, anzi, che non si voglia pubblicare. perche in quantum limits of the second law of termodinamic, si sa’ per certo che l’effetto magnetocalorico rompe questa legge, trasformandola in TENDENCY…come pure il diodo NonBias che preleva energia elettrica direttamente dal calore ambientale. senza contare poi altri nucleari puliti, dalla Fusione Fredda al piezonucleare, al induced gamma emission (hanfium)….
RINGRAZIANDOLA le lascio un link che credo le sia utile, e stimolante della curiosita’ http://www.meetup.com/grillibologna/it/messages/boards/thread/7170183 operazione spartaco ,7 nuovi principi fisici per avere energia distribuita
Ora, lo scopo di questo post non è di dir male del mio interlocutore che sembra essere una persona genuinamente entusiasta; fra l’altro anche cortese dato che mi ringrazia due volte; una in lettere maiuscole. Ma ti cascano le braccia. Come è possibile che uno pensi veramente di avere in mano sette nuovi principi fisici tutti insieme? Non gli viene in mente che, forse, la fuori, c’è anche un mondo reale dove ci sono tanti vecchi principi fisici che si sa che da tanto tempo che funzionano. Ti viene davvero lo sgomento davanti al complottismo dilagante. Tutto è un complotto: i climatologi fanno un complotto per far finta che ci sia il riscaldamento globale; i petrolieri un complotto per far finta che ci sia il picco di Hubbert e questi qui fanno un complotto perchè si sa per certo che “l’effetto magnetocalorico rompe la seconda legge della termodinamica trasformandola in TENDENZA”
Insomma, io ci avrò il look fisso, come Dylan Dog, ma la prossima volta andate voi a vedere se c’è il mostro in cantina.
gennaio 11th, 2010 — Eolico, Tecnologie, bufale energetiche
Di Ugo Bardi

Mi è arrivata la segnalazione di un blog che ha pubblicato questa foto come dimostrazione dello sterminio degli uccelli causata dalle pale eoliche. Non vi do il link per non far pubblicità al sito in questione, ma se proprio ci tenete potete ritrovare la foto cercando su Google “Tarifa”, “griffon” e “vulture.”
La foto con l’uccello insanguinato, a prima vista, fa impressione. Ma, ragionandoci un po’, vi sembra possibile che una pala eolica non piccola, come sono quelle di Tarifa, tagli in due così di netto un uccello? Nemmeno avesse le lame rotanti, come ce le aveva Mazinga-robot.
In effetti, è un fotomontaggio. Credo che la foto ritragga effettivamente il parco eolico di Tarifa, nella Spagna del sud. Ma l’uccello squartato e la persona che lo regge sono stati aggiunti dopo. Anche senza essere grandi esperti di queste cose, lo si vede chiaramente da diverse cose. Considerate l’ombra dell’ala e dell’uomo. La geometria dell’ombra è assai discutibile e l’orientazione non corrisponde a quella delle ombre dei tralicci. Notate poi che l’ombra è completamente e totalmente nera; anche schiarendola non se ne tira fuori il minimo dettaglio dell’erba. Le ombre dei tralicci sono molto più chiare. Se poi andate a ingrandire vicino all’orecchio sinistro dell’uomo, vedete benissimo le pennellate dei ritocchi e come l’erba dello sfondo si espanda sul collo e sulla camicia. Anche i capelli in cima alla testa dell’uomo sembra siano stati alterati. Insomma, quasi certamente un lavoro fatto con photoshop o cose del genere. Un imbroglio puro e semplice.
Se cercate su internet, troverete decine di foto di uccelli morti con pale eoliche sullo sfondo. In molti casi, sono probabilmente dei fotomontaggi. In altri, sono forse foto non ritoccate, ma non c’è nessuna prova o evidenza che gli uccelli siano morti dove sono stati fotografati o che siano stati ammazzati dalle pale eoliche. Insomma, una campagna di disinformazione bella e buona diretta contro le turbine eoliche. Viene da domandarsi chi siano questi che passano il loro tempo a fare fotomontaggi di uccelli morti e di turbine. Qualcuno li paga? Oppure semplicemente si divertono a prenderci in giro? E’ uno dei misteri di internet che sta diventando sempre di più un incubatore di leggende.
