Filiera corta: è una buona idea?

Di Ugo Bardi

Si racconta che verso la fine dell’800 si mandavano a lavare i panni sporchi dalla California alle Hawaii; tutto a vela. Non so se questa storia sia vera, ma sicuramente i vecchi clipper navigavano gli oceani a un costo energetico ridottissimo. Ancora oggi, il trasporto marittimo è il meno costoso che esista, anche su distanze molto lunghe.

Chiedersi se la “filiera corta” sia veramente una buona idea rischia di essere visto quasi come una bestemmia all’interno del cosiddetto “movimento ambientalista”. E’ quasi un articolo di fede che dovremmo comprare generi alimentari coltivati vicino a casa. Per esempio, c’è un negozio di alimentari a Capannori, in provincia di Lucca che si chiama “filiera corta“. Vende solo alimenti prodotti entro 100 km di distanza. Il concetto viene continuamente rinforzato quando di fanno vedere melanzane  che hanno viaggiato per parecchie migliaia di chilometri per arrivare sui banchi del supermercato; magari dalla Tanzania o dalla Nuova Zelanda. Io stesso, poco tempo da, mi sono accorto che la carbonella comprata alla OBI viene dal Sud Africa. Ti fa impressione pensare a quanto hanno viaggiato questi pezzetti di legno carbonizzato e la cosa – francamente – sembra priva di senso.

Ma, come tutte le cose che facciamo, non basta autoconvincersi sulla base di dati occasionali. Bisogna valutare quello che facciamo sulla base di dati quantitativi e generali. Una volta che entriamo in questo ordine di idee, vediamo che esiste una corrente di pensiero che cerca di fare questo tipo di analisi e che, in certi casi, arriva a una visione opposta a quella “standard” degli ambientalisti; ovvero che non è sempre vero che la filiera corta è una buona cosa. Un’esposizione piuttosto aggressiva di questa posizione la troviamo sul blog “peakoildebunked” che è di solito polemico al di fuori delle righe ma che, certe volte, ha il grosso pregio di andare a scalzare delle certezze che sembravano acquisite e che, riviste in dettaglio, meritano un ripensamento, perlomeno parziale.

Vediamo allora di rivedere in termini quantitativi la questione della “filiera corta”. Ci dobbiamo domandare cose come “quanto corta esattamente?” e “Ne vale la pena?”. Anticipo che arriveremo alla conclusione che la filiera corta è una cosa buona, ma che non deve essere troppo corta, altrimenti la cosa diventa controproducente. Ma andiamo a vedere come stanno le cose.

L’articolo di peakoildebunked sull’argomento “food miles” è assai scarso, anzi, francamente è una bella bufalata. Ti dice, in sostanza, che se prendi la macchina per andare a fare la spesa al supermercato questo ti costa più energia (o genera più CO2) di quanto non venga generato per fare arrivare le melanzane che compri dalla Nuova Zelanda. Probabilmente è vero; in effetti il trasporto marittimo è molto poco energivoro. Ma che cavolo c’entra? Allora uno potrebbe arguire che proprio per questa ragione è meglio che quelle melanzane arrivino da lì vicino; almeno così si evita un po’ di CO2 dato che, comunque, uno deve andarle a comprare – indipendentemente da dove arrivano.

Più interessanti sono i link dati nell’articolo di peakoildebunked dai quali potete saltare a un certo numero di riferimenti dove si fanno dei calcoli quantitativi (per esempio qui) di quanta energia si usa e quanto CO2 si genera a seconda di varie filiere di produzione dei generi alimentari. I risultati sono che, in certi casi, sorprendentemente la filiera corta è nettamente peggiore della filiera lunga.

Analizzando i dati, si vede che la scarsa convenienza della filiera corta è dovuta al fatto che la produzione di alimentari in certe regioni Europee o negli Stati Uniti richiede forti input di fertilizzanti che – a loro volta – derivano dai combustibili fossili. Per esempio, la carne di agnello prodotta in Nuova Zelanda ha una resa talmente più alta di quella prodotta in Inghilterra che conviene trasportarla anche per quasi 20.000 chilometri via mare.

