Viaggio in Puglia

Domenico Coiante ASPO 22/07/2012

Nel lontano 1990 ho presentato alla 21a Conferenza degli Specialisti Fotovoltaici dell’IEEE, tenuta quell’anno ad Orlando in Florida, un mio lavoro dal titolo “Towards The Photovoltaic Farm”. Il tema proposto fu ritenuto tanto avveniristico per quei tempi da non poterlo includere nelle sessioni tecniche ordinarie. Tuttavia mi fu concessa l’opportunità di presentare e discutere il lavoro come “poster” in una delle sessioni  pomeridiane e l’articolo fu poi regolarmente pubblicato sugli atti della Conferenza (21-th  IEEE Photovoltaic Specialist Conference, 1990 Orlando, vol.II, p1095-98).

In quel lavoro sostenevo che la produzione fotovoltaica di elettricità su larga scala possedeva caratteristiche logiche e strutturali tali da rendere il settore più vicino alla produzione industriale agricola che alla produzione elettrica convenzionale, termoelettrica o nucleare. Infatti, sia nell’agricoltura che nel fotovoltaico, le risorse di base sono costituite dalla radiazione solare e dal territorio e l’agricoltura da millenni ha imparato a sfruttare al meglio tali risorse. Pertanto, l’integrazione della produzione fotovoltaica nelle attività agricole convenzionali (ovviamente nei siti favorevoli) avrebbe potuto dare un grande impulso allo sviluppo di questa nuova fonte.

Concludevo, infine, che, una volta raggiunta la competitività economica, le “fattorie fotovoltaiche” avrebbero potuto costituire una grande opportunità per mettere a profitto i terreni aridi e abbandonati dall’agricoltura convenzionale perché improduttivi, con favorevoli implicazioni socio-economiche ed ambientali.

Ricordo con molto piacere che, all’orario convenuto, si era formato un discreto gruppo di persone intorno al mio poster e che ferveva un’animata discussione quando mi sono presentato per illustrare il contenuto. Fui sottoposto ad una serie di domande, alcune di benevole approvazione, altre di disapprovazione più o meno forte circa la visione da me sottintesa del fotovoltaico come fonte di energia diffusa sul territorio, capace di dare un contributo significativo e determinante nel lungo periodo sul bilancio energetico nazionale. Mi veniva concesso che in qualche caso gli impianti fotovoltaici potevano costituire un’integrazione del reddito agricolo, ma solo in minima parte e comunque il contributo energetico dovuto alla eventuale diffusione della filosofia delle “PV farms” non avrebbe mai potuto essere significativo su scala nazionale.

Sono trascorsi 22 anni.

Nella seconda metà del giugno scorso ho effettuato un viaggio di vacanza per visitare la Puglia ed ho avuto una piacevole sorpresa. Lungo l’itinerario di viaggio, dal Gargano fino all’estremità del Salento, a Santa Maria di Leuca, e ritorno con uno sconfinamento in Basilicata ai Sassi di Matera, ho incontrato un grande numero d’impianti fotovoltaici, per la maggior parte integrati al le colture agricole tradizionali di quei luoghi, oliveti, vigne e seminativi vari.

Fig.1 – Impianto fotovoltaico su terreno seminativo lungo la strada da Taranto a Matera, tra campi di grano a sinistra e vigne sulla destra

 

Fig.2 – Impianto in prossimità di un oliveto e di una cava a Minervino Murge

Nella mia frettolosa ricognizione, ho potuto constatare che gli impianti erano collocati spesso sugli appezzamenti di terreno un tempo dedicati alla coltivazione intensiva dei pomodori, o dei meloni, che oggi non fornisce più alcun profitto a causa essenzialmente della incombente siccità e dei costi troppo alti di coltivazione e di raccolta. Per la maggior parte, questi terreni sono situati all’interno di oliveti secolari, o vigne, e ciò provoca l’impressione che si siano tagliati gli olivi per far posto ai pannelli fotovoltaici (chissà se in qualche caso ciò è realmente avvenuto?).

Sia pure con qualche piccola stonatura ambientale (certi impianti avrebbero potuto essere integrati meglio nel paesaggio), ho visto in corso di realizzazione su grande scala in Puglia il concetto delle PV farms, per il quale sono stato trattato da “visionario” alla Conferenza di Orlando.

Facciamo qualche numero.

Dal contatore istantaneo del Gestore dei Servizi Elettrici apprendiamo che al 20/07/2012 sono entrati in servizio 407 668 impianti fotovoltaici in tutta Italia per un totale di  circa 14,6 GWp (14 639 581 kWp).

Dai dati statistici del GSE relativi al 2011 si ricava che  il numero d’impianti era di 330 196 di cui il 6,9% risultava collocato in Puglia. La potenza totale istallata era di 12,8 GWp di cui il contributo maggiore su scala nazionale spettava alla Puglia con circa 2,19 GWp corrispondente al 17,1%.

La media della distribuzione della potenza fotovoltaica sul territorio nazionale (301171 kmq) è stata di 42,4 kW/kmq, mentre in Puglia si è realizzato il record di 112,9 kW/kmq. Allo stesso modo, contro una media nazionale di 211W/abitante, la Puglia detiene il record di 535,9 W/abitante.

