Si può sequestrare il CO2 con l’acqua di mare? Ovvero: la disperazione.

Di fronte alla situazione climatica, sembra proprio che siamo alla disperazione. Non riuscendo a trovare una soluzione,  vengono fuori le idee più disperate. Una è negare l’influenza umana sul riscaldamento globale o, addirittura, il riscaldamento stesso. Un’altra è di mettersi a inventare aggeggi strani che cominciano sempre di più a somigliare agli arnesi che inventa il Vilcoyote per cercare di acchiappare lo struzzo Bip-bip. L’ultima idea disperata che mi è capitata l’ho trovata in un articolo di Thomas Friedman intitolato “Dreaming the possible dream”; ovvero “Sognare il sogno possibile.” Fra grandi sviolinate al sogno americano, Friedman magnifica l’invenzione di una startup company di Silicon Valley, Caldera, che dichiara di aver inventato un metodo per sequestrare il biossido di carbonio dall’atmosfera semplicemente facendolo reagire con acqua di mare.

Mi puzzava di imbroglio dalle prime tre righe. L’idea, certo, era bellissima: perché impegnarsi in un’impresa assurda come pompare il CO2 nei depositi geologici – dove non si sa quanto tempo può rimanere – quando basta farlo reagire con acqua di mare e formare carbonato di calcio, con il quale si può fare cemento. Bello – ma un imbroglio.

Qualche dettaglio sul perché è un imbroglio lo trovate qui, a opera di Ken Caldeira (Caldeira e Caldera sono molto simili; per puro caso) che è un fisico di quelli, come si suol dire, con gli attributi e che aveva studiato la questione già 10 anni fa. Permettetemi però di sbufalare la fesseria con altri argomenti, in modo autonomo.

Allora, secondo quello che dice Friedman, sostanzialmente confermato dal presidente di Caldera, qui, si spruzza acqua di mare calda sugli scarichi di una centrale a carbone e ne risulta un precipitato di CaCO3 che si forma per reazione con il calcio naturalmente contenuto nell’acqua di mare. C’è un piccolo problema nel fatto che normalmente la CO2 acidifica l’acqua e questo impedisce la precipitazione. Allora bisogna operare ad alta temperatura e, probabilmente, in presenza di catalizzatori. Quelli di Caldera non danno l’efficienza del processo; che è sicuramente molto meno del 100%. Ma diamogli per buono che sia il 100%; è una fesseria, ma ci serve per fare qualche conto.

Allora, quanto calcio (e quanta acqua) ci vuole per assorbire una quantità significativa di CO2? La concentrazione di calcio nell’acqua di mare è di circa 400 parti per milione (per l’esattezza 411 ppm, ma facciamo un conto un po’ in soldoni). Questo vuol dire che un litro d’acqua contiene 400 milligrammi di calcio. Approssimiamo che la CO2 e il calcio abbiano lo stesso peso molecolare (questi sono conti stechiometrici, cosette che sanno fare i chimici, comunque il CO2 è 44 e il calcio è 40). Quindi, in prima approssimazione, un grammo di calcio tira giù un grammo di CO2. Per avere un grammo di calcio, dovete però avere  due litri e mezzo di acqua, ovvero 2.5 kg, un fattore 2500. In altre parole, per tirar giù una tonnellata di CO2, avete bisogno di 2500 tonnellate di acqua. Ora, qui qualcuno ha i tafani che gli ronzano nel cervello: vi rendete conto che in tutto il mondo si parla di 30 miliardi di tonnellate di CO2 emesse all’anno? Moltiplicate per 2500 e vedrete che sono qualcosa come 7.5xE+13 tonnellate di acqua da filtrare. All’incirca, è il volume del Mare del Nord. Cambia poco anche se uno volesse limitarsi a eliminare la CO2 emessa dalle sole centrali a carbone. Le emissioni dalla combustione del carbone sono circa il 40% del totale e siccome l’efficienza di cattura del CO2 nel sistema proposto da Caldera non è certamente del 100%, siamo sempre a dover pompare nelle centrali un intero Mare del Nord ogni anno.

Questo fatto del Mare del Nord dovrebbe bastare per capire di che razza di assurdità ci troviamo davanti. Ma, per curiosità, fatemi quantificare la faccenda un po’ di più. Facciamo un confronto con un processo esistente: considerate che la quantità di acqua che si dissala oggi nel mondo è di 1.6 E+10 tonnellate all’anno. Allora, questi qui di Caldera stanno proponendo di mettere su un sistema di pompaggio di acqua di mare che sarebbe circa 4000 volte più grande di quello degli impianti di dissalazione esistenti oggi. Ora, si sa che l’industria della dissalazione utilizza circa 2.5 kWh per tonnellata per pompare acqua nei dissalatori. Diciamo 1 kWh per tonnellata, tanto per fare un numero tondo. Allora, lo schema proposto da Caldera richiederebbe  7.5 x E+13 kWh, ovvero 7.5 E+4 TWh all’anno. Questo è più del doppio dell’attuale produzione di energia primaria al mondo (circa 2.5 E+4 TWh/anno)

E tutto questo pur di non usare le odiate rinnovabili!

