Ugo Bardi: energia sul “Fatto Quotidiano”

Cari amici,

da ora in poi, troverete i miei post di argomento energetico su una piattaforma gestita dal “Fatto Quotidiano”. Il primo, uscito proprio oggi,  lo trovate a questo link:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/09/bello-del-condizionatore/321594/

Era un pezzo che pensavo di sperimentare una piattaforma professionale, dato che da almeno un paio di anni il blog NTE era fermo in termini di contatti. Era su un buon livello come numeri, certo, ma non andava avanti minimamente, anzi – negli ultimi tempi mostrava una certa tendenza al declino.

Allora, ho pensato di “smazzare” un po’ le cose – cambiare piattaforma, cambiare formato, cambiare stile; cercando un approccio più diretto e – sperabilmente – efficace. I miei post sul “fatto quotidiano” saranno brevi, diretti, e monotematici; un tipo di comunicazione che mi sembra particolarmente adatto al Web così come è adesso.

Questo nuovo blog sul Fatto è un test, come altri che sto facendo, per esempio il blog che ho chiamato “ogni resistenza è futile“. Il Web è continuamente in movimento, si trasforma, cambia, non sta mai fermo, sembra la rugiada delle poesie di Matsuo Basho. Quindi, dobbiamo anche noi cercare di cambiare e seguire il ritmo. Rimanere fermi a dire sempre le stesse cose ci lascia fuori dal corso degli eventi, come sostiene anche Toufic El Asmar in questo post sull’evoluzione di ASPO-Italia.

In ogni caso, il blog NTE non scompare – rimane una piattaforma gestita da ASPO-Italia ed è aperto ai contributi di membri e di non-membri.

Quindi, saluti a tutti e spero di risentirvi sul nuovo blog.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/09/bello-del-condizionatore/321594/

 

 

Bioetanolo: il lenzuolo è troppo corto

 

L’amministrazione Obama si trova in evidente difficoltà nel gestire  i sussidi al bio-etanolo. Come riferito in un post  recente su “Ogni Resistenza è Futile“, il governo americano ha promulgato una legge che obbliga gli agricoltori a trasformare una parte del raccolto di mais in etanolo da usare  poi come additivo alla benzina. Il problema è che la siccità che ha colpito gli Stati Uniti quest’anno, a sua volta correlata al cambiamento climatico, ha fortemente ridotto la  produzione di mais. A questo punto, non ce n’è abbastanza  e i costi sono schizzati verso l’alto.

Ora, gli allevatori americani hanno bisogno di mais per i mangimi per gli animali e stanno chiedendo a gran voce di eliminare la norma che forza gli agricoltori a trasformare  parte del raccolto in bioetanolo per autotrazione. Allo stesso tempo, gli agricoltori continuano a volere sussidi per la produzione  di etanolo. Le due lobby si stanno scontrando mettendo l’amministrazione Obama in difficoltà. Ovviamente in periodo di elezioni, Obama non vuole scontentare gli agricoltori che rappresentano un serbatoio di voti importante. Ma nemmeno si può permettere di ignorare  la lobby degli allevatori. Per il momento, non sembra  che ci sia in azione una lobby degli esseri umani che devono mangiare anche loro.

Comunque la si voglia mettere, in ogni caso, il bioetanolo è uno di quei giochi in cui qualunque mossa fai, perdi. Dare sussidi a un prodotto che non serve a niente non è stata una grande idea e adesso il governo americano si ritrova con un lenzuolo troppo corto che non riesce a gestire.

 

 

Con l’etanolo non si allevano le mucche

Da CNBC del 3 Agosto

L’aumento dei prezzi dei cereali e la peggior siccità negli USA in più di mezzo secolo ha portato gli allevatori a richiedere all’amministrazione Obama di ridurre o cancellare temporaneamente il mandato federale che obbliga di destinare parte del raccolto del mais alla produzione di etanolo da mescolare per ottenere benzina che brucia più pulita.

La lobby degli allevatori sostiene che un provvedimento del genere genererebbe maggiori forniture e aiuterebbe a ridurre i prezzi record del mais, un ingrediente fondamentale per il mangime animale.
 

 

 

Miracolo a Roma? Approvato il decreto sulle riconversioni elettriche

Di Ugo Bardi

 

Sembra quasi un miracolo, ma il “decreto sviluppo” approvato di recente contiene norme che potrebbero rendere finalmente possibile retrofittare vecchi veicoli, trasformandoli in elettrici. E’ la strada che ASPO-Italia e Eurozev avevano cercato di intraprendere con il progetto dimostrativo del “cinquino elettrico” a partire dal 2007.

C’è voluto molto tempo e molto lavoro e ora sembra che ci siamo. Vi passo nel seguito un articolo in proposito di Massimo de Carlo, da “MondoElettrico”. Bisogna stare attenti però. Con i decreti attuativi si può stravolgere qualsiasi legge e bisogna vedere se non ci sarà qualcuno nelle varie commissioni che si ingegnerà di sabotare il retrofit elettric

 

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Il retrofit elettrico è legge dopo l’approvazione del Decreto Sviluppo di poche ore fa in Senato

E’ legge!

Se giocassimo una partita di rugby potremmo dire di avere fatto meta! 4 punti.
Adesso posizionano l’ovale sul terreno di gioco per il calcio tra i pali per incamerare gli ulteriori 2 punti, per dire che abbiamo definitivamente vinto la partita.
Lo scoglio più duro è stato superato ovvero non occorre più l’assenso del costruttore per la trasformazione di un veicolo tradizionale in veicolo elettrico, uno scoglio che esisteva solo in Italia. I flutti sono ancora schiumosi ma l’arrivo in un porto è mooolto più semplice e agevole di quanto non lo fosse prima della conversione in legge del Decreto Sviluppo.
Resta da far convergere gli sforzi  in quello che nell’articolo 17-terdecies definito ‘sostegno e sviluppo della riqualificazione elettrica’ dove viene demandata prossimamente l’emanazione di un Decreto Ministeriale che stabilisca norme specifiche per la trasformazione del motore dei veicoli, volta a renderlo ad esclusiva trazione elettrica.  La norma si applica ai veicoli a due e tre ruote; ai veicoli a quattro ruote per il trasporto di persone con non più di 8 posti a sedere, oltre quello del conducente, ed ai veicoli per il trasporto merci di massa massima non superiore a 3,5 tonnellate.
Credo che nessuno possa togliere il merito ad Eurozev.org di avere avuto un ruolo storicamente fondante, principale e trainante che ha permesso il raggiungimento dell’obiettivo conquistato oggi.
Già che siamo, dovendo calciare l’ovale tra i pali per incamerare altri due punti, Eurozev.org si permette di suggerisce, per velocizzare la burocrazia, le norme specifiche per la trasformazione del motore dei veicoli, volta a renderlo ad esclusiva trazione elettrica, da inserire nel Decreto ministeriale di cui sopra.
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Le modifiche delle caratteristiche costruttive e funzionali dei veicoli a motore limitatamente alla trasformazione dei veicoli in circolazione delle categorie internazionali L, M1 ed N1 in veicoli elettrici, intendendo per veicolo elettrico un veicolo la cui trazione sia ottenuta esclusivamente mediante un motore elettrico di qualsiasi tipo alimentato da batterie di qualsiasi tipo, e per batteria un dispositivo che accumuli energia elettrica e reversibilmente la ceda, sono consentite (senza un preventivo nulla osta della casa costruttrice del veicolo come è, stabilito nel testo di legge approvata e) senza una visita e una prova presso i competenti uffici della Direzione generale per la motorizzazione del Dipartimento per i trasporti terrestri del Ministero dei trasporti, qualora vengano rispettate le seguenti condizioni:

a) i componenti elettrici devono rispettare, ove di pertinenza, le prescrizioni contenute nelle norme tecniche stabilite dal Comitato elettrotecnico italiano, l’ente riconosciuto dallo Stato italiano e dall’Unione europea alla normazione tecnica nei settori elettrotecnico, elettronico e delle telecomunicazioni; le modifiche elettriche e meccaniche devono comunque rispettare la regola dell’arte della trazione elettrica e della tecnica automobilistica;

b) il peso massimo a pieno carico e la potenza del motore elettrico del veicolo trasformato non devono essere superiori a quelli del veicolo omologato circolante antecedentemente alla trasformazione; la distribuzione spaziale delle masse comprimibili deve essere mantenuta con l’approssimazione del 30 per cento, quella delle masse incomprimibili entro il 15 per cento; forme e profili esterni non possono essere variati;

c) il rispetto delle condizioni di cui alle precedenti lettere a) e b) è certificata da apposita relazione, redatta e realizzata in conformità alla norma CEI-02, e in conformità a disposizioni tecniche previste da eventuali direttive comunitarie ovvero, ove esistenti, da equivalenti regolamenti ECE ONU, è firmata da ingegnere iscritto all’albo professionale, ed è trasmessa al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti:

d) chiunque circola con un veicolo al quale siano state apportare le modifiche previste nel presente comma, senza che le modifiche stesse siano state realizzate nel pieno rispetto delle precedenti lettere a), b) e c), è soggetto alle sanzioni di cui al comma 4;

e) un veicolo in circolazione trasformato in veicolo elettrico secondo le disposizioni del presente comma, è da considerarsi un derivato del modello originario, inoltre può accedere a tutte le agevolazioni e incentivazioni di natura nazionale, locale, regionale e comunitaria eventualmente vigente o successivamente emanate, riferite a veicoli elettrici.

EROEI: più o meno siamo tutti alla pari (e allora perché scegliere il carbone?)

di Ugo Bardi

 

Spigolando su Internet, ho trovato un articolo abbastanza recente (2010) molto interessante di Ida Kubiszewski e altri (*) sull’EROEI dell’energia eolica. Ci sono tantissimi dati che indicano che le torri eoliche su grande scala hanno oggi un EROEI fra 20 e 30; un valore che le mette alla pari con i combustibili fossili; anzi sono già migliori delle varie schifezze che stiamo così laboriosamente estraendo, tipo le sabbie bituminose.

In fondo all’articolo, gli autori fanno un confronto fra varie tecnologie energetiche. Mi sembra che la figura sia un tantino cattiva nei riguardi del fotovoltaico, che in altri studi viene dato con valori di EROEI anche doppi del misero valore che gli affibbiano Kubiszewski e gli altri. Ma non è questo il punto: è impressionante come, al momento attuale, tutte le tecnologie energetiche sono alla pari, entro l’incertezza dei calcoli.

E allora è più che altro una questione di scelta: se scegliamo il carbone è proprio perché vogliamo farci del male.

 

 

 

* Ida Kubiszewski, Cutler J. Cleveland, Peter K. Endres, Meta-analysis of net energy return for wind power systems, Renewable Energy 35 (2010) 218–225

 

Viaggio in Puglia

Domenico Coiante ASPO 22/07/2012

Nel lontano 1990 ho presentato alla 21a Conferenza degli Specialisti Fotovoltaici dell’IEEE, tenuta quell’anno ad Orlando in Florida, un mio lavoro dal titolo “Towards The Photovoltaic Farm”. Il tema proposto fu ritenuto tanto avveniristico per quei tempi da non poterlo includere nelle sessioni tecniche ordinarie. Tuttavia mi fu concessa l’opportunità di presentare e discutere il lavoro come “poster” in una delle sessioni  pomeridiane e l’articolo fu poi regolarmente pubblicato sugli atti della Conferenza (21-th  IEEE Photovoltaic Specialist Conference, 1990 Orlando, vol.II, p1095-98).

In quel lavoro sostenevo che la produzione fotovoltaica di elettricità su larga scala possedeva caratteristiche logiche e strutturali tali da rendere il settore più vicino alla produzione industriale agricola che alla produzione elettrica convenzionale, termoelettrica o nucleare. Infatti, sia nell’agricoltura che nel fotovoltaico, le risorse di base sono costituite dalla radiazione solare e dal territorio e l’agricoltura da millenni ha imparato a sfruttare al meglio tali risorse. Pertanto, l’integrazione della produzione fotovoltaica nelle attività agricole convenzionali (ovviamente nei siti favorevoli) avrebbe potuto dare un grande impulso allo sviluppo di questa nuova fonte.

Concludevo, infine, che, una volta raggiunta la competitività economica, le “fattorie fotovoltaiche” avrebbero potuto costituire una grande opportunità per mettere a profitto i terreni aridi e abbandonati dall’agricoltura convenzionale perché improduttivi, con favorevoli implicazioni socio-economiche ed ambientali.

Ricordo con molto piacere che, all’orario convenuto, si era formato un discreto gruppo di persone intorno al mio poster e che ferveva un’animata discussione quando mi sono presentato per illustrare il contenuto. Fui sottoposto ad una serie di domande, alcune di benevole approvazione, altre di disapprovazione più o meno forte circa la visione da me sottintesa del fotovoltaico come fonte di energia diffusa sul territorio, capace di dare un contributo significativo e determinante nel lungo periodo sul bilancio energetico nazionale. Mi veniva concesso che in qualche caso gli impianti fotovoltaici potevano costituire un’integrazione del reddito agricolo, ma solo in minima parte e comunque il contributo energetico dovuto alla eventuale diffusione della filosofia delle “PV farms” non avrebbe mai potuto essere significativo su scala nazionale.