Il ragionamento fila, ma c’è un grosso problema. Chi fa questi calcoli non considera una questione fondamentale: qual’è la ragione della miglior resa delle produzioni alimentari in certi paesi? Ci sono delle ragioni, la principale è che l’humus in Europa è stato ampiamente sfruttato e che oggi da noi si coltiva ben poco senza l’uso di fertilizzanti artificiali. In certe regioni ancora poco sfruttate, viceversa, l’humus è ancora relativamente intonso per cui lo si può sfruttare con meno fertilizzanti e quindi un minore uso di combustibili fossili. Ma è un gioco a somma negativa. Come spiega bene David Montgomery nel suo libro “Dirt”, il suolo fertile è una risorsa altrettanto limitata di quanto lo sono i combustibili fossili. Andando a coltivare (o allevare pecore ) in Nuova Zelanda, risparmiamo combustibili fossili, si, ma a spese della degradazione del suolo fertile. Non è un grande affare, sul lungo periodo.

Esaminata in questi termini, la questione ha dei risvolti preoccupanti. Era già piuttosto difficile per l’agricoltura italiana nutrire la popolazione al tempo del Duce, quando in Italia c’erano meno di 40 milioni di persone e il terreno agricolo non era stato sovrasfruttato,  rovinato e cementificato come lo è oggi. Ora che siamo in più di 60 milioni, in Italia non sarebbe possibile dar da mangiare a tutti soltanto con le risorse locali. Se non importiamo cibo anche su filiere piuttosto lunghe, siamo in grossi guai.

Si parla molto, in questi ultimi tempi, di orti domestici o orti in città. Si fa l’esempio di Cuba che sembra sia riuscita a contrastare la crisi alimentare e sfamare la popolazione coltivando un po’ ovunque in città. Da noi, lo si faceva al tempo del fascio, quando si coltivavano gli orti di guerra e si coltivavano a grano anche le aiuole spartitraffico. Questa è veramente una filiera cortissima: uno si coltiva il proprio cibo nell’orto sotto casa o, addirittura, in terrazza. Lo faccio anch’io e mi coltivo buoni pomodori e fiori di zucca. Il problema è se ci dovessi fare pranzo e cena tutti i giorni: non sarebbe facile. In effetti,  l’idea degli orti civici mi lascia un po’ perplesso se deve diventare un modo per sfamare la popolazione.

Confrontate con l’agricoltura di una volta – quella fino a pochi secoli fa – e vedrete che nessuno coltivava orti cittadini. La differenza fra città e campagna era nettissima: la città concentrava tutte le attività non agricole nel minimo spazio. L’idea era di lasciare libero quanto più spazio possibile per un’agricoltura che non era comunque sulla micro-scala di un orto domestico. A seconda delle condizioni tecnologiche, ci deve essere una scala ottimale per l’agricoltura e io credo che non possa essere troppo microscopica. Secondo David Montgomery, oggi, con uso esteso di fertilizzanti e tecniche supermoderne, si riesce a dar da mangiare a una persona con un area di 2000 metri quadri e forse anche meno. Ma questa è ben di più di quella che può essere l’area di un orto familiare. Gli orti cittadini possono dare un supporto alimentare in condizioni di emergenza ma il sistema, mi sembra, non funzionerebbe da solo, senza l’apporto essenziale un’agricoltura su scala un po’ più grande.

Visto poi che siamo a parlare dei tempi passati, vale la pena di ricordarsi che è stato solo lo sviluppo delle ferrovie – e il conseguente allungamento della filiera del trasporto – che ha permesso di eliminare una volta per tutte le periodiche carestie che affliggevano un po’ tutti i paesi. Se uno il grano lo deve trasportare con un carretto trainato da cavalli, oppure sulla schiena, c’è un limite in cui bisogna dare più cibo alle bestie o all’uomo di quanto non ne possano trasportare. E’ difficile calcolare esattamente questo limite, ma non può essere tanto di più di alcune decine di km se ci sono montagne e strade cattive nel mezzo. E’ per questo che le ultime carestie storiche in Italia sono state nelle zone di montagna – per esempio ci furono carestie in Toscana, nel Mugello, ancora nell’800. Erano carestie locali causate da una rete di trasporti troppo inefficiente per poter compensare gli alti e bassi della produzione.

In sostanza, l’idea della filiera corta è buona purchè non si esageri.  Ci costringe a considerare la necessità di curare il nostro territorio e la nostra agricoltura. Soprattutto, ci deve far considerare che non è una cosa sostenibile dipendere da regioni lontane il cui suolo non è ancora stato sovrastruttato, ma che stiamo comunque sovrasfruttando e la cui fertilità non potrà durare per sempre. Ma una filiera relativamente lunga ci permette di compensare per le inevitabili variazioni di produzione da una regione all’altra. Per cui, un’agricoltura sana non può prescindere dal problema del trasporto su distanze anche relativamente lunghe.