________________________________________________________________________

Ecco l’articolo originale di Thomas Friedman

Thomas Friedman: Dreaming the possible dream

Tuesday, March 9, 2010

What do you think?

The thing I love most about America is that there’s always somebody who doesn’t get the word — somebody who doesn’t understand that in a Great Recession you’re supposed to hunker down, downsize and just hold on for dear life. I have a couple of friends who fit that bill, who think a recession is a dandy time to try to discover better and cheaper ways to do things. They both happen to be Indian-Americans — one a son of the Himalayas, who came to America on a scholarship and went to work for NASA to try to find a way to Mars; the other a son of New Delhi, who came here and found the Sun — Sun Microsystems. Both are serial innovators. Both are now shepherding clean-tech startups that have the potential to be disruptive game changers. They don’t know from hunkering down. They just didn’t get the word.

As a result, one has produced a fuel cell that can turn natural gas or natural grass into electricity; the other has a technology that might make coal the cleanest, cheapest energy source by turning its carbon-dioxide emissions into bricks to build your next house. Though our country may be flagging, it’s because of innovators like these that you should never — ever — write us off.

Let me introduce Vinod Khosla and K.R. Sridhar. Khosla, the co-founder of Sun, set out several years ago to fund energy startups. His favorite baby right now is a company called Calera, which was begun with the Stanford professor Brent Constantz, who was studying how corals use CO² to produce their calcium carbonate “bones.”

If you combine CO² with seawater, or any kind of briny water, you produce CaCO³, calcium carbonate. That is not only the stuff of corals. It is also the same white, pasty goop that appears on your shower head from hard (calcium-rich) water. At its demonstration plant near Santa Cruz, Calif., Calera has developed a process that takes CO² emissions from a coal- or gas-fired power plant and sprays seawater into it and naturally converts most of the CO² into calcium carbonate, which is then spray-dried into cement or shaped into little pellets that can be used as concrete aggregates for building walls or highways — instead of letting the CO² emissions go into the atmosphere and produce climate change.

If this can scale, it would eliminate the need for expensive carbon-sequestration facilities planned to be built alongside coal-fired power plants — and it might actually make the heretofore specious notion of “clean coal” a possibility.

In announcing in December an alliance to build more Calera plants, Ian Copeland, president of Bechtel Renewables and New Technology — a tough-minded engineering company — said: “The fundamental chemistry and physics of the Calera process are based on sound scientific principles, and its core technology and equipment can be integrated with base power plants very effectively.”

A source says the huge Peabody coal company will announce an investment in Calera next week. “If this works,” said Khosla, “coal-fired power would become more than 100 percent clean. Not only would it not emit any CO², but by producing clean water and cement as a byproduct it would also be taking all of the CO² that goes into making those products out of the atmosphere.”

John Doerr, the legendary venture capitalist who financed Sun, once said of Khosla: “The best way to get Vinod to do something is to tell him it is impossible.”

Sridhar’s company, Bloom Energy, was featured last week on CBS’ “60 Minutes.” Several months ago, though, Sridhar took me into the parking lot behind Google’s Silicon Valley headquarters and showed me the inside of one of his Bloom Boxes, the size of a small shipping container. Inside were stacks of solid oxide fuel cells, stored in cylinders, and all kinds of whiz-bang parts that I did not understand.

What I did understand, though, was that Google was already getting part of its clean energy from these fuel cells — and Walmart, eBay, FedEx and Coca-Cola just announced that they are doing the same. Sridhar, Bloom’s co-founder and CEO, said his fuel cells, which can run on natural gas or biogas, can generate electricity at 8 to 10 cents a kilowatt hour, with today’s subsidies. “We know we can bring the price down further,” he said, “so Bloom power will be affordable in every energy-poor country” — Sridhar’s real dream.

Attention: These technologies still have to prove that they are reliable, durable and scalable — and if you Google both, you will find studies saying they are and studies that are skeptical. All I know is this: If we put a simple price on carbon, these new technologies would have a chance to blossom, and thousands more would come out of innovators’ garages. America still has the best innovation culture in the world. But we need better policies to nurture it, better infrastructure to enable it and more open doors to bring others here to try it.

Our politics has gotten so impossible lately, too many Americans have stopped dreaming. Not these two. They just never got the word. As Sridhar says: “We came to America for the American dream — to do good and to make good.”

Thomas Friedman is a columnist for The New York Times.

Quantomeccanica contro metalmeccanica

Domenico Coiante fa un aggiornamento sul confronto fra “solare fotovoltaico” e “solare termodinamico” in un suo articolo che appare oggi sul sito di aspoitalia. L’articolo parte da una critica a un recente studio di Derek Abbott che si rivela fortemente parziale e sbilanciato a favore del solare termodinamico.

Il punto che fa spesso Coiante su questo argomento è la differenza culturale che c’è fra chi si occupa di motori termici e dei macchinari relativi (appunto, visione “metalmeccanica”) e chi si occupa di celle solari (visione “quantomeccanica”). E’ proprio una barriera di cultura che rende il dibattito fortemente polarizzato ed esclusivo.