Questa faccenda dello sterminio degli uccelli da parte delle pale è una leggenda altrettanto assurda come dannosa. Secondo un recente articolo su “Nature” ci vogliono trenta turbine per ammazzare un uccello all’anno. Neanche mettendogli le lame rotanti come Mazinga si riuscirebbe a usare le turbine per farsi qualche spiedino di cacciagione. Le turbine ammazzano enormemente meno uccelli, per esempio, dei gatti domestici e non vale nemmeno la pena di parlare dei danni che fa alla fauna la combustione del carbone o dell’olio pesante e le relative pioggie acide.
A conferma di questi dati, vi posso raccontare che cosa mi ha detto Angiolino Sabatini, che è stato sindaco di Montemignaio e che ha fatto installare il primo parco eolico in Toscana. Bene, le torri eoliche del parco sono state installate nel 2001 e da allora la polizia forestale ha controllato giornalmente l’area limitrofa. Di uccelli morti non se ne è visto nemmeno uno in otto anni.
dicembre 17th, 2009 — bufale energetiche

Non vorrei far diventare questo blog soltanto un catalogo di bufale, ma questa ve la passo perché è una notevole indicazione della confusione mentale che regna un po’ ovunque.
Da La repubblica del 14 Dicembre 2009
dopo aver riferito della decisione del comune di Roma di installare un certo numero di lampioni a LED, l’articolo prosegue dicendo che:
“I vantaggi del led (il cui nome completo in italiano è “diodo a emissione luminosa”) sono tanti. Queste luci non rilasciano Co2 nell’atmosfera, hanno una maggiore efficienza energetica, durano di più, hanno bisogno di poca manutenzione e si accendono subito.”
Quindi, i lampioni attuali rilasciano CO2 nell’atmosfera?
(ringrazio Paul Rooms per la segnalazione)
dicembre 11th, 2009 — Efficienza energetica, Notizie, bufale energetiche

Geppetto, povero com’era, era costretto a riscaldarsi con un fuoco dipinto sul muro di casa. Sembrerebbe che stiamo arrivando a qualcosa del genere con l’idea del caminetto a bioetanolo.
In una delle prime scene di “Pinocchio” si racconta di come Geppetto avesse dipinto un fuoco acceso sul muro di casa sua e di come questo caminetto finto bruciasse furiosamente legno finto senza purtroppo essere in grado di scaldare niente. Questa cosa di Geppetto mi viene sempre in mente quando mi capita di essere in Inghilterra dove ogni luogo pubblico tipo hall degli alberghi è impestato da caminetti finti. Non sono caminetti dipinti sul muro, ma imitazioni di caminetto dove dei sassi di colore nero siedono su dei bruciatori di gas naturale, dando l’impressione di essere veri caminetti. Non servono per scaldare niente, dato che sono accoppiati a normali sistemi di riscaldamento centrale. L’effetto è paurosamente pacchiano ma, se non altro, da un’idea del fascino che troviamo per il fuoco e per tutto quello che brucia.
In Italia, per il momento, non ho visto accrocchi del genere, ma mi sono arrivati in questi giorni svariati messaggi al riguardo al cosiddetto “biocaminetto” o “caminetto a bioetanolo”. Sembra che questo arnese stia diventando di moda, come potete rendervi conto da voi cercando sul web “biocaminetto” oppure “caminetto a bioetanolo”. Il biocaminetto viene pubblicizzato come una sorgente di calore pulita; non emette nanoparticelle, non richiede canna fumaria e lo potete mettere in salotto senza problemi, non emette CO2 dato che l’etanolo che lo alimenta è di origine naturale. Insomma, è “ecologico” (parola magica).