Vale la pena di mettere in chiaro questo punto perché un’altra tendenza negativa del movimento ambientalista è – certe volte – di concentrarsi unicamente sul trasporto urbano e la sostituzione dei mezzi privati con tram e biciclette. Non basta: non si può trascurare il trasporto pesante. Bisogna sviluppare metodi di trasporto che siano efficienti e sostenibili, ovvero che si possano alimentare mediante energie rinnovabili; il trasporto elettrico per esempio. Che sia su strada o su rotaia importa poco, ma ci deve permettere di mantenere una filiera agricola che non sia tanto corta da farci ritornare al tempo delle carestie.

13 comments ↓

#1 luca mercalli on 02.15.10 at 12:58

Non si può fare di tutti i vegetali alimentari un fascio! Tocca distinguere tra prodotti a lunga conservazione e ad alto valore energetico (cereali per panificazione e pasta, riso, fagioli secchi) e verdure poco serbevoli e a basso valore energetico (insalate, zucchine… melanzane!).
Per i primi il commercio a lungo raggio si è sempre fatto: già greci e romani spostavano intere navi granarie, ben sapendo che vi sono fattori di scala agronomica e zone vocate che rendono conveniente affrontare il viaggio per mare a vantaggio dell’approvvigionamento di un’area con elevata densità di popolazione e scarsità di terreni adatti o clima non ottimale. Sono prodotti facili da gestire (si caricano come la sabbia), e non si deteriorano facilmente nè si danneggiano per cause meccaniche (necessitano di pochi imballaggi). Per contro una cassetta di insalate o di fragole è poco serbevole, deve essere consumata poche ore dopo la raccolta, richiede spesso il trasporto aereo e la catena del freddo, deve essere imballata in modo eccellente per non essere danneggiata (con un input energetico di gran lunga superiore a quello contenuto nel vegetale stesso, praticamente acqua!). Quindi: la filiera corta e cortissima, fino all’orto di casa per le verdure stagionali e deperibili, è auspicabile e produce notevoli vantaggi energetici, meno corse al negozio per l’acquisto frequente, meno rifiuti di imballaggi e maggior qualità organolettiche. Invece filiera anche lunga per altri prodotti serbevoli che possono permettersi un viaggio in nave di qualche settimana.

#2 Cristiano Bottone on 02.15.10 at 13:21

Credo che se vogliamo un vero progresso sia tempo di abbandonare l’approccio ideologico ai problemi così come quello riduzionista. Non esistono ricette dal valore assoluto esiste un sistema complesso da riprogettare con efficienza e saggezza. Procedere per slogan non ci porterà lontano. Dobbiamo sempre fare lo sforzo di guardare l’insieme, dobbiamo sviluppare la capacità di un approccio sistemico ai problemi. Ecco perché nelle Città di Transizione si cerca di fare riferimento al framework di progettazione della Permacultura. Grazie al recente lavoro di David Holmgren (Permaculture: Principles and Pathways Beyond Sustainability) questa disciplina consente ora di prendere in esame qualsiasi sistema con un metodo che ci aiuta a non farci sfuggire i processi più importanti e le connessioni vitali tra le cose i processi e l’energia necessaria a produrli. Il metodo è piuttosto semplice e quindi può essere utilizzato da tutti o quasi, mettendoci nelle condizioni di smettere di pensare per compartimenti stagni, di evitare errori grossolani e di cogliere invece le opportunità specifiche del contesto in cui stiamo agendo. Fortunatamente il libro sta per uscire anche in italiano e spero proprio che questo dia un bell’impulso evolutivo anche nel nostro paese.

#3 Antonio on 02.15.10 at 19:41

Un ottimo articolo. Complimenti all’autore. Si puo’ sapere il nome? Nel post non e’ indicato.

#4 Ugo Bardi on 02.15.10 at 19:51

Grazie per la nota, Antonio. C’è un bug in questa versione di wordpress per il quale il nome dell’autore non appare. Bisogna aggiungerlo a mano e qualche volta me ne dimentico. Ora c’è

#5 fabio1979 on 02.15.10 at 23:45

Ottimo articolo aggiungo solo una cosa
il pianeta ora riuscirebbe a fornire cibo a tutti se fosse equamente distribuito, ma nei prossimi 20 anni potrebbe non essere così scontato. Rivedere i processi produttivi e di trasporto è giustissimo, ma va accompagnato anche un’investimento continuo sull’istruzione nei paesi poveri affinchè le donne siano in grado di fare una minima programmazione delle nascite.