Il solare termodinamico ha sicuramente dei punti a favore, ma i suoi sostenitori si trovano spesso ad andare fuori dalle righe presentando una tecnologia ancora tutta da sviluppare in termini commerciali e pratici con una tecnologia ormai collaudata come quella fotovoltaica. Il risultato è alle volte più polemica che scienza,  come nel caso dell’articolo di Abbott, giustamente criticato da Domenico Coiante. Più che altro, comunque, il danno che alcuni di questi “metalmeccanici” riescono a fare è quello di rallentare lo sviluppo del fotovoltaico in attesa di una tecnologia termodinamica della quale si dicono meraviglie ma che in pratica non è disponibile sul mercato e le cui possibilità pratiche sono ancora in gran parte da verificare.

Non aggiungo altro, per i dettagli leggete l’articolo di Domenico Coiante.

Retrofit elettrico: ultime novità

Dal blog “Crisis”, un articolo di Pietro Cambi che fa il punto sulla situazione del sistema legislativo italiano che impedisce di trasformare la propria autovettura in elettrica. E’ una lunga e triste storia, anche se forse ci sono delle buone notizie

Convergenze parallele

Di Pietro Cambi

dal blog “Crisis” del 12 Marzo 2010

Andrea Lulli, uno dei due deputati primi firmatari della famosa(?) legge pro-tuning,  a cui abbiamo inviato le nostre mail con la richiesta di permettere, alla buon’ora, una rapida e semplice conversione dei veicoli esistenti in veicoli elettrici, è in effetti molto sensibile al tema della diffusione dei veicoli a zero emissioni ed è il primo firmatario di un interessante disegno di legge in tema.

Peccato che il retrofit elettrico, concetto di cui, scusate l’immodestia, siamo stati i primi a parlare in Italia (senza contare l’esempio dato con il cinquino 2.0) non sia nemmeno citato, nel suddetto disegno di legge. La buona volontà, nonostante tutto, c’è. I fondi, parrebbe, pure.

Mi sembra interessante notare da dove verrebbero presi i suddetti soldini, con questo stimolando due comportamenti virtuosi:

9. Agli oneri derivanti dall’attuazione dei commi 1, 2, 5, 6 e 7, pari a 210 milioni di euro a decorrere dall’anno 2010, si provvede mediante le entrate derivanti dall’istituzione di un contributo pari a 1,5, centesimi di euro per ogni bottiglia in materiale plastico venduta al pubblico.

Sinceramente si tratta di uno dei pochissimi disegni di legge che proponga qualcuna delle cose per cui noi di Aspo e tanti altri, che cercano una transizione verso un futuro di sostenibilità, ci siamo battuti. Quando una idea è buona diventa un meme, qualcosa con una sua vita, indipendente dal primo propositore/pensatore. E’ quello che forse sta cominciando a succedere, in questo come in qualche altro caso. Buona cosa ed un esile raggio di luce nella grigia penombra di questi giorni.

Manca ancora un piccolo passo verso il retrofit elettrico ed ecco che i cittadini potranno avere un veicolo elettrico, con quel livello di incentivi, a costo praticamente nullo. E’ arrivato il momento di tentare il contatto diretto.

Uno scenario prudente porta in ogni caso a valutare in molte migliaia il numero di posti di lavoro, qualificati, IN PIU’, che verrebbero creati, a costo zero, in rapporto alla versione attuale del disegno di legge. Questo da solo giustificando il provvedimento.

Vi racconterò come è andata.

La cura del ferro per risparmiare energia

Di Terenzio Longobardi

La mobilità collettiva su ferro è a mio parere la soluzione più efficiente sul piano economico, gestionale, ambientale ed energetico per affrontare sia gli attuali gravi problemi di inquinamento delle nostre città, sia per costruire un modello di mobilità sostenibile che minimizzi l’uso dei combustibili fossili.

In altri articoli (1, 2) ho spiegato le ragioni a favore dei moderni sistemi ferro-tranviari che consentono, rispetto al trasporto collettivo su gomma, una maggiore efficienza nella gestione delle risorse economiche pubbliche. In questa sede intendo affrontare un’altra tematica cruciale, quella energetica che, se non ha ancora assunto un ruolo determinante nell’equilibrio economico delle aziende di trasporto (le spese energetiche incidono attualmente solo per il 10% dei costi operativi), riveste importanza strategica nel risparmio di risorse energetiche e nella riduzione delle emissioni di inquinanti e di gas serra nel settore dei trasporti (che incide in Italia per il 30,9% dei consumi finali di energia e per il 62,2% sui consumi finali di petrolio).

Anche da questo punto di vista le moderne tecnologie tranviarie si rilevano fortemente competitive non solo nei confronti del trasporto privato, ma anche rispetto ai mezzi di trasporto pubblico su gomma (autobus e filobus). I motivi di questa maggiore efficienza energetica sono insiti nella modalità del servizio e nei materiali che determinano il movimento dei mezzi sull’infrastruttura di trasporto.

