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Biomasse o fotovoltaico? Quale è più impattante?

Ricevo e volentieri pubblico questo post di Franco Noce.

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Gabriele, sulla lista NTE ci  segnala un progetto agro energetico di ragguardevoli dimensioni e in qualche modo inquietante: una centrale termoelettrica, sicuramente pensata al meglio di quanto si possa fare, che necessita per essere costantemente alimentata di 9.400 ha di coltivazioni: legnose (pioppeti) e in parte cerealicole, da reperire entro un raggio di km 70.

Se su questa vicenda si cercano, in modo sbrigativo, notizie su internet, emergono le discussioni tipiche, esemplifico:

le emissioni dal camino non fanno di sicuro bene alla salute

– forse sono dei gran bugiardi e poi vorranno bruciare tutt’altro

– i terreni su cui cresce bene il pioppo sono adatti anche a colture migliori

– i pioppi richiedono trattamenti chimici e anche questi mica fanno tanto bene alla salute, oppure prima si coltivava la barbabietola in mono coltura, che pure quella i suoi trattamenti li vuole, e poi c’era l’essiccatoio che pure quello ad emissioni mica scherzava siamo sicuri che il bilancio energetico sia favorevole?

– gli agricoltori sono contenti, oppure gli agricoltori sono contrarissimi

– si creeranno 1000 nuovi posti di lavoro (ovvero circa 1 addetto per ogni 270 tonnellate di “biomassa” prodotta e conferita all’impianto (si veda più sotto). Insostenibile a meno che ogni tonnellata crei un “plusvalore” di circa 100 euro, mentre il prezzo attuale del cippato oscilla intorno ai 30 euro/tonnellata ed i costi di produzione si avvicinano ai 20 si veda questa stima . Di conseguenza, ragionevolmente, almeno questa stima è certamente MOLTO gonfiata, ndr)

Su ogni punto a mio parere si può discutere senza fine, perché manca un termine di paragone accettabile.

A cosa dovremmo fare riferimento, in fin dei conti, per cercare di dipanare la matassa?

Alla situazione agricola della monocoltura di barbabietola, con lo zucchero europeo incentivato e quindi oltremodo eccedentario? O dovremmo far riferimento ad uno scenario di agricoltori incentivati a non produrre e magari (meritevolmente) spinti a migliorare la biodiversità delle lande rurali?

La quantità di emissioni, la confrontiamo con quella di 20 anni fa, con le centrali ad olio pesante, con quella odierna delle centrali a gas e un traffico aumentato, o con quelle di un futuro virtuoso?

La nostra cult..anzi: cOltura aspista ci potrebbe far dire che l’unico approccio utile è quello del ritorno energetico e che sulle biomasse di prima generazione hanno detto cose definitive Pimentel e Gianpietro, dimostrandone l’EROEI di poco superiore a 1. Per essere “sostenibile” ai fini dello sviluppo della civiltà come la conosciamo oggi, invece, l’EROEI dovrebbe essere pari almeno a 5.

Questo DOVREBBE essere, probabilmente, l’approccio per tentare di dare una risposta razionale. Ci dice, ad esempio, che l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 è sostanzialmente mancato (infatti l’energia in ingresso, al netto di quella solare, è sostanzialmente tutta di origine fossile). Rimangono però altri problemi aperti, relativi ad esempio alla valutazione degli effetti sulle aziende agricole o sulla salute.

Però qui vorremo utilizzare questi dati per ragionare in modo specifico sul tema dell’occupazione di suolo agricolo ed in particolare confrontare sotto questo aspetto la filiera energetica della biomassa agroforestale e le centrali fotovoltaiche.

A Russi, amena località dell’Emilia Romagna, si sta arrivando alla fase finale di approvazione di una centrale a biomasse della potenza netta di 26 MWe (fonte www.rinnovabili.it).

Con la tecnologia fotovoltaica, facendo conto alla diversa produttività annua dei due sistemi, possiamo dire che ciò equivale sul piano della produzione elettrica all’installazione di circa 170 MWp, assumendo pari a 7.500 il numero annuo di ore di funzionamento di una centrale a biomasse e a 1.150 l’analoga quantità per una centrale fotovoltaica.