#6 pallavic on 02.15.10 at 23:56

effettivamente un articolo interessante, che potrebbe essere riassunto con: “non siamo dogmatici”.

il succo è che la filiera corta va bene, ma non bisgona abusarne, e che una economia basata su questo non potrebbe sopravvivere. ovviamente tale discorso vale anche in senso opposto, ovvero evitare di abusare della filiera lunga.

il mio parere è che alcuni punti rilevanti di carattere culturale e sociale vengono trascurati dall’autore:

1. la filiera lunga tende a spersonalizzare il prodotto, renderndolo industriale da artigianale, e questa alienazione ricade sul consumatore. il consumatore non conosce più chi produce e viene estromesso dall’ambito culturale che ha reso possibile la produzione di un certo bene.

2. la filiera lunga rende più difficile il controllo da parte del consumatore delle modalità di produzione. in questo modo viene a mancare un rapporto di fiducia tra produttore e consumatore, cosicché quest’ultimo è obbligato a fidarsi dell’intermediario. un esempio emblematico sono i prodotti biologici di molti supermercati che non riportano né il luogo di origine né il produttore.

3. la filiera lunga coinvolge mezzi e risorse che superano di gran lunga quelli a disposizione del produttore. questo pone in una situazione di subalternità il produttore nei confronti dell’intermediario. i prezzi dei prodotti sono fissati dalla filiera e non da chi produce con ll conseguente deterioramento della catena produttiva sia per quanto riguarda la qualità del prodotto, sia per la condizione dei lavoratori.

4. la filiera lunga tende a rendere omogenei, in forma, dimensione, sapore, ecc…, i prodotti che distribuisce a causa delle dinamiche economiche che la animano. alla fine questo si ripercuote sui produttori che sono obbligati a selezionare solo certi prodotti a scapito di altri con danno sia culturale che biologico.

un approccio più completo a questo problema dovrebbe includere almeno questi punti. una proposta che mi sentirei di fare, cercando di non essere dogmatico, ma rassegnato a vivere in un sistema di mercato, è quella di dare un costo a tutti questi aspetti. un costo deve essere imposto sopre le merci, calcolato a partire dall’inquinamento (ma non solo la emissione di anidride carbonica, ci siamo forse dimenticati delle polveri sottili, dei metalli pesanti, ecc…), dal consumo delle risorse (e dal costo del loro ripristino), dall’impoverimento culturale, biologico e sociale (difficile da stimare ma essenziale perchè il costo finale sia equo), ed a questo punto che sia il mercato a scegliere quale prodotto sia più conveniente.

…ma forse abbiamo dimenticato che questa dovrebbe essere la funzione della politica, non riusciamo più ad essere cittadini e ci limitiamo ad essere dei consumatori.

#7 marco on 02.16.10 at 13:09

“Filiera corta” “Km 0” “Ortocity” e slogan del genere, sono appunto slogan buoni per vendere merce.
(Ortocity me lo sono inventato adesso adesso)
L’equilibrio con il mondo naturale ha bisogno di ben altro, e innanzitutto di esseri umani che riflettano su quello che fanno.
In fondo quattro quintali di cibo che abbiano fatto cinquecento chilometri di strada, prima di arrivare a casa nostra equivalgono in prima approssimazione al percorso di un’utilitaria per un viaggio della stessa lunghezza.
Se per andare a lavorare facciamo sessanta chilometri al giorno con l’automobile e da soli, in meno di due settimane lavorative abbiamo fatto tanta strada quanto ne fa il cibo dell’esempio menzionato prima.Cibo equivalente al consumo annuo di una persona adulta.
Prima d’infatuarsi delle filiere corte, è meglio guardare bene la realtà.
Dovunque sia possibile adoperarle, si fa benissimo a farlo, ma c’è il pericolo dell’effetto “ego te absolvo”.
Anzi “Ego me absolvo”
Un cugino del “paradosso di Jevons”.
“Ho cambiato le lampadine con quelle a basso consumo, faccio la raccolta differenziata, sono semi-vegetariano, adesso adotto pure la filiera corta,
non si vorrà mica che cambi lavoro e lasci quello di venditore di gadget promozionali per le aziende?.
Tanto se non vendo io i miei inutili gingilli lo farà qualcun altro.”
Bisognerebbe che si scrivesse un “Limiti dello sviluppo”
incentrato sulle ragioni comportamentali umane.
Potenzialmente siamo esseri insaziabili e il petrolio ci ha mostrato che siamo davvero fatti così.
Che se prendiamo l’abitudine di mangiare le fragole tutto l’anno ovunque noi ci troviamo, diventa difficile cambiare abitudine.
Se in passato il cambiamento è stato forzato da guerre e da carestie, credo che ora s’aggiungerà il disordine etico ed etologico.
Nient’altro che l’idea che se diventa fisicamente possibile soddisfare i nostri desideri, allora dobbiamo farlo, con ogni mezzo.
Anche con l’energia rinnovabile.
Ma ciò che io chiamo l’ “ortoprocapite” terrestre è di soli sette ettari per essere umano e si riduce letteralmente parlando di giorno in giorno.
Ed è pure un’astrazione, perchè è solo il rapporto tra la superficie terrestre e i suoi abitanti umani.
Ognuno di noi ha in mente un “paese dei balocchi” che potrebbe stare in quell’orto astratto e concreto allo stesso tempo, ma di solito richiederebbe campi, valli, e lande ben più sconfinati.
Ancor più che di filiere corte, avremmo bisogno di pensieri lunghi, credo.
Ma questi sono merce di faticosa vendita e di scarso lucro.
Ma credo che i pensieri lunghi siano quelli che ci facciano apprezzare pienamente la patata dell’orto appena oltre la periferia, e gustare pure l’eccezione di una manciata di ciliegie a Capodanno, proprio perchè si tratta di una eccezione.
E, a differenza di tante pseudo rinunce, non comportino un inutile senso di colpa.

