Rischi nucleari dopo il picco del petrolio

Alle volte, l’energia nucleare è vista come qualcosa che potrebbe salvarci dal picco del petrolio. In realtà, il picco del nucleare e il picco del petrolio stanno arrivando insieme. Con un gran numero di impianti obsoleti e da smantellare, qualsiasi cosa si faccia a partire da oggi è inevitabile che la produzione di energia nucleare vada a calare nel futuro, indipendentemente dal disastro di Fukushima.

A parte questo, il dopo-picco ci porta una serie di problemi con l’energia nucleare che fino ad ora non erano stati previsti. Dove trovare le risorse per lo smantellamento di un gran numero di impianti in un arco di tempo di parecchi decenni? Come gestire scorie radioattive che resteranno tali per millenni?

In aggiunta, Dmitri Orlov, nel suo blog “ClubOrlov” solleva un problema che finora non era stato posto; i paesi che usano energia nucleare rischiano un evento tipo Fukushima anche senza un maremoto distruttivo. Il raffreddamento delle centrali nucleari in caso di blackout dipende in modo critico dalla disponibilità di gasolio, che sta diventando sempre più costoso. Nel caso di un black-out prolungato, non è ovvio che sia possibile mantenere il raffreddamento per un tempo sufficiente e la centrale potrebbe andare in meltdown, proprio come Fukushima. Già oggi stiamo correndo dei grossi rischi, nel futuro, questi problemi non potranno che aggravarsi.

Ecco cosa dice Orlov (traduzione di Teresa Dentamaro):

[Nel futuro sarà necessario] spegnere le centrali nucleari prima che la rete elettrica vada in black out e vadano in fusione del nocciolo come quella di Fukushima Daiichi, avvelenando la terra e il mare tutto intorno per migliaia di anni. La rete elettrica sta già avendo dei cali: la percentuale di interruzioni della corrente elettrica è aumentata esponenzialmente negli Stati Uniti. Proprio di recente un’importante zona del centro di Boston è rimasta al buio per l’esplosione di un trasformatore. La risposta è stata quella di attivare generatori diesel per fornire luce di emergenza.

I trasformatori all’interno della rete sono vecchi, qualche volta di decenni, costruiti oltremare ed essendo costosi non ci sono molti pezzi di ricambio a disposizione. Con il procedere dell’invecchiamento dell’infrastruttura (cosa che accade e che continuerà ad accadere non essendoci soldi per rinnovarla) questi incidenti accadranno con maggior frequenza, mettendo sempre più sotto pressione i vecchi generatori diesel che sono pochi e costosi. Accade che già adesso questi generatori di emergenza siano usati non solo nelle emergenze ma per supplire a lacune nella produzione di corrente in rete durante le ore di massima richiesta. Il gasolio è già usato in mare e nel trasporto su terra, così come nella maggior parte dei macchinari pesanti e non ce n’è a sufficienza disponibile nel mondo, quindi l’idea di rimpiazzare la rete elettrica con generatori diesel locali conduce ad un problema molto serio già nell’immediato. E in effetti, esaminando molti rapporti sulla penuria di diesel nel mondo, il problema esiste già.

Un black out esteso è fatale per un impianto nucleare. Senza una rete da alimentare, i reattori devono essere spenti ma hanno ancora necessità di essere raffreddati per evitare che si arrivi alla fusione. L’elettricità necessaria ad alimentare le pompe di raffreddamento viene dall’impianto stesso, o dalla rete elettrica o, se entrambi sono in black out – avete indovinato – dai generatori diesel. Di solito c’è disponibilità di gasolio solo per alcuni giorni; dopo, l’acqua di raffreddamento va in ebollizione, il rivestimento in zirconio delle barre di combustibile nucleare va a fuoco e tutto si fonde divenendo tanto radioattivo non solo da non potercisi avvicinare, men che meno decontaminarlo.

