Biodegradabile cosa??

In alcuni post precedenti, ho esaminato l’uso dei sacchetti di plastica biodegradabili per i supermercati. La questione si è rivelata piuttosto complessa e piena di trabocchetti (*) Uno dei problemi, forse il principale, è che la gente non ha informazione – nè chiara nè sufficiente – riguardo a quello che si intende esattamente per “biodegradabile” e “compostabile.” L’informazione fornita è spesso basata su oscure sigle di protocolli europei e di associazioni come la ISO. Spesso, questi protocolli non sono nemmeno disponibili su internet se non a pagamento. Anche se ci sono, o se uno paga per averli, non sono comprensibili per la maggior parte di noi. Allora, che  cosa è esattamente “biodegradabile”? E a che serve?

Per farvi un esempio di questo tipo di trabocchetti, ultimamente, mi è capitato sotto gli occhi il sito di un prodotto che si chiama “biodé” una capsula di polipropilene per le macchine da ufficio che fanno il caffé.  Questa capsula viene pubblicizzata come “biodegradabile” e viene detta capace di “azzerare l’impatto ambientale in qualsiasi condizione di smaltimento”.

La cosa mi ha lasciato molto perplesso. Il polipropilene è un tipico prodotto industriale che si fa a partire dal petrolio. Cosa lo rende allora capace di “azzerare l’impatto ambientale”?  Sono andato a vedermi il documento esplicativo del perché queste capsule dovrebbero essere considerate cosa buona per l’ambiente e la cosa mi ha lasciato ancora più perplesso. Non metto in dubbio la professionalità di chi ha fatto i test, ma gli standard di “biodegradabilità” mi sono parsi francamente assai vaghi e mal definiti. Per non parlare del fatto che la prova della biodegradabilità viene basata su 60 giorni di test che evidenziano un comportamento chiaramente non lineare e che poi – però – viene estrapolato linearmente fino ad affermare che otterremo la degradazione completa “in circa 839 giorni”. Questo è sufficiente per definire questa plastica “biodegradabile?” Sicuramente c’è uno standard da qualche parte che dice così, ma è sufficiente questo per dire che questo materiale “azzera l’impatto ambientale”? Ovvero è “ecologico”, “verde”, eccetera?

Studiandosi la cosa, (il che richiede un certo lavoro, perchè nel documento fornito le cose non sono per niente chiare) viene fuori il nocciolo della faccenda. Il fatto è che a questo polipropilene si aggiunge un additivo denominato ECM che, apparentemente, aumenta molto la rapidita della decomposizione del materiale. Questo ECM non si sa esattamente cosa sia, ma sembrerebbe essere qualcosa di simile a vari additivi “ossidanti” in commercio che rendono la plastica “oxo-bio-degradabile,” ovvero fanno si che la plastica addizionata si disgreghi  abbastanza rapidamente in atmosfera e sparisca alla vista. Notate che non è detto affatto che questa sparizione dalla vista porti all’effettiva sparizione della plastica: vuol dire semplicemente che si riduce in pezzetti molto piccoli.  Non è come una sostanza di origine biologica che viene invece “digerita” dai microorganismi dell’ambiente e ridotta ai suoi componenti molecolari.  In questo senso, non sembra veramente corretto definire queste plastiche “biodegradabili,” come si sostiene, per esempio, in questo documento oppure in questo documento )

A parte le definizioni, comunque, il punto è se questa degradazione ottenibile con gli additivi ossidanti sia una cosa buona o no. Ragioniamoci sopra un momento: dopo l’uso, un manufatto di plastica qualsiasi può vedere diversi destini finali. Vediamo di elencarli in una lista che va (a mio parere) dal peggio al meglio.

1. Conferimento improprio, ovvero buttato via dove capita
2. Incenerito con recupero di energia
3. Smaltito in discarica
4. Riciclato per fare altra plastica
5. Riusato di nuovo.

Di queste varie ipotesi, ho notato in un altra sede che la migliore è il riuso, seguito dal riciclaggio. La discarica non è una gran bella soluzione ma perlomeno rimette la plastica sotto terra e non genera CO2 di origine fossile. L’incenerimento è ancora meno buono perché, nonostante generi un po’ di energia, manda comunque in atmosfera una certa quantità di CO2 di origine fossile. Ovviamente, buttare la plastica per terra è la cosa meno buona di tutte.