Ora, se uno vuol vedere questo arnese per quello che è, ovvero una cosa puramente decorativa, va anche bene. Diciamo che costa molto di più del fuoco dipinto di Geppetto ma somiglia anche molto di più a un caminetto vero. Quindi, se uno in salotto vuole avere l’impressione di avere un camino acceso, perché no? Sicuramente, crea un’atmosfera romantica e se invitate a cena una bella signora (o signore) può darsi che il caminetto a bioetanolo vi dia una mano per l’impresa di sedurla/o.
Il problema è che c’è chi ha preso il caminetto a bioetanolo come una sorgente di calore. Ei vari siti e recensioni sull’argomento alimentano l’idea che questi caminetti servano veramente per scaldare la casa. Qui proprio non ci siamo. Trasformare il mais in bioetanolo per poi bruciarlo in un caminetto (anche se romantico) è proprio una fesseria. Immaginatevi quanta energia vi ci vuole per coltivare il mais. Poi ci vuole energia per distillare alcol dal mais, poi per trasportarlo e non trascurate il fatto che a monte ci vogliono fertilizzanti, pesticidi e macchine agricole per coltivare il mais (tutta roba che viene dal petrolio). Insomma il costo energetico del bioetanolo è talmente alto che è proprio insensato bruciarlo nel caminetto. Se volete usare un termine tecnico, il bioetanolo ha un basso valore dellEROEI, ovvero della resa energetica.
Che la cosa sia del tutto insensata la vedete anche senza troppo grattarvi la testa sulla resa energetica. Uno di questi siti vi dice quanto costa il bioetanolo per il caminetto è il risultato è che 20 litri di bioetanolo vi costano 65 Euro, ovvero 3.25 Euro al litro (!!!!), (non vi do il link del sito perché sennò mi querelano, ma vi giuro che dicono così – mi sono fatto una copia della pagina per i posteri). Non vi dico che conviene di più buttarci dentro della buona grappa (è bioetanolo anche quello), ma ci siamo vicini.
Considerate che un chilo di legna costa circa 10 centesimi. La legna ha un potere calorifico che è circa la metà di quello del bioetanolo ma, a parità di potere calorifico, il bioetanolo costa oltre dieci volte di più. Capite allora perché nei caminetti veri ci si mette la legna e non il whisky di annata.
Inoltre, ho qualche dubbio che installare questi arnesi in casa sia una buona idea. E’ vero che – probabilmente - non emettono sostanze velenose o inquinanti. Ma c’è lo stesso un problema di ventilazione se vengono installati in ambienti dove non è prevista l’installazione di fuochi o comunque di sorgenti di CO2. In cucina, in teoria, ci dovrebbe essere un sistema di ventilazione (e anche li’, spesso non c’è). Nel salotto, poi, la ventilazione per questo scopo non è nemmeno prevista e, spesso, le finestre sono sigillate per ridurre gli spifferi e la dispersione di calore. In queste condizioni, uno di questi caminetti privi di canna fumaria potrebbe fare dei danni alla salute. Tenuto acceso in continuo da qualcuno che si può permettere il bioetanolo a questi prezzi potrebbe portare a un’aumento della concentrazione di CO2 sufficiente per farvi venire una bella emicrania e forse anche qualcosa di peggio. (vedi il mio post precedente dal titolo “Questa casa non è un sarcofago!”)