Sono trascorsi 22 anni.

Nella seconda metà del giugno scorso ho effettuato un viaggio di vacanza per visitare la Puglia ed ho avuto una piacevole sorpresa. Lungo l’itinerario di viaggio, dal Gargano fino all’estremità del Salento, a Santa Maria di Leuca, e ritorno con uno sconfinamento in Basilicata ai Sassi di Matera, ho incontrato un grande numero d’impianti fotovoltaici, per la maggior parte integrati al le colture agricole tradizionali di quei luoghi, oliveti, vigne e seminativi vari.

Fig.1 – Impianto fotovoltaico su terreno seminativo lungo la strada da Taranto a Matera, tra campi di grano a sinistra e vigne sulla destra

 

Fig.2 – Impianto in prossimità di un oliveto e di una cava a Minervino Murge

Nella mia frettolosa ricognizione, ho potuto constatare che gli impianti erano collocati spesso sugli appezzamenti di terreno un tempo dedicati alla coltivazione intensiva dei pomodori, o dei meloni, che oggi non fornisce più alcun profitto a causa essenzialmente della incombente siccità e dei costi troppo alti di coltivazione e di raccolta. Per la maggior parte, questi terreni sono situati all’interno di oliveti secolari, o vigne, e ciò provoca l’impressione che si siano tagliati gli olivi per far posto ai pannelli fotovoltaici (chissà se in qualche caso ciò è realmente avvenuto?).

Sia pure con qualche piccola stonatura ambientale (certi impianti avrebbero potuto essere integrati meglio nel paesaggio), ho visto in corso di realizzazione su grande scala in Puglia il concetto delle PV farms, per il quale sono stato trattato da “visionario” alla Conferenza di Orlando.

Facciamo qualche numero.

Dal contatore istantaneo del Gestore dei Servizi Elettrici apprendiamo che al 20/07/2012 sono entrati in servizio 407 668 impianti fotovoltaici in tutta Italia per un totale di  circa 14,6 GWp (14 639 581 kWp).

Dai dati statistici del GSE relativi al 2011 si ricava che  il numero d’impianti era di 330 196 di cui il 6,9% risultava collocato in Puglia. La potenza totale istallata era di 12,8 GWp di cui il contributo maggiore su scala nazionale spettava alla Puglia con circa 2,19 GWp corrispondente al 17,1%.

La media della distribuzione della potenza fotovoltaica sul territorio nazionale (301171 kmq) è stata di 42,4 kW/kmq, mentre in Puglia si è realizzato il record di 112,9 kW/kmq. Allo stesso modo, contro una media nazionale di 211W/abitante, la Puglia detiene il record di 535,9 W/abitante.

Ricordiamo che questo grande sviluppo è tutto basato sull’erogazione degli incentivi statali, che hanno consentito di rendere artificialmente remunerativo l’investimento in impianti fotovoltaici da parte dei privati così che è divenuto economicamente conveniente “coltivare a fotovoltaico” anche i terreni agricoli rispetto ad alcune colture stagionali non più remunerative. Risulta chiaro che, pur avendo la situazione attuale carattere contingente, legato alla presenza degl’incentivi statali, essa, tuttavia, costituisce un’anticipazione di quanto avverrà di regola nel momento in cui la decrescita in corso dei prezzi degli impianti porterà il costo di produzione del kWh alla competitività.

Occorre anche ricordare che, pur essendo facilmente amovibili, gli impianti fotovoltaici, una volta costruiti, devono stare sul terreno in produzione per almeno 25-30 anni per consentire di avere un positivo Valore Attuale Netto dell’investimento. Ciò pone alcuni vincoli territoriali sull’occupazione delle aree agricole, che devono essere tenuti presenti.

Per la Puglia la situazione appare sotto controllo. Infatti, con un’efficienza media dei moduli fotovoltaici pari a circa il 14% ed un fattore di prestazione degl’impianti del 75%, si ottiene un rendimento energetico d’impianto pari a circa il 10%, il che porta ad avere la produzione di 1 kWp per ogni 10 mq di moduli. Considerato il necessario distanziamento tra le file dei pannelli per evitare l’ombreggiamento reciproco, che porta a dover maggiorare la superficie occupata di un fattore pari a circa 2,5, abbiamo che ogni kWp di moduli occupa un’area territoriale di 25 mq.

Pertanto, la situazione del terreno occupato dagli impianti fotovoltaici in Puglia è oggi espressa dall’indice territoriale di circa 2822 mq di impianto per ogni kmq di superficie, cioè il 2,8 per mille. Questa percentuale è ampiamente al di sotto dell’1%, valore che è ritenuto come la soglia d’allarme per l’occupazione del terreno agricolo con gli impianti fotovoltaici.

 

Calotta polare: -50%. Saldi di fine stagione

Quest’anno batteremo tutti i record negativi di estensione della calotta polare, a vedere i grafici disponibili, ad esempio quello dell’NSIDC.

grafico superficie ghiacci mariniA vedere il grafico, nonostante i valori siano leggermente sotto quelli del già eccezionale 2007, non sembra che  sia successo qualcosa di particolarmente catastrofico. Eppure ci sono discrete probabilità che la superficie minima coperta dal ghiaccio sia  INFERIORE DEL 50%  al record del 2007. Si tratta di milioni di km e di una affermazione eccezionale che richiede prove altrettanto eccezionali. Poichè, allo stato queste prove NON le abbiamo il condizionale è d’obbligo. Eppure qualche considerazione è possibile.

In primo luogo, rispetto al 2007 la situazione è MOLTO diversa, in peggio.

Come si vede, nel 2007 le zone coperte da ghiacci compatti ( quelle in cui l’area coperta dal ghiaccio è oltre l’80% del totale) costituivano la maggior parte della calotta, mentre una parte era composta da ghiaccio frammentato ( le aeree rosse e verdi sono quelle dove il ghiaccio copre il 50% o il 40% della superficie, rispettivamente). Nel 2012 la situazione è invertita: Ben oltre la metà della calotta appare estesamente frammentata, con una netta prevalenza delle aree rosse e verdi.

Queste aree sono quasi sicuramente destinate a liberarsi dai ghiacci completamente entro il mese di Agosto, mentre entro la metà di settembre si saranno liberate anche alcune delle aree attualmente ben coperte ( magenta e viola).

Su cosa si basa questa un poco azzardata affermazione?