Ora, il fatto di mettere degli additivi ossidanti nella plastica rende impossibili proprio quelle strategie che sarebbero le migliori, ovvero il riuso e il riciclo. Non è possibile riusare un materiale che nasce con un’autodistruzione pianificata e se poi questa roba finisce in una macchina che ricicla la plastica, c’è il rischio che gli additivi ossidanti continuino a fare il loro lavoro rovinando anche plastica che – invece -  poteva invece essere riciclata. Poi, se la plastica va in discarica, non serve a niente che si decomponga; anzi, è peggio perché genera CO2 che a questo punto sarebbe si poteva fare a meno di generare. Per quanto riguarda l’incenerimento, gli additivi ossidanti non fanno nessuna differenza, e allora non servono a niente. Alla fine dei conti, l’unico uso ragionevole degli additivi ossidanti e per ridurre l’impatto del primo caso, quello del conferimento improprio. In questo caso, un pezzo di plastica “oxo-bio-degradabile” sparirà alla vista più in fretta di uno che non lo è. Ma questo serve veramente, considerando che rende impossibile proprio le strategie più interessanti?

In realtà, il conferimento improprio è un problema marginale nella maggior parte dei rifiuti solidi; certamente non è un gran problema per le capsule delle macchinette del caffé. Qui, evidentemente, qualcuno ha fatto una bella confusione. Se ci pensate sopra un attimo, vi ricorderete che i primi prodotti detti “biodegradabili” in commercio erano detersivi, non plastiche. E’ ovvio che l’unico destino possibile del detersivo è di finire nei corsi d’acqua – non va certo a finire nell’inceneritore e nemmeno lo si può riciclare o riusare. Di conseguenza, è importante che il detersivo sia biodegradabile; ovvero si decomponga rapidamente e così faccia il meno danno possibile all’ambiente.  Avendo stabilito che la biodegradabilità è una cosa buona nel caso di un detersivo, tuttavia, non era il caso di estrapolare a presuppore che tutto quello che è biodegradabile sia buono per definizione. Non è così.

Cerchiamo allora di fare un po’ di luce sulla faccenda. Quello di cui abbiamo bisogno oggi è di sostenibilità; termine che non coincide necessariamente con biodegradabilità. Sostenibilità vuol dire un ciclo di produzione e di uso dei manufatti industriali che non porti all’esaurimento irreversibile delle materie prime usate. Ovvero, qualsiasi cosa utilizziamo, deve essere in qualche modo riciclabile (meglio se riusabile) – il ciclo delle materie prime si deve chiudere.  Il caso dei combustibili fossili è un esempio evidente di un ciclo “aperto”; ovvero di un ciclo insostenibile. Se allora la plastica è di origine fossile, c’è poco da giocare sui termini: è insostenibile anche quella; non importa che additivi ci si mettano dentro e in quanto tempo questa sparisca alla vista. L’unico tipo concepibile di plastica che può essere definita come “sostenibile” è la bioplastica, ovvero plastica ottenuta da sostanze biologiche. Questo è vero se il materiale di partenza è ottenuto da un agricoltura rispettosa del suolo, cosa che – purtroppo – è abbastanza rara; ma in ogni caso è perlomeno possibile. Invece, la plastica che si ottiene dai combustibili fossili non sarà mai sostenibile.

In sostanza, con queste plastiche di origine fossile definite “biodegradabili” siamo di fronte alla solita verniciatina di verde a prodotti che di verde non hanno niente. Ci si fida, come sempre, della cattiva informazione fornita ai consumatori e si va avanti. C’è da stupirsi?