Per spiegare quest’ultimo aspetto, dobbiamo fare brevemente riferimento a concetti di fisica. L’energia necessaria a muovere un mezzo di trasporto è proporzionale alla forza da applicare per vincere le resistenze al moto. Tale forza di trazione è data dalla somma delle forze che si oppongono al moto, cioè dalla sommatoria delle resistenze al moto e della resistenza all’inerzia del mezzo di trasporto.

Le resistenze al moto si dividono a loro volta in sistematiche Rs ed occasionali Ro. Le resistenze sistematiche si ricavano dalla somma di tre componenti, la resistenza dovuta all’attrito degli organi meccanici che trasmettono il moto, la resistenza di rotolamento dovuta all’attrito volvente delle ruote sul piano di trasporto, la resistenza che l’aria oppone al moto del veicolo. Le seconde due sono nettamente prevalenti sulla prima.

Nella tecnica dei trasporti, per calcolare la forza di trazione Ft e tutte le caratteristiche del moto si integra un’equazione del tipo Ft(v) – R(v) = M * dv/dt, dove R è la somma di tutte le resistenze esterne al moto e M * dv/dt è la resistenza all’inerzia del veicolo, ponendo cioè tutti i termini dell’equazione in funzione della velocità. Ma ai nostri fini accontentiamoci di una stima grossolana.

Per confrontare le due modalità di trasporto consideriamo per le precedenti resistenze i valori per unità di peso, e trascuriamo le resistenze minori. Avremo perciò che la forza unitaria di trazione ft è data dalla somma delle resistenze al rotolamento, all’aria e all’inerzia del veicolo.

La prima è data dalla formula:

Rv = Kv/r * P

dove Kv è il coefficiente di attrito volvente, r è il raggio della ruota e P è il peso del veicolo.

I valori di Kv per il pneumatico su strada asciutta (autobus o filobus) variano tra 5 mm. e 10 mm. mentre per il cerchione sulla rotaia del tram è mediamente di 0,3 mm. (quindi circa 20 volte meno). La spiegazione di questa notevole differenza è legata al fatto che sulla superficie di contatto, la distribuzione delle pressioni di contatto non risulta simmetrica rispetto alla direzione della forza premente, ma le pressioni risulteranno maggiori dalla parte del senso del moto, di un fattore dipendente proprio dal tipo di materiali a contatto e dalla loro elasticità reciproca. Il raggio della ruota di un autobus o filobus è circa 1,5 volte quello del tram.

Introducendo i valori precedenti nella formula scopriamo che la forza per unità di peso necessaria a vincere le resistenze al rotolamento per il tram è circa 13 volte più bassa di quella del mezzo pubblico su gomma.

Passiamo ora al valore della resistenza aerodinamica Ra. Questa resistenza al moto è l’unica che non dipende dal peso del veicolo e diventa preponderante rispetto alle altre per valori della velocità superiori a 80 km/h – 90 km/h (quindi non nel nostro caso considerando che la velocità commerciale dei mezzi pubblici urbani è di 20 km/h – 30 km/h, con velocità massime di 60-70 km/h). Essa si scompone in una resistenza frontale, in una laterale e sottocassa e in una di coda. La formula per determinare la resistenza frontale, nettamente prevalente rispetto alle altre due è:

Ra = Ka * d * S * V², dove

Ka è un coefficiente di forma della testata del veicolo, d è la densità dell’aria, S è la superficie frontale e V è la velocità. Considerando che per le maggiori caratteristiche di aerodinamicità il tram moderno ha un valore di Ka uguale a circa la metà di quello di autobus e filobus (0,3 contro 0,6) e una superficie S inferiore di circa il 15%, ricaviamo che anche per quanto riguarda il valore unitario ρa di questa resistenza al moto il tram è vincente.

La resistenza all’inerzia è data dalla formula:

Ri = Ki * M * dv/dt, dove

M è la massa del veicolo, Ki è un coefficiente correttivo d’inerzia che tiene conto delle masse rotanti connesse alle ruote, dv/dt è l’accelerazione del veicolo.

Ki assume valori tra 1,1 e 1,4 per i mezzi su gomma, leggermente più bassi per il tram (0,7 – 1,1). L’accelerazione varia in funzione delle condizioni di moto nel tempo, però possiamo considerare che l’accelerazione media sia sicuramente inferiore nel caso del moto più regolare (a velocità costante l’accelerazione è nulla) del tram, determinato dalla sede propria e dai tratti maggiormente rettilinei delle linee. In conclusione, possiamo affermare con buona approssimazione che anche il valore unitario ρi (kg/t) di questa resistenza per il tram sia ordinariamente inferiore rispetto al mezzo pubblico su gomma.

Ricapitolando, il tram rispetto ai mezzi pubblici su gomma ha un valore della resistenza unitaria al moto nettamente più basso, (secondo alcune fonti, circa dieci volte; in termini assoluti per i sistemi ferroviari 2,5-3 kg/t contro i 20-30 kg/t su strada) e un valore della resistenza unitaria all’inerzia del mezzo più contenuto. Per questo, il tram moderno necessita di una forza unitaria di trazione inferiore e, conseguentemente, una minore spesa energetica. Nei confronti dell’autobus questo vantaggio è ancora più accentuato a causa della maggiore efficienza di trasformazione del motore elettrico rispetto al motore a scoppio.