Su una semplice osservazione di quanto è successo negli anni passati.

Come potrete verificare da soli, la calotta residua alla fine dell’estate costituisce, nella quasi totalità dei casi, un subinsieme delle aree che a metà Luglio appaiono ancora per la maggior parte coperte da ghiaccio. Per vostra comodità allego qui sotto alcuni esempi relativi agli ultimi anni. Purtroppo per alcuni anni mancano i dati del 21 luglio e quindi ho fatto riferimento alle prime date utili.

Non c’e’ bisogno di dire che l’evoluzione è complessa, che il gioco delle correnti e di venti rende tutto molto aleatorio e soggetto a mutazioni anche consistenti.

Resta il fatto che una situazione come quella attuale, anche questo lo potrete verificare da soli, NON HA PRECEDENTI STORICI.

Sopratutto, anche i pessimisti più estremi, tra coloro che studiano il riscaldamento globale (a questo punto NON è una ipotesi, è un fatto riconosciuto dal ben oltre il 90% degli scienziati che se ne occupano) avevano ventilato la possibilità di uno scioglimento totale dopo il 2030 e di un dimezzamento entro il 2020.

Qualcuno aveva ventilato l’ipotesi che si arrivasse ad una scomparsa della calotta polare entro il 2020.

Se dovessimo considerare una andamento relativamente “normale” per l’estate 2012, da qui in avanti, la superficie minima raggiunta dalla calotta polare potrebbe essere intorno al 50% di quella, già eccezionalmente ridotta, del 2007.

A questo punto basterebbe un’altra estate calda come una delle ultime quattro o cinque e la calotta scomparirebbe, ben prima del 2020, con conseguenze tutte da scoprire ma CERTAMENTE gravissime, non solo per l’ecosistema artico, ma per tutti noi.

Saldi di fine stagione, come da titolo.

Forse un post come questo potrebbe sembrare fuori posto su NTE. Almeno finchè non ci si ricorda quale è la causa del fenomeno qui descritto.

La tecnologia non sostituisce l’energia

Da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti


Di Antonio Turiel

Cari lettori,

ultimamente mia figlia si è affezionata alla serie di cartoni animati che si chiama “Phineas e Ferb” (in realtà l’unica che vede la televisione in casa è lei): Viene trasmesso da un canale famoso per l’intrattenimento dei bambini ed ha la virtù di avere degli ammiccamenti divertenti – senza il bisogno di essere piccanti o scabrosi – agli adulti che stanno di fianco ai bambini. Buona strategia, sicuro, perché così alla fine i genitori spingono i figli a vedere quelle serie che divertono anche loro. In fondo, l’argomento di questa serie è abbastanza semplice: nei sobborghi di New York, mentre i loro genitori sono fuori casa, due fratellastri occupano l’estate costruendo i più inverosimili e grandiosi gadget (delle montagne russe che attraversano la città, un razzo spaziale, …) mentre la loro sorella maggiore cerca invano di svelarlo alla madre – fallendo sempre perché le creazioni dei suoi fratelli, non importa quanto siano colossali, spariscono sempre, generalmente come risultato di una trama parallela che vede uno scienziato malvagio e la mascotte di famiglia (inverosimilmente, un ornitorinco) che è in realtà un agente segreto. La serie, naturalmente, è molto fantasiosa e la costruzione del giorno è una scusa per sviluppare una trama ingegnosa e divertente. Tuttavia, questa serie in particolare illustra, meglio di tante altre, il grave problema che la nostra società ha nella comprensione della natura.

Il sottinteso della serie è che due ragazzi dei sobborghi, ingegnosi e decisi, possono eseguire in tempo record qualsiasi progetto di cui venga loro voglia, non importa quanto sia smisurato. C’è, naturalmente, la questione dei soldi (l’azione comincia solitamente con lo scarico di vari camion e il tipico tormentone), ma si sottintende che i ragazzi, come frutto delle invenzioni precedenti, probabilmente disporranno di grandi fondi, anche se in realtà si parla poco di soldi in questa serie che, non dimentichiamolo, è per bambini. Naturalmente è una licenza per rendere più agile la narrazione di ogni episodio (che dura solo 12 minuti, così che capirete la premura). Tuttavia, è questo tipo di programma che serve a formare gli archetipi che configurano la narrativa della società ed è ciò che spiega perché ci troviamo così spesso con atteggiamenti fanatici di tecno-ottimismo.

La ragione di fondo dell’impossibilità di fare quello che riescono a fare i due ragazzi americani in un giorno non è l’elevato costo economico del montaggio (la maggior parte della gente non lo saprebbe non tanto quantificare, quanto nemmeno intuire l’ordine di grandezza), ma il costo energetico della prodezza. Qui ci sono due dimensioni di cui tener conto. Da un lato quella materiale, quanto più acciaio, legno, viti, rivetti, vetro ecc sono richiesti, tanta più energia si dovrà consumare per trasportarli (qui non entriamo nel tema dell’energia che serve per l’estrazione e la lavorazione), metterli sul posto e fissarli. Ma c’è anche un’altra dimensione, quella temporale. E cioè che la quantità di energia necessaria aumenta nella misura in cui diminuisce il tempo richiesto per la costruzione. Qui, di nuovo, interviene il fattore entropia: Come abbiamo già spiegato nel post dedicato a questa grandezza fisica, nella misura in cui la temperatura di un sistema aumenta diventa più probabile che ci discostiamo dallo stato concreto al quale vogliamo convergere. Qui usiamo “temperatura” in senso lato, intendendo tanto agitazione termica quanto i movimenti meccanici che non vanno nella direzione della creazione o del mantenimento del sistema oggettivo (come le pallonate che deformavano la rete nello stesso post). La questione è che il lavoro di Phineas e Ferb non richiede solo una grande energia, ma anche una grande potenza (visto che devono concludere l’impegno entro una mattinata) e più potenza significa più entropia, pensate semplicemente che se aumentassimo il numero di camion che entrano ed escono, a parte che si ostacolerebbero fra loro, renderemmo sempre più probabile una loro collisione.

Così allora, aumentando la potenza dobbiamo consumare ancora più energia, che sia per compensare i danni che possa causare questo consumo o per stabilire più meccanismi di controllo e macchinari sofisticati per rendere più difficile questa dispersione. La crescita della quantità di energia necessaria per eseguire un compito in minor tempo va molto pià in fretta man mano che si accorcia il passo per eseguire l’opera: pensate, per esempio, alle montagne russe che montano nel primo episodio e che attraversano tutta la città. Anche dispiegando un esercito di uomini e di macchinari sarebbe impossibile, coi mezzi odierni, eseguire una tale prodezza, si potrebbe solo se praticamente ogni palmo dell’installazione fosse aggiudicato ad una squadra e questa lavorasse con un tale grado di precisione che la giunzione della sua parte coincidesse perfettamente con quella ddegli altri e, allo stesso tempo, le sue macchine non disturbassero quelle degli altri.