In conseguenza, poiché 1 MW fotovoltaico su terreno occupa circa 2 ettari, la centrale fotovoltaica occuperebbe circa 350 ettari, contro i 9.400 dichiarati necessari per la fornitura della “materia prima” per la centrale a biomasse di Russi

Qui lo scopo non è confrontare economicamente le due tecnologie. Esse sono infatti molto diverse, anche solo da un punto di vista della strategia di investimento. Il fotovoltaico molto costoso in fase di investimento, ma longevo[1] e con costi di gestione modestissimi, l’altra meno onerosa in partenza ma che necessita di 270.000 t/anno di biomasse e secondo i proponenti di 30 addetti (? Sempre la stessa fonte); ambedue incentivate dal denaro di tutti per perseguire obiettivi di fondo che tutti (quasi) parrebbero condividere.

Vogliamo invece osservare il diverso rapporto con l’occupazione del suolo:

il fotovoltaico “occupa” in modo semi permanente, rispetto ai tempi delle azioni umane, una superficie di fatto (relativamente !!) modesta;

-una centrale termoelettrica, fossile o biomasse, “consuma” una porzione di suolo ancora più piccola con le proprie strutture, 16 ha (in verità riusa un sito industriale dismesso) ma a bisogno per tutto il suo ciclo di vita economica di circa 10.000 ha, dedicati a certe coltivazioni e si badi, ne ha bisogno in un raggio di 70 chilometri, non in qualsiasi parte del mondo.

A questo punto alle domande iniziali sulla centrale di Russi, io continuo a non saper rispondere, ma aggiungo due domande mie:

-su biodiversità, paesaggio, impatto sull’agricoltura, sappiamo se è più impattante l’occupazione di 350 ha o la destinazione a pioppeto di 9000 ha ? (attenzione la risposta giusta è “dipende”)

vogliamo rispondere finalmente in modo serio? Il suolo sotto e attorno ai pannelli, mantiene, perde, migliora in fertilità? Perché è da questo che dipende la risposta precedente!

La Regione Piemonte ha dato incarico all’IPLA di eseguire un monitoraggio nel corso dell’intera vita di 4 impianti dell’evoluzione del suolo, dei possibili fenomeni di erosione, ecc. Si spera che qualche risultato venga anticipato prima di trent’anni.[2]

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[1] (ricordiamo i dati forniti da D. Coiante qualche mese fa produzione > all’80% a trent’anni dall’installazione di pannelli ENEA)

Filiera corta: è una buona idea?

Di Ugo Bardi

Si racconta che verso la fine dell’800 si mandavano a lavare i panni sporchi dalla California alle Hawaii; tutto a vela. Non so se questa storia sia vera, ma sicuramente i vecchi clipper navigavano gli oceani a un costo energetico ridottissimo. Ancora oggi, il trasporto marittimo è il meno costoso che esista, anche su distanze molto lunghe.

Chiedersi se la “filiera corta” sia veramente una buona idea rischia di essere visto quasi come una bestemmia all’interno del cosiddetto “movimento ambientalista”. E’ quasi un articolo di fede che dovremmo comprare generi alimentari coltivati vicino a casa. Per esempio, c’è un negozio di alimentari a Capannori, in provincia di Lucca che si chiama “filiera corta“. Vende solo alimenti prodotti entro 100 km di distanza. Il concetto viene continuamente rinforzato quando di fanno vedere melanzane  che hanno viaggiato per parecchie migliaia di chilometri per arrivare sui banchi del supermercato; magari dalla Tanzania o dalla Nuova Zelanda. Io stesso, poco tempo da, mi sono accorto che la carbonella comprata alla OBI viene dal Sud Africa. Ti fa impressione pensare a quanto hanno viaggiato questi pezzetti di legno carbonizzato e la cosa – francamente – sembra priva di senso.

Ma, come tutte le cose che facciamo, non basta autoconvincersi sulla base di dati occasionali. Bisogna valutare quello che facciamo sulla base di dati quantitativi e generali. Una volta che entriamo in questo ordine di idee, vediamo che esiste una corrente di pensiero che cerca di fare questo tipo di analisi e che, in certi casi, arriva a una visione opposta a quella “standard” degli ambientalisti; ovvero che non è sempre vero che la filiera corta è una buona cosa. Un’esposizione piuttosto aggressiva di questa posizione la troviamo sul blog “peakoildebunked” che è di solito polemico al di fuori delle righe ma che, certe volte, ha il grosso pregio di andare a scalzare delle certezze che sembravano acquisite e che, riviste in dettaglio, meritano un ripensamento, perlomeno parziale.