Insomma, se volete una caminetto in salotto ma non potete installare una canna fumaria, meglio che la fiamma la fate dipingere sulla parete – come faceva Geppetto.
novembre 29th, 2009 — Notizie, Tecnologie, bufale energetiche, veicoli
Di Ugo Bardi

Quest’orrido accrocchio è un giocattolo dotato di vari aggeggi, incluso una fotocellula, un idrolizzatore e – parrebbe – una micro-cella a combustibile. Si muove sul pavimento di una incerta e zombica locomozione e viene definito come “Molto più di un gadget e di un gioco educativo; questo futuristico modellino rappresenta infatti, in piccola scala, il funzionamento di quella che viene definita della fonte di energia del domani … l’idrogeno !” Il tutto al modico prezzo di Eur 69 (!!) venduto da una nota catena di marketing postale
Pochi giorni fa, mi ha telefonato un giornalista di una nota rivista scientifica nazionale chiedendomi di confermare la notizia che aveva avuto di una sensazionale “innovazione nel settore dell’idrogeno. ” L’innovazione consisteva nel miscelare idrogeno e metano nei metanodotti esistenti. Gli ho dovuto dire che di questa cosa ne avevo sentito parlare già almeno dieci anni fa, ancora prima che Rifkin uscisse con il suo libro. Gli ho anche dovuto dire che in dieci anni non mi risultano applicazioni rilevanti dell’idea che, in ogni caso, potrebbe servire solo per scopi molto particolari, ovvero dove uno ha dell’idrogeno del quale non sa proprio cosa farsene. E, comunque se ne potrebbe mettere solo una piccola frazione rispetto al metano. Rimane poi il problema che se uno volesse fare una rete di distribuzione di idrogeno puro “alla Rifkin” dovrebbe cambiare tutto: tubi, valvole, pompe, eccetera, a costi veramente intergalattici. Dato che poi mi è capitata in mano anche la pubblicità dell’orrido accrocchio della macchinetta giocattolo a idrogeno ho pensato di riproporre un mio post del 2007 in cui raccontavo la mia storia di idrogenista pentito.
Confessioni di un idrogenista pentito
Di Ugo Bardi
Da www.aspoitalia.blogspot.com, Maggio 2007
Un bel po’ di anni fa (forse troppi) mi occupavo di idrogeno Era il 1980 quando arrivai a Berkeley, in California, a fare il post-doc al Lawrence Berkeley Laboratory. Era appena passata l’ultima fase della prima grande crisi del petrolio; il massimo valore storico dei prezzi era stato nel 1979. In America, era tutto un fiorire di progetti di ricerca, di nuovi centri e istituti, tutti dedicati alle energie alternative.
A Berkeley, lavorai per più di due anni sulle pile a combustibile; la tecnologia che doveva servire a trasformare l’idrogeno in energia elettrica e che era – ed è – essenziale per il concetto di “economia basata sull’idrogeno” (Rifkin non ha inventato nulla, erano cose già ben note allora). Era un lavoro interessante, anche affascinante, ma molto difficile. Finito il mio contratto, cominciai a cercare lavoro. Ma, come mi è capitato spesso nella vita, mi trovavo in controfase con il resto del mondo.
Nel 1982, i prezzi del petrolio si erano già molto abbassati. L’interesse sulle energie alternative era calato e – con la lungimiranza tipica degli esseri umani – si cominciava già a pensare di chiudere i centri di ricerca messi su negli anni ‘70. C’era poco spazio, di conseguenza, per un esperto in pile a combustibile. Il meglio che riuscii a trovare fu un’offerta per lavorare in un centro di ricerca nel Montana. Non mi attirava molto e alla fine decisi di tornare in Italia. Provai a continuare a lavorare sulle pile a combustibile, ma da noi non glie ne importava niente a nessuno, nemo propheta in patria sua. Così dopo qualche anno mi dedicai ad altre cose.