E’ ovvio che la serie non vuole e non deve essere così sottile, ma, come dicevo, illustra bene i mali della nostra società. Non vediamo il giardino di Phineas e Ferb occupato da giganteschi cubi di combustibile che dovrebbero rifornire tutte le macchine pesanti che dovrebbero operare. Non vediamo le decine di gru che dovrebbero usare per sollevare tutti quei pesi o le centinaia di escavatrici che servirebbero a spianare il terreno. Per il bene dello spettacolo si ovvia alla prosaica necessità dei mezzi materiali richiesti.

L’energia è un fluido magico e invisibile che serve a muovere tutto, senza il quale niente funzionerebbe e, naturalmente, abbiamo talmente interiorizzato la sua disponibilità illimitata e a buon mercato che non ci rendiamo conto fino a che punto le nostre aspettative dipendono dal fatto che si mantenga questo stato di cose. Quando cominciamo a parlare di problemi dell’energia con qualcuno che è disinformato è comune che questi evochi la ‘soluzione energetica’ più di suo gusto, che sia il nucleare di fusione o fissione,  ole energie rinnovabili nel loro insieme o nelle sue singole opzioni, o l’economia dell’idrogeno o i biocombustibili. Tale ‘soluzione’ è essenzialmente la promessa che un certo sviluppo di laboratorio, che secondo il tal quotidiano generalista è stato un successo, finirà per portarci all’Eldorado logico dell’energia senza limiti. Lasciando da parte la questione per la quale il consumo di energia semplicemente non può aumentare all’infinito in un pianeta finito, c’è la questione non meno importante che tutti questi esperimenti di laboratorio danno per scontata l’abbondanza energetica direttamente (per l’energia che consuma il processo di fabbricazione) o indirettamente (per l’abbondanza di determinate materie prime che in realtà sono sfruttabili solo grazie al petrolio a buon mercato – abbiamo già discusso il caso del neodimio come un ulteriore esempio della sottaciuta guerra per le terre rare). In qualche modo, gli autori riconoscono il basso rendimento energetico della propria soluzione (misurato attraverso il Ritorno Energetico sull’Investimento Energetico o EROEI), quando dicono che la loro tecnologia non è ancora redditizia, che è troppa cara (ricordiamo che il rendimento economico è sempre inferiore a quello energetico). Ovviamente, i coraggiosi ricercatori sperano che il progresso tecnologico abbatta i costi, ma qui di nuovo l’accento si pone sulla questione economica e non su quella energetica e così lo sviluppo tecnologico tende generalmente a diminuire l’EROEI, non ad aumentarlo. In definitiva, nemmeno i ricercatori che lavorano su questo tipo di problemi sono normalmente consapevoli di partire dalla premessa che l’energia è abbondante e conveniente, il che rende drammaticamente inutili le loro proposte rispetto al futuro che ci si presenta.

Dobbiamo capire una cosa: la tecnologia non è un sostituto dell’energia. Con la tecnologia possiamo realizzare un miglior sfruttamento dell’energia, ma tale miglioramento ha dei limiti che si incontreranno piuttosto presto (abbiamo da poco discusso quelli delle macchine termiche ed  altri limiti simili affliggono gran parte delle tecnologie che sia nucleare, eolica o fotovoltaica, per fare tre esempi). Quando si constata questo problema, una delle risposte usuali è paragonare il progresso della tecnologia energetica con quello della tecnologia informatica: se in così poco tempo siamo potuti progredire così tanto a livello computazionale, perché non potremmo fare la stessa cosa con l’energia? Si tratta di un ulteriore caso di eccessiva estrapolazione e se si guardano bene le tecnologie energetiche, oggi sono di poco più sofisticate di quanto lo fossero un secolo fa. La generazione di elettricità negli impianti termici, indipendentemente dalla tecnologia, consiste nel far bollire l’acqua in un bollitore e col vapore che ne risulta far muovere una turbina e questo vale anche se il combustibile usato è quello nucleare (in una occasione, durante un discorso sulle reti energetiche del futuro, il Segretario di Stato per l’Energia degli Stati Uniti, Steve Chu, ha detto che se Thomas Alva Edison resuscitasse sarebbe in grado di riconoscere una centrale elettrica). Insomma, il discorso del progresso tecnologico inarrestabile basato sull’ingegno alla Phinaes e Ferb non ha valore in molti casi, in particolare in quelli delle tecnologie energetiche. In altri casi, l’ottimista di turno mette sul tavolo i numeri del rendimento di una determinata fonte di energia, assumendo così che è efficiente. Tuttavia, il calcolo del EROEI ingloba tutto il ciclo di vita della fonte in questione e l’inclusione di materiali rari che rendono più efficiente un aerogeneratore o una centrale nucleare può ottenere l’aumento dell’energia generata nell’operazione, ma a costo di consumare più energia di quanta ne guadagniamo semplicemente per produrre quel materia prima cruciale per la nuova tecnologia. Di nuovo, senza fare un calcolo del EROEI non è possibile sapere se la tecnologia risulta veramente redditizia in termini energetici. Tendiamo a pensare, per ultimo, che sia normale e facile avere lamiere d’acciaio  e lingotti di alluminio, tanto cemento e cavi di rame a nostra volontà e così con tante materie prime industriali. Tuttavia, nel sempre più grande marasma economico nel quale stiamo precipitando, questi materiali si venderanno meno, si chiuderanno fabbriche, la produzione diminuirà e pertanto rincarerà, al punto che che alcune nuove tecnologie proposte non saranno più convenienti. Senza un consumo su grande scala, molti dei nostri progetti di futuro non hanno semplicemente senso perché non beneficeranno più dell’economia di scala.

In sintesi, pensiamo che la tecnologia ci salverà da qualsiasi ostacolo pur rimanendo le limitazioni energetiche le stesse. A creare questa visione hanno contribuito molti economisti, che hanno sviluppato una bella teoria sull’utilizzo delle risorse che, ovviamente, non contempla limiti. Di fatto non smette di sorprendere che quando si discute sui limiti energetici del nostro futuro i primi che cominciano a parlarti di soluzioni tecnologiche meravigliosi, non comprendendole, siano gli economisti. Tutto pur di non accettare che ci sono dei limiti, che non si vive di solo ingegno industriale, che l’economia non può crescere per sempre e che questa crisi non finirà mai.