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(*) Vi riassumo rapidamente la discussione avvenuta su questo blog a proposito della bioplastica, ovvero il sacchetto fatto in Mater-Bi. Avevo fatto qualche critica al sacchetto che non si era compostato molto bene nel mio compostatore domestico. Tuttavia, è intervenuto un rappresentante Novamont che ha rettificato alcune mie interpretazioni non del tutto corrette. Ne è seguito un dibattito molto acceso dove certe posizioni mi sono parse francamente un po’ estreme  contro il concetto stesso di “sacchetto del supermercato”. Ho riassunto la situazione in un altro post, dove ho esaminato la sostenibilità del sacchetto in Mater Bi.  La mia conclusione è che la bioplastica soffre oggi di un grave problema che ha a che fare con le pratiche insostenibili usate in agricolture. Tuttavia, è anche vero che la bioplastica è un prodotto ben superiore alle varie plastiche di origine fossile cosiddette “oxo-biodegradabili”. il Mater-Bi è effettivamente biodegradabile e compostabile e potrebbe anche diventare sostenibile se le materie prime di cui è fatto provenissero da un’agricoltura sostenibile, cosa difficile al momento ma non impossibile in futuro (anche così, il Mater Bi non sarebbe sostenibile al 100% dato che una piccola frazione del materiale usato viene da monomeri di origine petrolifera – ma anche su questo si può migliorare). Personalmente, continuo a ritenere che la vecchia sporta sia una soluzione migliore, però riconosco che il sacchetto Mater-Bi è un passo avanti verso liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili. Soprattutto, è utile nella raccolta differenziata per raccogliere i rifiuti “umidi”. Molta gente butta l’umido, ovvero gli scarti di cucina, nei contenitori di organico ancora avvolto nei sacchetti ordinari, in polietilene, e questi sacchetti riducono notevolmente la qualità del compost che si ottiene. Quindi, non ci sono soluzioni miracolose per i tanti problemi che abbiamo, ma ci sono delle cose che vanno considerate come dei passi in avanti.

11 comments ↓

#1 Weissbach » Vuoto a mèrdere – 2 on 03.28.10 at 23:53

[…] Ma ne scrive più diffusamente Ugo Bardi. […]

#2 Stefano on 03.29.10 at 16:28

Da aggiungere che la plastica che si auto-frammenta in piccolissime parti diventa un nuovo inquinante a se stante.
Non so quale dimensione raggiungano le particelle, ma immagino che sia reale il serio pericolo che possano essere direttamente INALATE oppure INGERITE perchè assorbite dai vegetali o perchè a loro volta erano state ingerite da bestiame di allevamento o prodotti ittici.

#3 roberto de falco on 03.29.10 at 23:30

condivido l’autore per cio’ che concerne la plastica di materiale organico come la mater bi ecc. e condivido pure il fatto che non sappiamo che fine faccia la plastica a piccoli pezzetti. pero’ non sono d’accordo sul fatto che sarebbe meglio averla a pezzi grandi. penso che non sappiamo cosa sia meglio. per l’occhio e’ meglio il pezzo piccolo, per la salute non abbiamo ancora conoscenza.

#4 Roberto Doliana on 03.30.10 at 15:38

Riguardo all’ultima parte del post, ho provato entrambi i metodi di raccolta umido, mater e sacchetto carta, e il secondo mi sembra nettamente migliore, se usati quelli appositi con cartoncino per rinforzare il fondo: anche rimanendo 5-6 giorni nel bidoncino resistono molto bene, per di più aiutano ad equilibrare la quantità di carbonio per un’ottimale formazione di compost. Il mater Bi, oltre ai problemi descritti è costoso ed estremamente fragile, a meno di non usare i sacchettoni che hanno iniziato a distribuire le coop, che però aumentano ancora la quantità di mater Bi di incerto destino. La cosa assurda sui sacchetti di carta è che vengano stampati uno per uno con tutte le istruzioni, spreco di inchiostri ed energia.

#5 david c on 03.31.10 at 13:54

La macchina del caffè che hanno installato nel mio uffico, oltre a non produrre rifiuti da se, prevede anche la possibilità di non usare bicchieri di plastica, ma di usare bicchieri che si portano da casa, generalmente di ceramica, che poi vanno risciaquati.
Mi sembra un modo intelligente di ridurre a zero il rifiuto, anche se non nascondo che la pratica richiede un certo impegno, almeno 30 secondi per andare al bagno a lavare il bicchiere.
Non mi nascondo che il risparmio per l’ambiente è proprio minnimo, rapportato ad esempio al fatto di andare in ufficio con una macchina per persona.