Marco Sclarandis

#8 Ugo Bardi on 02.16.10 at 13:26

Caro Pallavic, hai ragione a considerare anche altri fattori. Nell’articolo accenno ai pomodori che mi coltivo in terrazza ed è vero che mangiare un pomodoro che hai coltivato tu stesso ti da veramente un’altra soddisfazione rispetto a un pomodoro comprato al supermercato che viene da una serra che sta – magari – in Marocco. Comunque, lo scopo dell’articolo era un altro; un tantino più brutale se vogliamo. Non tanto una questione di qualità, quanto di quantità. Per molta gente a questo mondo è quello il problema!!

#9 pippolillo on 02.16.10 at 14:13

Forse sarebbe tutto più semplice se accettassimo il motto “mangiare frutta e verdura di stagione”.
Così eviteremmo i kiwi a giugno (provenienza Cile) oppure le fragole a dicembre (provenienza Galassia di Andromeda?)
Insomma come dice Mercalli nella prima risposta basterebbe ritornare un po’ all’antico.
Ma qui ci scontriamo con la globalizzazione e le altre nefaste manifestazioni dell’uomo moderno.

#10 Paolo Marani on 02.16.10 at 14:14

Nel mio piccolo, anche io tempo fa cercai di fare qualche considerazione in merito alla “filiera corta”, specialmente considerando come in Italia quasi tutto venga trasportato tramite camion.

http://mizcesena.blogspot.com/2008/03/il-trasporto-delle-merci-cerchiamo-di.html

La mia personale considerazione finale è che non è solo o soltanto il prodotto che deve essere a filiera corta… ma anche e soprattutto l’imballaggio!

#11 Enrico on 02.16.10 at 14:39

A proposito del picco del terreno fertile e delle attuali tendenze sulle modalità di coltivazione, consiglio l’istruttiva lettura de “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka.
Quasi un diario su quella che fu la sua esperienza di coltivazione naturale, oggi difficilmente attuabile su larga scala ma che ci permette di relativizzare…

#12 marco on 02.16.10 at 15:24

Pippolillo, che io sappia siamo diventati noi italiani i primi produttori di kiwi al mondo.
Se li importiamo dal Cile ciò conferma ancor più la stoltezza del mercato globale.
Ma se si riflette, c’è da chiedersi se dovremmo o meno esportare gli spaghetti in giro per il mondo.
Tutto sta nel capire qual è la giusta misura per ogni cosa.
Impresa anche più difficile che capire i meccanismi del clima.
Ci vorrebbe un Celentano che proponesse di oscurare la sora televisora con un panno, e a video oscurato facesse uno dei suoi celebri monologhi.
Anzi colgo l’occasione per chiedermi come mai la sora televisora non abbia un tasto per escludere il solo video, cosa che permetterebbe di risparmiare anche i nove decimi dell’energia dell’apparecchio.
Forse i programmi dovrebbero essere molto più curati nei dialoghi.
Sto scherzando, ovviamente.
La radio è una radio, e la tv è la tv, così come il cane è un cane e il gatto pure…………

Marco Sclarandis

#13 Giovanni on 02.18.10 at 09:18

Complimenti per l’articolo, molto interessante.
Sono solo un po’ perplesso sul finale, sulla fiducia riposta nel trasporto elettrico, sopratutto se si intende quello con le “ecomobili” a batteria.

http://giovannistraffelini.wordpress.com/2010/02/18/ecomobili-e-fiducia-ecologica-2/