Naturalmente, la stima di massima che ho finora effettuato ci serve per stabilire un termine di confronto tra vari mezzi, però concorda abbastanza bene con i pochi dati empirici disponibili. Le aziende di trasporto sia italiane che estere in genere oppongono il segreto industriale (lo hanno fatto anche con me) alle richieste di conoscenza dei consumi energetici dei mezzi, però qualche dato si riesce a reperire. Per il filobus (più confrontabile sul piano energetico con il tram, per lo stesso tipo di trazione) è estremamente difficile ricavare informazioni a causa della sua scarsa diffusione, comunque si stimano in genere consumi di circa 2,5 kWh/km – 3 kWh/km. Per i tram moderni costruiti negli ultimi vent’anni, grazie anche al recupero di energia durante la frenata, i valori sono leggermente più bassi. Questo studio calcola consumi di circa 1 kWh/km. Un altro studio sui tram della Siemens ci da valori tra 1,5 kWh/km e 1,8 kWh/km.

Ma la questione decisiva dal punto di vista energetico e non solo è un’altra. Il parametro che permette di comparare il consumo energetico di sistemi di trasporto diversi e che viene comunemente usato nell’analisi dei trasporti è il cosiddetto consumo specifico, cioè l’energia consumata in rapporto ai km percorsi e ai passeggeri trasportati. E quest’ultimo fattore fa pendere a favore del tram moderno nettamente la bilancia energetica grazie alla maggiore capacità di trasporto (mediamente 250 contro 120 passeggeri) e al maggiore fattore di riempimento che dipende dal miglior grado di apprezzamento del servizio da parte degli utenti (in letteratura si considera in genere un fattore di riempimento dei mezzi su ferro circa il doppio di quelli su gomma).

Se dividiamo il consumo chilometrico dei due mezzi citato in precedenza per un riempimento medio annuo assunto prudenzialmente in 30 persone per il tram e 20 per il filobus, si ottiene un consumo specifico di 33 Wh/pass.*km – 60 Wh/pass.*km nel tram contro i 125 Wh/pass.*km – 150 Wh/pass.*km del filobus.

Considerando che 1 Wh prodotto dal sistema elettrico italiano corrisponde a 0,22 gep (grammi equivalenti petrolio), abbiamo infine che il consumo specifico del tram sarebbe di circa 7 gep/pass.*km – 13 gep/pass.*km contro i 27 gep/pass.*km – 33 gep/pass.*km del filobus. Il valore per il tram è il più basso in assoluto tra tutti i mezzi di trasporto motorizzati. Esso corrisponde abbastanza bene a quello indicato in un mio http://www.aspoitalia.it/documenti/longobardi/tram.html> precedente articolo, tratto dallo studio degli Amici della Terra che fa riferimento a ad un materiale rotabile tranviario di vecchia generazione, caratteristico delle poche linee italiane scampate alla distruzione del dopoguerra.

Infine, è opportuno menzionare alcune recenti innovazioni tecnologiche applicate sui moderni mezzi tranviari che rendono in prospettiva questi mezzi di trasporto ancora più competitivi sul piano del risparmio energetico.

Il fotovoltaico non è un problema scottante

Di Ugo Bardi

Abbiamo già trattato del presunto effetto termico dei pannelli fotovoltaici in un post di Francesco Aliprandi pubblicato poco tempo fa su NTE.

Adesso, Aliprandi ha approfondito l’argomento è pubblica sul sito di ASPOItalia un articolo completo dove esamina la questione.  Come ci si poteva aspettare, il risultato non cambia. L’effetto termico dei pannelli fotovoltaici sull’ambiente è praticamente nullo.

Un’altra leggenda smontata sui pannelli fotovoltaici – andiamo avanti!

Link all’articolo di Francesco Aliprandi.

Franco Battaglia in contromano sull’autostrada

Si racconta la storia di quello che aveva imboccato l’autostrada contromano. Mentre viaggia, sente la radio che dice “Attenzione, un pazzo sta viaggiando in autostrada contromano!” Lui si guarda intorno e dice “Un pazzo? Macché; qui è pieno di pazzi!”

Se tutte le macchine che incontri ti vengono addosso, è più probabile che sia stato tu a imboccare l’autostrada contromano che loro. Il problema si pone in termini virtuali quando ti trovi a sostenere qualche tesi che va in senso contrario rispetto a tutto quello che gli altri sostengono. Qualcosa di simile sembra essere successo al professor Franco Battaglia che continua nella sua solitaria battaglia contro il fotovoltaico e le rinnovabili in generale e che non si chiede se per caso se non sia lui ad andare contromano nel dire che chiunque non la pensa come lui sbaglia. L’ultima sua uscita in proposito la ritrovate su “Il Giornale” del 19 Febbraio 2010, dove il Nostro si lancia come suo solito solito in una tirata contro le rinnovabili dove mescola sindaci rossi, frane, idrogeno verde e fotovoltaico ma il cui punto saliente è che il fotovoltaico è una “frode” (trovate il testo completo in fondo.)