#6 Gio on 04.02.10 at 18:26

Vorrei precisare che , è vero che gli oxo biodegradabili frammentano i polimeri , e tecnicamente si passa da 20000 moli a 1000 moli , in sostanza il prodotto è più facilemente attacabile dai batteri .In realtà gli oxo non rendono i polimeri biodegradabili , i quali dovrebbero derivare da prodotti biologici ed ad oggi nn esistono in natura.Anche i prodotti a base di PLA o similirari in ogni caso ad oggi contengono il 10% di glicole , che deriva dal petrolio.Ed inoltre , questi biopolimeri a base PLA rilasciati nel terreno generano metano che è 23 volte più tossico della CO2 .Quindi nn esiste un polimero biodegradabile a tutt’oggi che possa portare questo nome.C’è solo disinformazione.
Saluti

#7 Gio on 04.02.10 at 18:29

Aggiungo che questi pseudo biopolimeri quali PLA nn sono riciclabili e contaminano qualsiasi altro polimero vergine , quindi guai mescolarlo con bottiglie di PET o PP o PE.Ma solo smaltiti con inceneritore .Questa è la mia opinione , dopo 25 anni di lavoro come ricerca e sviluppo di una società di materie plastiche , e come voi leggendo qua e la ho tratto le mie conclusioni in base alla mia esperienza personale.
Saluti

#8 Giovanni on 04.09.10 at 14:17

Mi risulta che le plastiche non possono essere smaltite in discarica (o non potranno fra qualche tempo). La normativa europea impedisce lo smaltimento in discarica a materiali con potere calorifero elevato (che cioè potrebbero dare molto calore bruciano in un termovalorizzatore).

#9 Roberto on 04.19.10 at 21:58

un breve riscontro all’ultimo commento #8 di Gio, per precisare che non è la normativa europea che impedisce lo smaltimento delle plastiche in discarica, ma il recepimento italiano in attuazione della direttiva 1999/31/CE, il cosiddetto decreto 36, del 2003, che all’art. 6, quello che disciplina appunto i rifiuti che non possono essere conferiti in discarica, proprio all’ultimo comma, dice che non possono essere avviati alla discarica rifiuti con Potere calorifico inferiore > 13.000 kJ/kg a partire dal primo gennaio 2007, termine più volte prorogato.

#10 paolobro on 04.22.10 at 12:27

La questione della biodegradabilità è in effretti complessa.
Già discutemmo sull’argomento con il dr. Degli Innocenti ( Navamont ) su questo blog.
Tuttavia è sempre possibile capire il percorso logico che supporta determinate azioni e, nella fattispecie, le dichiarazioni di biodogradabilità rilasciate e da me firmate in accompagnamento con il marchio Biodè ( capsule per caffè ). In pratica la norma UNI EN ISO 14855 ( quindi riconosciuta sia in Italia che in Europa e a livello mondiale ) permette di verificare se il carbonio della plastica ( in questo caso polipropilene ) viene trasformato in CO2 e conseguentemente la percentuale di biodegradabilità relativa. Senza entrare in dettagli ultratecnici comunque verificabili nella stessa norma occorre sottilineare che il polipropilene Tal Quale ( polimero puro ) non risulta biodegradabile nemmeno in percentuale minima ( vedi poster presentato al convegno Biopolpack – scrivi su Google Biopolpack – svoltosi presso l’Università di Parma dal titolo : Confronto di biodegradabilità tra polimeri plastici additivati e non, utilizzando il protocollo UNI EN 14855 – Determinazione della biodegradabilità aerobica ultima in condizioni di compostaggio controllate a cura di Paolo Broglio, Elena D’Adda e Simona Ramponi
Ecologia Applicata srl. Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale – Milano ) mentre additivato presenta biodegradabilità significativa. In altri termini è ormai accertato che ” gli additivi ” funzionano ovvero rendono i polimeri puri biodegradabili.
Detto questo è doveroso sottolineare come i test tecnici siano in effetti ” poco rigorosi ” nella loro stesura. Un esempio per tutti : la norna UNI EN ISO 14855 e la norma UNI EN 13432 prevedono l’uso di compost maturo indicando come qualificante la produzione di CO2 da 50 a 150 mg in 10 giorni di respirazione. Come si potrà notare il valore è triplo l’uno dell’altro e, conseguentemente, la velocità di biodegradazione cambia notevolmente influenzando sicuramente la qualità del test. Altre ” indeterminazioni ” note agli addetti ai lavori rendono questi test un po’ approssimativi ma comunque occorre attenersi a tali norme ( approvate da un comitato tecnico più o meno illustre ) in mancanza di altro.
Ritornando ai risultati relativi alla capsula Biodè appare evidente che questa è da considerarsi biodegradabile per la percentuale indicata nel tempo indicato. Successive prove ( a 180 giorni ) hanno confermato il risultato precedente e il modello matematico utilizzato il quale, senza nessuna pretesa di ” certezze granitiche “, ha semplicemente fatto una previsione ( a 180 giorni ) sostanzialmente confermata e un altra previsione a tre anni eventualmente da confermare.
Circa il meccanismo di azione degli additivi ( sia oxo che non oxo ) vige il più fitto mistero in quanto nessun fornitore presenta spiegazioni degne di questo nome. Sarà questione di segreto industriale ?
Spero con questa breve disamina di avere dato qualche spunto di riflessione invitando comunque gli interessati a farsi inviare gli atti del convegno precedentemente citato ( il primo in Italia ! ) che rapprentano un primo, forse parziale, ” state of art ” della plastica biodegradabile sia come biopolimeri che come plastiche addizionate.