Mi ricordo che quando ero ancora in America ero venuto a sapere che a Vancouver, in Canada, c’era un certo Geoffrey Ballard che aveva messo su un piccolo istituto di ricerca per studiare le pile a combustibile. Pensai vagamente di mandargli un curriculum, ma poi me ne scordai. La ditta di Ballard, a quel tempo, era poco più di un garage con qualche entusiasta dentro intento a saldare fili e a far bollire strane soluzioni. Ma Ballard era destinato a grandi cose. Più o meno al tempo in cui io me ne andavo da Berkeley, Ballard sviluppava un tipo di pila a combustibile completamente nuovo, la “PEMFC” o “PEFC” (polymer electrolyte membrane fuel cell) o semplicemente PEM, una cosa che rivoluzionò il campo. La PEM usava un polimero solido come elettrolita, cosa che la rendeva più efficiente dei vecchi tipi che, invece, usavano un elettrolita liquido. Fece un rumore incredibile; rese possibile il primo autobus a pile a combustibile (1993) e tanto per dirne una, Ballard fu nominato “Eroe del Pianeta” nel 1999 dalla rivista “Time.”
Non per dire male di Ballard, che mi risulta essere una bravissima persona, ma forse chiamarlo “eroe del pianeta” è stata una cosa un po’ esagerata. A parte questo, tuttavia, negli anni ‘90 mi è venuto diverse volte da pensare (con una certa rabbia) che se nel 1982 avessi mandato quel curriculum forse avrei potuto essere uno degli sviluppatori di quello che – all’epoca – sembrava la rivoluzione del secolo: la pila a combustibile a membrana polimerica, il congegno che avrebbe reso possibile l’economia basata sull’idrogeno. Avrei fatto anche un po’ di quattrini!
Quando cominciò l’ “uragano Rifkin”, nel 2002, mi trovavo a essere uno dei pochi in Italia che avevano veramente esperienza pratica sui concetti tecnici dell’economia basata sull’idrogeno. Mi invitavano alle conferenze a parlarne. Per un certo periodo ne ho parlato anche bene, pur senza grande entusiasmo. Oggi, dopo averci ripensato sopra, credo che dedicare la mia vita all’idrogeno e alle pile a combustibile non sarebbe stata una grande idea. Anzi, credo che sarebbe stata pessima. Non sono il solo a pensarla così; ho conosciuto diverse persone che hanno dedicato anni di vita alle pile a combustibile e all’idrogeno ma che poi hanno abbandonato il campo, delusi. Siamo gli “idrogenisti pentiti”, persone che hanno lavorato, e magari anche creduto, nella promessa dell’idrogeno ma che poi si sono resi conto che – se magari non la possiamo proprio definire una bufala – è una cosa talmente difficile e lontana nel tempo che non ha nessuna rilevanza per la soluzione dei problemi attuali.
Ci sono moltissimi problemi con il concetto di “economia basata sull’idrogeno” ma uno dei principali è la conversione dell’idrogeno in energia utile – ovvero energia elettrica. Farlo con un motore termico è possibile, ma l’efficienza è terribilmente bassa. Quindi il concetto ruota molto intorno alla possibilità di usare pile a combustibile che promettono efficienze molto maggiori. Ma le cose non sono facili. Gia nel 1980, a Berkeley, ci rendevamo conto di qual’era il problema principale delle pile a combustibile: il catalizzatore. La reazione fra idrogeno e ossigeno, di per se, è lenta a temperature relativamente basse. La pila funziona soltanto se gli elettrodi contengono platino, sulla cui superficie la reazione avviene molto più rapidamente. Il platino è un metallo raro e costoso e i due anni e più che ho passato al Lawrence Berkeley Lab sono stati dedicati a cercare di mettere meno platino, o qualcosa al posto del platino, sugli elettrodi della pila. Non ero solo io a lavorarci, era tutto un gruppo di ricerca, uno dei molti impegnati sull’argomento.