Saluti.

 

AMT

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Considerazioni antropologiche sull’uso e sull’abuso dell’aria condizionata

 

 

Di Armando Boccone

Ricordo vagamente, in un suo film, la descrizione che Villaggio-Fantozzi  faceva dell’ufficio del direttore mega-galattico:

  • scrivania in legno pregiato (non ricordo quale);
  • due segretarie in topless;
  • poltrona in pelle umana;
  • un acquario con dentro alcuni dipendenti (forse quelli che più adulavano i dirigenti);
  • ecc.

Allora non c’erano o, quanto meno, non erano ben evidenti i cambiamenti climatici e non c’era la diffusione dei condizionatori  di aria.

Adesso, vedendo la temperatura esistente in certi uffici di dirigenti, Fantozzi avrebbe aggiunto a quell’elenco con cui descriveva l’ufficio del direttore mega-galattico:
temperatura dell’ufficio con valori prossimi allo zero assoluto!!

Ma lasciamo da parte la comicità demenziale di Villaggio-Fantozzi per fare un discorso leggermente più serio sull’uso e sull’abuso dell’aria condizionata. Fino a qualche decennio fa i condizionatori si vedevano solamente nei film americani. Adesso sono diffusi in molte parti del mondo e anche in Italia.
Da una ricerca che ho fatto sul WEB ho visto i danni che l’uso e l’abuso dell’aria condizionata arrecano alla salute. Raffreddori e bronchiti, mal di schiena e torcicolli sono i principali danni conseguenti a un uso non corretto dell’aria condizionata. E’ necessario che la differenza fra la temperatura esterna e quella interna non sia eccessiva. E’ bene che sia di 6-7 gradi! E’ bene inoltre che non ci si esponga direttamente all’aria fredda e che molto dannosi sono gli sbalzi di temperatura.

Un altro problema è rappresentato dalla mancata o non corretta manutenzione delle apparecchiature di condizionamento: è necessario infatti che i condotti e i filtri siano correttamente e periodicamente puliti e/o sostituiti.  Una non corretta e non regolare manutenzione degli  impianti di condizionamento può comportare crisi respiratorie nei soggetti allergici  alla polvere, pollini e acari. Potrebbe anche comportare infezioni di Legionella pneumophila, con serie conseguenze di salute.  Ma, bisogna aggiungere, anche se la temperatura raggiunta con l’aria condizionata fosse corretta c’è sempre il problema degli sbalzi di temperatura a cui si va incontro quando si passa dalla temperatura esistente nella strada a quella esistente all’interno di un bar o una banca o in un qualsiasi negozio.

Dato che l’uso dell’aria condizionata comporta consumo di energia elettrica, ottenuta anche bruciando combustili fossili (con tutto ciò che comporta in termini di loro esaurimento e in termini di inquinamento e di cambiamenti climatici)  ho approfondito l’argomento facendo una piccola indagine sul mio luogo di lavoro.  Ho parlato con una collega che l’altro giorno ho sentito lamentarsi per la temperatura dell’ufficio di un dirigente dove alle volte va per motivi di lavoro. Mi ha detto che la settimana scorsa è stata a casa per i malanni che le ha provocato l’aria condizionata (problemi alla gola e alle articolazioni delle mani e delle ginocchia).   Mi dice che è stata in malattia per tre giorni ma che ha deciso di rientrare al lavoro solamente perché aveva parecchie scadenze di ufficio da rispettare.

Sono andato nell’ufficio del dirigente per fare mettere la firma su alcune pratiche e, mentre uscivo,  ho dato una occhiata sul pannellino dove è riportata la temperatura: 20° centigradi!! Come si vede la differenza fra la temperatura esterna e quella interna è il doppio di quella consigliata (all’esterno era di 33-34 gradi centigradi).

Parlo con due colleghe a proposito dell’aria condizionata. Dico che forse è meglio che l’aria condizionata sia spenta nel momento in cui si entra in ufficio e che sia accesa appunto quando si entra così il corpo accaldato proveniente dall’esterno non sia traumatizzato dall’impatto con l’aria fresca ma che si adegui gradualmente al cambiamento di temperatura. Dico che ho fatto una ricerca sul WEB che mette in evidenza….“No, io preferisco che sia già fresca!” dice una collega in modo perentorio e  allontanandosi di fretta”(per mettere più in risalto il disaccordo con ciò che stavo dicendo). “Io voglio essere ignorante, non voglio sapere niente” dice l’altra collega allontanandosi pure lei. Con quest’ultima collega qualche tempo prima avevo accennato ai problemi dei cambiamenti climatici conseguenti all’uso dei combustibili fossili: mi ha detto con modi spicci “Non voglio sapere niente!”.

Alcuni anni fa lavoravo in un altro ufficio e stavo da solo. Nonostante ci fosse l’aria condizionata non l’ho mai usata. Aprivo la porta e la finestra e facevo fare un po’ di corrente ed inoltre usavo un ventilatore. Adesso invece non posso risolvere così il problema perché c’è una collega nell’ufficio ed inoltre gli altri uffici stanno con le porte e finestre chiuse per cui anche quando in ufficio sono da solo non posso far fare corrente e usare il ventilatore.

Qualche giorno fa un collega, mentre entra nel suo ufficio, tutto trafelato e accaldato, dice “… e adesso il condizionatore a palla!!”

Nel mio ufficio entra una collega per chiedere una cosa. C’è uno scambio di idee fra lei e la mia attuale collega di ufficio. “Ma sta funzionando l’aria condizionata?” chiede l’una all’altra. “Si, ma forse bisogna aspettare un po’”. E l’altra, per sottolineare la gravità della situazione dice”…perché sto sudando!!”

L’altro giorno un’altra collega accennò alla tragedia che la ha colpita alcuni giorni prima indicandola con l’espressione “L’altro giorno ho sudato!!” A proposito di sudore qualche giorno un collega mi disse che per alcune persone sembra che sudare sia il peggior male del mondo. Questo collega non usa l’aria condizionata ma apre la finestra e la porta facendo fare un po’ di corrente.

Che spiegazione dare dell’abuso dell’aria condizionata? Ho pensato che potrebbe essere legato alla tendenza al consumismo che ormai è la norma da molti decenni a questa parte. Bisogna a tutti i costi consumare! E’ la nostra ragione di vita! Potrebbe anche essere collegato alla considerazione dell’aria condizionata come bene esclusivo, che serve a differenziarsi da chi non se la può permettere. Ma potrebbe anche essere che il clima non sia più quello di una volta… oppure tutte queste cose insieme!