Allora, cosa dire di questo testo di Battaglia? Una prima cosa è notare come il Nostro si aggiusti costi e rendimenti a pro suo per far risultare il fotovoltaico molto meno conveniente di quanto non sia in realtà. Notiamo anche errori banali commessi per la foga di insultare tutto e tutti, per esempio che sia stato Pecoraro Scanio e Prodi a introdurre la legge sul “conto energia” che invece era stata varata dal governo precedente. Potremmo perdere un po’ di tempo a correggere Battaglia, ma non ne vale la pena. Sarebbe come fare la multa per non aver messo la freccia a uno che è entrato in autostrada contromano. Il problema del ragionamento di Battaglia è un altro: è proprio un errore di fondo.

Battaglia non si domanda come mai, se il fotovoltaico è una frode così evidente come sembra a lui, in tutto il mondo si stia installando fotovoltaico a più non posso. L’industria fotovoltaica è una delle più dinamiche del pianeta. La crescita della produzione fotovoltaica è esponenziale a ritmi che nessuna industria nel passato aveva raggiunto; nè il petrolio nè, tantomeno, il nucleare neanche ai tempi in cui si parlava di energia “così a buon mercato che non sarebbe valso nemmeno la pena di farla pagare”. Possibile che in Cina, in Giappone, in Germania, negli Stati Uniti, tutti siano così scemi da non accorgersi che il fotovoltaico è una frode? Forse sono pieni di sindaci rossi anche loro? O forse gli manca un Franco Battaglia per farglielo notare? E’ più probabile, come dicevo, che ci sia qualcosa proprio che non va nel definire il fotovoltaico una “frode.”

Sul fotovoltaico, Franco Battaglia va ripetendo da anni sempre la stessa cosa:  “Il fotovoltaico costa più caro dei combustibili fossili”. Verrebbe voglia di ringraziare il piffero; lo sanno anche i gatti che, kWh per kWh l’energia che si ottiene dal fotovoltaico, fatti i conti “della serva” (senza offesa per la serva) costa più cara dell’energia che si ottiene da un impianto a combustibili fossili. Se non fosse così, chi perderebbe tempo con cose sporche e difficili da trovare come il carbone, il petrolio e il gas?

Ma c’è un piccolo problema con questo ragionamento.  OGGI l’energia fotovoltaica costa più cara di quella fossile.  Ma chi si sente di giurare che avremo energia fossile a buon mercato ancora per trent’anni, o anche per dieci, o anche solo per tre o quattro? E quanto ci costa, già oggi, evitare di investire su una sorgente di energia che non si esaurirà mai e che si trova tutta sul nostro territorio?

Non dovremo aspettare molto perché il fotovoltaico diventi competitivo: da una parte abbiamo miglioramenti tecnologici che abbassano i prezzi del fotovoltaico e delle rinnovabili in generale. Dall’altra abbiamo il graduale esaurimento delle risorse fossili, petrolio e tutto il resto, che porta a prezzi necessariamente in aumento o comunque a una carenza di disponibilità. Quindi dobbiamo investire oggi sul fotovoltaico; ben prima che l’esaurimento del petrolio ci metta alle corde. Se aspettiamo troppo, non avremo abbastanza risorse per trasformare l’economia da una basata sul petrolio a una basata sulle rinnovabili.

Insomma, il prof Battaglia soffre di un problema tipico dei nostri tempi: quello di non riuscire a vedere il futuro se non in termini uguali al passato, ovvero di pensare che se oggi abbiamo a disposizione combustibili fossili relativamente a buon mercato, sarà così per sempre nei secoli. Mi dispiace, ma non sarà così. E se hai imboccato l’autostrada al contrario, chi ti viene addosso non è per forza un cretino o un sindaco rosso.

________________________________________________________________

La terra frana ma i sindaci rossi investono nella frode del fotovoltaico
di Franco Battaglia

Da “Il Giornale” del 19/02/10

A Modena previste spese per 3,5 milioni. Gli impianti moriranno senza aver recuperato le spese. È la politica di regioni e comuni che illudono con le misure ecologicamente corrette

Mentre c’è un’Italia che frana e che sprofonda nel fango, ce n’è un’altra che brinda sottraendo fior di palanche ai contribuenti. Ho in mente ciò che accade nella mia regione, l’Emilia-Romagna, ma anche nelle Marche, in Umbria, Puglia e Lazio. Regioni che si sono date alla pazza gioia e alle spese pazze.

Prendiamo il Comune di Modena, quello dove vivo io, ad esempio, dove il Pd vince le elezioni anche se candidano uno spaventapasseri. Hanno recentemente approvato la spesa di 3.5 milioni di euro per impianti fotovoltaici da installare sui tetti delle scuole. Diciamolo forte e chiaro: il fotovoltaico è una colossale frode. A danno dei contribuenti e, in questo caso, anche a danno delle scuole. Vediamo perché.