A quel tempo, non andava di moda il termine “nanotecnologia”, ma eravamo perfettamente in grado di fare delle particelle nanometriche di platino. Più erano piccole le particelle, maggiore era la superficie e di conseguenza ci voleva una massa minore. Ahimé, uno dei problemi delle nanoparticelle è che quanto più le fai piccole tanto più sono attive. Si muovono, reagiscono fra di loro a formare particelle più grandi e, alla fine, il tuo elettrodo non funziona più. Ne abbiamo provate di tutte per stabilizzarle: una delle cose su cui ho lavorato di più è stato sulle leghe di platino. Sembrava una buona idea – funzionava bene per un po’ – salvo poi de-allegarsi e dover buttar via tutto. Niente da fare – platino era e platino rimaneva.
Oggi, dopo un buon quarto di secolo di lavoro di molta gente, siamo davanti allo stesso problema. Le PEM hanno ancora bisogno di platino e una PEM dell’ultima generazione richiede qualcosa come 1000 dollari al kW di solo platino; una vettura a pile a combustibile dovrebbe contenere platino per un costo superiore alla vettura stessa! Al che si aggiunge il fatto che la membrana costa un sacco di soldi, che il platino si avvelena facilmente, che gli elettrodi si rovinano per tante ragioni, e tanti altri problemi. La PEM è ancora ben lontana da essere in grado di salvare il pianeta per opera dell’eroico Geoffrey Ballard.
Ma il problema non è solo nei costi; è proprio nella quantità di platino. Non c’è abbastanza platino su questo pianeta per costruire pile PEM in numero sufficiente a rimpiazzare gli attuali veicoli su strada e a realizzare l’idea dell’ “economia basata sull’idrogeno”. Era una cosa che sapevamo già nel 1980 e che non è molto cambiata da allora. Certo, ci si può lavorare sopra, ma non è facile. Quando mi metto oggi a dare un’occhiata allo stato della ricerca nelle PEM vedo con un certo stupore che ancora la gente lavora sulle stesse cose su cui lavoravamo a Berkeley negli anni ‘80, apparentemente con non molto maggiore successo. Uno degli ultimi “nuovi sviluppi” è stato, indovinate un po’, usare leghe di platino! Proprio la cosa che facevo io. Magari queste leghe funzioneranno meglio delle nostre, magari questi qui (di Brookhaven) sono più bravi di come eravamo noi al Lawrence Berkeley Lab; chi lo sa? Ma mi sembra che stiamo girando in cerchio senza arrivare da nessuna parte.
C’è chi ha detto di aver trovato buoni catalizzatori nanostrutturati non basati sul platino. Saranno abbastanza stabili sul lungo periodo? Può darsi, mi permetto però di essere un tantino scettico. Si riuscirà mai a produrre una pila a combustibile che usa poco (o per niente) platino e che si vende a un prezzo ragionevole? Non è impossibile, ma sembra molto difficile. Sono ormai più di trent’anni che si parla di pile a combustibile “moderne” ma ancora ci sono soltanto prototipi. Se ce ne sono in vendita o sono giocattoli dimostrativi oppure sono a prezzi tali che li possono comprare solo istituti di ricerca.
Venticinque anni fa, quando lavoravo alle pile a combustibile, sapevamo che il petrolio era ancora abbondante e che la crisi era passeggera. Potevamo permetterci di pensare che avevamo tempo, che prima o poi saremmo riusciti a far funzionare le pile; che avremmo ottenuto quel “breakthrough” necessario. Non sono bastati 25 anni; adesso il picco del petrolio sta arrivando e forse è già arrivato. Quasi certamente, non abbiamo altri 25 anni per cercare il miracolo in una tecnologia che – per ora – rimane inutilizzabile in pratica. Continuiamo pure a lavorarci sopra, ma non contiamo su qualche eroe tecnologico che verrà a liberarci dal petrolio all’ultimo momento con qualche super-PEM. La liberazione dal petrolio verrà da tecnologie più semplici e già collaudate: le buone vecchie batterie che stanno vivendo una nuova vita con l’ultima generazione di batterie al litio. In fondo, non c’è bisogno di grandi rivoluzioni tecnologiche per cambiare -più che altro bisogna volerlo veramente.