Comunque quando l’offerta di combustibili fossili non starà più al passo della domanda, quando i cambiamenti climatici comporteranno sempre più disastri ambientali, ecc. allora tutti i nodi verranno al pettine e ci sarà un brusco risveglio che probabilmente metterà tutti d’accordo.

Riprendendo, in modo molto semplificato, un concetto di Karl Marx, si dovrebbe dire che a una struttura diversa (scarsità di risorse e di beni) dovrebbe corrispondere dialetticamente una sovrastruttura diversa (idee e comportamenti). In questa sovrastruttura diversa potrebbero fare parte nuovi modelli estetici e relazionali, come per esempio quelli esistenti fra gli Hazda. Qualche anno fa ho letto un reportage sugli Hadza, scritto da  Michael Finkel e pubblicato nel numero di dicembre 2009 del National Geographic Italia.

Gli Hadza sono una popolazione boscimane e vivono in un territorio della Tanzania. Conducono una vita di cacciatori-raccoglitori, che è la vita che tutte le popolazioni umane praticavano fino al neolitico, circa 10-12 mila anni fa. Il giornalista, che ha trascorso un periodo in mezzo a questa popolazione condividendone le varie esperienze, come le battute di caccia,  ha osservato in tutti i dettagli i loro modi di vita, da come preparano il cibo alla loro vita sociale la sera attorno al fuoco, con i racconti,  i cori e le danze.
Ha notato  la loro libertà dai tanti obblighi sociali che hanno invece le popolazioni moderne, la libertà di ruttare ed emettere flatulenze senza scusarsi, ecc, ecc..  Il giornalista dice  che un giorno viene  invitato a fare il bagno. Si va in uno stagno (che è una grande pozzanghera con letame di vacca che galleggia in superficie) e, dopo essersi tolti i vestiti, si strofinano un po’ di fango addosso a mo’ di esfoliante. Gli uomini Hadza gli dicono che le loro donne diventano più attraenti se passa più tempo fra un bagno e l’altro. Una donna gli dice che il marito vuole che aspetti mesi prima di fare il bagno perché lui la preferisce così.

Il modo di vita degli Hadza ha affascinato il giornalista, lo ha reso più felice, più calmo, meno pressato dalla fretta, anche se vedendo i rischi connessi al loro modo di vita, le donne che sono costrette a partorire stando accovacciate nella savana, l’elevata mortalità infantile, ecc. , dice il giornalista, concludendo il reportage, che non potrebbe mai vivere come loro.

Dopo il riferimento ai tempi neri che ci aspettano e al reportage pubblicato su National Geographic Italia si potrebbe quanto meno arrivare alla conclusione che eliminare gli abusi dell’aria condizionata (che tra l’altro provocano anche dei danni alla salute) sarà in futuro il minimo che dovremmo fare. Sicuramente non avverrà che un uomo rifiuti una donna solamente perché questa ha sudato (e viceversa) !!

La Markette e la Eolo: due leggende automobilistiche

di Ugo Bardi

Quando chiesero a Woody Allen perché suonasse il clarinetto, lui rispose che la prima volta che ci aveva provato aveva tirato fuori un suono talmente brutto che da allora stava cercando di rimediare. Qualcosa di simile è successo alla Westinghouse quando, negli anni ’60, hanno provato a costruire un veicolo stradale, la “Markette.” A differenza di Woody Allen, però quelli della Westinghouse non hanno nemmeno tentato di rimediare all’errore. Hanno fatto sparire la Markette alla svelta e non si sono più neanche lontanamente azzardati a riprovarci. Così, la Markette è un veicolo leggendario. Se ne sa pochissimo a parte che era elettrica e usava batterie al piombo. Fino a poco tempo fa, era persino impossibile trovarne un’immagine: una specie di “dannatio memoriae” automobilistica.

Ho cercato a lungo un immagine della Markette su Internet, senza riuscire a trovarla. Finalmente, in questi giorni, ne ho trovata una in questo sito. Ne potete trovare un’altra di un esemplare ancora esistente della Markette al “museo storico del senatore John Heinz”. In effetti, queste foto confermano la leggenda: la Markette era veramente brutta. Sembrava una lavatrice su ruote.

 

Un altro veicolo per certi aspetti altrettanto leggendario della Markette è la famigerata “Eolo”, l’automobile ad aria compressa. La Eolo è forse meno brutta della Markette (in ogni caso a seconda dei gusti), ma ne condivide il carattere leggendario nel senso che nessuno si ricorda di averne mai vista una circolare su strada. Ma, a differenza dei produttori della Markette, i costruttori della Eolo non sembrano vergognarsi del loro arnese, nonostante che non siano riusciti a metterla in produzione neanche dopo 10 anni di tentativi.  Anzi, insistono a parlarne!

 

Arata nel paese delle meraviglie. Ovvero: la fusione fredda oltre lo specchio

di Ugo Bardi

 

 

 

Leggere certe cose scritte dai fautori della cosiddetta “fusione fredda” ti fa venire in mente Alice nel paese delle meraviglie. Sembra che arrivino da un mondo parallelo, al di là dello specchio, dove le leggi della fisica del mondo reale non valgono. Qui, esamino in un certo dettaglio un brevetto del ricercatore giapponese Yoshiaki Arata.

 

Immaginate che vi racconti che ho inventato un modo per trasformare il carbone in diamanti. Bello, vero? E come ci riesco? Semplice: prendi un pezzo di carbone e lo colpisci a martellate. A furia di colpirlo, prima o poi comprimerai gli atomi di carbonio del reticolo al punto di trasformare il carbone in diamante. (se insisti, poi, lo puoi anche trasformare in un buco nero, perché no?)

Ovviamente è uno scherzo. Però, certe cose che si leggono in giro a proposito della cosiddetta “fusione fredda” sono quasi altrettanto assurde e non sono intese come scherzi. In un post precedente vi ho parlato dell “effetto Cenerentola“, ovvero di uno che  – quasi letteralmente – sosteneva di poter trasformare zucche in carrozze. Qui vado a esaminare un documento del prof. Yoshiaki Arata, un altro noto fautore della fusione fredda, notevole per alcuni concetti che ricordano il mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Dovremo andare su qualche dettaglio tecnico ma se avete voglia di continuare a leggere potete imparare qualcosa di chimica e di elettrochimica.