Peggio ancora, la maggior parte dei 100 circa impianti nucleari negli Stati Uniti sono pieni di barre di combustibile esaurito. Questo combustibile non è più così potente da generare elettricità ma una gran parte di esso è ancora molto caldo; per questo le barre sono tenute in piscine d’acqua che deve essere forzata a circolare e a raffreddarsi per evitare che inizi a bollire. Il combustibile esaurito contiene scorie che abbracciano l’intera tavola periodica degli elementi, molte di esse sono sia radioattive che tossiche. Se l’acqua bolle, le barre di combustibile bruciano spontaneamente, coprendo l’ambiente circostante con una cappa di prodotti tossici e radioattivi da scorie nucleari. La soluzione consiste nel pescare le barre fuori dalle vasche, sistemarle in fusti asciutti e seppellirle in terreni a formazione geologicamente stabile e in zone non sismiche. Questo è un processo lento e costoso, per il quale al momento non ci sono soldi.

 

7 comments ↓

#1 Giovanni on 04.26.12 at 18:16

Tutto questo Non lo si dovrebbe considerare un impotetico rischio, perchè di fatto è gia una grossa fonte di guai con enormi danni all’ambiente ed al futuro dell’umanità, a cui da subito bisognerebbe mettere mano almeno per contenere i danni, almeno tentare….ma dato che in questo scanario politico interanzionale non possiamo sperare che vi siano persone responsabili, o comunque in grado di affrontare il problema…. cosa facciamo?

#2 arturo tauro on 04.27.12 at 08:47

in caso di black out elettrico prolungato nelle centrali nucleari è probabile che possano intervenire i governi degli stati interessati con requisizioni – sequestri – confische del gasolio ai privati cittadini, pur di mantenere i generatori diesel in funzione per raffreddare il nocciolo. Vorrei chiedere, ma il nocciolo oramai spento per quanto tempo va raffeddato attivamente prima che possa considerarsi sicuro a secco? immagino siano molti sono mesi …forse anni ??

#3 ant48 on 04.28.12 at 13:44

Scusatemi, io non sono favorevole al nucleare, o meglio sono assolutamente contrario al modo assurdo in cui lo si usa attualmente per produrci l’energia elettrica, ma in questo post c’è una cosa che non capisco. Dunque, è un dato di fatto che una centrale “spenta”, cioè perfettamente in grado di funzionare ma temporaneamente ridotta al minimo possibile del suo sviluppo di calore, continua a produrre qualche megawatt termico residuo, che deve essere smaltito col raffreddamento attivo altrimenti il nocciolo fonde; ora se per un blackout non c’è energia elettrica in rete, ma la centrale è a posto, possibile che non sia possibile usare questo calore residuo (eventualmente facendogliene produrre un po’ di più) per farci l’energia elettrica necessaria per mandare le pompe? In questo modo si possono raffreddare anche le scorie che stanno nelle vasche. Mi sembra incredibile che nel normale progetto di una qualsiasi centrale nucleare, fatta giusto per produrre energia elettrica, non sia prevista una eventualità così banale. Perciò non capisco quali problemi può creare un black out o la rottura di un trasformatore vecchio che si trova magari chissà a quale distanza.
Capisco che nelle ore immediatamente seguenti ad un black out prolungato, visto che per spengere una centrale occorre diverso tempo, debba essere smaltito moltissimo calore, ma è lo stesso calore prodotto quando la centrale lavora normalmente.

#4 Ugo Bardi on 04.28.12 at 17:51

Guarda, Antonello, io credo che il post di Orlov vada letto in termini di “rischio”, non di certezza. Ovvero, Orlov sta descrivendo un rischio del quale, fino ad oggi, non si era parlato molto. Il rischio è per definizione qualcosa che non sai se e quando succederà, però ritieni che possa succedere.

In questo caso, il rischio è perfettamente possibile, dato che è esattamente quello che è successo a Fukushima. Nonostante lo tsunami, la centrale si era spenta senza problemi. Solo che dopo non sono riusciti a raffreddarla – ergo è andata in meltdown.

