La rete intelligente è una realtà di oggi

Arriva dal “Financial Times” un articolo molto interessante. Una ditta Scozzese che si chiama “Flexitricity” ha messo insieme un sistema che vende e compra energia a secondo delle necessità dei clienti. E’ il concetto di “smart grid” che finora è stato parecchio sulla carta ma che, qui, è creato in pratica da una ditta privata.

In Italia, sembra che sia impossibile per un privato realizzare una cosa del genere, ma il concetto è già impiegato all’interno di grandi siti o distretti industriali. Me lo descrive così Corrado Petri, uno dei membri di ASPO-Italia che si occupano di queste cose:

Si parte da tre concetti fondamentali: 1) moltissimi utenti della rete hanno gruppi elettrogeni che stanno sempre fermi e che spesso, quando davvero servono, non risultano affidabili; 2) per essere affidabile un gruppo elettrogeno deve operare periodicamente sotto carico, ma ciò raramete avviene, perchè l’utente non ha voglia di spegnere tutto ogni settimana, commutare e ricommutare dopo un’ora e dopo aver speso un bel po’ in gasolio; 3) se i normali gruppi elettrogeni che non possono riversare in rete vengono dotati di sistema di parallelo automatico+sistema di controllo remoto+carburante a bassa CO2, ecco che possiamo realizzare qualcosa di simile a quei supersistemi di calcolo costituiti da tanti utenti collegati in rete che suddividono sui loro PC la potenza di calcolo disponibile. Il sistema risulta affidabile ed essendo distribuito, prevedibile e fortemente reattivo può portare solo vantaggi alla rete.

In sostanza, la smart grid, o “rete intelligente” non è un concetto per un futuro remoto, ma qualcosa che può funzionare già oggi e che ci da buone prospettive per far si che le rinnovabili si espandano gradualmente a prendersi carico della generazione di energia elettrica

Maggiori informazioni sul sito di flexitricity

E’ una cosa semplice, di cui si parla spesso ma che nessuno ha ancora pensato di mettere in piedi in Italia. In realtà il concetto è già impiegato all’interno di grandi siti o distretti industriali, e noi in particolare facciamo qualcosa di molto simile, su scala ridotta.
Si parte da tre concetti fondamentali: 1) moltissimi utenti della rete hanno gruppi elettrogeni che stanno sempre fermi e che spesso, quando davvero servono, non risultano affidabili; 2) per essere affidabile un gruppo elettrogeno deve operare periodicamente sotto carico, ma ciò raramete avviene, perchè l’utente non ha voglia di spegnere tutto ogni settimana, commutare e ricommutare dopo un’ora e dopo aver speso un bel po’ in gasolio; 3) se i normali gruppi elettrogeni che non possono riversare in rete vengono dotati di sistema di parallelo automatico+sistema di controllo remoto+carburante a bassa CO2, ecco che possiamo realizzare qualcosa di simile a quei supersistemi di calcolo costituiti da tanti utenti collegati in rete che suddividono sui loro PC la potenza di calcolo disponibile. Il sistema risulta affidabile ed essendo distribuito, prevedibile e fortemente retattivo può portare solo vantaggi alla rete. Correttamente, viene premesso che in caso di blackout la capacità di generazione resta a completa disposizione del proprietario.

3 comments ↓

#1 Pippo on 10.12.10 at 08:18

La RETE è senz’altro intelligente ma se abbiamo politici ai vertici di 60 anni e oltre come potrà mai svilupparsi?
Se non vi è l’intenzione e la visione nel medio-lungo periodo?
Qui in Piemonte stanno partendo adesso i finanziamenti per fare sinergia tra Università e Impresa nel campo delle nuove tecnologie, delle fonti energetiche alternative ecc.
Questa cosa bisognava farla 10 anni fa! Ora si sono accorti che non potremo più vivere sull’automobile.
Che bravi.

#2 Guido on 10.13.10 at 19:58

Scusate, ma quanto inquinano i generatori a gasolio o altro combustibile?
Per me la rete intelligente è auspicabile sopratutto per la distribuzione in rete dell’energia prodotta da fonti rinnovabili anche di piccola/media taglia.
Una rete elettrica non solo di distribuzione ma anche di produzione e scambio.

#3 gigieffe on 10.14.10 at 00:14

Caro articolista anonimo,
ho la sensazione che non abbia trovato 10 minuti per approfondire personalmente sul sito di Flexitricity il reale contenuto della loro proposta, e si sia accontentato della recensione di Corrado Petri, forse pure limitata all’articolo del Financial Time.

Ha fatto male, perché credo proprio che Petri, forse perché eccitato dalle paroline magiche -Smart Grid, CO2 Reduction- che il sapiente marketing di Flexitricity ha disseminato nel sito come un consumato pifferaio di Hamelin, abbia fatto un bel testacoda.

Come spiegato chiaramente nel sito Flexitricity, tutto nasce non dalle esigenze dei gruppi elettrogeni ma dalla esigenza crescente di STOR della National Grid.
Chi è la National Grid? É più o meno l’equivalente Inglese di Terna, e si occupa di distribuzione elettrica
( http://www.nationalgrid.com/ ).