Mi concentro su questo brevetto di Arata del 1997 (link) perché è un documento ufficiale, che va scritto secondo certe regole e dove bisogna spiegare chiaramente tutti i dettagli di quello che l’inventore ha fatto. Questo lo rende più solido e completo dei molteplici rapporti che si trovano su internet e che arrivano a pezzi e bocconi, dove mancano i dettagli, non si capisce cosa è stato fatto né come. Come tutti i brevetti, anche questo di Arata è scritto in un modo un po’ involuto e complesso, ma con un po’ di lavoro ne possiamo tirar fuori le gambe. Sostanzialmente, Arata parla di “pompe elettrolitiche” che sono un modo per pompare gas sfruttando una differenza di potenziale ai due lati di una membrana.

Funziona in questo modo: ci sono alcuni solidi ionici che conducono per via di ioni idrogeno e ossigeno: alcuni sono organici, altri inorganici. Con questi solidi si possono fare delle membrane porose all’ossigeno o all’idrogeno. Applicando un potenziale elettrico a una membrana del genere si possono muovere gli ioni in una certa direzione all’interno del reticolo allo stesso modo in cui si possono muovere elettroni in un normale solido conduttore. Se gli ioni sono creati dalla dissociazione di un gas a un lato, si ricombinano in gas dall’altro lato. Il risultato finale è il trasferimento di gas da una parte all’altra. E’ una forma di pompaggio ottenuto senza parti mobili, a spese dell’energia fornita dal campo elettrico. E’ un campo noto da molto tempo ed è strano che abbiano concesso ad Arata un brevetto su queste cose nel 1997, ma non entriamo in questo argomento. Se vi interessa approfondirlo, potete partire, per esempio, da questo link.

Ora, andiamo al primo grosso problema con il brevetto di Arata. La rivendicazione principale sembra essere l’uso del palladio come pompa elettrolitica che, secondo Arata, è equivalente a quelle ottenute mediante solidi ionici. Qui, però, non ci siamo proprio. A differenza dei solidi ionici, il palladio è un buon conduttore elettronico. Ne consegue che il meccanismo della pompa non funziona: se metti una differenza di potenziale ai due lati di una membrana di palladio, hai un passaggio di elettroni, non di ioni. Non è una pompa elettrolitica, ma una stufetta elettrica. Arata, infatti, il potenziale è costretto a metterlo in un elettrodo esterno, ma non sembra rendersi conto che quello che ha ottenuto non è e non può essere una pompa elettrolitica. Non c’è nessun campo elettrico all’interno del palladio e gli ioni migrano liberamente all’interno in tutte le direzioni. Non ci sono sensi unici in un reticolo atomico.

Fin qui, va già molto male, ma adesso viene il bello. Leggete cosa ci racconta Arata nel suo brevetto (traduzione mia).

<possiamo>….. mantenere la reazione per aumentare la concentrazione dell’elemento gassoso disciolto nel corpo del contenitore finché la concentrazione dell’elemento gassoso che è penetrato attraverso il corpo del contenitore non raggiunge un valore pre-determinato di pressione ultra-alta.

Si capisce da questa e da altre frasi nel brevetto che Arata crede veramente che continuando a pompare potrà arrivare a pressioni arbitrariamente alte. Dice esplicitamente, per esempio, che il limite alla pressione massima ottenibile è dato soltanto dalla resistenza meccanica del contenitore. Pensateci sopra un attimo e vedete se non vi si spalanca l’abisso sotto i piedi. Questa è fisica del mondo oltre lo specchio.

Vi facevo prima l’esempio di trasformare il carbone in diamante a furia di martellate. Non lo puoi fare perché, ovviamente,  l’effetto delle martellate non si accumula: puoi dare centinaia di martellate, o milioni, o miliardi, ma  fra un colpo è l’altro, il reticolo atomico del carbonio ritorna quello che era prima. Ma Arata sta proponendo qualcosa di simile quando dice che l’effetto del pompaggio si accumula, ovvero che mantenendo il campo elettrico per tempi molto lunghi si può accumulare sempre più idrogeno nella cavità ottenendo pressioni “ultra-alte”.

A parte che, come abbiamo detto, una membrana di palladio non è una pompa e quindi non accumula niente. Ma, anche se usi una membrana ionica, lo stesso non puoi raggiungere pressioni arbitrariamente alte. La pressione che si può ottenere in una pompa elettrochimica è determinata dall’equalizzazione dei potenziali chimici del sistema. Questi potenziali dipendono sia dal campo elettrico come dalle pressioni parziali dei reagenti ai due lati della membrana. L’aumento di pressione da una parte genera un potenziale che, a un certo punto, finisce per uguagliare quello di segno opposto generato dal campo elettrico.  A questo punto, il flusso in ingresso uguaglia il flusso in uscita e la pressione si stabilizza. A questo punto, potresti pensare di aumentare il potenziale elettrico per continuare a pompare, ma anche qui c’è un limite: oltre un certo potenziale cominciano a passare elettroni anche in un solido ionico. Non mettiamoci a discutere qui su che pressioni si possono ottenere; difficilmente “ultra alte”, ma questo dipende da molti fattori. Qui, però, è l’errore concettuale che fa impressione. Questa dei potenziali chimici è una cosa elementare che si studia al primo anno di chimica fisica. Se un mio studente ragionasse come ragiona Arata, non passerebbe l’esame.

Ci sono molti altri dettagli curiosi in questo brevetto, dove Arata parla di tantissime cose che non hanno niente a che vedere con il pompaggio elettrolitico: micro-cricche nei solidi, saldature, pressioni di centinaia di milioni di atmosfere e altro. Più che altro, non si capisce  perché mai Arata si dia tanta pena a dimostrare di poter ottenere altissime pressioni fuori dal reticolo del palladio – mentre sostiene allo stesso tempo che la fusione avviene dentro il reticolo. Tutta la faccenda sembrerebbe correlata al problema di “caricare” il palladio con deuterio che è il modo di ottenere la fusione fredda secondo i sostenitori del concetto. Ma non era di questo che vi volevo parlare; volevo solo illustrarvi come certi sostenitori della “fusione fredda” sembrano vivere nel mondo di Alice del Paese delle Meraviglie dove, apparentemente, non importa conoscere le leggi della fisica del nostro mondo.

Chissà, forse dall’altra parte dello specchio la fusione fredda funziona. Il mondo reale, però, è un’altra cosa.

 

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(*) Ah…. siccome stiamo parlando di pressioni “ultra-alte”, vi può incuriosire che all’interno del sole, dove avviene la fusione nucleare dell’idrogeno, ci sono circa 100 miliardi di atmosfere di pressione. Un po’ difficili da raggiungere qui sulla Terra, specialmente con una pompetta elettrolitica. Il meglio che si riesce a fare, usando un’incudine a diamanti, è dell’ordine di qualche milione di atmosfere.