#11 paolobro on 04.22.10 at 12:35

La questione della biodegradabilità è in effetti complessa.
Già discutemmo sull’argomento con il dr. Degli Innocenti ( Novamont ) su questo blog.
Tuttavia è sempre possibile capire il percorso logico che supporta determinate azioni e, nella fattispecie, le dichiarazioni di biodogradabilità rilasciate e da me firmate in accompagnamento con il marchio Biodè ( capsule per caffè ). In pratica la norma UNI EN ISO 14855 ( quindi riconosciuta sia in Italia che in Europa e a livello mondiale ) permette di verificare se il carbonio della plastica ( in questo caso polipropilene ) viene trasformato in CO2 e conseguentemente la percentuale di biodegradabilità relativa. Senza entrare in dettagli ultratecnici comunque verificabili nella stessa norma occorre sottilineare che il polipropilene Tal Quale ( polimero puro ) non risulta biodegradabile nemmeno in percentuale minima ( vedi poster presentato al convegno Biopolpack – scrivi su Google Biopolpack – svoltosi presso l’Università di Parma dal titolo : Confronto di biodegradabilità tra polimeri plastici additivati e non, utilizzando il protocollo UNI EN 14855 – Determinazione della biodegradabilità aerobica ultima in condizioni di compostaggio controllate a cura di Paolo Broglio, Elena D’Adda e Simona Ramponi
Ecologia Applicata srl. Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale – Milano ) mentre additivato presenta biodegradabilità significativa. In altri termini è ormai accertato che ” gli additivi ” funzionano ovvero rendono i polimeri puri biodegradabili.
Detto questo è doveroso sottolineare come i test tecnici siano in effetti ” poco rigorosi ” nella loro stesura. Un esempio per tutti : la norna UNI EN ISO 14855 e la norma UNI EN 13432 prevedono l’uso di compost maturo indicando come qualificante la produzione di CO2 da 50 a 150 mg in 10 giorni di respirazione. Come si potrà notare il valore è triplo l’uno dell’altro e, conseguentemente, la velocità di biodegradazione cambia notevolmente influenzando sicuramente la qualità del test. Altre ” indeterminazioni ” note agli addetti ai lavori rendono questi test un po’ approssimativi ma comunque occorre attenersi a tali norme ( approvate da un comitato tecnico più o meno illustre ) in mancanza di altro.
Ritornando ai risultati relativi alla capsula Biodè appare evidente che questa è da considerarsi biodegradabile per la percentuale indicata nel tempo indicato. Successive prove ( a 180 giorni ) hanno confermato il risultato precedente e il modello matematico utilizzato il quale, senza nessuna pretesa di ” certezze granitiche “, ha semplicemente fatto una previsione ( a 180 giorni ) sostanzialmente confermata e un altra previsione a tre anni eventualmente da confermare.
Circa il meccanismo di azione degli additivi ( sia oxo che non oxo ) vige il più fitto mistero in quanto nessun fornitore presenta spiegazioni degne di questo nome. Sarà questione di segreto industriale ?
Spero con questa breve disamina di avere dato qualche spunto di riflessione invitando comunque gli interessati a farsi inviare gli atti del convegno precedentemente citato ( il primo in Italia ! ) che rapprentano un primo, forse parziale, ” state of art ” della plastica biodegradabile sia come biopolimeri che come plastiche addizionate.