Che cos’è lo STOR? Sta per Short Term Operating Reserve ( http://www.flexitricity.com/core-services ) ossia Riserva Operativa a Breve Termine.
Cioè, la National Grid (come qualunque altro gestore di rete al mondo) per assicurare continuità di fornitura, ha bisogno di una certa potenza in stand-by, pronta a subentrare rapidamente in rete per compensare picchi di carico imprevisti o, più frequentemente, cadute di produzione di altre centrali elettriche.
Quando possibile la capacità di STOR dovrebbe essere assicurata dall’idroelettrico ad accumulo, che può stare in stand-by senza consumare ed è una scheggia nell’entrare in rete quando serve.
Ma quando non c’è o non basta, si tengono in stand-by caldo centrali a carbone o a gas, con ovvi consumi ed inquinamento.
National Grid è disposta a comprare da terzi la capacità di STOR ed pagare una quota fissa per la disponibilità più una quota variabile per l’uso.
Qui finalmente entrano in scena i gruppi elettrogeni: un “piccolo” gruppo è certamente molto più lesto ad erogare potenza di una grossa centrale e può anche non essere tenuto in stand-by caldo.
Esattamente come quando saliamo in macchina, giriamo la chiavetta e siamo pronti a partire dopo qualche secondo, un gruppo elettrogeno può essere acceso ed essere pronto ad erogare dopo pochi secondi.
Evidentemente, probabilmente a causa dei Triad Charges ( http://www.flexitricity.com/core-services/triad-management ), sono presenti in Scozia utenti che hanno contratti “piccoli” con National Grid ed utilizzano gruppi elettrogeni per soddisfare i propri picchi prevedibili di carico.

E qui salta fuori il ruolo di Flexitricity: interfaccia tra National Grid e clienti dotati di gruppi elettrogeni per la gestione dello STOR ( ed anche per la gestione del Triad Management: un interessante sistema con cui il gestore di rete cerca di contenere il picco di carico. Merita una accurata lettura).

Il marketing di Flexitricity presenta poi ai potenziali clienti altri vantaggi, oltre a quelli economici, quali l’incremento di affidabilità di un gruppo elettrogeno periodicamente in esercizio, cosa effettivamente vera.
Va da sé che il ricorso allo STOR basato su gruppi elettrogeni ha un pesante tributo ecologico.
Un gruppo elettrogeno a motore alternativo ha un rendimento a regime che non supera il 25-30% contro il 55-60% di un moderno CCGT, gli scarichi finiscono distribuiti nell’ambiente tra fabbriche e condomini, la loro frammentazione non ne consente un monitoraggio ed un controllo accurato, probabilmente le norme sulle emissioni saranno anche rilassate al di sotto di una certa potenza.

Naturalmente non ha senso, se non in modo occasionale, utilizzare i gruppi elettrogeni per alimentare la rete, perché qualunque centrale classica, per vecchia e scalcagnata che sia, ha rendimenti ed impatto ambientale nettamente migliori.
Siamo ben lontani dal sogno ideologico che tanto entusiasma Petri ”… sistema di parallelo automatico+sistema di controllo remoto+carburante a bassa CO2, ecco che possiamo realizzare qualcosa di simile a quei supersistemi di calcolo costituiti da tanti utenti collegati in rete che suddividono sui loro PC la potenza di calcolo disponibile. Il sistema risulta affidabile ed essendo distribuito, prevedibile e fortemente reattivo può portare solo vantaggi alla rete.”
Si intuisce che gli luccicano gli occhi, mentre ne scrive, e forse questo gli ha impedito di vedere che secondo Flexitricity, sono previsti 50-60 interventi di un ora all’anno: qualche bottarella ogni tanto, ma niente sistema democratico, distribuito, scalabile, ecc.
Inoltre, il funzionamento specifico come STOR implica che i gruppi lavorino quasi sempre in regime transitorio: condizione ideale per avere bassi rendimenti ed alti inquinanti allo scarico.

Insomma, da un punto di vista ecologico l’obiettivo corretto da perseguire sarebbe la riduzione dello STOR.

Invece no, lo STOR è in aumento…

Dal sito Flexitricity:
“The STOR market has been growing in volume and value for several years, due to the reduction of flexible coal and oil electricity generation capacity, and the increase in forms of generation which require balancing, such as renewables”

“Some types of renewable technologies can only generate electricity when the weather permits. Electricity supply and demand must be kept in constant balance, so variations in renewable generation need to be matched by turning other energy generators up and down, or by altering demand. Flexitricity combines small, controllable generators and flexible electricity loads, to create a low-carbon source of balancing electricity to respond to variations in wind, wave, tidal and solar generation.”

E questo aumento è causato, guarda un po’, proprio dalle rinnovabili aleatorie.
Nel caso scozzese penso quasi solo dall’eolico, dal momento che non credo che ci sia un gran PV installato: ha già poco senso da noi, figuriamoci alle latitudini scozzesi.
Per l’eolico invece la Scozia è invece una terra benedetta, con fattore di capacità medio del 40% e picchi anche del 57%.
(http://en.wikipedia.org/wiki/Wind_power_in_Scotland ).
Eppure anche lì, sulle Highlands, per oltre la metà del tempo il vento non soffia, e quando non soffia ci danno dentro con le vecchie classiche centrali… (http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_power_stations_in_Scotland )
Che devono continuare ad esistere ed ad essere mantenute come se l’installato di eolico non esistesse.

Il sistema Flexitricity è obiettivamente intelligente, perché non aggiunge risorse in rete, ma permette di sfruttare meglio quelle già presenti.
Ha certamente un impatto ambientale significativo, perché basato su macchine a basso rendimento in funzionamento transitorio. In compenso riduce la necessità di stand-by caldo ad altre centrali termiche convenzionali.
Per la effettiva riduzione di CO2, al di là dei proclami del loro marketing, occorrerebbe disporre dei consuntivi di esercizio per vedere se la riduzione di stand-by caldo compensa il basso rendimento dei gruppi elettrogeni.

Effettuando un coordinamento tra carichi e generazione costituisce effettivamente un abbozzo molto rudimentale di Smart Grid.
Quello che è interessante notare è che Flexitricity ha trovato il proprio ruolo proprio in quel mercato di costi indotti dalle rinnovabili.

Bye

Gigi