Ricordiamo che questo grande sviluppo è tutto basato sull’erogazione degli incentivi statali, che hanno consentito di rendere artificialmente remunerativo l’investimento in impianti fotovoltaici da parte dei privati così che è divenuto economicamente conveniente “coltivare a fotovoltaico” anche i terreni agricoli rispetto ad alcune colture stagionali non più remunerative. Risulta chiaro che, pur avendo la situazione attuale carattere contingente, legato alla presenza degl’incentivi statali, essa, tuttavia, costituisce un’anticipazione di quanto avverrà di regola nel momento in cui la decrescita in corso dei prezzi degli impianti porterà il costo di produzione del kWh alla competitività.

Occorre anche ricordare che, pur essendo facilmente amovibili, gli impianti fotovoltaici, una volta costruiti, devono stare sul terreno in produzione per almeno 25-30 anni per consentire di avere un positivo Valore Attuale Netto dell’investimento. Ciò pone alcuni vincoli territoriali sull’occupazione delle aree agricole, che devono essere tenuti presenti.

Per la Puglia la situazione appare sotto controllo. Infatti, con un’efficienza media dei moduli fotovoltaici pari a circa il 14% ed un fattore di prestazione degl’impianti del 75%, si ottiene un rendimento energetico d’impianto pari a circa il 10%, il che porta ad avere la produzione di 1 kWp per ogni 10 mq di moduli. Considerato il necessario distanziamento tra le file dei pannelli per evitare l’ombreggiamento reciproco, che porta a dover maggiorare la superficie occupata di un fattore pari a circa 2,5, abbiamo che ogni kWp di moduli occupa un’area territoriale di 25 mq.

Pertanto, la situazione del terreno occupato dagli impianti fotovoltaici in Puglia è oggi espressa dall’indice territoriale di circa 2822 mq di impianto per ogni kmq di superficie, cioè il 2,8 per mille. Questa percentuale è ampiamente al di sotto dell’1%, valore che è ritenuto come la soglia d’allarme per l’occupazione del terreno agricolo con gli impianti fotovoltaici.

 

7 comments ↓

#1 Remo Angelini on 07.30.12 at 23:16

Vorrei solo ricordare che mentre il fotovoltaico che si vede nelle immagini impedisce di fatto la coltivazione di quei terreni, una disposizione diversa dei pannelli la favorirebbe.Ho visto in rete che ora lo chiamano “agrovoltaico”. Proprio nelle terre più assolate infatti con una disposizione più larga e alta dei pannelli si può ottenere un’ottima ombreggiatura che ridurrebbe il fabbisogno di acqua e permetterebbe di lavorare col trattore sotto ai pannelli. Ricordo, per chi non fosse particolarmente pratico di agricoltura, che comunque per certe colture in estate sulle coste adriatiche centro-meridionali è utile per migliorare le rese creare un’ombreggiatura del 50%, che in genere si ottiene con le reti ombreggianti che per esempio si vedono sulle serre. Non vedo perchè non crearla coi pannelli, visto che così si potrebbero prendere i classici due piccioni con una fava.

#2 ijk_ijk on 07.31.12 at 13:10

Considerazioni giustissime ma non capisco da dove venga l’affermazione che “….l’1%, [..] è ritenuto come la soglia d’allarme per l’occupazione del terreno agricolo con gli impianti fotovoltaici”.
Perché?

#3 francor on 07.31.12 at 14:48

pessimo articolo come di solito si leggono in questo blog (alcuni son buoni a onor del vero). Abbiate almeno l’onesta’ intellettuale di ammettere e aggiungere che di quelle fattorie con spazzatura fv non ne vedreste neanche una se non fosse per gli incentivi, che di fatto sono investimenti che danno circa il 7%.

#4 arturo tauro on 08.01.12 at 08:53

Spero di sbagliarmi, ma mi sembra che il V conto energia non dia più contributi per impianti a terra, ma solo per quelli su edifici. In questo caso il fotovoltaico italiano sarebbe automaticamente morto

#5 marco on 08.02.12 at 16:37

In Lombardia “l’energia del futuro” si taglia………..

http://www.asca.it/newsregioni-Lombardia__Colucci__il_patto_filiera_bosco_legno_funziona-1184016-.html

#6 francor on 08.03.12 at 10:19

Intervento di Agostino Conte, vice presidente del Comitato tecnico energia e mercato Confindustria, al convegno “Il mercato insidiato dell’energia, tra successi, sussidi, oneri, decarbonizzazione, corsa tecnologica e privatizzazioni incompiute” organizzato dai Radicali a Roma il 12 aprile 2012.

http://www.youtube.com/watch?v=8VRqdidSlYA

#7 francor on 08.04.12 at 10:36

notare che da uno studio di Domenico Coiante sfruttando l’intero parco boschivo e anche gli scarti delle produzioni di legname dei boschi in Italia si genererebbe al massimo circa il 7% del fabbisogno

http://www.aspoitalia.it/component/content/article/85