Vediamo allora di rivedere in termini quantitativi la questione della “filiera corta”. Ci dobbiamo domandare cose come “quanto corta esattamente?” e “Ne vale la pena?”. Anticipo che arriveremo alla conclusione che la filiera corta è una cosa buona, ma che non deve essere troppo corta, altrimenti la cosa diventa controproducente. Ma andiamo a vedere come stanno le cose.

L’articolo di peakoildebunked sull’argomento “food miles” è assai scarso, anzi, francamente è una bella bufalata. Ti dice, in sostanza, che se prendi la macchina per andare a fare la spesa al supermercato questo ti costa più energia (o genera più CO2) di quanto non venga generato per fare arrivare le melanzane che compri dalla Nuova Zelanda. Probabilmente è vero; in effetti il trasporto marittimo è molto poco energivoro. Ma che cavolo c’entra? Allora uno potrebbe arguire che proprio per questa ragione è meglio che quelle melanzane arrivino da lì vicino; almeno così si evita un po’ di CO2 dato che, comunque, uno deve andarle a comprare – indipendentemente da dove arrivano.

Più interessanti sono i link dati nell’articolo di peakoildebunked dai quali potete saltare a un certo numero di riferimenti dove si fanno dei calcoli quantitativi (per esempio qui) di quanta energia si usa e quanto CO2 si genera a seconda di varie filiere di produzione dei generi alimentari. I risultati sono che, in certi casi, sorprendentemente la filiera corta è nettamente peggiore della filiera lunga.

Analizzando i dati, si vede che la scarsa convenienza della filiera corta è dovuta al fatto che la produzione di alimentari in certe regioni Europee o negli Stati Uniti richiede forti input di fertilizzanti che – a loro volta – derivano dai combustibili fossili. Per esempio, la carne di agnello prodotta in Nuova Zelanda ha una resa talmente più alta di quella prodotta in Inghilterra che conviene trasportarla anche per quasi 20.000 chilometri via mare.

Il ragionamento fila, ma c’è un grosso problema. Chi fa questi calcoli non considera una questione fondamentale: qual’è la ragione della miglior resa delle produzioni alimentari in certi paesi? Ci sono delle ragioni, la principale è che l’humus in Europa è stato ampiamente sfruttato e che oggi da noi si coltiva ben poco senza l’uso di fertilizzanti artificiali. In certe regioni ancora poco sfruttate, viceversa, l’humus è ancora relativamente intonso per cui lo si può sfruttare con meno fertilizzanti e quindi un minore uso di combustibili fossili. Ma è un gioco a somma negativa. Come spiega bene David Montgomery nel suo libro “Dirt”, il suolo fertile è una risorsa altrettanto limitata di quanto lo sono i combustibili fossili. Andando a coltivare (o allevare pecore ) in Nuova Zelanda, risparmiamo combustibili fossili, si, ma a spese della degradazione del suolo fertile. Non è un grande affare, sul lungo periodo.

Esaminata in questi termini, la questione ha dei risvolti preoccupanti. Era già piuttosto difficile per l’agricoltura italiana nutrire la popolazione al tempo del Duce, quando in Italia c’erano meno di 40 milioni di persone e il terreno agricolo non era stato sovrasfruttato,  rovinato e cementificato come lo è oggi. Ora che siamo in più di 60 milioni, in Italia non sarebbe possibile dar da mangiare a tutti soltanto con le risorse locali. Se non importiamo cibo anche su filiere piuttosto lunghe, siamo in grossi guai.

Si parla molto, in questi ultimi tempi, di orti domestici o orti in città. Si fa l’esempio di Cuba che sembra sia riuscita a contrastare la crisi alimentare e sfamare la popolazione coltivando un po’ ovunque in città. Da noi, lo si faceva al tempo del fascio, quando si coltivavano gli orti di guerra e si coltivavano a grano anche le aiuole spartitraffico. Questa è veramente una filiera cortissima: uno si coltiva il proprio cibo nell’orto sotto casa o, addirittura, in terrazza. Lo faccio anch’io e mi coltivo buoni pomodori e fiori di zucca. Il problema è se ci dovessi fare pranzo e cena tutti i giorni: non sarebbe facile. In effetti,  l’idea degli orti civici mi lascia un po’ perplesso se deve diventare un modo per sfamare la popolazione.