Del resto, questo è quello che si suppone che succeda quando la rete va in black-out. La centrale si spegne, nel senso che vengono messe giù le barre del moderatore e la reazione a catena si interrompe. Questo però non interrompe il naturale decadimento radioattivo del combustibile che genera calore (circa il 6% del calore generato dal reattore in operazione). Quindi bisogna continuare a raffreddare il nocciolo. Da quello che so, normalmente non è previsto che la centrale funzioni “a isola”, ovvero che si possa utilizzare il calore residuo per fare andare un generatore con il quale si provvede al raffreddamento. Lo si potrebbe sicuramente fare, specialmente per i reattori a “boiling water” ma quanti reattori sono attrezzati per una cosa del genere? Fukushima era un reattore a boiling water, ma – evidentemente – non era attrezzato per funzionare in questo modo.

Ora, la questione di cosa succede in caso di un black-out prolungato è complessa e io sono il primo a dire di non essere sufficientemente esperto per potermi esprimere in proposito. D’altra parte, sono anche sicuro che se lo avessimo chiesto ai gestori della centrale di Fukushima prima del disastro, quelli avrebbero risposto “non c’è problema, tutti i rischi possibili sono stati previsti.”

#5 Paolo C. on 04.28.12 at 23:26

Questo post mi ha fatto venire in mente anche un’altra eventualità: un black-out a seguito di una tempesta geomagnetica. Nel 1989 una di esse causò un blackout di 9 ore in tutto il Quebec a causa del sovraccarico sulle linee ad altissima tensione. Se si verificasse un “Carrington Event” come quello del 1859, il black-out potrebbe protrarsi molto più a lungo e fare molti danni. Sempre che un adeguato preavviso non riesca a scongiurare il pericolo…

#6 ant48 on 04.29.12 at 00:46

D’accordo sulla chiave di lettura di Orlov. Il mio commento era per capire meglio. Ormai sono anni che mi sono fatto un’idea abbastanza consolidata sul nucleare da fissione e i suoi effetti collaterali indesiderati, ma è sempre bene aggiungere tasselli al mosaico.
Scusate se sono un po’ logorroico, poi mi metto zitto e non apro più bocca, ma raccontare una storiella del primo bischero di passaggio a volte serve, se non altro perché repetita iuvant.
Nei primi anni “settanta”, periodo di entusiasmo diffuso per l’argomento, mi ero fatto un’idea di questo tipo:”Sì, non c’è gara, la soluzione è il nucleare da fusione, quello sì che risolve tutti i problemi, ma intanto, mentre aspettiamo che arrivi, anche quello da fissione può andare, è una soluzione un po’ rozza e pericolosa ma in quanto transitoria si può accettare. Certo che, a quanto ci raccontano ora [es. articoli divulgativi di “Le Scienze”], c’è da fare ancora molto sulla sicurezza e sulle scorie, e quando l’avranno fatto, un KWh di energia elettrica da nucleare costerà mooolto di più di quanto costa ora”.
Poi il nucleare da fusione non è arrivato, e io, che nel frattempo avevo smesso di informarmi, mi ero convinto – senza una ragione plausibile – che i problemi di quello da fissione fossero stati in buona parte superati. E infatti al primo referendum, quello che eliminò il nucleare dall’Italia, votai invece a favore. Successivamente ho avuto modo di informarmi meglio e ho scoperto che non era stato fatto praticamente n-u-l-l-a in tema di sicurezza a breve e a lungo termine, almeno per gli argomenti che avevano colpito allora la mia attenzione e che ho sempre considerato irrinunciabili. E la spiegazione è semplice: costerebbe troppo, “enormemente troppo” . Come si farebbe, fra l’altro, a continuare a dire che costa meno del fotovoltaico?
Indovinate come ho votato al referendum recente.

#7 Elio Collepardo on 05.06.12 at 17:27

La fusione fredda di Fleischmann e Pons è una bufala? Avete letto di Torrealta e Del Giudice “Il mistero delle tre pallottole” Verdenero Inchieste, Edizione Ambiente,2010? . Quando si parla di argomenti specialistici come atomo, petrolio, ecc. sembrerà strano ma si otterrebbero risultati positivi anche affrontando il serpente dalla coda cioè dalla DEMOGRAFIA, dunque con il controllo delle nascite. Vi suggerisco la lettura di “Semi neomalthusiani” ottenibili con internet sul sito dell’Editore Arduino Sacco. Scrivetemi – dopo, se volete.