Con euro 3.5 milioni si installano, forse, 500 kilowatt fotovoltaici; che produrranno, in un anno, forse, 500.000 kilowattora (il sole non brilla sempre). Il kWh elettrico lo paghiamo oggi circa 16 centesimi, per cui le scuole che avranno quegli impianti sul tetto recupereranno, forse, 80mila euro l’anno: fra 40 anni, forse, si sarà recuperata la spesa, assumendo che non vi siano spese di manutenzione e che gli impianti vivano 40 anni. Siccome le spese di manutenzione ci sono, e siccome gli impianti dopo 30 anni saranno morti, quella spesa non si recupererà mai. Mai. In ogni caso, c’è da chiedersi chi mai investirebbe una qualsivoglia cifra per recuperarla dopo 40 anni. Nessuno lo farebbe, neanche il Sindaco di Modena. Che infatti non impegna neanche una delle proprie palanche sulla «meravigliosa» tecnologia, ma ne impegna 3.5 milioni finché sono palanche dei contribuenti.

A Modena ci sono scuole fatiscenti, con strutture fatiscenti. Ad esempio con palestre fatiscenti, tant’è che le 2 ore di educazione fisica vengono dagli studenti di alcune scuole trascorse, per la metà, in autobus: gli studenti sono trasportati dalla scuola ad una palestra lontana e funzionante: quella della scuola è inagibile e su essa si piange miseria, ma sui tetti fotovoltaici nelle scuole si sperpera a gogo.

Naturalmente, Modena non è unica, nel suo genere. Qualche settimana fa fui invitato a tenere una conferenza nelle Marche. L’assessore regionale, che aveva parlato prima di me, si vantava del progetto 1000 tetti fotovoltaici, fiore all’occhiello, a suo dire, di quella regione. Vengo informato che questo è l’orientamento anche in Umbria, Lazio e Puglia: «vento, sole e idrogeno-verde», ha recentemente vaneggiato il presidente della Puglia, Vendola.

Cosa sia l’idrogeno-verde, naturalmente, nessuno lo sa, posto che l’idrogeno, di qualsivoglia colore, non esiste sulla Terra. V’è una curiosa legge, (legge del conto-energia, voluta nel 2006 da Pecoraro Scanio quando era ministro del governo Prodi), che obbliga noi contribuenti a pagare 45 centesimi il kilowattora elettrico a chi lo produce col fotovoltaico. Dovete sapere che alla borsa elettrica il kWh è quotato 8 centesimi e che voi, tasse incluse lo pagate, al consumo, circa 16 centesimi. Detto diversamente: la legge del conto-energia è quella che si chiamerebbe legge-truffa. Sapete in nome di cosa gli amministratori suddetti invocano l’installazione degli impianti fotovoltaici? Se ve lo dico non ci crederete: in nome del risparmio.

Insomma, mentre c’è chi perde il posto di lavoro perché la propria azienda chiude per colpa dell’elevato costo del kWh elettrico, e chi frana e sprofonda nel fango per colpa della disattenzione verso i problemi ambientali reali, c’è chi si balocca dietro le misure ecologicamente corrette promosse da Pecoraro Scanio e da Prodi.

Di uccelli e pale

Ho già parlato dell’impatto delle turbine eoliche sugli uccelli, che è di solito minimo o inesistente, nonostante le esagerazioni che si leggono in giro. Questo lo vedete anche dalla figura qui sopra, da aerostarwind.com. In sostanza, le finestre e gli edifici fanno migliaia di volte più danni delle turbine, per non dir niente dei gatti.

Dopo aver installato una turbina eolica a Caprese Michelangelo, mi sono incuriosito sull’effetto che può fare sugli animali della zona. Per ora, vi posso dire che – ovviamente – non c’è traccia di uccelli morti intorno alla turbina. Però vi posso raccontare come l’ha presa il cavallo che vive nel pezzo di terreno dove c’è la turbina. Da quello che mi raccontano, sembra che si sia incuriosito dello strano aggeggio, soprattutto per via del rumore che fa alle volte, quando il palo entra un po’ in vibrazione. E’ venuto a annusare il palo; ci ha girato intorno un paio di volte, poi ha deciso che non era un problema ed è tornato a brucare in santa pace.

Ancora la frusola di Caprese

Di Ugo Bardi

Ancora qualcosa sul piccolo impianto eolico di Caprese Michelangelo installato dai membri del gruppo di Alterenergy. Qui vedete la “frusola” da 6 kW che gira alla grande in un giorno che non sembrava nemmeno tanto ventoso. Scusate se insisto con questa elichetta, ma vederla girare da veramente una grande soddisfazione. Altre notizie sulla pala le trovate qui e qui.