Confrontate con l’agricoltura di una volta – quella fino a pochi secoli fa – e vedrete che nessuno coltivava orti cittadini. La differenza fra città e campagna era nettissima: la città concentrava tutte le attività non agricole nel minimo spazio. L’idea era di lasciare libero quanto più spazio possibile per un’agricoltura che non era comunque sulla micro-scala di un orto domestico. A seconda delle condizioni tecnologiche, ci deve essere una scala ottimale per l’agricoltura e io credo che non possa essere troppo microscopica. Secondo David Montgomery, oggi, con uso esteso di fertilizzanti e tecniche supermoderne, si riesce a dar da mangiare a una persona con un area di 2000 metri quadri e forse anche meno. Ma questa è ben di più di quella che può essere l’area di un orto familiare. Gli orti cittadini possono dare un supporto alimentare in condizioni di emergenza ma il sistema, mi sembra, non funzionerebbe da solo, senza l’apporto essenziale un’agricoltura su scala un po’ più grande.

Visto poi che siamo a parlare dei tempi passati, vale la pena di ricordarsi che è stato solo lo sviluppo delle ferrovie – e il conseguente allungamento della filiera del trasporto – che ha permesso di eliminare una volta per tutte le periodiche carestie che affliggevano un po’ tutti i paesi. Se uno il grano lo deve trasportare con un carretto trainato da cavalli, oppure sulla schiena, c’è un limite in cui bisogna dare più cibo alle bestie o all’uomo di quanto non ne possano trasportare. E’ difficile calcolare esattamente questo limite, ma non può essere tanto di più di alcune decine di km se ci sono montagne e strade cattive nel mezzo. E’ per questo che le ultime carestie storiche in Italia sono state nelle zone di montagna – per esempio ci furono carestie in Toscana, nel Mugello, ancora nell’800. Erano carestie locali causate da una rete di trasporti troppo inefficiente per poter compensare gli alti e bassi della produzione.

In sostanza, l’idea della filiera corta è buona purchè non si esageri.  Ci costringe a considerare la necessità di curare il nostro territorio e la nostra agricoltura. Soprattutto, ci deve far considerare che non è una cosa sostenibile dipendere da regioni lontane il cui suolo non è ancora stato sovrastruttato, ma che stiamo comunque sovrasfruttando e la cui fertilità non potrà durare per sempre. Ma una filiera relativamente lunga ci permette di compensare per le inevitabili variazioni di produzione da una regione all’altra. Per cui, un’agricoltura sana non può prescindere dal problema del trasporto su distanze anche relativamente lunghe.

Vale la pena di mettere in chiaro questo punto perché un’altra tendenza negativa del movimento ambientalista è – certe volte – di concentrarsi unicamente sul trasporto urbano e la sostituzione dei mezzi privati con tram e biciclette. Non basta: non si può trascurare il trasporto pesante. Bisogna sviluppare metodi di trasporto che siano efficienti e sostenibili, ovvero che si possano alimentare mediante energie rinnovabili; il trasporto elettrico per esempio. Che sia su strada o su rotaia importa poco, ma ci deve permettere di mantenere una filiera agricola che non sia tanto corta da farci ritornare al tempo delle carestie.

Sacchetti “ecologici”: la risposta della Novamont

Ricevo dal dr. Francesco degli Innocenti, della Novamont, una serie di considerazioni sul mio articolo sui sacchetti “biodegradabili”. Sulla base di questi nuovi dati, sono più che contento di poter rettificare alcune mie considerazioni. Va detto che avevo scritto chiaramente che il mio articolo non era diretto contro la Novamont, che mi era parsa fornire informazioni sempre corrette, ma piuttosto contro un uso assai ‘allegro’ dei termini come “ecologico” e “biodegradabile”, per esempio, ma non solo, sui sacchetti del supermercato. Non avevo nessun dubbio, come ho scritto, che il MaterBi fosse stato testato in modo corretto e completo dalla Novamont.

Qui, il Dr. Degli Innocenti mi dice che, in effetti, i sacchetti in MaterBi sono stati testati per la biodegradabilità e non solo per la compostabilità; cosa che non era chiara dai dati disponibili sul sito. Ovviamente, quasi qualunque polimero organico è biodegradabile su tempi lunghi. Il problema è il tempo necessario. Anche il polietilene è biodegradabile al 100% se si aspetta un tempo sufficientemente lungo. Quindi, scrivere sui sacchetti “biodegradabile al 100%” se non del tutto scorretto, è quantomeno fuorviante.

Mi dice anche Degli Innocenti che in alcuni mesi, i sacchetti compostano anche nelle compostiere domestiche; cosa che sembra essere confermata da alcuni commenti che avevo ricevuto dai lettori. Mi conferma che il MaterBi non è completamente a base di materiali biologici, ma mi dice anche che stanno lavorando a eliminarli completamente.

In sostanza, sembra che ci sia più che altro un problema di informazione corretta nei riguardi del consumatore che si trova davanti a termini e sigle che non sono spiegate in nessun posto. Capisco che non tutti si interessano dei dettagli di queste cose, ma se uno volesse approfondirle si trova poi davanti a una totale mancanza di informazione su cosa si intende per “biodegradabile”; qual’è la differenza con “compostabile”; il significato dei vari test, eccetera. Il MaterBi è un materiale molto interessante; è il risultato di molto lavoro e molto studio e può rappresentare un miglioramento notevole nella gestione dei rifiuti domestici. Però va usato correttamente e per questo ci vuole un’informazione corretta.

Quindi, ringrazio il dr. Degli Innocenti per questo suo messaggio che spero possa fare chiarezza sulle reali caratteristiche del polimero MaterBi. Vi passo i suoi commenti. Dice che si iscriverà al blog ed è pronto a rispondere a domande e commenti che i lettori gli vorranno fare.

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Gent.mo Professore,

torno ai discorsi fatti ieri al telefono, entrando nel merito di alcune sua affermazioni.

Uso del termine “sacchi ecologici”

Non credo che sia corretto parlare dei sacchi biodegradabili e compostabili come “sacchi ecologici”. Non mi pare che Novamont lo faccia mai. E’ un’espressione vaga e fuorviante. Ossia non vuol dire niente ma allude a molto.

I sacchi sono biodegradabili e compostabili, secondo uno standard internazionale.

“Biodegradabile al 100%, affermazione probabilmente falsa.”

Il termine “biodegradabile” non vuol dire anch’esso niente, perché anche il polietilene è biodegradabile, solo se si ha la sufficiente pazienza di allestire prove di biodegradazione lunghe e, magari, se è possibile usare del polietilene marcato con 14C per aumentare la sensibilità.

A livello accademico questo è stato fatto, specie da A.C. Albertson, una ricercatrice svedese, negli anni ’90. Risultato: il tasso di biodegradazione è dell’1% annuo…

Quindi,  evidentemente, si tratta di una biodegradazione del tutto inutile. Infatti, per poter sfruttare la biodegradabilità per scopi pratici, questa deve avere tassi comparabili ai tassi di produzione dei rifiuti. Ossia, tanti rifiuti si producono, tanto velocemente l’opzione di trattamento prescelta (in questo caso la biodegradazione) deve operare. Altrimenti si ha un accumulo.

Quindi la biodegradazione deve essere veloce per avere un valore sociale, altrimenti è puro esercizio accademico.

A livello europeo lo standard di riferimento che indica le caratteristiche che deve avere un imballaggio per poter essere definito come biodegradabile e  compostabile è l’EN 13432.  A tal proposito, ricordo che il sacchetto per asporto merci è considerato imballaggio, secondo la normativa europea.

Tra le caratteristiche indicate c’è anche la biodegradazione che, come giustamente dice lei, è misurata con il metodo di laboratorio descritto nello standard ISO 14855 (attenzione la ISO 14855 è solo un metodo, non è una “specification”.  I limiti sono indicati nella EN 13432).

Secondo la EN 13432 la biodegradabilità da raggiungere è del 90% in sei mesi. Si misura mediante la determinazione dell’evoluzione del carbonio organico, che poi viene rapportato al valore teorico raggiungibile in caso di totale conversione.

Quindi 90% vuol dire che il 90% del carbonio si è mineralizzato, ossia si è convertito in CO2. Il restante 10% è biomassa più un eventuale errore della misurazione.

Tutti i materiali Mater-Bi sono certificati, ossia sono stati testati da un laboratorio terzo, accreditato, ed i risultati validati da un ente di certificazione terzo.

In genere i nostri materiali sono certificati da Vinçotte (marchio”OK Compost”) e/o da DINCertco (Marchio: “seedling”). Si sta ora affermando in Italia il marchio CIC, rilasciato dal Consorzio Italiano Compostatori.

Tutti questi marchi sono rilasciati ai prodotti conformi allo standard EN 13432.

Quindi, i materiali certificati sono biodegradabili nelle condizioni e nei termini indicati dallo standard EN 13432.