(ah…. scusate l’audio che non c’entra niente; ho captato per sbaglio la voce di Noemi – uno dei soci di Alterenergy – che telefonava mentre facevo le riprese)

Continua a girare la frusola di Caprese Michelangelo

Di Ugo Bardi

Ultime novità dalla “frusola” di Caprese Michelangelo installata da un gruppetto di membri di ASPO-Italia e di cui ho parlato in un post precedente. Questo che segue è un post di Pietro Cambi sull’argomento, dal blog “crisis”

Minieolico: teoria, pratica, primi risultati

di Pietro Cambi

Immagino che interessi e nemmeno morbosamente, solo una piccola quota dei nostri lettori. Indi per cui non mi dilungherò su dettagli tecnici, curve di possibilità climatica, Gumbel et alia sopraffini tecnicismi.

Riassunto delle precedenti puntate:

Abbiamo preso un generatore eolico, di quelli di taglia piccoletta, 6 kW nominali, abbiato trovato un sito, abbiamo superato una pila di scartoffie seconda sola a quella necessaria per l’allacciamento in rete di una centrale nucleare ( e non sto scherzando) e poi siamo stati a vedere.

Sopratutto eravamo curiosi di sapere se la nostra palettina rendesse quel che prometteva. Eh si,perchè tra i dati teorici e quelli reali, misurati sul campo, c’e’ un abisso, senza contare che i generatori piu’ economici ( non necessariamente e non solamente i soliti cinesi) hanno una certa tendenza a funzionare benino solo in un certo range ed a disseminare pezzi nel circondario quando il vento SOFFIA per davvero.

La nostra palettina, appena installata ed ancora da finire di mettere a punto, non solo ha dimostrato di produrre esattamente quanto dichiarato, il che va ad onore della Eoltech, ditta produttrice, ma è anche sopravvisuta a venti intorno a 90 km/h continuando a produrre in sicurezza e dentro ai parametri, grazie al passo variabile ed ad altri piccoli accorgimenti tecnici. BUona parte del merito, va detto, deve andare alla competenza della Devices di Ponsacco che ha azzeccato tutti i settaggi. “Buona la prima”.

Non sarà mai un grande business, come le mega centrali da 5 e più MW, ma per i comuni cittadini, se messa in zone sufficientemente ventose, garantisce tempi di ritorno simili a quelli del fotovoltaico e, più o meno, copre il consumo di tre famiglie. Costo finale, totale ultimo? circa 25.000 euro. Tempi di ritorno investimento? circa 8 anni, se tutto va bene.

dati sperimentali Scirocco Eoltec

In pratica con questa pala, sia pure messa a tanti km di distanza, annulliamo il nostro consumo elettrico e facciamo un buon investimento. Con uno sforzo di immaginazione risulta facile immaginarsi una pala simile accanto ad ognuna delle case sparse del Comune di Caprese Michelangelo. L’immagine sarebbe tutt’altro che fastidiosa, date le dimensioni, ma anzi gradevole e auspicabile, almeno per me.

Domenico Coiante sulla competitività del fotovoltaico

Le conclusioni dell’Articolo di Domenico Coiante pubblicato oggi su ASPO-Italia

L’attuale tecnologia dei moduli fotovoltaici al silicio cristallino presenta un costo limite che rende molto problematico il conseguimento della concorrenzialità economica con le fonti termoelettriche tradizionali (al livello presente di 8,7 eurocent/kWh).

Poiché la politica governativa d’incentivazione promozionale del settore fotovoltaico ha proprio come obiettivo il conseguimento della competitività, la conclusione precedente porta ad effettuare alcune considerazioni in merito all’adeguatezza di tale politica.

  1. Il processo d’economia di scala, da solo, non consente di abbassare i costi fino al livello richiesto. Pertanto la sola azione di sviluppo della domanda mediante l’incentivazione pubblica non permette di ottenere l’obiettivo economico generale.
  2. Tuttavia, le misure d’incentivazione stanno creando un mercato assistito, il cui sviluppo rende possibile conseguire un obiettivo parziale, molto importante per il processo d’apprendimento, quello di promuovere la diffusione propedeutica della tecnologia fotovoltaica nell’uso corrente.
  3. Un miglioramento significativo dell’efficienza di conversione fotovoltaica dell’energia solare è necessario per affiancare il processo di scala verso la competitività. Pertanto occorre intervenire anche sull’offerta, promovendo la ricerca e lo sviluppo in modo da provocare un grande cambiamento migliorativo, un vero e proprio break through tecnologico verso materiali, prodotti e processi a costo intrinseco più basso ed efficienza più alta. In altri termini, occorre passare ad una tecnologia di seconda generazione: moduli a film sottili, celle multigiunzione, ecc.
  4. Le normative italiane vigenti, che regolano la concessione delle incentivazioni, appaiono inadeguate, perché non considerano espressamente gli aspetti strategici del miglioramento tecnologico. Questo argomento è lasciato all’attenzione generica dei programmi di ricerca, facenti capo ad altre istituzioni, con scarso coordinamento effettivo. Paesi, come USA, Australia, Germania e Giappone, dove pure si sta facendo abbondante ricorso all’incentivazione del mercato, hanno saggiamente affiancato alla promozione della domanda poderosi programmi di ricerca fondamentale e applicata, finalizzati alla realizzazione del break through tecnologico. E in Italia?

Per approfondire.