Tutto questo per dirle che il termine “biodegradabile al 100%” è vero, perché utilizzato per indicare che il materiale è totalmente biodegradabile, ossia totalmente convertibile in CO2 .

“adatto per la raccolta dell’umido”. Affermazione probabilmente false.

I sacchi biodegradabili per la raccolta differenziata del rifiuto umido sono usati da molti anni sia in Italia, che in Europa.  E’ la maggiore applicazione delle plastiche biodegradabili e compostabili. Le posso fare avere numerosissimi studi, fatti da operatori del settore che testimoniano riguardo alla utilità dei sacchetti compostabili, non appena il collega che si occupa di waste management torna da una trasferta. Quindi la affermazione è vera e può essere circostanziata.

Il Mater-Bi non è sostenibile

Il poliestere usato nel Mater-Bi non è polietilentereftalato, ma un prodotto di policondensazione basato su monomeri derivati da oli vegetali. Il poliestere non è ancora totalmente rinnovabile, perché alcuni monomeri indispensabili alla sua produzione non possono ancora essere prodotti da Novamont a partire da fonte rinnovabile. La Novamont è impegnata nello sviluppo ulteriore della sua bioraffineria in Italia che potrà dare le alternative “bio” nei prossimi anni. In ogni caso, già oggi la sostenibilità ambientale del prodotto è elevata. Studi di Life Cycle Assessment (LCA) hanno dimostrato che l’impatto ambientale del Mater-Bi è migliorativo rispetto a quello del polimero di riferimento, il polietilene. Tuttavia al di là del semplice confronto tra prodotti, il vero “significato” del materiale Mater-Bi si rileva nel momento in cui è possibile “far valere” e sfruttare pienamente la biodegradabilità e le conseguenze di questa caratteristica in una logica di sistema e non solo di prodotto nel contesto della raccolta differenziata. Infatti, laddove il prodotto diventa “strumento” di raccolta differenziata, ossia rende possibile, oppure facilita, il riciclaggio, ebbene in quel caso la sostenibilità del sistema nel suo complesso risulta evidente. Quando parlo di riciclaggio mi riferisco al riciclaggio organico ossia al compostaggio e alla digestione anaerobica seguita da compostaggio. A questo proposito le allego uno studio in cui si evidenzia come la biodegradabilità di stoviglie monouso migliora le performance ambientali del sistema complessivo, permettendo di passare da uno smaltimento convenzionale al riciclaggio organico. L’analisi evidenzia come il salto da smaltimento (ossia discarica e incenerimento), a riciclaggio (ossia compostaggio) permette un miglioramento della sostenibilità complessiva.

Compostaggio industriale e compostaggio domestico

Lo scopo dichiarato dello standard EN 13432 è la compostabilità in impianti di compostaggio industriale. Quindi i materiali conformi alla EN 13432,  posseggono caratteristiche di biodegradabilità e disintegrabilità adeguate per un impianto industriale, ma non necessariamente sono compostabili anche in un impianto domestico.

La compostabilità domestica si differenzia dalla compostabilità industriale per due principali ragioni: 1) le temperature raggiunte dal cumulo dei rifiuti nella compostiera domestica sono solitamente poco più alte della temperatura ambiente; nel compostaggio industriale le temperature raggiungono i 50°C – con picchi di 60-70°C – per alcuni mesi); 2) le compostiere domestiche non sono generalmente controllate e le relative condizioni possono non essere sempre ottimali (gli impianti di compostaggio industriale, invece, sono gestiti da personale qualificato e mantenuti in condizioni ottimali di lavorazione).

Non abbiamo esperienza riguardo al comportamento del Mater-bi nel tipo di compostatore che lei cita nell’articolo. Lo stiamo per ordinare per conoscerne le proprietà e le potenzialità.  Le prove da noi fatte di home composting sono state fatte nei compostatori da “giardino”, dove il materiale permane per mesi. In quelle condizioni i gradi Mater-Bi certificati come “home compostable”, in quanto biodegradano a temperatura ambiente, sono in effetti spariti. Si trattava però di un periodo di mesi e non di una settimana. Conto di ritornare su questo punto non appena abbiamo fatto una sperimentazione con queste compostiere elettriche.

Detto questo, la raccolta differenziata dell’umido si basa sul conferimento del rifiuto ad impianti industriali dove il Mater-Bi è ben accettato, si composta senza problemi, e non crea quindi problematiche.

Cordiali saluti,

Francesco Degli Innocenti